Con McCandless, into the wild
Gennaio 8, 2008 di theleeshore
Cerco di spiegarvi perché mi è piaciuto Into the wild di Jon Krakauer. Lo faccio a fatica, perché il rischio di banalizzare ciò che sto dicendo è altissimo e perché, in fondo, lo stesso libro racconta una storia diversa a ciascuno di noi. Sono le circostanze (quello che siamo in quel preciso momento della lettura) a renderlo così speciale quindi diciamo che ci provo, ma non è affatto detto che ci riesca.
Questo libro parla di una ricerca, della ricerca di sé. Come Zarathustra di Nietzsche o come padre Sergij di Tolstoij, McCandless - il protagonista del libro - abbandona tutto quello che ha (una vita agiata, una famiglia, un futuro promettente) e parte per un lungo viaggio, per trovarsi.
Leggendolo, io mi sono trovata di colpo in cima a una montagna. Questo libro mi ha costretto a sollevare la testa e a guardare l’orizzonte. La solitudine che induce è così piena, ricca, appagante che non ha bisogno di parole. E in questo silenzio, mi sono sentita una pianta in un bosco, ho sentito le radici affondare nella terra umida e il vento scorrere sulle foglie.
Ora, che manca un capitolo alla fine, mi attardo perché so che devo trovare la discesa a valle. McCandless non l’ha trovata, si è perso. Non è difficile capire perché. Da quassù la vertigine del vuoto è irresistibile.
Mi attardo perché devo abbandonare questo stato di autosufficienza perfetta (che è la massima hybris) - e infatti questo è anche un libro sull’orgoglio (McCandless pensa di poter sempre contare solo su se stesso) ma è anche un libro sull’abbandono. Il protagonista abbandona tutti quelli che ama, e tutti quelli che conosce nei suoi due ultimi anni di peregrinazioni (e più diventano intimi, più in fretta li deve lasciare). Come dire che la nostra capacità di amare è inversamente proporzionale al desiderio di possesso.
E’ ora di scendere, quindi. Ma vi lascio uno dei suoi consigli:
make each day a new horizon.


L'angolo del
Ho il libro di Krakauer qui sul comodino, fra qualche giorno comincerò a leggerlo.
Proverò a ritornare a lettura finita su quanto descritto da theleeshore: per ora mi limito a dire che la scelta dell’*autosufficienza perfetta* temo sia distruttiva, per sé e per gli altri, magari anche per coloro che si dice di *amare*.
Non riesco a pensare all’amore e in generale agli affetti come *abbandono*. La capacità di amare mi sembra sia lo *stare con* e non abbandonare. E lo stare con non è necessariamente possesso. Insomma, come dici, theleeshore, spero che il libro racconti veramente una storia diversa a ciascuno: spero che quella che racconterà a me sia una storia dove il ritrovarsi nel lungo viaggio preveda anche il ritorno, dove la vertigine del vuoto non attiri e dove il nuovo orizzonte di ogni giorno sia pieno di persone e di affetti.
Un abbraccio a tutti (spero di non aver banalizzato)
Ho letto il libro da poco, proprio per preparmi al film di Sean Penn che uscirà prossimamente (spero vivamente visto che film banali stan ancora dominando la scena ma lasciam perdere..)
Sono rimasto affascinato dalla storia di Chris, forse perchè amo il genere “viaggi e ricerca di se stessi” si potrebbe dire (d’altronde sono fan accanito di Kerouac.. Thoreau.. e compagnia bella..): la sperimentazione della vita sulla strada, nella natura, è qualcosa che mi affascina molto anche se vedo poche prospettive di realizzare questa aspirazione.
Certo, Krakauer non sarà propriamente un romanziere, ma ha saputo mettere insieme frammenti di diario, racconti, interviste alle persone che sono state in contatto con McCandless, anche esperienze proprie e diverse citazioni di Tolstoij, Thoreau, Joyce, in un libro che ti fa venir voglia di mollare tutto, radunare poche cose e partire per chissà dove.
Dita incrociate per il film.
beh, luiginter, prova a salire sulla montagna, e poi parleremo di quell’horror vacui (e quanto è potente, almeno per me). Luca, anch’io mi sono stupita della capacità di raccontare di Krakauer (non gli avevo dato molte possibilità all’inizio) e di come il viaggio di Chris diventi, giorno dopo giorno, reale, vicino, condiviso. Sulla pulsione di fuga, sono pienamente d’accordo. Nessun libro mi ha fatto sentire così libera. Come direbbe McCandless: hit the road!
Devo iniziare a leggerlo… se mi conosco un po’ mi piacerà parecchio e mi farà soffrire allo stesso modo… il coraggio per prendere su e andare non l’ho mai avuto finora…e se da un lato quanto raccontato nel libro potrà farmi sognare, dall’altro mi ricorderà ancora una volta quanto posso essere pusillanime… spero questa volta di trovare una risposta (che esagerazione!) o almeno un ispirazione sul da farsi…vivere sempre sull’uscio non fa bene allo spirito…o si resta in casa o si va fuori…bravo chi decide, ha tutta la mia ammirazione.
l’ho letto due/tre anni fa e poi riletto e poi riletto…quando era ancora in edizione piemme con copertina blu. ora dovrebbe essere uscito per corbaccio con nuova edizione. libro che tocca il cuore e la mente e come tutta la letteratura vera muove i pensieri e le azioni. cinematograficamente sembra lontanamente il grizzly man di Herzog, un libro waldeniano ed emersoniano fino al midollo.
qualcuno ha letto aria sottile di krakauer? l’ho sempre maneggiato ma non mi son mai deciso a prenderlo.
scusate (OT):
ma against the day di Pynchon quanto aspetta ad uscire?
Ruka, stare sull’uscio può essere molto bello. E’ che si tratta di fasi diverse: io avevo bisogno di andarmene. Magari, quando lo leggerai verrà voglia anche a te
Brico, sull’edizione italiana ne so poco. L’ho letto in inglese e lo consiglio a tutti (leggibilissimo)
Un’ultima cosa: in attesa del film di Sean Penn, come diceva Luca, vi consiglio la colonna sonora: è di Eddie Vedder (voce dei Pearl Jam) ed è strepitosa.
confermo sulla colonna sonora. Hard Sun a tutti.
io cerco di sapere almeno l’italiano.
Chris ha trovato il suo lago di Walden e non è più tornato.
ah ah ah giusto brico. Chris sapeva cosa stava facendo, non era un ingenuo e non aveva alcun proposito suicida. E’ che a volte non si ritrova la strada…
Io penso che McCandless sia un naive borioso (ha il tipico atteggiamento degli americani di buona famiglia) che pensa che l’uomo occidentale sia in grado di dominare la natura quando in realtà non sa manco distinguere le bacche avvelenate dalle more.
Su questo tema, consiglio a tutti la visione di un bellissimo film documentario di Herzog, “Grizzly Man”, tratto dal footage di un altro americano che cercava in Alaska “nuovi orizzonti”, e momenti di contatto con i grizzly. Inutile dire come finisce, potete immaginarlo
Questo libro, letto 3 anni fa, prima che si parlasse ancora del film di Sean Penn, mi è sembrato divertente, ma nulla più.
Non è mi neanche piaciuto tanto che l’autore passi la maggior parte del libro a parlare di se stesso (in fondo tutta la storia di McCandless era già entrata in un articolo da 2 pagine e non sapeva bene come allungare il brodo) ho invece apprezzato che critichi la “leggerezza” con cui il protagonista affronta il suo viaggio, verso una natura che nella sua testa era selvaggia, ma che poi di fatto non esiste più (infatti il genio in Messico finisce nei canali di scolo cercando fiumi incontaminati).
Una storia di ricerca di sé? Forse, ma per bambini viziati.
Si beh, come si è discusso anche all’interno del libro sulle varie critiche di naturalisti ed esploratori esperti, forse Chris ha sottovalutato troppo le difficoltà della vita in quella natura selvaggia manifestando un pò di ingenuità (anche se nel libro si parla della sua morte per ignoranza un pò più comprensibile che non nella distinzione di bacche avvelenate da more).
Quello che mi colpisce è la forza d’animo che ha trovato (insieme a tanti altri personaggi in altri libri) per mollare ogni comodità, la prospettiva di una vita di successo, perfino in un certo senso l’amore, per esplorare un lato dell’anima che trova radici profonde nel modo in cui vivevamo migliaia di anni fa.. un contatto con la natura, un abbandono dalla modernità che ormai ci culla troppo e forse spiega perchè l’uomo occidentale non è più abituato alla crudeltà del “selvaggio”.
Sta di fatto che essere nella natura nel ‘92 non è come esserlo anni prima, chiaro.
Caro Luca, io non ci vedo nulla di “forte” nel suo mollare tutto. Insomma solo chi non ha mai avuto nulla si attacca alle cose, se nasci ricco, vivi ricco e sai che comunque vada se cambi idea mamma e papà saranno sempre li ad aspettarti nella tua villona, non ci vuole molto a dire: ciao io vado e non so se torno.
E’ chiaro che lui era diverso dai suoi compagni di università, e se non altro aveva la curiosità. Ma era anche uno in conflitto con una figura paterna forte e autoritaria e la sua avventura sa tanto di fuga dalla famiglia.
Anche io ho trovato bella la voglia del contatto con la natura, ma McCandless - stando al libro - si getta in questa impresa in modo naive più che coraggioso, svampito più che forte, casuale più che idealista.
Immagino poi che ognuno ci veda un po’ quello che vuole. In fondo questo libro riporta per lo più un fatto di cronaca.
grazie per aiuto che mi avete dato ed in oltre complimenti per il sito
Mi avete convinto (come per altri dieci che mi attendono a casa).

Trovata l’ultima copia da Shakespeare&Co, in rue de la Bûcherie, partirò finita la ragazza dello sputnik di murakami.
Fubar/08.01.11
Sei in terra francese, fubar? Ottima scelta comunque. Spero che, come per Cime tempestose, non te ne pentirai (e come allora mi troverai qui a parlarne se vorrai). buon rientro, dunque.
Sappiate sono un po’ perplesso. Rispondo, infatti, solo per l’affetto verso theleeshore che tanti bei suggerimenti mi ha regalato nell’ultimo anno. Il libro non mi è proprio piaciuto. Mi ha annoiato lo stile dello scrittore ed ancora di più il contenuto -aka le (dis)avventure del giovane McCandless-. Non ho provato alcuna emozione se non il forte desiderio di arrivare all’ultima pagina per scoprire -inutilmente- che vi sarebbe stato un colpo di scena. Niente. Alcun desiderio di avventura, di libertà, di amore o di odio..nulla. A margine giusto un appunto al bellissimo brano introduttivo del 15° capitolo ( tratto da The Dead Father di Donald Barthelme) e sulla esposizione del rito di passaggio dalla gioventù all’età adulta (un paragrafetto di dieci righe a metà del capitolo 17°).
Forse, come scrive in origine theleeshore (”Lo stesso libro racconta una storia diversa a ciascuno di noi. Sono le circostanze (quello che siamo in quel preciso momento della lettura) a renderlo etc”), non era il mio momento. Non v’è stata empatia. Sono, forse, alla ricerca di altro che di sogni o di libertà o di solitudine immensa o di selvatico. Eppure questa settimana mi sono cimentato anche con Murakami, Mishima, Soseki e Pérez-Reverte: scrittori che proprio concreti non possono definirsi.
Ho lasciato un commento un po’ stupido; me ne rammarico. Ho perfino ceduto il libro in prestito ad un amico nella speranza ch’egli ne colga valori e sensazioni più simili a quelle descritte in questo post e me li trasmetta in una accesa discussione.
Boh!
Però, a volte, è bello anche riscoprire che qualcosa non piace. Mi fa sentire ancora dotato di spirito critico, di spina dorsale [urca! 'sta frase non fatela leggere ad uno psichiatra! ;-)], di senso sbarazzino…o, magari, è soltanto il rimbambimento dell’età
Vostro affezionato,
Fubar/08-01-18th
Fubar, sono io che mi scuso per averti dato un consiglio fuorviante! Ma appunto, l’avevo premesso: questo libro ha detto qualcosa a me, a un altro può apparire brutto, banale, insignificante e chissà che altro. Però l’importante è riuscire a parlarne sinceramente, a questo servono le relazioni con gli altri esseri umani e a questo serve un gruppo di lettura no? Alla prossima quindi
cari ragazzi, ho vissuto da giovanissimo un’avventura simile, nei lontani stati uniti, ora sono padre di un ragazzo che ha già cominciato ad esplorare il mondo, alla sua maniera perchè ovviamente è sempre diverso e sempre uguale come la vita ci si presenta davanti, il film mi ha commosso talmente che stento a parlarne, non ho letto il libro, ho letto i libri che nel la storia sono citati…trovo la storia di alex toccante e immensamente piena di rimandi e contenuti.. tante cose ho sbagliato nella mia vita, ma quello che mi ha dato il viaggiare in quel modo e la ricerca di una umanità vera è impagabile.
un abbraccio a tutti
lino
Lino, io ovviamente sono completamente d’accordo
Ho trovato il film strepitoso, e avendo letto il libro è stato come ripercorrere tutto il viaggio con gli occhi di McCandless.
Il libro, se ti è piaciuto il film, devi assolutamente leggerlo,
tanto più se conosci gli autori a cui si rifà Chris.
E a proposito di coincidenze e rimandi (quelli di McCandless e quelli in cui incappiamo continuamente) oggi ero in libreria e stavo sfogliando un libro sulla meditazione: l’ho aperto e la prima cosa che ho letto era una citazione di Thoreau. Allora mi sono detta che i libri che amiamo parlano sempre di altri libri che ci piaceranno e che le persone che ci piacciono arrivano spesso alle stesse conclusioni (anche se per vie diverse). Si continuano a incontrare, insomma, come i libri si chiamano l’un l’altro con richiami invisibili.
Quanto alle esperienze di viaggio (e alla scoperta che ne consegue di uno sguardo diverso sul mondo), una delle cose che ho apprezzato di più (di nuovo nel libro e nel film) è stata la capacità del protagonista di emozionarsi per certi dettagli, piccole cose che rendono grande una giornata.
Se fosse una partitura musicale, la vita di McCandless sarebbe l’inno alla gioia di Beethoven. E se è morto è solo perché aveva troppa voglia di vivere.
Per tutti gli altri che non hanno visto il film vi lascio il commento di Nepoti oggi su Repubblica:
Grazie ai tipi come Eastwood o Paul Haggins e ora Sean Penn (che del vecchio Clint è un dotato discepolo), stiamo assistendo alla rinascita del grande cinema “classico” americano.
ieri sera ho visto il film. ora dico una banalita’. chi ha mai pensato di mollare tutto e partire all’avventura ?? tutti !!! ma sono pochi, molto pochi che riescono a farlo. e come vengono giudicati ?? pazzi , irresponsabili ed egoisti ! ora comprero’ il libro. la solitudine e’ vista in un’altro lato della vita in questo film. ci sono scene di solitudine che mia hanno angosciato !! il messaggio che ho ricevuto da questa storia e’ l’ottimismo verso il prossimo e che una moderata solitudine puo’ fare bene. ma di una cosa sono sicuro ; NON SI PUO’ STARE SOLI PER TANTO TEMPO. CIAO GIUSEPPE (uno che soffre di solitudine )
Beh diciamo che nel film sono rappresentati due tipi di solitudini: una è distruttiva (ed è quella di cui parli tu, che indubbiamente c’è), una invece è costruttiva (ed è quella di cui parlo io nel post). Ricordi in quante scene McCandless sta leggendo in uno scenario mozzafiato e in completa solitudine? La natura lì lo avvolge come un abbraccio (e a questo mi riferivo quando parlavo di autosufficienza).
Però hai ragione a dire che non si può stare soli per molto tempo, bisogna stare soli il tempo sufficiente per capire che abbiamo bisogno degli altri esseri umani. O almeno di quelli che possono definirsi tali.
Se non bastasse il fatto che il film è portatore malato di tutto il retaggio romantico dell’ottocento (l’uomo da solo contro tutti e contro la società, non ha importanza se come alleato si sceglie la natura e/o una ego smisurata), per me è stato anche soporifero (avevo una gran voglia di dormire al cinema).
Trama e dinamiche banali e prevedibili. Certo è che Sean Penn non è nuovo a queste ribellioni ottocentesche sterili e di fiato corto, seguendo un filone celebrato (certe volte con più profondità), da tanti anche nel 900, molto prima di lui.
Mark, tutto può essere stereotipato e la novità per me non è mai un criterio di selezione. A volte l’indice del valore di una cosa consiste proprio nel fatto che venga da lontano. E che forse ci siamo scordati.
In un certo senso tutto è già stato detto ma proprio per questo deve essere sempre ripetuto di nuovo.
Forse che raccontando la storia di padre Sergj Tolstoj ha scoperto il misticismo? O il Bartleby di Melville ha inventato l’enigmatica solitudine dell’individuo?
Non è su questa strada (a mio parere) che si incontra Into the wild. Ma chiedendosi perché proprio ora in quest’epoca assetata di futuro qualcuno ha deciso di spogliarsi di tutto e arrivare al nocciolo. E’ qualcosa fin troppo facile da capire ma che è invece incommensurabilmente arduo intraprendere.
Let me see you stripped down to the bone, direbbero i Depeche Mode.
theleeshore, a dire verità mi è dispiaciuto trovarmi in disaccordo con te sul film ma forse è attraverso il dibattito che si arriva prima alla verità su un opera.
Nel film quello che mi disturba non è lo stereotipo,ma l’abbraccio senza remore della maniera di sentirsi tipicamente romantico. Che secondo me falsifica la realtà, mettendo in opposizione l’io “gonfiato” dell’autore con tutti e con la società. La falsifica non perché racconta tale opposizione, ma per come la racconta: la prospettiva è quella del “io sono migliore e io conosco la Via” o se vuoi “voi non riuscite a capirmi e a capire l’Idea”. Prospettiva abbracciata senza occhio critico da Sean Penn (e scommetto anche da Krakauer).
Padre Sergej è un capolavoro, ma secondo me è tale perché in nessun istante Tolstoj abbandona la lucidità ed il realismo mentre racconta il suo personaggio. Non c’è niente di romantico in “Padre Sergej”.
D’accordissimo sul dibattito, Mark
e capisco anche la tua irritazione riguardo a Sean Penn (che pure io adoro) ma che so come possa apparire snob e sempre molto, molto sicuro di sé. D’accordo anche su padre Sergij, ovviamente.
Però ti invito (e qui ti sbagli su Krakauer) a leggere il libro. Intendiamoci: può assolutamente darsi che non ti piaccia ma non è mai retorico. Anzi, in questo senso, è proprio un anti-libro: pezzi di interviste, capitoli autobiografici, stralci di articoli dove McCandless viene dipinto da tante persone come un idiota megalomane. Il ritmo viene spezzato continuamente e nessuna enfasi, credimi. E sai cosa? Più leggevo, più questa narrazione così asciutta e asettica mi prendeva… insomma, prova… Che ti costa, al limite ribadirai quello che hai già detto. Io tanto qui sulla montagna ci sto benissimo, ti aspetto…
theleeshore, cercherò di leggere il libro.
Piccola precisazione su Sean Penn: più che snob e sicuro di sé a me sembra da tempo un adolescente annoiato e ribelle.
Chiaramente un film sull’autodistruzione dell’essere umano e sintomatico di una generazione debole e senza speranza. Ciò che traspare in maniera lampante dalla pellicola, è la trasposizione reale di un giovane solo, problematico, che vaga “nelle Selvagge” in maniera suicida e autolesionistica.
Ciò che più mi colpisce, che nessuno in questo blog parli mai dell’aspetto psicologico del “McCandless” e di quanto la sua scelta sia libera o influenzata da una psiche compromessa.
Ritengo che ognuno di noi possieda il libero arbitrio, ma l’utitlizzo dello stesso per essere tale implica la libertà del “volere” e nel caso di specie, la prospettazione dell’evento “morte”.
Il protagonista del film non sembra possedere una lucidità per qualunque tipo di scelta, nè la consapevolezza dell’evento “morte”, avendo dimenticato anche il mero istinto di sopravvivenza.
L’infelicità del protagonista traspare per tutto il film ed è raccolta dalle comparse umane che si frappongono nel cosiddetto “viaggio ignoto”, tanto che tutti cercano di aiutarlo e di aprirgli gli occhi, ma la sua tristezza è così grande che rifiuta ogni forma di affetto, nè si rammarica per la perdita degli stessi.
In buona sostanza “l’immaturo giovane” si comporta, pensa, agisce in maniera avulsa dalla realtà avendo evidentemente perso qualsivoglia forma di coscienza che lo renda più simile al genere umano che a quello animale.
Considerato che la rappresentazione in versione cinematografica e nello scritto, viene tratta da una storia vera, ho provato nella visione del film un senso di angoscia e al contempo di tenerezza per questo ragazzo solo ed evidentemente compromesso a livello psichico.
A mio modesto parere, considero la “pazzia” di quanti ergono un ragazzo solitario a baluardo della libertà e della forza umana.
Nel contempo, ho una grande stima per il regista che in uno scenario di fotografia spettacolare e colonne sonore suggestive, è riuscito brillantemente ad elevare un ragazzo suicida a simbolo di speranza e di emulazione.
Veramente geniale Sean Penn, che è riuscito ad accattivarsi il consenso di quanti sono speranzosi di un cambiamento radicale della propria esistenza.
brava theleeshore, hai descritto bene
grazie a te per la condivisione, per quello ho scritto il post

Vorrei aggiungermi ai vostri commenti: innanzitutto è raro come un film sia così fedele al libro. Credo che criss non sia mosso dalla repulsione al suo stato di benessere, infondo anche molti di noi poveri proletari d’italia viviamo in una realtà cotonata e apparante (sazia e disperata) rispetto ai veri bisogni dell’essere umano. Ammiro questo ragazzo perchè ha avuto il coraggio (e quella follia che da vigore alla vita) di fare quello che in fondo molti vorremmo sperimentare.
Più che la sua morte sciocca (ben peggiore vivere scioccamente) non ho condiviso in questo ragazzo l’assoluta noncuranza almeno nei confronti della madre.
Concordo giuseppe, in questo senso McCandless è l’antitesi della pietas di Enea e del suo amore verso i vecchi genitori; ma questo è anche un comportamento tipico della sua giovane età no? Quanto al resto, come dici tu, una vita intensa val mille volte una morte sciocca. grazie.
Eppure, nel film ( chè solo quello conosco) Mc Candless mostra un comportamento decisamente orientato verso gli altri ( adulti), poco tipico della sua età. Li osserva con grande umanità, con generosità e decentramento.
All’ uomo anziano che lo ospita, riserva attenzioni , pensieri e spiccata delicatezza. E’ per quest’ ultimo sentimento che gli chiede di vedere i suoi lavori di cuoio e di rimandare la risposta alla sua richiesta di adozione.