LEGGIAMO KUNDERA?

Cari amici del gdl,

una proposta per proseguire il cammino della lettura dei “saggi” (quella della narrativa prosegue senza esitazioni), deviando però dalla strada fino a oggi percorsa:

Milan Kundera – Il sipario, Adelphi, pp. 183, Euro 15,00

un libro per riflettere sull’oggetto principale dell’attenzione di (quasi)

tutti i lettori: il romanzo

Per kundera il romanzo e’ “l’ultimo osservatorio dal quale si possa
abbracciare la vita umana nel suo insieme”, citando Ernesto Sabato.

[altrr idee si leggono qui: La forma di conoscenza che soltanto il romanzo puo’ dare

Milan Kundera intrepreta il romanzo come “organismo delicato, prezioso, che
vive di un’unica storia dove gli scrittori dialogano in segreto e si
illuminano a vicenda”.

E in questo gioco potremmo anche vedere agire e cambiare noi *lettori*,
insieme con le nuove ricchezze che i grandi romanzi aggiungono a questa storia.
Il libro promette anche ricordi di prima mano: per esempio delle letture
delle bozze di _cent’anni di solitudine_ (che non descrive nulla, racconta
e basta) o degli incontri con Carlos Fuentes con cui Kundera scopre il
“Ponte argentato” tra Europa e America latina

Una recensione si trova su caffe’ letterario :

a questo indirizzo

[Negli anni scorsi Kundera aveva gia' pubblicato riflessioni su questo tema:

_l'arte del romanzo (1986) e _I testamenti traditi, (1993)]

il risvolto dell’edizione adelphi di _Il sipario_ dice che:

Da tempo Kundera accompagna la sua attività di romanziere con una costante
riflessione sul romanzo, che è per lui un’arte autonoma, da leggere non già
nel «piccolo contesto» della storia nazionale, ma nel «grande contesto»
della storia sovranazionale – di quella che Goethe chiamava Weltliteratur.
Sterne reagisce a Rabelais e ispira Diderot, Fielding si richiama a
Cervantes e con Fielding si misura Stendhal, la tradizione di Flaubert
prosegue nell’opera di Joyce ed è nella sua riflessione su Joyce che Broch
sviluppa una poetica del romanzo: è questa l’idea che Kundera ci offre del
romanzo, organismo delicato, prezioso, che vive di un’unica storia dove gli
scrittori dialogano in segreto e si illuminano a vicenda.

Ma non è questo il solo aspetto stupefacente di una riflessione lontana
anni luce dall’angustia delle storie letterarie, dal narcisistico gergo
della «teoria della letteratura» e dalla seriosità inamidata degli
agelasti, coloro che non sanno ridere. Quando parla del romanzo Kundera fa
pensare a un pittore che ci accolga nel suo atelier gremito di quadri e ci
racconti di sé ma soprattutto degli altri, di coloro che ama e che lo hanno
ispirato – vale a dire dei romanzi che agiscono, come una occulta presenza,
all’interno della sua opera. E il suo racconto è nitido, di una
impressionante trasparenza, e insieme lieve, affascinante. È così,
salvaguardando il proprio linguaggio ed evitando scrupolosamente il gergo
accademico, che un romanziere come Kundera, capace di strappare il «sipario
della preinterpretazione», parla di ciò che più gli sta a cuore: la ragion
d’essere del romanzo, «l’ultimo osservatorio dal quale si possa abbracciare
la vita umana nel suo insieme».

il blog del gruppo di lettura ne aveva segnalato l’uscita:

[si legge qui

Da alcune recensioni

(prese dal sito di adelphi)

L’ENIGMA DELL’ESISTENZA

Il libro che ha scritto, un personalissimo romanzo del romanzo, ha tratti
incantevoli, ma la sua forza sta dove difende appunto una sostanza o un
carattere cui il romanzo non può sottrarsi e che è il segno della sua
necessità: mettere il lettore, il suo appassionato seguace, di fronte
all’enigma dell’esistenza, gettare un raggio di luce sugli inattesi quesiti
che nella vita tendono a restare invisibili, impalpabili.

Enzo Siciliano, «L’Espresso», 14 aprile 2005

LA RAGION D’ESSERE DEL ROMANZO

In queste pagine la forza dell’esempio potentemente illuminato dalla
lettura complice ma senza indugi né eccessiva «teoria» (si pensi a Kafka, a
Tolstoj, a Gombrowicz) si scioglie nel calore di un dialogo continuo dove
le voci si alternano. Ma resta una sola voce riflessa come la luce su un
diamante, a percepire la ragion d’essere del romanzo «mentre la forma
dipende da una libertà che nessuno può limitare e la cui evoluzione sarà
un’eterna sorpresa».

Renato Minore, «Il Messaggero», 7 aprile 2005

CONTROCORRENTE

Il sipario è un’apologia del romanzo, ma è anche una appassionata difesa
dell’uomo di lettere e del suo mandato. Un magnifico libro controcorrente.

Paolo Mauri, «la Repubblica», 4 aprile 2005

UN’APPASSIONANTE AVVENTURA

Nella limpidissima e trasparente prosa dello scrittore – la stessa dei suoi
testi narrativi – quella del romanzo diventa un’appassionante avventura,
fatta di continue scoperte («l’ambizione del romanziere non è di far meglio
dei suoi predecessori, ma di vedere ciò che essi non hanno visto, dire ciò
che non hanno detto») e di una serie infinita di concatenazioni.

Felice Piemontese, «Il Mattino», 4 aprile 2005

ciao ciao

_Luigi

LEGGIAMO KUNDERA?

Cari amici del gdl,

una proposta per proseguire il cammino della lettura dei “saggi” (quella della narrativa prosegue senza esitazioni), deviando però dalla strada fino a oggi percorsa:

Milan Kundera – Il sipario, Adelphi, pp. 183, Euro 15,00

un libro per riflettere sull’oggetto principale dell’attenzione di (quasi)

tutti i lettori: il romanzo

Per kundera il romanzo e’ “l’ultimo osservatorio dal quale si possa
abbracciare la vita umana nel suo insieme”, citando Ernesto Sabato.

[altrr idee si leggono qui: La forma di conoscenza che soltanto il romanzo puo’ dare

Milan Kundera intrepreta il romanzo come “organismo delicato, prezioso, che
vive di un’unica storia dove gli scrittori dialogano in segreto e si
illuminano a vicenda”.

E in questo gioco potremmo anche vedere agire e cambiare noi *lettori*,
insieme con le nuove ricchezze che i grandi romanzi aggiungono a questa storia.
Il libro promette anche ricordi di prima mano: per esempio delle letture
delle bozze di _cent’anni di solitudine_ (che non descrive nulla, racconta
e basta) o degli incontri con Carlos Fuentes con cui Kundera scopre il
“Ponte argentato” tra Europa e America latina

Una recensione si trova su caffe’ letterario :

a questo indirizzo

[Negli anni scorsi Kundera aveva gia' pubblicato riflessioni su questo tema:

_l'arte del romanzo (1986) e _I testamenti traditi, (1993)]

il risvolto dell’edizione adelphi di _Il sipario_ dice che:

Da tempo Kundera accompagna la sua attività di romanziere con una costante
riflessione sul romanzo, che è per lui un’arte autonoma, da leggere non già
nel «piccolo contesto» della storia nazionale, ma nel «grande contesto»
della storia sovranazionale – di quella che Goethe chiamava Weltliteratur.
Sterne reagisce a Rabelais e ispira Diderot, Fielding si richiama a
Cervantes e con Fielding si misura Stendhal, la tradizione di Flaubert
prosegue nell’opera di Joyce ed è nella sua riflessione su Joyce che Broch
sviluppa una poetica del romanzo: è questa l’idea che Kundera ci offre del
romanzo, organismo delicato, prezioso, che vive di un’unica storia dove gli
scrittori dialogano in segreto e si illuminano a vicenda.

Ma non è questo il solo aspetto stupefacente di una riflessione lontana
anni luce dall’angustia delle storie letterarie, dal narcisistico gergo
della «teoria della letteratura» e dalla seriosità inamidata degli
agelasti, coloro che non sanno ridere. Quando parla del romanzo Kundera fa
pensare a un pittore che ci accolga nel suo atelier gremito di quadri e ci
racconti di sé ma soprattutto degli altri, di coloro che ama e che lo hanno
ispirato – vale a dire dei romanzi che agiscono, come una occulta presenza,
all’interno della sua opera. E il suo racconto è nitido, di una
impressionante trasparenza, e insieme lieve, affascinante. È così,
salvaguardando il proprio linguaggio ed evitando scrupolosamente il gergo
accademico, che un romanziere come Kundera, capace di strappare il «sipario
della preinterpretazione», parla di ciò che più gli sta a cuore: la ragion
d’essere del romanzo, «l’ultimo osservatorio dal quale si possa abbracciare
la vita umana nel suo insieme».

il blog del gruppo di lettura ne aveva segnalato l’uscita:

[si legge qui

Da alcune recensioni

(prese dal sito di adelphi)

L’ENIGMA DELL’ESISTENZA

Il libro che ha scritto, un personalissimo romanzo del romanzo, ha tratti
incantevoli, ma la sua forza sta dove difende appunto una sostanza o un
carattere cui il romanzo non può sottrarsi e che è il segno della sua
necessità: mettere il lettore, il suo appassionato seguace, di fronte
all’enigma dell’esistenza, gettare un raggio di luce sugli inattesi quesiti
che nella vita tendono a restare invisibili, impalpabili.

Enzo Siciliano, «L’Espresso», 14 aprile 2005

LA RAGION D’ESSERE DEL ROMANZO

In queste pagine la forza dell’esempio potentemente illuminato dalla
lettura complice ma senza indugi né eccessiva «teoria» (si pensi a Kafka, a
Tolstoj, a Gombrowicz) si scioglie nel calore di un dialogo continuo dove
le voci si alternano. Ma resta una sola voce riflessa come la luce su un
diamante, a percepire la ragion d’essere del romanzo «mentre la forma
dipende da una libertà che nessuno può limitare e la cui evoluzione sarà
un’eterna sorpresa».

Renato Minore, «Il Messaggero», 7 aprile 2005

CONTROCORRENTE

Il sipario è un’apologia del romanzo, ma è anche una appassionata difesa
dell’uomo di lettere e del suo mandato. Un magnifico libro controcorrente.

Paolo Mauri, «la Repubblica», 4 aprile 2005

UN’APPASSIONANTE AVVENTURA

Nella limpidissima e trasparente prosa dello scrittore – la stessa dei suoi
testi narrativi – quella del romanzo diventa un’appassionante avventura,
fatta di continue scoperte («l’ambizione del romanziere non è di far meglio
dei suoi predecessori, ma di vedere ciò che essi non hanno visto, dire ciò
che non hanno detto») e di una serie infinita di concatenazioni.

Felice Piemontese, «Il Mattino», 4 aprile 2005

ciao ciao

_Luigi

LEGGIAMO KUNDERA?

Cari amici del gdl,

una proposta per proseguire il cammino della lettura dei “saggi” (quella della narrativa prosegue senza esitazioni), deviando però dalla strada fino a oggi percorsa:

Milan Kundera – Il sipario, Adelphi, pp. 183, Euro 15,00

un libro per riflettere sull’oggetto principale dell’attenzione di (quasi)

tutti i lettori: il romanzo

Per kundera il romanzo e’ “l’ultimo osservatorio dal quale si possa
abbracciare la vita umana nel suo insieme”, citando Ernesto Sabato.

[altrr idee si leggono qui: La forma di conoscenza che soltanto il romanzo puo’ dare

Milan Kundera intrepreta il romanzo come “organismo delicato, prezioso, che
vive di un’unica storia dove gli scrittori dialogano in segreto e si
illuminano a vicenda”.

E in questo gioco potremmo anche vedere agire e cambiare noi *lettori*,
insieme con le nuove ricchezze che i grandi romanzi aggiungono a questa storia.
Il libro promette anche ricordi di prima mano: per esempio delle letture
delle bozze di _cent’anni di solitudine_ (che non descrive nulla, racconta
e basta) o degli incontri con Carlos Fuentes con cui Kundera scopre il
“Ponte argentato” tra Europa e America latina

Una recensione si trova su caffe’ letterario :

a questo indirizzo

[Negli anni scorsi Kundera aveva gia' pubblicato riflessioni su questo tema:

_l'arte del romanzo (1986) e _I testamenti traditi, (1993)]

il risvolto dell’edizione adelphi di _Il sipario_ dice che:

Da tempo Kundera accompagna la sua attività di romanziere con una costante
riflessione sul romanzo, che è per lui un’arte autonoma, da leggere non già
nel «piccolo contesto» della storia nazionale, ma nel «grande contesto»
della storia sovranazionale – di quella che Goethe chiamava Weltliteratur.
Sterne reagisce a Rabelais e ispira Diderot, Fielding si richiama a
Cervantes e con Fielding si misura Stendhal, la tradizione di Flaubert
prosegue nell’opera di Joyce ed è nella sua riflessione su Joyce che Broch
sviluppa una poetica del romanzo: è questa l’idea che Kundera ci offre del
romanzo, organismo delicato, prezioso, che vive di un’unica storia dove gli
scrittori dialogano in segreto e si illuminano a vicenda.

Ma non è questo il solo aspetto stupefacente di una riflessione lontana
anni luce dall’angustia delle storie letterarie, dal narcisistico gergo
della «teoria della letteratura» e dalla seriosità inamidata degli
agelasti, coloro che non sanno ridere. Quando parla del romanzo Kundera fa
pensare a un pittore che ci accolga nel suo atelier gremito di quadri e ci
racconti di sé ma soprattutto degli altri, di coloro che ama e che lo hanno
ispirato – vale a dire dei romanzi che agiscono, come una occulta presenza,
all’interno della sua opera. E il suo racconto è nitido, di una
impressionante trasparenza, e insieme lieve, affascinante. È così,
salvaguardando il proprio linguaggio ed evitando scrupolosamente il gergo
accademico, che un romanziere come Kundera, capace di strappare il «sipario
della preinterpretazione», parla di ciò che più gli sta a cuore: la ragion
d’essere del romanzo, «l’ultimo osservatorio dal quale si possa abbracciare
la vita umana nel suo insieme».

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Da alcune recensioni

(prese dal sito di adelphi)

L’ENIGMA DELL’ESISTENZA

Il libro che ha scritto, un personalissimo romanzo del romanzo, ha tratti
incantevoli, ma la sua forza sta dove difende appunto una sostanza o un
carattere cui il romanzo non può sottrarsi e che è il segno della sua
necessità: mettere il lettore, il suo appassionato seguace, di fronte
all’enigma dell’esistenza, gettare un raggio di luce sugli inattesi quesiti
che nella vita tendono a restare invisibili, impalpabili.

Enzo Siciliano, «L’Espresso», 14 aprile 2005

LA RAGION D’ESSERE DEL ROMANZO

In queste pagine la forza dell’esempio potentemente illuminato dalla
lettura complice ma senza indugi né eccessiva «teoria» (si pensi a Kafka, a
Tolstoj, a Gombrowicz) si scioglie nel calore di un dialogo continuo dove
le voci si alternano. Ma resta una sola voce riflessa come la luce su un
diamante, a percepire la ragion d’essere del romanzo «mentre la forma
dipende da una libertà che nessuno può limitare e la cui evoluzione sarà
un’eterna sorpresa».

Renato Minore, «Il Messaggero», 7 aprile 2005

CONTROCORRENTE

Il sipario è un’apologia del romanzo, ma è anche una appassionata difesa
dell’uomo di lettere e del suo mandato. Un magnifico libro controcorrente.

Paolo Mauri, «la Repubblica», 4 aprile 2005

UN’APPASSIONANTE AVVENTURA

Nella limpidissima e trasparente prosa dello scrittore – la stessa dei suoi
testi narrativi – quella del romanzo diventa un’appassionante avventura,
fatta di continue scoperte («l’ambizione del romanziere non è di far meglio
dei suoi predecessori, ma di vedere ciò che essi non hanno visto, dire ciò
che non hanno detto») e di una serie infinita di concatenazioni.

Felice Piemontese, «Il Mattino», 4 aprile 2005

ciao ciao

_Luigi

LEGGIAMO KUNDERA?

Cari amici del gdl,

una proposta per proseguire il cammino della lettura dei “saggi” (quella della narrativa prosegue senza esitazioni), deviando però dalla strada fino a oggi percorsa:

Milan Kundera – Il sipario, Adelphi, pp. 183, Euro 15,00

un libro per riflettere sull’oggetto principale dell’attenzione di (quasi)

tutti i lettori: il romanzo

Per kundera il romanzo e’ “l’ultimo osservatorio dal quale si possa
abbracciare la vita umana nel suo insieme”, citando Ernesto Sabato.

[altrr idee si leggono qui: La forma di conoscenza che soltanto il romanzo puo’ dare

Milan Kundera intrepreta il romanzo come “organismo delicato, prezioso, che
vive di un’unica storia dove gli scrittori dialogano in segreto e si
illuminano a vicenda”.

E in questo gioco potremmo anche vedere agire e cambiare noi *lettori*,
insieme con le nuove ricchezze che i grandi romanzi aggiungono a questa storia.
Il libro promette anche ricordi di prima mano: per esempio delle letture
delle bozze di _cent’anni di solitudine_ (che non descrive nulla, racconta
e basta) o degli incontri con Carlos Fuentes con cui Kundera scopre il
“Ponte argentato” tra Europa e America latina

Una recensione si trova su caffe’ letterario :

a questo indirizzo

[Negli anni scorsi Kundera aveva gia' pubblicato riflessioni su questo tema:

_l'arte del romanzo (1986) e _I testamenti traditi, (1993)]

il risvolto dell’edizione adelphi di _Il sipario_ dice che:

Da tempo Kundera accompagna la sua attività di romanziere con una costante
riflessione sul romanzo, che è per lui un’arte autonoma, da leggere non già
nel «piccolo contesto» della storia nazionale, ma nel «grande contesto»
della storia sovranazionale – di quella che Goethe chiamava Weltliteratur.
Sterne reagisce a Rabelais e ispira Diderot, Fielding si richiama a
Cervantes e con Fielding si misura Stendhal, la tradizione di Flaubert
prosegue nell’opera di Joyce ed è nella sua riflessione su Joyce che Broch
sviluppa una poetica del romanzo: è questa l’idea che Kundera ci offre del
romanzo, organismo delicato, prezioso, che vive di un’unica storia dove gli
scrittori dialogano in segreto e si illuminano a vicenda.

Ma non è questo il solo aspetto stupefacente di una riflessione lontana
anni luce dall’angustia delle storie letterarie, dal narcisistico gergo
della «teoria della letteratura» e dalla seriosità inamidata degli
agelasti, coloro che non sanno ridere. Quando parla del romanzo Kundera fa
pensare a un pittore che ci accolga nel suo atelier gremito di quadri e ci
racconti di sé ma soprattutto degli altri, di coloro che ama e che lo hanno
ispirato – vale a dire dei romanzi che agiscono, come una occulta presenza,
all’interno della sua opera. E il suo racconto è nitido, di una
impressionante trasparenza, e insieme lieve, affascinante. È così,
salvaguardando il proprio linguaggio ed evitando scrupolosamente il gergo
accademico, che un romanziere come Kundera, capace di strappare il «sipario
della preinterpretazione», parla di ciò che più gli sta a cuore: la ragion
d’essere del romanzo, «l’ultimo osservatorio dal quale si possa abbracciare
la vita umana nel suo insieme».

il blog del gruppo di lettura ne aveva segnalato l’uscita:

[si legge qui

Da alcune recensioni

(prese dal sito di adelphi)

L’ENIGMA DELL’ESISTENZA

Il libro che ha scritto, un personalissimo romanzo del romanzo, ha tratti
incantevoli, ma la sua forza sta dove difende appunto una sostanza o un
carattere cui il romanzo non può sottrarsi e che è il segno della sua
necessità: mettere il lettore, il suo appassionato seguace, di fronte
all’enigma dell’esistenza, gettare un raggio di luce sugli inattesi quesiti
che nella vita tendono a restare invisibili, impalpabili.

Enzo Siciliano, «L’Espresso», 14 aprile 2005

LA RAGION D’ESSERE DEL ROMANZO

In queste pagine la forza dell’esempio potentemente illuminato dalla
lettura complice ma senza indugi né eccessiva «teoria» (si pensi a Kafka, a
Tolstoj, a Gombrowicz) si scioglie nel calore di un dialogo continuo dove
le voci si alternano. Ma resta una sola voce riflessa come la luce su un
diamante, a percepire la ragion d’essere del romanzo «mentre la forma
dipende da una libertà che nessuno può limitare e la cui evoluzione sarà
un’eterna sorpresa».

Renato Minore, «Il Messaggero», 7 aprile 2005

CONTROCORRENTE

Il sipario è un’apologia del romanzo, ma è anche una appassionata difesa
dell’uomo di lettere e del suo mandato. Un magnifico libro controcorrente.

Paolo Mauri, «la Repubblica», 4 aprile 2005

UN’APPASSIONANTE AVVENTURA

Nella limpidissima e trasparente prosa dello scrittore – la stessa dei suoi
testi narrativi – quella del romanzo diventa un’appassionante avventura,
fatta di continue scoperte («l’ambizione del romanziere non è di far meglio
dei suoi predecessori, ma di vedere ciò che essi non hanno visto, dire ciò
che non hanno detto») e di una serie infinita di concatenazioni.

Felice Piemontese, «Il Mattino», 4 aprile 2005

ciao ciao

_Luigi

LA FORMA DI CONOSCENZA CHE SOLTANTO IL ROMANZO CI PUO’ DARE

E’ un articolo di _Le Monde Diplomatique_ del marzo 2003, molto molto interessante. Tra l’altro per affrontare un tema che è rimasto sottotraccia, ma presente, nei nostri Gdl: la scrittura narrativa confrontata con quella saggistica nel farci conoscere il mondo. A me colpisce soprattutto il fatto che, come detto da molti scrittori con accenti diversi, in vari momenti, il romanzo sappia

“portare alla luce il non detto della storia ufficiale, le zone dell’esperienza umana trascurate dagli storici; destabilizzare le certezze, le ortodossie, le visioni precostituite del mondo; esplorare l’altra faccia, il negativo dell’immagine che le nostre società danno di se stesse.”

Quello che possono dirci soltanto i romanzi

La letteratura specchio della storia

Guy Scarpetta

L’articolo in originale si trova qui, sul sito del quotidiano _Il Manifesto_. Spero non ce ne vogliano perché l’abbiamo pubblicato integralmente

Con la crisi del «romanzo storico», determinata anche dall’emergere di altri generi come il réportage giornalistico, la letteratura si va sempre più imponendo per la sua straordinaria capacità di interpretare e portare alla luce il non detto della storia ufficiale, di destabilizzare le ortodossie ed esplorare l’altra faccia dell’immagine che le società danno di se stesse. Da Musil a Philip Roth, da Fuentes a Vargas Llosa, la lettura dei grandi maestri del Novecento mostra che il romanzo moderno ha assunto una funzione di straordinaria bussola per comprendere le dinamiche che caratterizzano il nostro vivere sociale.

È necessario stabilire un collegamento tra la polemica che ha accompagnato in Francia l’assegnazione del premio Goncourt a Les ombres errantes di Pascal Quignard e la consacrazione ufficiale di Alexandre Dumas, le cui ceneri sono state spostate nel Pantheon di Parigi nel novembre scorso? Sarebbe per lo meno arrischiato. Perché, da una parte non possiamo fare a meno di riflettere su questa constatazione inconfutabile: in Francia, non c’è stato nessun grand roman dedicato alla guerra d’Algeria, al maggio 1968 o alla crisi attuale di una società che programma le sue esclusioni (non parliamo qui dei grandi «feuilletonistes»).

Ma d’altro canto nulla permette di affermare che questa impasse possa essere superata sognando semplicemente un ritorno al passato, ripristinando i codici del «romanzo storico» così come erano stati inventati dal XIX secolo.

Si potrebbe sostenere, inoltre, che questo «romanzo storico» (di cui ai suoi tempi George Lukacs aveva analizzato la genesi e l’evoluzione) sia divenuto un genere obsoleto e anacronistico. In primo luogo, perché gli elementi di verità che poteva fornire sono stati ormai assunti da altri tipi di discorso (reportage, giornalismo). Non si capisce proprio perché dovremmo andare a cercare nei romanzi le informazioni sulla storia del nostro tempo che possiamo trovare, per esempio, nella lettura dei giornali… Ma soprattutto perché, a poco a poco, si è imposto questo fattore: la funzione essenziale del romanzo moderno non è quella di «illustrare» con un racconto una concezione del mondo o della storia già elaborata, bensì di rivelare, attraverso i suoi percorsi specifici, «quello che solo il romanzo può dire» (secondo la formula di Hermann Broch ne La Morte di Virgilio, ripresa e ampliata da Carlos Fuentes e Milan Kundera). Cioè, portare alla luce il non detto della storia ufficiale, le zone dell’esperienza umana trascurate dagli storici; destabilizzare le certezze, le ortodossie, le visioni precostituite del mondo; esplorare l’altra faccia, il negativo dell’immagine che le nostre società danno di se stesse.

In questo senso, non è sicuro che la via «realista» (ereditata, appunto, dal romanzo storico), sia la più efficace. Basti un esempio: negli anni ’30 e ’40, molti scrittori hanno nutrito l’ambizione di analizzare la società (e le ideologie) che avevano portato al massacro della prima guerra mondiale. Uno di loro, Aragon, in rottura con le irrequietezze del suo passato di surrealista, ha tentato di farlo adattandosi a convenzioni «realiste» palesemente ispirate a Zola e a Balzac. Orbene, a leggere i suoi romanzi (1), è giocoforza constatare che, appunto per effetto di quei codici e di quelle convenzioni, Aragon non ha potuto scoprire nulla di più della società che avevano già descritto Zola e Balzac. Per contro, coloro che hanno fornito una autentica rivelazione sul mondo precedente il 1914, sul vuoto (o sulla confusione) di valori che è stato il terreno fertile della barbarie imminente, lo hanno potuto fare soltanto perché hanno osato voltare le spalle a quelle convenzioni realiste, e inventare forme di romanzo radicalmente nuove: Hermann Broch con Sonnambuli, e Robert Musil con L’uomo senza qualità …

Come che sia, questo paradosso sembra perdurare. È evidente che il gigantesco sconvolgimento sociale e morale portato, appunto, dalla guerra del 1914-1918 fu registrato, nel momento stesso della sua comparsa, e con la massima lucidità, da un romanziere, Marcel Proust, la cui arte si liberava volutamente dai vincoli del realismo. Che, inoltre, è un romanziere fra i più innovatori, anch’egli agli antipodi del realismo, Franz Kafka, colui che ha saputo anticipare, perfino nei suoi aspetti più soggettivi, il mondo totalitario in gestazione.

Che, infine, il «rimosso» della storia ufficiale (e edificante) degli Stati uniti fu esplorato da quel formidabile inventore di forme che fu William Faulkner, molto di più e meglio di quanto abbia fatto qualunque erede del romanzo storico.
Analogamente, in tempi più recenti: chi ci rivela il volto nascosto dell’Austria, il «crimine commesso in comune», secondo la formula di Freud, su cui quel paese non ha mai cessato di calare un velo di amnesia? Non un realista, bensì un romanziere reputato d’avanguardia, Thomas Bernhard. Analogamente, chi ci illumina sul non-detto criminoso della storia del Giappone? Non un realista, bensì un sottile esploratore delle ambiguità dell’autofinzione, Kenzaburô Oé (2).

Quali sono i romanzi più eloquenti sulle devastazioni che, in Europa, hanno fatto seguito alla caduta del muro di Berlino, o su tutti i retroscena della guerra di Bosnia? Non quelli di un realista, ma le finzioni incastrate, complesse, «stratificate» di un erede di Jorge Luis Borges, Juan Goytisolo (ne La Lunga vita dei Marx e Stato d’assedio).

Chi ci offre la visione più penetrante delle società latinoamericane?

Non i realisti, ma coloro che spingono la loro arte del romanzo in una dimensione favolistica, leggendaria (Gabriel Garcia Marquez) o in una polifonia di voci e di temporalità aggrovigliate (Carlos Fuentes [3]). Chi ancora spiega l’immaginario tipico degli emigrati, in una situazione postcoloniale di melting pot culturale? Non un realista, ma un romanziere vicino a Joyce, non alieno dal fantastico, Salman Rushdie (4).

Chi ci mostra come taluni aspetti dell’universo comunista (il kitsch dell’apparato ufficiale, l’illusione lirica insistita, il culto dell’infanzia, la sorveglianza e l’indiscrezione generalizzata) si ritrovino anche nel mondo occidentale – là dove la tirannia dello spettacolo ha sostituito quella dell’ideologia? Un romanziere, Milan Kundera, per cui il romanzo ha una vocazione ben diversa da quella di offrire un quadro «realista» della società, ma è condannato a «inventare forme nuove»….

Non bisognerebbe neppure credere che, in questo campo, la coscienza progressista, illuminata, dell’autore sia una garanzia di validità del romanzo. È questo il paradosso: è stato un romanziere peruviano, considerato piuttosto di destra (o comunque paladino del liberismo economico a tutto spiano) ad offrirci il romanzo più vero e più profondo che ci sia sulla decomposizione di una dittatura latinoamericana (quello di Trujillo a San Domingo) (5). È noto, del resto, che le pagine più illuminanti mai scritte sulle giornate rivoluzionarie del 1848 a Parigi si trovano in un romanzo (L’educazione sentimentale di Gustave Flaubert) dalla penna non esattamente «democratica»…

Insomma, la funzione di conoscenza tipica del romanzo e lo sguardo militante non devono necessariamente coincidere. Nulla potrebbe essere più emblematico a questo riguardo, dell’esempio di Ernest Hemingway, del suo impegno (personale e militare) nella guerra civile spagnola.

Egli scelse il suo campo senza alcuna incertezza, accettando la disciplina (e il manicheismo) che richiedeva l’efficacia della lotta. Ma, anni dopo, allorché volle trarre un romanzo da quell’esperienza – Per chi suona la campana – lo fece abbandonando ogni forma di manicheismo, rifuggendo dal «discorso a tesi», sottolineando zone di incertezza, di ambiguità, non risparmiando nulla alla gente del suo stesso campo (le pagine terribili sulle crudeltà e le efferatezze commesse dagli anarchici, o sulla paranoia omicida dei dirigenti staliniani). Perché il suo scopo, ancora una volta, non era quello di ridurre la guerra di Spagna a un racconto edificante, bensì di farci cogliere, dall’interno, come era stata vissuta da tanta gente nel corpo e nell’anima – quello che nessuna cronaca storica, nessun discorso militare è in grado di darci.

Non bisognerebbe neppure dimenticare che il romanzo, nel senso moderno del termine, è nato da una rottura netta con l’epopea: sia in Rabelais, che fa la parodia e la caricatura del genere epico, e lo distrugge ridendo dall’interno (l’episodio delle guerre picrocoline) che in Cervantes, che pone ironicamente a confronto il genere cavalleresco (divenuto ridicolo, allucinato) con la banalità del reale. Orbene, tutto succede come se questo scontro tra lo spirito dell’epopea (incentrata sulle eroiche gesta e l’esaltazione di valori collettivi), e lo spirito del romanzo (dissacrante, disidealizzante) dovesse, in un certo senso, ricominciare di continuo; come se lo si vedesse ripetersi e riattivarsi in tutto l’arco della storia del romanzo. È quello che oppone, per esempio, a proposito delle guerre del secolo scorso, le visioni epiche (da André Malraux a Ernst Jünger) a quelle rigorosamente romanzesche, antiepiche (da Hemingway a Claude Simon).

E veniva fatto di pensare a tutto questo, leggendo il racconto che Olivier Rolin ha appena dedicato all’avventura maoista, in Francia, all’inizio degli anni ’70, con il suo miscuglio di idealismo, di esasperazioni, di follia, di generosità, di cecità, di romanticismo, di volontà, di purezza, di grottesco, di intelligenza e di totale idiozia. Orbene, leggendo questo libro (6) non si può evitare di sentirsi assalire progressivamente dall’impressione che Rolin non si spinga abbastanza oltre; che, per trattare un fenomeno così contraddittorio ed eccessivo, avrebbe dovuto essere contemporaneamente molto più «dostoievskiano» (nell’esplorazione del substrato soggettivo, irrazionale, di tanto fanatismo politico) e molto più «rabelesiano» (nell’evocazione di quei momenti in cui l’eroismo sconfina nella farsa) – in breve, molto più romanziere. Fino al momento in cui si finisce per capire che cosa ostacoli Rolin, che cosa gli impedisca di raggiungere la dimensione del romanzo: una incessante nostalgia, appunto, dell’epopea, esplicitamente rivendicata (non è un caso se l’unico «eroe positivo» citato è André Malraux) e che evidentemente gli ha impedito di scrivere il vero romanzo che l’argomento avrebbe meritato.

Continuando il discorso: non esiste sicuramente libro migliore, per farci cogliere la zona d’ombra degli Stati uniti, dell’ultimo romanzo di Philip Roth, La macchia umana (7). Non è trascurabile, anche in questo caso, il fatto che Roth non sia uno scrittore «realista», bensì il virtuoso degli incastri, dei racconti contraddittori, delle voci narrative pluraliste e incompatibili, di uno spostamento continuo dei limiti tra finzione e realtà, di narrative in cui la «verità» ci sfugge continuamente (8).
La trama del romanzo è ben nota: per un banale malinteso, un professore universitario viene accusato di aver fatto discorsi razzisti, è spinto a dare le dimissioni, e sembra seguire soggettivamente il degrado che gli è stato imposto; l’inchiesta, condotta dal narratore, che scopre, a poco a poco (viene da pensare a Faulkner) un passato inconfessabile, un pesante segreto accuratamente dissimulato (la negazione delle origini nere del professore); la resa, soprattutto il monologo interiore dei personaggi legati al dramma: Faunia, l’amante dell’insegnante caduto in disgrazia, una domestica analfabeta, disillusa e nel contempo straripante di invincibile vitalità; Delphine, l’universitaria d’origine francese, temibile inquisitrice, paladina del politically correct, il cui accanimento a distruggere il collega nasconde, anche qui, meschini segreti di natura privata; Les, il reduce del Vietnam, traumatizzato per sempre dalla guerra, violento, razzista, con l’ossessione della vendetta e dell’omicidio (raramente la letteratura ci ha fatto penetrare così profondamente nel cervello di un fascista).

Il tour de force si trova nel modo in cui il moltiplicarsi delle voci, delle testimonianze, ben lungi dal fare chiarezza sulla situazione, non fa che rivelarne l’oscurità, la complessità sempre più grande.

Ma quello che è ancora più importante, certamente, consiste nello svelamento progressivo di questa ossessione di purezza o di purificazione che è, in fondo, il terreno comune dei razzisti e degli anti-razzisti, dell’estrema destra e della sinistra «radical chic» – qualcosa di simile al fondo mortifero di quello che si presenta come l’Impero del Bene, e che non si decide a vedere in se stesso la «parte maledetta» che lo divora…

Se vivranno un giorno degli storici che vorranno occuparsi delle condizioni mentali e ideologiche degli Stati uniti, alla vigilia di una guerra contro l’Iraq dalle conseguenze incalcolabili – si può scommettere che sarà un romanzo, più di qualsiasi altro discorso con pretese di «obiettività», a fornire il materiale più ricco di riflessione, esattamente come noi troviamo nella lettura di Musil la rappresentazione più lucida dell’impero austro-ungarico alla vigilia della prima guerra mondiale.

note:

(1) Il ciclo del «Mondo Reale»: Les Cloches de Bâle, Les Beaux Quartiers, Les Voyageurs de l’Impériale.

(2) Si legga in particolare, Gli anni della nostalgia, Garzanti, 1997.

(3) In particolare in La morte di Artemio Cruz, Il Saggiatore, 1997 e Orchidee al chiaro di luna, Costa&Nolan, 1997.

(4) Si legga, oltre a I Versetti satanici, L’ultimo sospiro del moro, e la splendida raccolta di racconti Est-Ovest tutti pubblicati da Mondadori.

(5) Mario Vargas Llosa, La festa del caprone, Einaudi, 2000.

(6) Olivier Rolin, Tigre en papier, Seuil, Parigi, 2002.

(7) Einaudi, 2001.

(8) Fino a toccare il culmine ne Ho sposato un comunista e Operazione Shylock, entrambi pubblicati da Einaudi.
(Traduzione di R. I.)
a

saggio sulla lucidita’. il comunismo bianco di Saramago – di luca f.

ne discutiamo giovedì sera, 21 aprile, alle 21.00 in biblioteca

Nonostante la conclusione cupa, nonostante o forse a causa della irriformabilità del potere che permea ogni riga dell’ultimo romanzo di Saramago, confesso di averlo letto come una grande iniezione di speranza, come un romanzo politico nel senso più alto e vero del termine. Saramago si riallaccia al bianco abbagliante del Saggio sulla cecità per darci, di quel bianco, una visione diversa e complementare: il bianco è ora quello di una grande illuminazione collettiva, il bianco è la scelta, pacifica, ferma, disperata, di opporre ai riti di una democrazia svuotata e violenta una protesta silenziosa, insieme aperta e cospiratoria.

L’immensa maggioranza della popolazione che decide di votare scheda bianca, e così facendo mette in crisi la parvenza di legittimità su cui si basa il governo e incorre nella sua repressione violenta, non rappresenta solo una metafora, ma in qualche modo un vero e proprio programma politico, fondato sul ritiro del consenso, sull’utilizzo degli strumenti di dominio per ritorcerli contro il domino stesso.

Questa è la prima faccia del comunismo bianco di Saramago (ed è una faccia che abbatte di colpo le barriere che il Novecento ha posto tra il comunismo e l’anarchismo, ritornando alla loro comune origine utopica). La seconda è quella che più infonde speranza: la grande capacità di autogoverno, la maturità politica, anche qui dobbiamo usare questa parola, della cittadinanza, della moltitudine indistinta. La grande fraternità che spezza uno dopo l’altro i logori disegni del potere, la capacità di convinzione e di attrazione (per “generazione spontanea”) che una protesta senza proclami e senza bandiere incontra, tanto da far breccia in tutte le persone (comprese il sindaco e il commissario) che non abbiano del tutto rinnegato la propria anima.

In questo senso continuo a ritenere più ottimistico il messaggio di questo romanzo rispetto a Cecità: perché se là la luce si riaccendeva solo grazie a una persona straor­di­naria, la moglie del medico, ora questa luce riverbera di bianco un’intera città, che dimostra di poter fare a meno del potere e del suo cinismo. È vero che la brusca e tombale conclusione riporta letteralmente al buio la città, e non a caso l’ultimo dialogo è un dialogo tra ciechi (come se chiudendosi gli occhi di quella donna, l’unica che non era stata mai cieca, si togliesse la possibilità della luce per tutti).

Ma non basta, questa tremenda conclusione, in cui ancora una volta il potere dello status quo dimostra la sua cecità omicida, a cancellare tutte le pagine precedenti.

Non basta ad annullare il coraggio del commissario e della donna, a revocare il gesto, che si intravede continuamente sullo sfondo, di tanti altri uomini, che sono insieme “tranquilli” e “preoccupati”, che continuano con semplicità e ostinazione la loro battaglia quotidiana, anche quando si vedono perduti, che si passano l’un l’altro le fotocopie dell’articolo censurato, che accolgono i disertori che tornano, che seppelliscono i loro morti, che aprono un libro quando si siedono su una panchina, che amano i sogni diurni e temono quelli notturni.

E’ a favore della loro tranquilla e cosciente disperazione che, ancora una volta, ci è data la speranza.

a proposito di saramago e di molto altro – da vera

una riflessione su ciò di cui discuteremo giovedi’ (saramago)-

questa lettura e’ un buon spunto di riflessione su ciò che eravamo e su quello
che dovremmo essere.
E’ la prolusione di Mario Tronti in occasione dei 90 anni di Pietro Ingrao

L’eta’ dei patriarchi

Ultima modifica: venerdì 1 aprile 2005

La prolusione di Mario Tronti letta il 31 marzo 2005 alla presenza del presidente della Repubblica Ciampi e della Camera Casini in occasione della celebrazione per i novant’anni di Pietro Ingrao. “Anche se Ingrao resiste al compito di vestire i panni biblici del patriarca. Potrebbe prestarsi ad essere agevolmente il patriarca della sinistra. Ma sappiamo quanto questo sia contrario alla sua indole”.

Mario Tronti

Una citazione di due autori che so per certo non graditi a Pietro Ingrao.

Ma so anche di certo che per lui non sarà un problema, conoscendo non tanto la sua tolleranza, quanto il suo gusto per il diverso e per il contrario. Jünger scrisse un biglietto di auguri a Schmitt per il suo novantesimo compleanno. E Schmitt rispose con un altro biglietto: “la vecchiaia è finita; adesso comincia l’età dei patriarchi”.

E’ bello poter dire in vita: la vecchiaia è finita. Si può veramente, finalmente, coltivare quella che Goethe anziano chiamava “la cara dolce abitudine di vivere”. Anche se Ingrao resiste al compito di vestire i panni biblici del patriarca. Potrebbe prestarsi ad essere agevolmente il patriarca della sinistra. Ma sappiamo quanto questo sia contrario alla sua indole. Alcune sue scelte recenti – una soprattutto – hanno voluto sottolineare la sua appartenenza di campo e, per utilizzare una formula ormai per il troppo uso diventata banale, un’appartenenza di campo senza se e senza ma.

Mi colpì una frase della sua amatissima moglie Laura, pronunciata qualche tempo prima della scomparsa: dovevamo diventare vecchi per ritrovarci ad essere dei senza partito. Non c’è pensiero che meglio definisca la “Stimmung”, diciamo così, il senso e il tono, di questo estremo lembo dell’impegno pubblico di Ingrao.

Non voglio ripercorrere qui le fasi del suo percorso politico. Né voglio farne una biografia per consegnarlo al passato. Stiamo trasformando il Crs, questa sua creatura, inaugurato nel 1972 da un altro Presidente, Umberto Terracini, in Fondazione, raccogliendo qui l’Archivio Ingrao. Abbiamo in programma una giornata di studio, per approfondire, con il contributo di storici, di politologi, di critici, i passaggi della sua presenza nella vita politica, istituzionale, culturale del paese.

Sì, anche culturale, perché un punto determinante da tenere a mente per ricostruire la personalità di Ingrao è questo: che in lui la vocazione intellettuale precede quella politica. Solo questo spiega la sua attenzione agli strumenti del linguaggio, non in quanto comunicazione, secondo la deriva a cui è oggi sottoposta e subordinata la parola umana, ma in quanto espressione: dire di sé e del mondo l’essenziale, il significato e il valore di ciò che veramente è.

Di qui la curiosità per gli strumenti nuovi del linguaggio: il cinema, questa passione giovanile, rimasta nel tempo,il cinema come forma espressiva del Novecento, l’immagine del mondo per il secolo. E poi…, quella voce della maturità che è la poesia. Ingrao poeta non è un particolare della sua persona; non è un accessorio da aggiungere al resto. La poesia è costruzione di sé, momento e processo di autoconsapevolezza, memoria del passato e etica del presente.

Ieri sera, nella serata popolare in suo onore,ci ha parlato del dissidio che sente in sé, tra il limite della politica e lo “smisurato” dell’umano.Qualcosa che nemmeno si può dire per intero.“L’indicibile dei vinti, il dubbio dei vincitori”e quel grido: “Leva in alto la sconfitta”,

furono, a metà degli anni ottanta il presagio di ciò che stava per accadere.Del resto, ci sono dei titoli dei suoi libri: “Masse e potere”, in mezzo agli anni settanta,”Tradizione e progetto”, all’inizio degli anni ottanta, “Le cose impossibili”, all’inizio degli anni Novanta, che perfettamente aderiscono al tempo storico che li suggeriva.

Ingrao ha riconosciuto il suo secolo, lo ha vissuto, con “l’alta febbre del fare”, e quindi, in questi ultimi anni lo ha giudicato. Un giudizio severo, a mio parere, anche troppo severo, soprattutto quando ha coinvolto la sua stessa persona, le sue scelte e prese di posizione su eventi, che è più facile riguardare oggi di quanto non fosse allora, quando si stava nel “gorgo”, per usare una parola cara a Pietro.

Questo suo andare oggi elencando puntigliosamente gli errori di allora è umanamente molto bello, ma, vorrei dirgli con affetto,sembra a molti di noi anche eccessivamente autocritico.

Ci allontaniamo dal “nostro” secolo e forse sta maturando il momento di uno sguardo più equanime. Il Novecento è stato, sì, tragedia e violenza, ma è stato anche emancipazione, liberazione, conquiste. Il negativo delle guerre è vissuto accanto al positivo delle lotte. Intreccio, appunto, tragico tra disumani esperimenti riusciti e grandiosi tentativi falliti. Male assoluto e male necessario: questa dialettica è ancora da sciogliere ed è tremendamente complicato scioglierla. Profetiche rimangono le parole di Max Weber, pronunciate appena dopo la fine della prima grande guerra: “Non è vero che soltanto il bene possa derivare dal bene e il male dal male, bensì molto spesso il contrario. Chi non lo capisce, in politica non è che un fanciullo”.

A malo bonum: questo segno agostiniano è alla base della giusta volontà politica; dal peccato la grazia, dalla caduta la libertà del cristiano. Non è nella contrapposizione tra male e bene, ma nell’intreccio tra l’uno e l’altro che deve districarsi e motivarsi la buona politica.

Non è esattamente questo l’orizzonte dell’agire pubblico ingraiano,

piuttosto quell’altro, più che alternativo, direi, complementare

rispetto a questo: i popoli in movimento, le masse protagoniste, la storia vista e agita dal basso, il potere partecipato, quelle cose che hanno fatto di Ingrao, prima durante e dopo la sua Presidenza della Camera, il campione di quella che una volta si chiamava la “centralità del Parlamento”,

e cioè il primato della rappresentanza sulla decisione,

appunto della partecipazione democratica sulla concentrazione del potere;

Ricordo che una volta lo trascinammo, per un convegno dell’Istituto Gramsci veneto, a un confronto con Gianfranco Miglio:uno scontro di civiltà!, sia pure nell’agreement tra gentiluomini.

Il modello Westminster non è stato mai nelle grazie di Ingrao.

C’è una figura che mi piace accostare ad Ingrao, è quella di Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’Onu tra il 1953 e il 1961. Un Quaderno della rivista “Servitium”, quella di Padre Turoldo, lo ha recentemente inserito in una galleria dedicata ai Mistici d’oggi, accanto a Giovanni Vannucci, Edith Stein, Benedetto Calati, Teilhard de Chardin, Cristina Campo. Hammarskjöld aveva fatto predisporre all’ingresso del palazzo dell’Onu una “stanza di raccoglimento” – la chiamava così – dove, tra un incontro e l’altro, si ritirava a meditare e a contemplare. E invitava gli altri a fare la stessa cosa prima degli incontri. E’ lui che ha detto quella frase splendida: “merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto”.

C’è un piccolo video, amatoriale, di appena qualche anno fa, che ritrae Pietro Ingrao, con gli occhi lucidi, mano nella mano, con il vecchio monaco camaldolese, impedito nella parola e alla vigilia della morte, Benedetto Calati, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, persona di grande carisma spirituale.A vederli, veniva da pensare: ecco, due fratelli e compagni.

Confesso che non mi ha mai scandalizzato la pur rozza definizione del comunismo come una chiesa.

In parte lo era. Perché era un orizzonte di fede per milioni e milioni di uomini e di donne “semplici”, come si chiamavano allora – e di speranza per chi non aveva da perdere altro che le proprie catene, e in un certo senso anche di carità, che si esprimeva nella pratica della solidarietà.

C’era quell’idea-forza, passata non a caso nelle canzoni proletarie, che nominava il “riscatto del lavoro”. Il comunismo, non quello dello Stato ma quello del popolo, è stato una forma di attesa, della venuta di qualcosa se non di qualcuno, qualcosa che non era di questo mondo, ma di un altro, da venire. L’”avvenire” , l’Avvento, “cieli nuovi e terre nuove”, è parola comune al cristianesimo e al comunismo.

La secolarizzazione è cosa bella e buona, ma va presa con saggia misura.Essa contiene dentro di sé, come pericolo, la volgarizzazione dell’esistenza. Tutto ciò che laicamente passa per le compatibilità di sistema, va poi ad alimentare quel vizio pubblico, oggi deflagrante, che è la “servitù volontaria”.

Quello scrittore pessimista e al fondo nichilista che è Cioran ci ha ammonito: attenzione!, la morte del sacro ha come conseguenza non che non si crede più a niente, ma che si crede a tutto.

Le fedi non vanno soppresse, vanno civilizzate, umanizzate, tolte all’uso che ne possono fare i potenti,e riconsegnate ai bisogni degli umili.

Un’altra figura con cui Ingrao è entrato in sintonia negli ultimi anni è quella di Giuseppe Dossetti, questo monaco politico, – penso che si possa dire così, anche così, per definirlo, almeno nell’ultima parte della sua vita. Li ha accomunati la difesa di quel bene pubblico primario che è la lettera e lo spirito della Costituzione. Anche se il loro “patriottismo costituzionale” – al contrario di quanto si pensa – mai si è presentato come conservazione, sempre anche come innovazione. Li ha accomunati poi anche la passione per la pace,il ripudio costituzionale della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali quell’art. 11, che è diventato un po’ l’assillo del vecchio Ingrao.

Ma c’è qualcosa di più profondo che accosta le due personalità. Il loro essere, nei diversi campi di appartenenza, non eretici, piuttosto, direi, eterodossi.E’ importante questa differenza. Eretico è chi rompe con il proprio mondo e vi si contrappone. Non ortodosso, o altro da ortodosso, è chi sceglie di restare dentro in posizione critica. In questo caso, si paga un prezzo, appunto, alla propria chiesa,

ma si rimane in contatto con le forze che essa organizza, lievito per una trasformazione interna di essa.

Ingrao è stato interprete e rappresentante di una forma inedita di “critica” dentro la pur pesante ortodossia marxista. Nella storia teorica del movimento operaio il revisionismo ha avuto sempre un’etichetta di destra. Quello di Ingrao è stato, ha voluto essere, un revisionismo di sinistra. Al di là dei contenuti e degli approdi, questa è fondamentalmente la forma di eredità che ci lascia. Bisogna dire che non sempre questo punto è stato tenuto fermo,in quella folla di figure che si sono dette, senza il consenso di Ingrao,”ingraiani”.

Due sono le parole-chiave che – per sua espressa confessione – definiscono la persona di Ingrao:

il dubbio e l’organizzazione. Il dubbio come atteggiamento critico nei confronti della realtà e di se stessi. Pensiero antidogmatico e conseguentemente comportamenti autonomi. Libertà di essere, di conoscere, di dialogare e di fare.

E organizzazione come politica collettiva strutturata, preparata e guidata.Politica come fare insieme

E non come la propria faccia su un manifesto. Bisogno umano di partito. Dovremmo interrogarci tutti su che cosa abbiamo fatto per aver reso questa parola, a livello di senso comune, oggi, così dispregiativa. Il disprezzo per la parola “partito” trascina con sé il disprezzo per la parola “politica”.

Ecco. Uomini come Pietro Ingrao sono la confutazione in vita di un così diffuso pregiudizio negativo. La politica come “scelta di vita” – un’espressione che fu di Giorgio Amendola – il partito, come comunità, non di destino,ma di volontà e di decisione, volontà e decisione collettive, quel noi che è più che io,oggi così fuori di moda: questa è la misura umana che per l’occasione qui festeggiamo.

Ingrao appartiene a quella straordinaria generazione di uomini e di donne “gettata”, uso consapevolmente questo concetto della filosofia dell’esistenza – gettata nella politica dalla grande storia. La crisi del fascismo, la lotta contro il fascismo, la seconda grande guerra, la Resistenza, ancora la Costituzione: questo c’era, intorno, negli anni di formazione.

E poi, l’esperienza di costruzione di quella “giraffa” togliattiana,questo animale strano, che era il “partito nuovo”,non più di quadri ma di massa, popolare alla base e centrale al vertice,che ha dato molte soddisfazioni e anche qualche sofferenza a Pietro Ingrao, e non solo a lui.

Signor Presidente, perdoni il piccolo atto d’orgoglio contenuto nel passaggio che adesso farò, a conclusione di questo discorso. Ho riflettuto se non fosse di cattivo gusto evocare qui questo motivo, con il rischio di urtare qualche altra sensibilità. So bene che fu un’intera classe politica, trasversale, ad assolvere questo ruolo fondatore. Ne ho concluso che, stante la tonalità delle cose dette fin qui, il passaggio non poteva mancare.

Insomma. Montanelli ha detto una volta che,nella deprecata prima Repubblica, e io andrei più in là, allungherei il tiro, forse nella non esaltante storia italiana unitaria, non c’era stato ceto politico migliore di quello comunista. Ingrao è prima di tutto esponente di questo ceto.

Sulle radici di questo tronco, di questo ceppo,la pianta Ingrao allarga poi i suoi rami.

Ha avuto la fortuna che a noi è mancata,di qui tutte le nostre insufficienze:quella di prender parte da protagonisti all’età dei costruttori, costruttori insieme del Partito e della Repubblica.

Uomini di parte, con il senso dello Stato:una combinazione difficile, una sorta di stato d’eccezione permanente, che ti costringe a coltivare un quotidiano equilibrio. Per reggerla, ci voleva “Beruf”,weberianamente,professione e vocazione della e per la politica,etica della convinzione più etica della responsabilità,e, gramscianamente,buona cultura, molta buona cultura.

Radicare il partito nel Paese, contribuire a costruire la forma repubblicana dello Stato,

con la politica “fare società”, attraverso la politica produrre legame sociale, preparare, educare, organizzare, i lavoratori, operai, contadini, ceti medi vecchi e nuovi,ad essere, a diventare, forza politica democratica di governo.

Un’impresa interrotta.Ci guardiamo intorno, curiosi, a volte smarriti,a cercare di capire chi può riprendere,chi può riafferrare con le proprie mani,innovandola, ammodernandola, aggiornandola a tempi radicalmente mutati,questa impresa storica. Con chi altri, come e quando.

I novant’anni di Ingrao sono da vedere proiettati verso questa ricerca. Auguriamo a lui, e a noi, che possa dire presto: ecco, ho trovato da dove ripartire.