Etichettato: buddhismo

Il Buddha del mio amico

Ieri son passato a trovare un amico che ha un negozio di ottica. Quando vado da lui mi intrufolo sempre nel retrobottega, dove c’è il suo laboratorio, dove mola le lenti e le applica alle montature. Lì tiene sempre qualche libro, impilato uno sull’altro: son quelli che sta leggendo al momento.
Mi piace curiosare dentro quel che legge, e scambiare qualche impressione: ieri aveva, un romanzo di Andrea Vitali, una raccolta di articoli di Claudio Magris, e un libro di citazioni di pensieri del Buddha.
Il mio amico mi ha detto che sta leggendo con piacere solo il libro del Buddha, con gli altri non riesce a concentrarsi, finisce col pensare ad altro mentre scorre le parole.
Il mio amico si diletta con le immersioni (non in senso metaforico, in senso letterale: nell’acqua) e quando ha finito di molare una lente cerca di meditare: nel senso buddhista: la mente senza pensieri e cose di questo tipo.

Zen, la manutenzione della motocicletta, Pirsig intervistato dall’Observer

La scorsa settimana, L’Observer, il settimanale del Gurdian, ci ha fatto un regalo. Ha pubblicato un’intervista a uno dei miei (e di milioni di altri più o meno miei coetanei) autori mito: Robert Pirsig.
Sì, proprio l’autore de Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Di lui oggi si sanno pochissime cose: Tim Adams ci racconta un po’ della sua vita attuale, ma soprattutto ritorna sull’opera che lo ha reso così famoso. Pirsig, poi, che oggi ha 78 anni, ci spiega anche qualche particolare della sua biografia, così presente, in forma un po’ trasfigurata, nel suo grande libro.
Insomma una lettura che merita. Soprattutto per chi ha amato e ama le pagine della fantastica cacvalcata di Pirsig e di suo figlio Chris sulla motocicletta e alla ricerca della “qualità”.

Batchelor, Kundera: il Sé come una narrazione

Eccoci di nuovo con Batchelor e Kundera. Insomma, si è detto che la piena consapevolezza della realtà dinamica nella quale ognuno di noi è inserito offre un senso di piena libertà, che però rischia di restare in un’estasi mistica se non si condivide la realtà con gli altri: se rimane centrata solo su sé stessi. Se l’esperienza non viene comunicata e vissuta.
Ebbene, per condividerla con gli altri bisogna che questa libertà diventi la realizzazione creativa delle “possibilità del mondo per gli altri”.


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E’ quanto viene definito da Batchelor “compassione” e “comprensione”, due facce della stessa moneta. La libertà di vedere e comprendere il mondo in forme di vita concrete, quotidiane, non predeterminate ma nuove e creative. Frutto dell’irripetibile “matrice di circostanze contingenti” nelle quali ci troviamo: l’autenticità delle nostre idee e della compassione in quel momento, i bisogni degli altri in un particolare momento e luogo, la nostra capacità di impiegare le risorse culturali e tecniche in quel dato momento.
Insomma la pratica del Daharma (com viene definita dai buddhisti) è simile alla creazione artistica, non si tratta di realizzare nessuna trascendenza dal mondo, ma di creare sé stessi dentro e come parte del mondo.
Ogni individuo, se si libera della concezione di un Sé immutabile, come una pepita indipendente dal torrente che le scorre intorno, può diventare così creatore-autore della propria vita: assume il carattere contingente, mutevole, in trasformazione dell’esperienza e si trova quindi capace di ricrearsi.
Liberandosi dalle catene che lo tengono legato all’idea-immagine di un Sé immutabile in un mondo di cose immutabili, definite una volta per tutte e separate: ci si trova così a poter agire nel mondo con un’energia e possibilità prima sconosciute: perché ora questo mondo appare come un insieme dinamico e interdipendente nel quale siamo finalmente nelle condizioni di creare; non come dominatori né come estranei ma come parti di un tutto in perenne movimento e trasformazione.
Dobbiamo quindi avere la forza di immaginare noi stessi in modo diverso: non un’entità definita e immutabile ma una narrazione, nella quale i processi fisici e mentali nei quali siamo coinvolti (l’essere parte del mondo) diventino una “storia” che si sviluppa.
La vita non è più una fatica in difesa di un Sé immutabile ma un lavoro di creazione per completare una storia non terminata. Batchelor ci invita a non confondere il nostro Sé con un personaggio di un film di serie B, che rimane sempre uguale, indifferente al passaggio di avvenimenti e passioni.
Il Sé è invece come il personaggio complesso e ambiguo di un grande romanzo che emerge, si sviluppa, soffre e muta con lo scorrere delle pagine. La consapevolezza della transitorietà, dell’ambiguità, della contingenza ci rende capaci di apprezzare e vivere con leggerezza, flessibilità, adattabilità; sense of humor e senso dell’avventura; interesse e apprezzamento dei punti di vista degli altri: la vita come celebrazione della differenza.
(Le parti citate di Buddhism without beliefs di Stephen Batchelor sono a pagina 82 e 101 e ss.)
Insomma, molte delle riflessioni di Kundera sul romanzo ruotano attorno all’enigmaticità, ambiguità, impossibilità di definire i personaggi, di imprigionarli in interpretazioni semplicistiche; attorno all’asistematicità del pensiero filosofico espresso dai romanzi; alla forza del romanzo di restituirci il presente, la sua concretezza.
Un pensiero che ha molti punti di influenza e contatto con la particolare concezione laica e moderna del buddhismo di Stepehen Batchelor.

Libri citati:
Stephen Batchelor, Buddhism without beliefs
Milan Kundera, L’arte del romanzo;
Milan Kundera, Testamenti traditi;
Milan Kundera, Il sipario

BATCHELOR. E KUNDERA. Buddhismo, immaginazione creativa (2)

Provo a mettere ordine nelle note rapide a proposito della vita come “storia narrata” di cui parla Stephen Batchelor in Buddhism without belief.
Semplificando un po’: nella pratica buddhista, la meditazione permette di avvicinare, in alcuni momenti, una consapevolezza della condizione di complesso dinamismo degli individui e del mondo di cui si è parte, consapevolezza che illumina anche quella specie di gabbia nella quale abitualmente si è imprigionati, quando si intende il proprio sé come definito, immutabile, separato dal resto. Questi momenti di consapevolezza sono, secondo Batchelor, dei grandi momenti di libertà, sorta di sguardo limpido e preciso sulla realtà, che però poi fugge via; fino a quando, con l’abitudine alla meditazione si riesce a raggiungerlo di nuovo.
Già: ma in questa libertà nella quale si “vede” la realtà con tutta la chiarezza e la precisione ci si può anche restare assorbiti, affascinati dalla sua forza. Questa, dice Batchelor, sarebbe la scelta di un mistico, che “cerca di dissolvere se stesso in dio o nel nirvana”.

Invece, se per noi ha più valore partecipare a una realtà che condividiamo insieme agli altri, “nella quale ha senso dare un senso alle cose, allora questa abnegazione centrata su sé stessi negherebbe un elemento centrale del nostra essenza umana: il bisogno di parlare e agire, il bisogno di condividere l’esperienza con gli altri”. (Buddhism without belief, pag. 99-102). Domani concludo.

Ancora BATCHELOR. E KUNDERA. Buddhismo e immaginazione creativa

I saggi di Milan Kundera dedicati all’arte del romanzo – L’arte del romanzo, I testamenti traditi, Sipario: tutti editi da adelphi in Italia – sono stati una rivelazione. (Solo Sipario può dirsi nuovo, gli altri due sono di oltre dieci e venti anni fa circa).

Beh, mi ha fatto molto piacere vederli citati da Stephen Batchelor nella bibliografia di Buddhism without belief.
In particolare, in quella del capitolo dedicato all’immaginazione creativa necessaria per assumere la responsabilità di vivere una vita che non sia già segnata e immutabile, ma che, come quella di un personaggio di un romanzo, sia una “narrativa”, disegni una parabola di cambiamento, della quale ognuno può essere responsabile.
Insomma l’esatto contrario della rassegnazione o del nichilismo. Magari ci torno su questa cosa e provo a spiegarla meglio, con qualche citazione.

henri cartier-bresson., lo zen e la fotografia

Su “La Repubblica” del 5 agosto, in uno degli articoli dedicati a Henri Cartier-Bresson, si cita il volume pubblicato nel 1996 da Leonardo Arte, Henri Cartier-Bresson. Lo Zen e la fotografia. Fra le caratteristiche delle fotografie di h. c.-b. c’è in effetti un indicibile, io certo non so formularla, forza dell’*intuizione* del mondo, attraverso lo sguardo sul quotidiano, ordinario e straordinario.

H. C. – B., ci dice l’autrice dell’articolo, Luciana Sica, venne molto colpito dalla lettura di Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel, “lo ebbe in regalo da Braque e per lui fu una lettura fondamentale, illuminante. Gli si rivelò come ‘un manuale di fotografia’. Del resto, credeva, con Breton, nell’hasard objectif: ‘Non si deve riflettere’, diceva. ‘Lo sforzo cerebrale è molto pericoloso per una fotografia’.”

Il buddismo zen, scrive Herrigel, “non vuole essere speculazione, ma diretta esperienza di ciò che, in quanto fondo senza fondo dell’essere, non può essere concepito intellettualmente, anzi non può essere affermato e spiegato neppure dopo che se ne è fatto esperienza, per quanto precisa e inoppugnabile: lo si conosce non conoscendolo. Per amore di queste esperienze decisive il buddismo zen segue vie che per mezzo di una meditazione praticata metodicamente devono condurre a scoprire nel più profondo dell’anima quell’indicibile senza fondo né forma, anzi divenire tutt’uno con esso.” (edizione Adelphi, pagina 21).