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Raymond Carver, l’umanità nelle righe dei racconti

Sabato 21 giugno, La Repubblica aveva un’intervista di Curzio Maltese a Tess Gallagher, scrittrice e poetessa, compagna e moglie di Raymond Carver.

Il due agosto di quest’anno saranno passati venti anni dalla morte di Carver. L’intervista è piena di cose interessanti. A me è piaciuto soprattutto questo, fra quanto detto da Tess Gallagher:

La cosa migliore è lasciare che il lettore si accorga di essere davanti a uno scrittore che non nega o sminuisce mai l’umanità di un’altra persona perché quest’ultima soffre o ha perduto il controllo della propria vita o ha preso una decisione sbagliata ed è finita nei guai. Ray ne racconta la storia con tutto il rispetto e dopo che la si è letta si è costretti ad abbandonare quella posizione di facile giudizio in cui c’è chi è degno e chi non lo è.

Carver è sulla stessa strada dove camminava Cechov, i loro racconti sono gioielli proprio perchè la sensibilità artistica è tutt’uno con la forza di abbracciare l’umano presente ogni giorno davanti a noi e che spesso ci sfugge.

David Foster Wallace, su scrittori e lettori

Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o che cos’è che hai dentro, e tu non sai che cos’ho dentro io. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma questo è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.

Invece c’è una specie di: “A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io”. Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.

[...]  Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi – da Carver a Cechov a Flannery O’Connor al Tolstoj della Morte di Ivan Il’ic al Pynchon dell’Arcobaleno della gravità – sia “dare” qualcosa al lettore. Quando il lettore si allontana dalla vera opera d’arte pesa di più di quando ci si è avvicinato. È più ricco. Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio. Quello che è velenoso e deleterio, nell’ambiente culturale di oggi, è che rende tutto questo tanto spaventoso da dissuaderci a farlo. Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore.

David Foster Wallace, tratto dallo speciale sul sito dell’editore minimum fax.

*giuliaduepuntozero

Haruki Murakami, What I talk about when I talk about running: la maratona, la scrittura (la lettura) e la vita

amsterdam marathon, originally uploaded by luiginter.

Proprio nei giorni in cui ho deciso di leggere Haruki Murakami (anche in base alle scelte/consigli piovuti sul blog; mi son preso Kafka sulla spiaggia, Einaudi, per cominciare) ecco che scopro quanto sia importante correre le maratone (e le ultramaratone) per questo scrittore.

In questi giorni negli Stati Uniti e in Gran Bretagna sta uscendo What I Talk About When I Talk About Running (prontamente segnalato anche da Fubar l’altro ieri, grazie Fubar ;) .

Sul Guardian, la recensione  al libro di Murakani, da parte dello scrittore Alastair Campbell, sottolinea proprio la forza del racconto e della condivisione dell’esperienza della corsa e della maratona da parte di un artista della scrittura: spero che le pagine What I talk about when I talk about running (bello anche il titolo carveraino) mi aiutino a dare forma, a esprimere questa attrazione/ossessione per l’allenamento duro, quasi quotidiano, per il confronto con il nostro io nel momento dello sforzo prolungato, della difficoltà di arrivare fino in fondo ai 42,197 km.
Con la soddisfazione del corpo stanco alla fine dell’allenamento e del corpo esausto alla fine della maratona. Insomma, spero proprio che Murakami mi aiuti a capirmi ;).

Ehi!!, ovviamente il libro non si occupa solo della corsa; Murakami racconta anche il suo lavoro, l’importanza della musica, parte della sua vita. Ma certo la corsa… ;)
amsterdam marathon 07, originally uploaded by luiginter.
Ehm, sì è vero, sono in pessime condizioni, ero a pochissimo dalla fine. Ogni volta che vedo una mia foto (n.5921 a Amsterdam, ottobre 2007) in una maratona mi commuovo (mi commuovo di più, e piango, al traguardo, ovviamente).
E non la racconto a tutti questa commozione (temo il sarcasmo?).
Ma questa volta, con Murakami che ci nobilita, mi son detto: “lasciamoci anche andare a un po’ di vanità”.  ;)
ciao a tutti

Che cosa si legge su questo blog in una settimana (normale)

Si lo ammetto, è un post strano: volevo mostrare a tutti cosa viene letto su questo blog in una settimana “normale” (l’ultima settimana).
La tabella dà l’idea di un interesse distribuito su molti contenuti differenti. Insomma quella che viene definita long tail, concetto che si è usato altre volte in questo blog.
PS. Per 10 giorni abbandono il blog e sarò lontano dai computer, vicino al mare, a piedi nudi o con le scarpe da running. Mi porto da leggere L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli (Einaudi). Confido negli altri autori del blog e nei commenti ;) perché Gdl non si senta abbandonato.

per vedere l’elenco dei post letti nell’ultima settimana