Ebook e chaise longue. Discutendo con Tombolini

Chaise longue Le Corbusier

di Luca Ferrieri | Antonio Tombolini, uno dei protagonisti dell’ebook italiano, sul suo blog, e su quello di Virginia Gentilini, ha avanzato una serie di proposte sul rapporto ebook-biblioteche. Siccome Tombolini è piuttosto fantasioso, di proposte ne sta facendo tante, comprese alcune che si escludono tra loro ;-) ma io mi limiterò a discuterne un paio. Il dibattito prende le mosse dall’accordo BL-MLOL di cui si è già parlato in questo blog, e riguarda il “modello economico” del prestito dell’ebook in biblioteca. In sostanza chi deve pagare, e in che proporzione, per avviare questo servizio di lettura digitale.

Intanto, una premessa: la questione può apparire ostica, tecnica, roba da addetti ai lavori. È vero che gli addetti ai lavori spesso danno per scontate un sacco di cose che non lo sono, ma questa discussione, secondo me, è di vitale importanza soprattutto per i lettori, perché da essa dipende quello che saranno, e se ci saranno, le biblioteche di domani. Perciò abbiamo pensato, con il coordinatore e alcuni collaboratori del blog, di fare un lavoro di “traduzione” dal tecnichese bibliotechese in uno dei prossimi post che si potrà intitolare magari così: Il mondo dell’ebook spiegato a chi legge. Per ora chiedo scusa per qualche residua oscurità di cui farò eventuale ammenda con successivi chiarimenti.

E adesso veniamo al punto. Tombolini dice (l’intervento integrale):

- sono TOTALMENTE CONTRARIO al prestito bibliotecario a distanza […]
– le biblioteche civiche devono trasformarsi da “luogo dei libri” (che non serve più) a “luogo delle persone che leggono libri”, radicando ancora di più le proprie attività al territorio in cui insistono […]
– le biblioteche consentono la lettura gratuita degli ebook esclusivamente all’interno delle proprie strutture, micro-compensando se del caso (ma in realtà sono convinto che con questa formula molti editori rinuncerebbero a qualsiasi compenso) editori ed autori letti, e “servendo” gli ebook ricorrendo al deposito della biblioteca digitale di cui sopra, senza necessità di alcun intermediario
.

Dico subito che alla prima lettura ho fatto un salto sulla sedia. Ma come: stiamo ragionando intorno all’obiettivo di preservare la funzione delle biblioteche (e delle librerie) in un processo che potrebbe anche portare alla loro disintermediazione, e Tombolini propone addirittura di escludere le biblioteche dal prestito digitale (altro che modello di digital lending: qui il modello è il grado zero)! Per risolvere il problema del modello economico del digital lending si propone di staccare la spina alle biblioteche? O di ritornare alle museali biblioteche di un tempo, in cui non esisteva neanche il prestito e i libri si consultavano in sede, magari incatenati ai plutei (i libri, non i lettori)? L’idea sembra cozzare con la storia e lo sviluppo della biblioteca pubblica.
Quando sono ricaduto sulla sedia avevo già capito che la proposta meritava un surplus di riflessione. Perché spariglia le carte e tenta la mossa del cavallo. Provo ad articolare alcune mie impressioni e opinioni:

1) Che la biblioteca debba passare da luogo dei libri a luogo dei lettori e, aggiungo io, a casa della lettura, è una considerazione giustissima, che in molti stiamo facendo da anni. Non è un caso se nelle nostre biblioteche, da molto tempo, si offrono non più solo libri, ma documenti di ogni tipo e supporto, oltre a svariati servizi (formativi, informativi, partecipativi) che riguardano i lettori. Non è un caso che molte biblioteche organizzino o ospitino i gruppi di lettura. Non è un caso che si discuta delle biblioteche come piazze del sapere. Il problema però è: quali servizi per quali lettori dopo la rivoluzione digitale?

2) E qui Tombolini gioca l’asso. Una biblioteca in cui tutti possono leggere gratis tutti gli ebook , sui loro supporti o su quelli forniti dalla biblioteca, ma solo all’interno della biblioteca. Non più prestito di ebook, che si portano a casa, o si scaricano da casa, si leggono e poi scompaiono dopo 15 giorni, che hanno i DRM, che comunque possono essere piratati, ecc. Ma una forma di prestito-consultazione. La lettura si consuma in biblioteca: che deve quindi mettere a disposizione spazi adeguati e deve essere aperta ventiquattrore su ventiquattro (è realistico? perché senza questa condizione la proposta è truccata).

3) Mi sembra interessante: l’idea di una riterritorializzazione del digitale che passa per le biblioteche. Sappiamo tutti che il digitale globalizza, miniaturizza, virtualizza, abbatte le distanze geografiche, fa viaggiare in un bit le idee e le differenze. E con l’ebook si parla di biblioteche leggere, tascabili, mobili. Ma poi c’è un bisogno di prossimità, che il digitale non ha soppresso, anzi continuamente alimenta. Non mi dispiace che esso transiti di nuovo per le biblioteche. Questa idea non disintermedia, crea nuove mediazioni per nuovi media.

4) Mi sembra interessante: che un lettore vada in biblioteca, e possa accedere istantaneamente, senza vincoli di sorta (né la tagliola dei DRM né quella dell’one-user-one-copy) a tutti i libri digitali del mondo. Il mondo in ogni comune, in ogni quartiere. La biblioteca come cittadella digitale, zona franca. Ripeto, la proposta ha senso se le biblioteche si potranno attrezzare: non solo con i device ma con le chaise longue, ossia creando ambienti ed ecosistemi per la lettura piacevole. Neanche da questo punto di vista dunque l’idea di Tombolini disintermedierebbe le biblioteche, le spingerebbe invece a ripensarsi e riqualificarsi. E potrebbe sviluppare la lettura digitale, e perfino diminuire il reading-divide (la distanza culturale e antropologica tra chi legge e chi non legge).

5) Mi sembra utopico: che tutti gli editori accettino di dare in consultazione gratuita i loro libri alle biblioteche. Ma è un’utopia per cui vale la pena battersi. E inoltre essa può far leva su in incentivo non indifferente per gli editori: il fantasma della pirateria alimentata dal digital lending sarebbe allontanato, perché all’interno delle mura della biblioteca è molto più facile realizzare un controllo su ogni duplicazione non autorizzata.

6) Mi sembra discutibile e forse pericoloso: si creerebbero due “mercati”, uno di prestito/consultazione gratuita in biblioteca e uno di acquisto/download attraverso le librerie digitali o attraverso gli editori stessi. Questi due canali potrebbero entrare in concorrenza tra di loro, cosa che nel cartaceo non accade quasi mai, perché prestito e acquisto, come è stato dimostrato, coprono domande diverse, e c’è chi acquista il libro dopo averlo preso in prestito in biblioteca (e quindi non c’è concorrenza) oppure chi non lo acquista, per svariati motivi, anche se non lo trova in prestito (e quindi non c’è concorrenza lo stesso). Ma questo sarebbe ancora vero con il prestito digitale gratuito di tutto per tutti in ogni biblioteca? Vedo che Gino Roncaglia, intervenendo nel dibattito, risponde decisamente di no: “per un utente l’accesso diviene un modo gratuito per assicurarsi il possesso” e quindi, insomma succederà in molti casi che il prestito sarà sostitutivo dell’acquisto.

7) Mi sembra molto pericoloso: si rischierebbe una nuova frattura con i lettori forti, in particolare con quelli che più che legittimamente considerano la lettura un’attività privata, individuale, solitaria da svolgere nella propria stanza e nel proprio letto. Che già fanno fatica a prendere in prestito un libro di proprietà pubblica e con una data di scadenza stampigliata sopra. Non credo che questi lettori verrebbero in biblioteca per leggere, fosse anche sulla chaise longue di Le Corbusier. E poi col tempo e le distanze come la mettiamo? Non tutti hanno una biblioteca sotto casa e la possibilità di passare così tanto tempo in biblioteca. Questi lettori , per leggere digitalmente, sarebbero costretti all’acquisto; e se non hanno soldi per acquistare, non leggeranno.

8) Mi sembra provocatorio (in senso positivo e negativo): mentre il mondo delle biblioteche si muove disordinatamente per inseguire il digitale e le ritrosie degli editori e la giungla dei formati e dei modelli, la proposta è di sedersi e aspettare. Non è solo di Tombolini, e infatti lui ci rimanda qui. Forse il digital lending non è importante? No, forse è più importante difendere il ruolo delle biblioteche, i diritti dei lettori e il denaro pubblico. Però l’invito a una pausa (ma una pausa da cosa, visto che non siamo mai davvero partiti?) assomiglia troppo allo stop and go e poi ancora stop che viene dal mondo editoriale. Agli editori il digital lending non interessa (l’ultimo a ribadirlo è Nourry di Hachette). E a noi?

9) Mi sembra opportuno: il prestito “intra moenia” potrebbe convivere con altre forme di prestito digitale, oltre che di acquisto, e quindi portare a un’offerta variegata in cui alcune biblioteche offrono il digital lending, altre il prestito/consultazione in sede, altre tutti e due. Questa forse è la prospettiva migliore perché non solo alimenterebbe una positiva e leale concorrenza tra modelli diversi e biblioteche che adottano modelli diversi, ma consentirebbe teoricamente di soddisfare il più ampio spettro di bisogni.

Ma i lettori sarebbero disposti a venire a leggere ebook in biblioteca? Questa resta la domanda decisiva.

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18 pensieri su “Ebook e chaise longue. Discutendo con Tombolini

  1. a parte il fatto che la lettura da schermo anzichè da (incunabolo) cartaceo mi causa mal di testa entro un breve lasso di tempo, lungi da me il pensiero di recarmi a leggere testi (magari lunghi e onerosi) in luogo pubblico. ci sono cose che necessito di fare in solitudine e leggere è una di queste, anzi, ancora di più: la lettura intesa come un entrare in contatto con il sè più profondo, come un ‘centrarsi’ del proprio spirito e un rigenerarsi delle proprie energie psichiche -in un mondo che tende ad erodere sempre più i margini del tempo e del privato- presuppone la solitudine come condizione a priori. posso benissimo leggere nelle vicinanze di altre persone quando leggo a scopo di informazione (i quotidiani per intenderci), ma questo è solo una minima parte e non la più importante di ciò che leggo.
    in ogni caso, la realtà di molte biblioteche in Italia è lontana anni luce dalle condizioni ideali -pur auspicabili- tratteggiate nel post (vivo in una città del nord che fa provincia ed è sede universitaria e l’unica biblioteca pubblica cittadina da anni apre a giorni alterni ed a orario ridotto ed è penosamente priva di testi che appena appena esulino dalle esigenze di un liceale medio). la vedo dura.

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  2. Penso che i lettori abituati a leggere in biblioteca continuerebbero a farlo, parzialmente influenzati dal cambio di supporto, da cartaceo a digitale.
    Chi ama portarsi il libro a casa interpreterebbe il cambiamento ( in biblioteca si, a casa no, se vuoi leggere a casa te lo compri) come la fine della biblioteca come servizio pubblico.

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  3. Anche io molto perplesso. Ipotesi suggestive quelle di Tombolini, ma che cozzano contro le realtà delle povere e bistrattate biblioteche italiane, ma soprattutto con le abitudini di chi le frequenta (pienamente d’accordo con Marina ).
    Molto fumo (per ora). Anche se sono certo che il passaggio al digitale sarà epocale, e le biblioteche dovranno immaginare il loro futuro sotto una luce diversa. Ma non credo per questa via.

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  4. Condivido le vostre obiezioni. Sono entrambe fondate e fondamentali. Anch’io sarei in difficoltà a leggere in biblioteca e solo in biblioteca certi libri amati. Anch’io sarei in difficoltà a separare radicalmente il possesso e l’accesso. Voglio però provare a vedere la cosa da un altro punto di vista facendomi e facendovi due domande:
    1) La perdita temporanea e limitata dell’impareggiabile solitudine e libertà del lettore non può essere almeno in parte compensata dall’assaggio gratuito del cento per cento della futura produzione digitale mondiale? Non può esserci un vantaggio per i lettori in termini di capacità, libertà ed equità di approvvigionamento, di servizi aggiuntivi che la biblioteca potrebbe mettere a disposizione?
    2) E’ vero che una buona parte delle biblioteche italiane oggi non sarebbe in grado di fornire questi servizi. Ma nello schema utopico e provocatorio della proposta, tutte le biblioteche sarebbero riallineate, almeno per quanto riguarda questo aspetto, perché tutte diventerebbero cittadelle digitali ove sarebbe possibile accedere al catalogo mondiale. Zone franche in cui leggi del mercato e del copyright verrebbero temporaneamente e territorialmente sospese. E tutto ciò non potrebbe ridare centralità a queste istituzioni, indirizzando utenti finanziamenti e risorse verso di esse? Non potrebbe essere considerata una specie di riconversione produttiva, ecologica e sostenibile, che ne salvaguarderebbe però la funzione di accesso aperto alla conoscenza e di redistribuzione del sapere?

    PS @ hellsbelle. Attenzione, la insopportabile lettura su schermo non ha quasi niente a vedere con quella sugli ebook ad inchiostro elettronico, su cui si legge, dal punto di vista fisico e ottico, meglio che sulla carta.

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  5. Anch’io condivido le obiezioni di Marina e Hellsbelle e se dovessi scegliere per forza in questo momento forse rinuncerei alla fruizione totale a favore di un accesso libero e non solo in biblioteca, anche se limitato nella proposta. Il nodo centrale credo sia quello che Luca riassume nel punto 2, quello delle biblioteche che si stanno già trasformando in luoghi che non sono solo la casa dei libri, ma molto di più. Io a volte sono un po’ scettica su attività in biblioteca che non hanno molto a che fare con la lettura, però devo ammettere che queste attività, corsi, incontri, progetti hanno anche fatto entrare in biblioteca molte persone che la consideravano un luogo vetusto e anche un po’ spaventoso. Sono poi diventati lettori? Secondo me molti sì. E considerato il periodo in cui viviamo, le biblioteche e chi ci lavora (non dimentichiamocelo) possono diventare delle occasioni non solo di lettura, ma anche di incontro, scambio, divertimento, riflessione. Certo trovarci tutto il leggibile libero e gratuito non sarebbe male. Dicevo un po’ scoraggiata a un amico che questo non è un paese per lettori e lui giustamente mi rispondeva che non è un paese per libri. Credo abbia purtroppo ragione, ma se devo essere positiva, scommetterei sulle biblioteche e sui bibliotecari.

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  6. Intanto grazie a Luca Ferrieri per l’ idea della “traduzione” dal tecnichese bibliotechese rivolta ai poveri umani che cercano di arrancare dietro la velocità dei cambiamenti di questa epoca.
    Non è facile- come direbbe il commissario Wallander- trovarsi un un mondo nuovo e ragionare con le categorie di un mondo passato. Aggiungo io anche che non è facile capire quali cambiamenti siano davvero importanti chè il tempo ci ha detto come epocali svolte si siano rivelate poi madornali errori.
    Ciò premesso, l’ idea del luogo in cui si può leggere solo e tutto il leggibile umano è conturbante. Non mi convince l’ idea della quantità smisurata, dell’ eccesso, della possibilità senza limiti. Siamo davvero convinti che allargare a dismisura le potenzialità sia un elemento di indiscusso valore? L’ informazione senza limiti è oggi un dato su cui non si può ( deve) riflettere? Non c’ è l’ impressione che l’ allargare danneggi alquanto l’ approfondire? Forse uso anch’ io categorie di un mondo passato, infatti amo ancora le biblioteche fuori moda dove si prendono libri a prestito , dove si possono leggere i quotidiani tranquillamente e dove non si parla!Figuriamoci..

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  7. Cara Renza, è vero, quando siamo nell’occhio del ciclone è molto difficile capire dove il ciclone ci sta portando. Di annunci di svolte epocali e di fine-di-questo fine-di-quello ne abbiamo sentiti abbastanza. E infatti se c’è un argomento con cui non vorrei aver niente a che spartire è proprio quello della “fine del libro”. Ma nello stesso tempo dobbiamo cercare di “leggere il mutamento”, se no che lettori saremmo?
    In realtà il senso che si è cercato di dare alla proposta di Tombolini è proprio quello di immaginare una biblioteca in cui la lettura e i lettori siano di nuovo protagonisti, anche con l’ebook. E in cui, certo, regni il silenzio. Un silenzio complice, non un silenzio autoritario. Questa biblioteca non è affatto fuori moda, e l’essere di moda non credo sia comunque un nostro interesse. Quello che dovrebbe invece interessarci è che le biblioteche rischiano di essere messe in ginocchio, in parte per il disinteresse di amministratori e governanti, in parte per la mutazione culturale in corso.
    Condivido anch’io la diffidenza verso l’iperproduzione editoriale e culturale contemporanea. Probabilmente con il digitale la situazione peggiorerà ulteriormente. Ma il digitale ci ha mostrato anche il fenomeno della “coda lunga” (Anderson), grazie al quale per la prima volta è possibile trovare sul web quel libro che interessa a noi e solo a noi, fosse anche stampato in una sola copia e posseduto da una sola biblioteca o libreria. Questo accorciamento culturale delle distanze è di grandissima importanza per l’approvvigionamento dei lettori e per il cosmopolitismo della lettura. Quindi l’accento va messo sul libero accesso e non sulla quantità, e la biblioteca dovrebbe fornire anche gli strumenti per capire e selezionare: questo resta il suo formidabile valore aggiunto. Col digitale è più facile accedere (teoricamente), ma rischia di essere ancora più difficile scegliere, perché si è sommersi dal rumore. Se uno sa quello che cerca, in una biblioteca digitale universale è più facile trovare; ma se non lo sa, se vuole esplorare, se vuole passeggiare tra i libri, per farsi venire delle idee, rischia di essere ancora più difficile. Ed è qui che potrebbero (ri)entrare in gioco le biblioteche…

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  8. Hai perfettamente ragione, caro Luca, sulla necessità di cercare
    di “leggere il mutamento” e per questo trovo molto utili i tuoi interventi e quelli di altri che ne sanno più di me. E’ vero che le biblioteche non se la passano bene e la cosa mi punge molto. Non riesco ad immaginare – con tutta la retorica sul “territorio”- la perdita di questi elementi di vita culturale che rendono umano un vivere molto disperso.
    Quanto alla coda lunga è sì un fatto nuovo e importante, resta il dubbio che possa servire solo a chi ha incamerato già prima strumenti e contenuti necessari a questa ricerca. Mi sembra una bella sfida, quella di proporre la biblioteca come strumento attivo e altamente specializzato per indicare vie nel rumore di fondo. Io sono al vostro fianco, a fare il tifo per biblioteche e bibliotecari, grazie di tutto.

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  9. L’idea di obbligare gli utenti a leggere i libri in biblioteca mi pare assurda e per niente vincente, per la biblioteca e, soprattutto, per il lettore. Per quante chaise longue possiamo offrirgli niente potrà mai eguagliare il personalissimo rapporto che ha con la lettura, fatto di quei luoghi propri, interiori e non, che nessuno spazio fisico della biblioteca potrà mai sostituire.
    Il bisogno di prossimità credo debba e possa essere soddisfatto in ben altri modi. La paura della disintermediazione non può portarci, come bibliotecari, a pensare a forme costrittive di frequentazione della biblioteca. Senza contare poi che questa frequentazione non è per tutti, appunto, possibile. Il rischio non è solo di allontanare chi già è lettore, ma anche quello di non farci più “catturare” il non lettore.
    Trovo invece ragionevole pensare ad un progetto che metta a disposizione per la consultazione tutti i libri pubblicati senza però impedire la creazione di una collezione di e-book per il prestito, con i diversi modelli di digital lending. E poi si vedrà.
    Come dico sempre, memore degli insegnamenti degli anziani: “in camminu s’acconza barriu” (in cammino si aggiusta il carico). Nel frattempo ancora aspettiamo che questa offerta di tutti i libri digitali venga fatta.

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  10. Nel precedente commento è stata tagliata la parte iniziale. Riprovo ad inviarlo per intero.

    L’idea di obbligare gli utenti a leggere i libri in biblioteca mi pare assurda e per niente vincente, per la biblioteca e, soprattutto, per il lettore. Per quante chaise longue possiamo offrirgli niente potrà mai eguagliare il personalissimo rapporto che ha con la lettura, fatto di quei luoghi propri, interiori e non, che nessuno spazio fisico della biblioteca potrà mai sostituire.
    Il bisogno di prossimità credo debba e possa essere soddisfatto in ben altri modi. La paura della disintermediazione non può portarci, come bibliotecari, a pensare a forme costrittive di frequentazione della biblioteca. Senza contare poi che questa frequentazione non è per tutti, appunto, possibile. Il rischio non è solo di allontanare chi già è lettore, ma anche quello di non farci più “catturare” il non lettore.
    Trovo invece ragionevole pensare ad un progetto che metta a disposizione per la consultazione tutti i libri pubblicati senza però impedire la creazione di una collezione di e-book per il prestito, con i diversi modelli di digital lending. E poi si vedrà.
    Come dico sempre, memore degli insegnamenti degli anziani: “in camminu s’acconza barriu” (in cammino si aggiusta il carico). Nel frattempo ancora aspettiamo che questa offerta di tutti i libri digitali venga fatta.

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  11. Cara Marilena, grazie per la tua puntualizzazione. Credo che ci sia un punto su cui abbiamo registrato un generale consenso e non è un punto da poco: la libertà e l’agio di lettura, il diritto del lettore a scegliersi la “stanza tutta per sé” (anche quando si legge prigionieri in una cella o appesi al corrimano del tram), sono conquiste irrinunciabili,purtroppo non sempre rispettate. E, visto che “in camminu s’acconza barriu”, (ri)mettiamoci in cerca di una via attraverso cui sia possibile preservare questa caratteristica della lettura e insieme approfittare delle possibilità offerte dalla rivoluzione elettronica. Questa via può essere, almeno inizialmente, rappresentata dalla convivenza e concorrenza dei vari modelli di digital lending. Ma siccome questi non sono neutri, sono molto di più di una formula commerciale, e in qualche modo prefigurano e indirizzano gli scenari futuri, l’apertura alle diverse possibilità non è sufficiente perché a un certo punto si dovrà scegliere. Per questo è importante continuare a discutere. Questo è il momento giusto per farlo e si può sperare di condizionare o influenzare le scelte dei grandi decisori monopolisti che vogliono scegliere al posto nostro.

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  12. @Luca Ferrieri: sono un pò pessimista sulla possibilità di condizionare o influenzare le scelte dei grandi decisori monopolisti.
    Comunque, io sono d’accordo con le osservazioni di tutti e, frequentando una biblioteca pubblica abbastanza sociale, ho visto che attività che non sono propriamente legate a libri e letture (ciao lettoreambulante) hanno portato in biblioteca persone che forse non ci sarebbero mai entrate. Non so se poi molte siano diventate lettori.
    Ma nel resto d’Europa e nel mondo, che succede in biblioteca? Quali sono gli orientamenti? Domanda che mi faccio e faccio a Luca Ferrieri.

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  13. Credo che se altrove hanno deciso la grande rivoluzione, potremo fare ben poco per non subirla, a parte che potremo sempre metterci sulla riva del fiume ed aspettare che passi il cadavere del nemico. Se passerà. Auspicherei la sopravvivenza delle biblioteche in qualsiasi forma, se poi diventano il posto in cui la tecnologia per UNA VOLTA diventa la cosa che fa uscire di casa le persone per andare in un posto dove incontrare altre persone, ben venga. Finora, è solo servita a rinchiudersi in casa davanti al pc o a estraniarsi dal mondo con le cuffiette, quindi già mi pare un passo avanti. Spero solo che continuino a stamparli anche, i libri, magari di contrabbando, e già mi vedo con Renza e Polissena e, credo, molti altri che ce li scambiamo nottetempo, come i carbonari.

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  14. @marinaforlani: pessimista anch’io, ma cerco di non rassegnarmi (al mio stesso pessimismo). Ricordiamoci che, come testimonia anche questo bellissimo blog, solitudine della lettura non significa affatto atomizzazione dei lettori. Insomma, su alcuni punti bisogna iniziare a far sentire la nostra voce e contare di più.
    Cosa succede all’estero? Domina, almeno nei paesi anglosassoni, il modello Overdrive (che non piace per niente a Tombolini): le biblioteche pagano un canone, acquistano l’ebook a prezzo di copertina e poi lo possono prestare quante volte vogliono. Ultimamente, su pressione degli editori, sono stati imposti alcuni limiti: ad esempio Harper Collins ha limitato a 26 il numero di prestiti effettuabili per ogni titolo digitale acquistato, e la Penguin si è rifiutata di prestare ebook in biblioteca. Il modello Overdrive è un modello basato su una artificiale analogia tra digitale e cartaceo (adotta ad esempio il sistema one-user-one-copy: nessuno può prendere in prestito un libro se è già in prestito a un altro), ma differisce dal modello adombrato nell’accordo BR-MLOL perché  non si paga una quota ulteriore per ogni download e non c’è, almeno per ora, proporzionalità tra quanto la biblioteca spende e quanto la biblioteca presta.

     

    @lucilla: concordo anch’io che l’aspetto più interessante della proposta è proprio che per una volta la tecnologia faccia uscire di casa per andare in biblioteca. Per la verità qualcosa di simile è successo con la connettività Internet, la cittadinanza digitale e la lotta al digital divide: molte persone hanno scoperto la biblioteca per spedire una mail o inoltrare la domanda dei buoni scuola, e  poi un libro tira l’altro, o meglio una mail tira un libro. Questa volta è ancora più interessante perché siamo molto più vicini al cuore pulsante della lettura. Quanto a scambiarsi libri sottobanco lo auspico anch’io: potrebbe essere proprio un risultato paradossale dell’avvento degli ebook. Non sarebbe né la prima né l’unica volta: Robert Darnton, ne L’intellettuale clandestino ci ha raccontato quanto la nostra cultura sia debitrice ai libri portati sulle spalle dai contrabbandieri sulle montagne del Giura…

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  15. cara Renza, mi ritrovo sempre nei tuoi commenti tanto che mi sembra quasi di vederti. ti pensavo ieri quando con un gdl di adolescenti ci siamo riuniti sotto il portico della biblioteca, vista la bella giornata. e abbiamo discusso per mezz’ora della metamorfosi di Kafka e di Un giorno questo dolore ti sarà utile. Certo, un po’ di rumore lo facevamo, ma non riuscirei più e rinunciarci, come ai bambini che corrono a usare l’autoprestito o a chi discute intorno al cassone dei resi. L’importante è che in qualche modo il non silenzio abbia un legame con i libri, escluso il lancio acrobatico. L’ideale sarebbe far convivere le due realtà, un luogo vivace, accogliente e rumoroso e poi una sala di lettura silenziosamente avvolgente. Nel bellissimo libro di Aidan Chambers Siamo quello che leggiamo lui individua un perfetto cerchio di lettura che se si realizza crea lettori che non smetteranno poi più di leggere. Ecco il 3 elementi indispensabili: un’ampia scelta di libri, un luogo accogliente dove trovarli e anche leggerli, un’occasione per parlarne con altri lettori. Se intorno al lettore si crea davvero questo cerchio ideale, poi non ne esce più.
    per tornare a Tombolini dobbiamo continuare ad essere informati e a confrontarci. E sono d’accordo con Luca che con questa nuova tecnologia torna centrale la lettura. E non è poco.
    buona domenica
    simonetta

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  16. Intanto, ben tornata a Lucilla, che ci è mancata!
    Cara Simonetta,avrei voluto essere con voi e sentirvi discutere rumorosamente di Kafka e quel ” rumore” mi sarebbe piaciuto moltissimo.
    Sono suggestivi i 3 elementi del cerchio di lettura, chi potrebbe negarli? Quando io lamento la mancanza di silenzio in biblioteca, penso all’ abitudine di chiacchierare di tutto ( poco di libri e molto di sè), al fatto che la parola ha assunto – secondo il modello della chiacchiera televisiva- un diritto illimitato e assoluto. Mancano i silenzi e le pause.Allora io dico che è giusto che vi sia almeno un luogo in cui al primo posto non vi sia la parola ma il silenzio, magari anche richiesto e imposto perchè non si riesce a leggere con il sottofondo vociante. Diversamente da Luca, credo che sia essenziale definire regole
    comuni a cui è giusto uniformarsi. Grazie!

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  17. Sul silenzio in biblioteca, sul silenzio della lettura e ancor più sulla necessità di creare delle isole di silenzio nel rumore e nel chiacchiericcio universale, sono più che d’accordo. Col riferimento a un silenzio complice, mi riferivo a tre cose:
    1) la superiorità di un silenzio autodeciso e interiorizzato, derivante da assorbimento, sospensione e scioglimento, rispetto a un silenzio stampato a lettere minatorie all’ingresso delle biblioteche di una volta (“QUI SI FA SILENZIO”). Il primo è una scelta, contagia e coinvolge, il secondo è un ordine che rischia di allontanare e di incutere la paura della soglia.
    2) del silenzio, come dice lettoreambulante, fan parte i rumori di lettura: lo sfogliare, il crocchiare, il cambiare posizione, lo sgranchirsi, il compitare, il fremere, il sussurrare; e naturalmente quelli dell’animazione della lettura (parlare, discutere, rappresentare) che però non dovrebbe mai effettuarsi in locali o luoghi dove si svolge contemporaneamente la lettura silenziosa.
    3) una biblioteca concepita a livelli concentrici, anche con riferimento alla lettura, dovrà produrre una progressiva attenuazione dei rumori, a partire dall’esterno verso l’interno, o dal basso verso l’alto. Dall’allegro vociare delle zone di ingresso e ristoro (la piazza propriamente detta), al brusio delle zone di consultazione, di reference e di studio, al silenzio quasi assoluto delle zone di lettura. E naturalmente, se c’è chi non rispetta il silenzio o fa trillare i telefonini impedendo ad altri di leggere e di concentrarsi, occorre intervenire d’autorità, come accade in tutte le biblioteche.
    Da tutti questi punti di vista l’ebook si presenta come un mezzo silenzioso (anche quando ha la sintesi vocale da sentire in cuffia, per non vedenti e ipovedenti) e che, soprattutto, crea silenzio e lo spande intorno a sé.

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