Fiera del libro di Torino, la cultura israeliana è cultura di pace e di dialogo

Ho esitato un poco prima di scrivere queste righe: poi, visto che, invece di tacere, l’assurda e violenta voce che vuole il boicottaggio di una cultura di pace come quella israeliana continua a farsi sentire, mi pare giusto che i lettori dicano la propria: io personalmente penso che boicottare la cultura israeliana ospite alla Fiera del libro di Torino sia ingiusto, stupido e anche un po’ vigliacco. (Il parere di Claudio Magris e di Aldo Grasso dal Corriere della Sera).


Non pretendo di analizzare decenni di conflitti e di odio e di tentativi di dialogo da parte di pochi, da una parte e dall’altra: mi limito solo a riportare quel che dice David Grossman nell’intervista pubblicata oggi da La Repubblica:

[...] In linea di principio sono contrario alla cultura del boicottaggio, perché l’essenza della cultura è il dialogo. In questo caso, poi, mi sembra che i promotori del boicottaggio manchino del tutto l’obiettivo perché, in Israele, la cultura sostiene il dialogo, il riconoscimento reciproco e il rispetto dei palestinesi, cose che la sinistra, e non soltanto la sinistra, dovrebbe avere a cuore.

ciao a tutti

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8 pensieri su “Fiera del libro di Torino, la cultura israeliana è cultura di pace e di dialogo”

  1. Sono d’accordo. E a volte, non si può tacere, anche se la questione del boicottaggio in sé è talmente assurda che avrebbe dovuto essere ignorata. Come sostiene Claudio Magris sul Corriere della sera di oggi:

    “Non è il caso in questa circostanza, di chiamare in causa grandi problemi, il diritto di Israele a una piena e riconosciuta esistenza, il diritto dei palestinesi a un loro Stato e piena dignità di vita dovunque vivano, anche in Israele, né la grandezza letteraria degli scrittori invitati quest’anno quali Yehoshua. Non è neppure il caso, in tale circostanza, di criticare o approvare la politica dell’uno o dell’altro governo israeliano o di altro Paese, arabo o no, o dell’Autorità Palestinese, come non sarebbe il caso di discutere la guerra in Iraq o il carcere di Guantanamo se a Torino fosse il turno degli Stati Uniti e dunque di Philip Roth o DeLillo anziché di Oz o di Grossman. Quando, due settimane fa, la giuria del premio Nonino, di cui faccio parte, ha premiato – su proposta di Peter Brook, il grande regista di famiglia ebraicaLeila Shahid, rappresentante dei palestinesi presso la Francia, l’Unesco e l’Unione Europea, nessuno si è sognato di protestare, ma anche se qualche scervellato l’avesse fatto non avremmo certo perso tempo a rispondergli. Così si sarebbe dovuto fare in questa circostanza”.

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  2. Luiginter e Thelee vi seguo a ruota…anzi giorni fa volevo postare sull’argomento ma poi mi sono trattenuta visto che ultimamente sono un pò reattiva.
    Non è possibile che un intellettuale del livello di Tariq Ramadan non conosca l’atteggiamento di sostegno al dialogo della cultura israeliana. Ma Ramadan è anche un grande comunicatore, un predicatore. Dispiace in lui questo invito al boicottaggio che sollecita atteggiamenti caldi e populisti, pulsionali direi.

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  3. Questa cosa del boicottaggio è una vergogna. Il tutto in nome della pace e della democrazia. Ahimé, purtroppo in Italia non c’è da stupirsi.

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  4. Davvero non si può tacere. E, a parte il giudizio sulla cultura israeliana basata sul dialogo, l’ idea del boicottaggio di un momento di incontro, basato sulla parola e sul discorso, fa parte di una visione totalitaristica che non si può accettare.

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  5. La questione mi sembra sempre più complicata e si sta sviluppando in una direzione che non va certo nel senso del dialogo. Tanto per cominciare non penso che la scelta della direzione del Salone di Torino (di sostituire la precedente intitolazione all’Egitto con quella al 60° anniversario della fondazione dello stato israeliano) e quella del Salone di Parigi (Israele ospite d’onore) siano state molto lungimiranti. Mi pare che siano scelte in cui la ragion di stato ha prevalso sulle considerazioni letterarie e culturali.
    Certamente il boicottaggio (pur essendo una risposta in sé del tutto pacifica e più che legittima) non favorisce in questo caso il dialogo, colpisce scrittori che oltre a essere grandissimi scrittori sono stati quasi sempre molto critici verso la politica del governo israeliano, e infine rischia di inasprire l’odio tra le parti invece di gettare dei ponti. Tuttavia credo che, quando c’è di mezzo la violazione di diritti umani (come nel caso della politica del governo israeliano verso i palestinesi) una reazione, anche nel campo culturale, sia utile e necessaria. E non si può ogni volta soggiacere all’argomento minatorio per cui una critica all’establishment israeliano sia sempre manifestazione di antisemitismo (di sinistra). Occorrerebbe piuttosto chiedere al Salone di mettere al centro non solo e non tanto lo stato di Israele ma il dialogo tra le culture e gli scrittori israeliani e palestinesi. Si potrebbe chiedere agli scrittori israeliani invitati di invitare a loro volta uno scrittore palestinese. Si potrebbe organizzare la partecipazione di massa (di lettori?) agli incontri con una richiesta (agli scrittori) di una presa di posizione a favore della pace e del dialogo. Si potrebbero fare tante cose ma la peggiore mi sembra quella di accettare senza nulla eccepire che nello stesso anno i principali saloni del libro siano intitolati non a un fatto culturale ma a un evento celebrativo di carattere statuale, e per di più celebrativo di uno stato che in questo momento è in guerra con un popolo senza stato.

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  6. Egolector c’è moltissimo da eccepire, e concordo con i modi da te suggeriti per farlo, che offrirebbero voce al dialogo.
    Trovo invece che il boicottaggio sia una risposta, per quanto legittima e pacifica, molto limitante, poco comunicativa, populista quel tanto che basta ad alimentare il blablabla dei media facendone “un caso”.
    Sulle critiche all’establishment israeliano interpretate come antisemitismo non so molto:forse dovrei guardare più televisione e ascoltare più radio, cosa che non faccio per motivi di autoprotezione mentale.

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  7. Chi ha già vissuto o vive una situazione dove la cultura è completamente soggiogata dalla politica non può non rabbrividire ad un’operazione politicizzante di una manifestazione culturale come è quella di Ramadan.
    Purtroppo è da tempo che anche in Occidente la cultura è una voce minore rispetto al politically correct e ai media.
    In sostanza, non ci resta che piangere.

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  8. Su Nazione Indiana c’è un appello di Raul Montanari (apartitico, e politico nell’accezione più alta del termine), di solidarietà nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, maltrattati da settimane per aver deciso di ospitare Israele alla prossimo Salone.
    Decine di intellettuali, scrittori e semplici websurfer, lo hanno firmato e tra essi il sottoscritto.
    Se concordate con l’appello e ne avete voglia, firmate anche voi.
    Oppure non firmatelo, ma riflettete perchè, a mio avviso, resta il fatto che, seppur lecite, opinioni critiche nei confronti dell’attuale governo israeliano, dovrebbero coesistere con il rispetto per gli scrittori di quel paese.
    Boicottare la Fiera del Libro, sarebbe un colossale autogol, perché se esiste una voce davvero critica che viene dal cuore di Israele, una critica alla sua politica, questa viene proprio da quegli scrittori che si vorrebbero boicottare. Sarebbe come dimenticare (errore in cui sovente si incappa) che la critica ad una certa politica degli Stati Uniti viene proprio da molti di quegli intellettuali americani che sono stati dei maestri. Se volete trovare delle motivazioni valide e ben esposte, per cui vale la pena di sottoscrivere l’appello, potete leggere quelle di Gianni Biondillo sempre su Nazione Indiana, parole le sue, che sottoscrivo completamente.
    JP Rossano
    http://www.jprossano.com

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