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Articoli taggati ‘Fiction’

Perché leggiamo romanzi e racconti? Una risposta di Paul Auster

8 Novembre 2006 luiginter 2 commenti

Mi affascina molto l’interrogativo: perché leggiamo le storie di finzione? E ogni tanto ci torno. Sul tema l’Observer ha pubblicato una bella riflessione di Paul Auster.
In sintesi, Auster sostiene che la letteratura sia “magnificamente inutile, ma l’atto della creazione e il piacere della lettura sono gioie incomparabili che vale la pena assaporare”. Eccone uno stralcio (il resto si legge online):

We grow older, but we do not change. We become more sophisticated, but at bottom we continue to resemble our young selves, eager to listen to the next story and the next, and the next. For years, in every country of the Western world, article after article has been published bemoaning the fact that fewer and fewer people are reading books, that we have entered what some have called the ‘post-literate age’. That may well be true, but at the same time, this has not diminished the universal craving for stories.

Novels are not the only source, after all. Films and television and even comic books are churning out vast quantities of fictional narratives and the public continues to swallow them up with great passion. That is because human beings need stories. They need them almost as desperately as they need food and however the stories might be presented – whether on a printed page or on a television screen – it would be impossible to imagine life without them.

LA FORMA DI CONOSCENZA CHE SOLTANTO IL ROMANZO CI PUO’ DARE

27 Aprile 2005 luiginter 1 commento

E’ un articolo di _Le Monde Diplomatique_ del marzo 2003, molto molto interessante. Tra l’altro per affrontare un tema che è rimasto sottotraccia, ma presente, nei nostri Gdl: la scrittura narrativa confrontata con quella saggistica nel farci conoscere il mondo. A me colpisce soprattutto il fatto che, come detto da molti scrittori con accenti diversi, in vari momenti, il romanzo sappia

“portare alla luce il non detto della storia ufficiale, le zone dell’esperienza umana trascurate dagli storici; destabilizzare le certezze, le ortodossie, le visioni precostituite del mondo; esplorare l’altra faccia, il negativo dell’immagine che le nostre società danno di se stesse.”

Quello che possono dirci soltanto i romanzi

La letteratura specchio della storia

Guy Scarpetta

L’articolo in originale si trova qui, sul sito del quotidiano _Il Manifesto_. Spero non ce ne vogliano perché l’abbiamo pubblicato integralmente

Con la crisi del «romanzo storico», determinata anche dall’emergere di altri generi come il réportage giornalistico, la letteratura si va sempre più imponendo per la sua straordinaria capacità di interpretare e portare alla luce il non detto della storia ufficiale, di destabilizzare le ortodossie ed esplorare l’altra faccia dell’immagine che le società danno di se stesse. Da Musil a Philip Roth, da Fuentes a Vargas Llosa, la lettura dei grandi maestri del Novecento mostra che il romanzo moderno ha assunto una funzione di straordinaria bussola per comprendere le dinamiche che caratterizzano il nostro vivere sociale.

È necessario stabilire un collegamento tra la polemica che ha accompagnato in Francia l’assegnazione del premio Goncourt a Les ombres errantes di Pascal Quignard e la consacrazione ufficiale di Alexandre Dumas, le cui ceneri sono state spostate nel Pantheon di Parigi nel novembre scorso? Sarebbe per lo meno arrischiato. Perché, da una parte non possiamo fare a meno di riflettere su questa constatazione inconfutabile: in Francia, non c’è stato nessun grand roman dedicato alla guerra d’Algeria, al maggio 1968 o alla crisi attuale di una società che programma le sue esclusioni (non parliamo qui dei grandi «feuilletonistes»).

Ma d’altro canto nulla permette di affermare che questa impasse possa essere superata sognando semplicemente un ritorno al passato, ripristinando i codici del «romanzo storico» così come erano stati inventati dal XIX secolo.

Si potrebbe sostenere, inoltre, che questo «romanzo storico» (di cui ai suoi tempi George Lukacs aveva analizzato la genesi e l’evoluzione) sia divenuto un genere obsoleto e anacronistico. In primo luogo, perché gli elementi di verità che poteva fornire sono stati ormai assunti da altri tipi di discorso (reportage, giornalismo). Non si capisce proprio perché dovremmo andare a cercare nei romanzi le informazioni sulla storia del nostro tempo che possiamo trovare, per esempio, nella lettura dei giornali… Ma soprattutto perché, a poco a poco, si è imposto questo fattore: la funzione essenziale del romanzo moderno non è quella di «illustrare» con un racconto una concezione del mondo o della storia già elaborata, bensì di rivelare, attraverso i suoi percorsi specifici, «quello che solo il romanzo può dire» (secondo la formula di Hermann Broch ne La Morte di Virgilio, ripresa e ampliata da Carlos Fuentes e Milan Kundera). Cioè, portare alla luce il non detto della storia ufficiale, le zone dell’esperienza umana trascurate dagli storici; destabilizzare le certezze, le ortodossie, le visioni precostituite del mondo; esplorare l’altra faccia, il negativo dell’immagine che le nostre società danno di se stesse.

In questo senso, non è sicuro che la via «realista» (ereditata, appunto, dal romanzo storico), sia la più efficace. Basti un esempio: negli anni ‘30 e ‘40, molti scrittori hanno nutrito l’ambizione di analizzare la società (e le ideologie) che avevano portato al massacro della prima guerra mondiale. Uno di loro, Aragon, in rottura con le irrequietezze del suo passato di surrealista, ha tentato di farlo adattandosi a convenzioni «realiste» palesemente ispirate a Zola e a Balzac. Orbene, a leggere i suoi romanzi (1), è giocoforza constatare che, appunto per effetto di quei codici e di quelle convenzioni, Aragon non ha potuto scoprire nulla di più della società che avevano già descritto Zola e Balzac. Per contro, coloro che hanno fornito una autentica rivelazione sul mondo precedente il 1914, sul vuoto (o sulla confusione) di valori che è stato il terreno fertile della barbarie imminente, lo hanno potuto fare soltanto perché hanno osato voltare le spalle a quelle convenzioni realiste, e inventare forme di romanzo radicalmente nuove: Hermann Broch con Sonnambuli, e Robert Musil con L’uomo senza qualità …

Come che sia, questo paradosso sembra perdurare. È evidente che il gigantesco sconvolgimento sociale e morale portato, appunto, dalla guerra del 1914-1918 fu registrato, nel momento stesso della sua comparsa, e con la massima lucidità, da un romanziere, Marcel Proust, la cui arte si liberava volutamente dai vincoli del realismo. Che, inoltre, è un romanziere fra i più innovatori, anch’egli agli antipodi del realismo, Franz Kafka, colui che ha saputo anticipare, perfino nei suoi aspetti più soggettivi, il mondo totalitario in gestazione.

Che, infine, il «rimosso» della storia ufficiale (e edificante) degli Stati uniti fu esplorato da quel formidabile inventore di forme che fu William Faulkner, molto di più e meglio di quanto abbia fatto qualunque erede del romanzo storico.
Analogamente, in tempi più recenti: chi ci rivela il volto nascosto dell’Austria, il «crimine commesso in comune», secondo la formula di Freud, su cui quel paese non ha mai cessato di calare un velo di amnesia? Non un realista, bensì un romanziere reputato d’avanguardia, Thomas Bernhard. Analogamente, chi ci illumina sul non-detto criminoso della storia del Giappone? Non un realista, bensì un sottile esploratore delle ambiguità dell’autofinzione, Kenzaburô Oé (2).

Quali sono i romanzi più eloquenti sulle devastazioni che, in Europa, hanno fatto seguito alla caduta del muro di Berlino, o su tutti i retroscena della guerra di Bosnia? Non quelli di un realista, ma le finzioni incastrate, complesse, «stratificate» di un erede di Jorge Luis Borges, Juan Goytisolo (ne La Lunga vita dei Marx e Stato d’assedio).

Chi ci offre la visione più penetrante delle società latinoamericane?

Non i realisti, ma coloro che spingono la loro arte del romanzo in una dimensione favolistica, leggendaria (Gabriel Garcia Marquez) o in una polifonia di voci e di temporalità aggrovigliate (Carlos Fuentes [3]). Chi ancora spiega l’immaginario tipico degli emigrati, in una situazione postcoloniale di melting pot culturale? Non un realista, ma un romanziere vicino a Joyce, non alieno dal fantastico, Salman Rushdie (4).

Chi ci mostra come taluni aspetti dell’universo comunista (il kitsch dell’apparato ufficiale, l’illusione lirica insistita, il culto dell’infanzia, la sorveglianza e l’indiscrezione generalizzata) si ritrovino anche nel mondo occidentale – là dove la tirannia dello spettacolo ha sostituito quella dell’ideologia? Un romanziere, Milan Kundera, per cui il romanzo ha una vocazione ben diversa da quella di offrire un quadro «realista» della società, ma è condannato a «inventare forme nuove»….

Non bisognerebbe neppure credere che, in questo campo, la coscienza progressista, illuminata, dell’autore sia una garanzia di validità del romanzo. È questo il paradosso: è stato un romanziere peruviano, considerato piuttosto di destra (o comunque paladino del liberismo economico a tutto spiano) ad offrirci il romanzo più vero e più profondo che ci sia sulla decomposizione di una dittatura latinoamericana (quello di Trujillo a San Domingo) (5). È noto, del resto, che le pagine più illuminanti mai scritte sulle giornate rivoluzionarie del 1848 a Parigi si trovano in un romanzo (L’educazione sentimentale di Gustave Flaubert) dalla penna non esattamente «democratica»…

Insomma, la funzione di conoscenza tipica del romanzo e lo sguardo militante non devono necessariamente coincidere. Nulla potrebbe essere più emblematico a questo riguardo, dell’esempio di Ernest Hemingway, del suo impegno (personale e militare) nella guerra civile spagnola.

Egli scelse il suo campo senza alcuna incertezza, accettando la disciplina (e il manicheismo) che richiedeva l’efficacia della lotta. Ma, anni dopo, allorché volle trarre un romanzo da quell’esperienza – Per chi suona la campana – lo fece abbandonando ogni forma di manicheismo, rifuggendo dal «discorso a tesi», sottolineando zone di incertezza, di ambiguità, non risparmiando nulla alla gente del suo stesso campo (le pagine terribili sulle crudeltà e le efferatezze commesse dagli anarchici, o sulla paranoia omicida dei dirigenti staliniani). Perché il suo scopo, ancora una volta, non era quello di ridurre la guerra di Spagna a un racconto edificante, bensì di farci cogliere, dall’interno, come era stata vissuta da tanta gente nel corpo e nell’anima – quello che nessuna cronaca storica, nessun discorso militare è in grado di darci.

Non bisognerebbe neppure dimenticare che il romanzo, nel senso moderno del termine, è nato da una rottura netta con l’epopea: sia in Rabelais, che fa la parodia e la caricatura del genere epico, e lo distrugge ridendo dall’interno (l’episodio delle guerre picrocoline) che in Cervantes, che pone ironicamente a confronto il genere cavalleresco (divenuto ridicolo, allucinato) con la banalità del reale. Orbene, tutto succede come se questo scontro tra lo spirito dell’epopea (incentrata sulle eroiche gesta e l’esaltazione di valori collettivi), e lo spirito del romanzo (dissacrante, disidealizzante) dovesse, in un certo senso, ricominciare di continuo; come se lo si vedesse ripetersi e riattivarsi in tutto l’arco della storia del romanzo. È quello che oppone, per esempio, a proposito delle guerre del secolo scorso, le visioni epiche (da André Malraux a Ernst Jünger) a quelle rigorosamente romanzesche, antiepiche (da Hemingway a Claude Simon).

E veniva fatto di pensare a tutto questo, leggendo il racconto che Olivier Rolin ha appena dedicato all’avventura maoista, in Francia, all’inizio degli anni ‘70, con il suo miscuglio di idealismo, di esasperazioni, di follia, di generosità, di cecità, di romanticismo, di volontà, di purezza, di grottesco, di intelligenza e di totale idiozia. Orbene, leggendo questo libro (6) non si può evitare di sentirsi assalire progressivamente dall’impressione che Rolin non si spinga abbastanza oltre; che, per trattare un fenomeno così contraddittorio ed eccessivo, avrebbe dovuto essere contemporaneamente molto più «dostoievskiano» (nell’esplorazione del substrato soggettivo, irrazionale, di tanto fanatismo politico) e molto più «rabelesiano» (nell’evocazione di quei momenti in cui l’eroismo sconfina nella farsa) – in breve, molto più romanziere. Fino al momento in cui si finisce per capire che cosa ostacoli Rolin, che cosa gli impedisca di raggiungere la dimensione del romanzo: una incessante nostalgia, appunto, dell’epopea, esplicitamente rivendicata (non è un caso se l’unico «eroe positivo» citato è André Malraux) e che evidentemente gli ha impedito di scrivere il vero romanzo che l’argomento avrebbe meritato.

Continuando il discorso: non esiste sicuramente libro migliore, per farci cogliere la zona d’ombra degli Stati uniti, dell’ultimo romanzo di Philip Roth, La macchia umana (7). Non è trascurabile, anche in questo caso, il fatto che Roth non sia uno scrittore «realista», bensì il virtuoso degli incastri, dei racconti contraddittori, delle voci narrative pluraliste e incompatibili, di uno spostamento continuo dei limiti tra finzione e realtà, di narrative in cui la «verità» ci sfugge continuamente (8).
La trama del romanzo è ben nota: per un banale malinteso, un professore universitario viene accusato di aver fatto discorsi razzisti, è spinto a dare le dimissioni, e sembra seguire soggettivamente il degrado che gli è stato imposto; l’inchiesta, condotta dal narratore, che scopre, a poco a poco (viene da pensare a Faulkner) un passato inconfessabile, un pesante segreto accuratamente dissimulato (la negazione delle origini nere del professore); la resa, soprattutto il monologo interiore dei personaggi legati al dramma: Faunia, l’amante dell’insegnante caduto in disgrazia, una domestica analfabeta, disillusa e nel contempo straripante di invincibile vitalità; Delphine, l’universitaria d’origine francese, temibile inquisitrice, paladina del politically correct, il cui accanimento a distruggere il collega nasconde, anche qui, meschini segreti di natura privata; Les, il reduce del Vietnam, traumatizzato per sempre dalla guerra, violento, razzista, con l’ossessione della vendetta e dell’omicidio (raramente la letteratura ci ha fatto penetrare così profondamente nel cervello di un fascista).

Il tour de force si trova nel modo in cui il moltiplicarsi delle voci, delle testimonianze, ben lungi dal fare chiarezza sulla situazione, non fa che rivelarne l’oscurità, la complessità sempre più grande.

Ma quello che è ancora più importante, certamente, consiste nello svelamento progressivo di questa ossessione di purezza o di purificazione che è, in fondo, il terreno comune dei razzisti e degli anti-razzisti, dell’estrema destra e della sinistra «radical chic» – qualcosa di simile al fondo mortifero di quello che si presenta come l’Impero del Bene, e che non si decide a vedere in se stesso la «parte maledetta» che lo divora…

Se vivranno un giorno degli storici che vorranno occuparsi delle condizioni mentali e ideologiche degli Stati uniti, alla vigilia di una guerra contro l’Iraq dalle conseguenze incalcolabili – si può scommettere che sarà un romanzo, più di qualsiasi altro discorso con pretese di «obiettività», a fornire il materiale più ricco di riflessione, esattamente come noi troviamo nella lettura di Musil la rappresentazione più lucida dell’impero austro-ungarico alla vigilia della prima guerra mondiale.

note:

(1) Il ciclo del «Mondo Reale»: Les Cloches de Bâle, Les Beaux Quartiers, Les Voyageurs de l’Impériale.

(2) Si legga in particolare, Gli anni della nostalgia, Garzanti, 1997.

(3) In particolare in La morte di Artemio Cruz, Il Saggiatore, 1997 e Orchidee al chiaro di luna, Costa&Nolan, 1997.

(4) Si legga, oltre a I Versetti satanici, L’ultimo sospiro del moro, e la splendida raccolta di racconti Est-Ovest tutti pubblicati da Mondadori.

(5) Mario Vargas Llosa, La festa del caprone, Einaudi, 2000.

(6) Olivier Rolin, Tigre en papier, Seuil, Parigi, 2002.

(7) Einaudi, 2001.

(8) Fino a toccare il culmine ne Ho sposato un comunista e Operazione Shylock, entrambi pubblicati da Einaudi.
(Traduzione di R. I.)
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nabokov: alcune idee sulla *lettura*

Definire una storia _vera_ e’ un insulto all’arte e alla verita’. Ogni grande scrittore e’ un grande imbroglione

Cari amici del Gdl e dei dintorni,

per Pasqua, alcune idee sulla *lettura dei romanzi* regalate da *Vladimir Nabokov* (_Lezioni di letteratura_, Garzanti; in biblioteca a Cologno: 808 3 NAB).
[Sono parte di un corso universitario tenuto negli *anni cinquanta* negli Stati Uniti.

Questi che seguono sono alcuni passi dalla lezione introduttiva (chiamata "Buoni lettori e buoni scrittori"].

Naturalmente ne’ Nabokov ne’ nessun altro possiede il segreto di come si legge. Alcune delle cose che dice Nabokov _forse_ sono discutibili. A me pero’ piacciono, le trovo stimolanti, a volte divertenti, aiutano ad avvicinare meglio i libri.

I PARTICOLARI

[...]

Quando si legge, bisogna cogliere e *accarezzare i particolari*. Non c’e’ niente di male nel chiarore lunare della generalizzazione, se viene _dopo_ che si sono amorevolmente colte le solari inezie del libro. Se si parte invece da una gen
eralizzazione preconfezionata, si comincia dalla parte sbagliata e ci si allontana dal libro prima ancora di aver cominciato a capirlo. Non c’e’ niente di piu’ ingiusto verso l’autore che mettersi a leggere, per esempio, _Madame Bovary_. con l’idea preconcetta che sia una denuncia della borghesia.

I GRANDI ROMANZI SONO FIABE

Non dimentichiamo che l’opera d’arte e’ sempre la *creazione di un mondo nuovo*; per prima cosa, dovremmo quindi studiare questo mondo nuovo come se fosse qualcosa che avviciniamo per la prima volta e che *non ha alcun rapporto immediato con i mondi che gia’ conosciamo*. Una volta studiato attentamente questo mondo nuovo, allora soltanto possiamo analizzare i legami con altri mondi, con altri settori della conoscenza.

[...]

La verità è che *i grandi romanzi sono fiabe*.

Lo scrittore vero [...] non ha valori prestabiliti a disposizione: deve crearli lui. L’arte dello scrivere e’ un’attivita’ assai futile se non comporta anzitutto l’arte di vedere il mondo come potenzialita’ narrativa. La sostanza di questo mondo puo’ essere abbastanza reale, ma non esiste affatto nella sua totalita’: e’ caos, e a questo caos l’autore dice ‘Via’ permettendo al mondo di guizzare e di fondersi.

[...]

IMBROGLIONE

La letteratura _non_ è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, usci’ di corsa dalla valle di Neanderthal con un lupo grigio alle calcagna: _e’ nata_ il giorno in cui un ragazzo arrivo’ gridando al lupo al lupo, e *non c’erano lupi dietro di lui*.

Non ha molta importanza che il poverino, per aver mentito troppo spesso, sia stato alla fine divorato da un lupo. L’importante e’ che tra il lupo del grande prato e il lupo della grande frottola c’e’ un magico intermediario: questo intermediario, questo prisma, e’ *l’arte della letteratura*.

La letteratura e’ invenzione. La finzione e’ finzione. Definire una storia _vera_ e’ un insulto all’arte e alla verita’. Ogni grande scrittore e’ un grande imbroglione [...]

PRECISIONE DELLA POESIA E INTUIZIONE DELLA SCIENZA

Una buona formula per misurare la qualita’ di un romanzo e’ una fusione tra la precisione della poesia e l’intuizione della scienza, Per godere di quella magia un lettore accorto legge il libro di un genio non con il cuore, e neanche tanto con il cervello, ma con la spina dorsale. E’ li’ che si manifesta quel formicolio rivelatore, anche se leggendo dobbiamo rimanre un po’ distanti, un po’ distaccati. Allora, con un piacere insieme sensuale e intellettuale, guarderemo l’artista costruire il suo castello di carte e il castello di carte diventare un bel castello d’acciao e di vetro.

*Vladimir Nabokov* (_Lezioni di letteratura_, Garzanti; in biblioteca: 808 3 NAB).

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perché leggiamo storie di finzione?

13 Settembre 2004 luiginter 3 commenti

Nella raccolta di teorie e pensieri sul “Perché leggiamo storie di finzione”, ecco un altro passo da Umberto Eco:

[...]
Ma passeggiare in un mondo narrativo ha la stessa funzione che riveste per il gioco per un bambino. I bambini giocano, con bambole, cavallucci di legno o aquiloni, per familiarizzarsi con le leggi fisiche e con le azioni che un giorno dovranno compiere sul serio. Parimenti, leggere racconti significa fare un gioco attraverso il quale si impara a dar senso alla immensità delle cose che sono accadute e accadono e accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all’angoscia che ci coglie quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale.

Umberto Eco, Sei paseggiate nei boschi narrativi (Passeggiata n. 4, “I boschi possibili”) Bompiani 1994

perché leggiamo? il brivido del destino

31 Agosto 2004 luiginter 1 commento

Alcune risposte da Umberto Eco

Educazione al fato e alle leggi inesorabili della vita, il fucile di Cecov e Lotman, Moby Dick e l’agenzia di viaggio

Ringrazio Marco G. che mi ha ricordato/indicato l’esistenza, fra gli scritti di Umberto Eco di una (fra le tante) riflessioni sulla lettura e sul perché leggiamo storie di finzione

Il testo di Eco si chiama “Su alcune funzioni della letteratura”, è la trascrizione di un discorso al Festival della letteratura di Mantova del 2000 ed è pubblicato in Umberto Eco, “Sulla letteratura”, Bompiani, 2002.

Eco ci ricorda fra l’altro che Jurij Lotman in “La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità”, (Feltrinelli 1993) sottolinea la famosa raccomandazione di Cecov,

_per cui se in un racconto o in un dramma viene mostrato all’inizio un fucile appeso alla parete, prima della fine quel fucile dovrà sparare. Lotman ci lascia capire che il vero problema non è se poi il fucile sparerà davvero. Proprio il non sapere se sparerà o no, conferisce significatività all’intreccio. Leggere un racconto vuole anche dire essere presi da una tensione, da uno spasimo. Scoprire alla fine che il fucile ha sparato o meno, non assume il semplice valore di una notizia. E’ la scoperta che lo cose sono andate, e per sempre, in un certo modo, al di là dei desideri del lettore. Il lettore deve accettare questa frustrazione, e attraverso di essa il brivido del Destino.

Se si potesse decidere dei personaggi, sarebbe come andare al banco di una agenzia di viaggi: ‘Allora dove vuole trovare la Balena, Alle Samoa o alle Aleutine? E quando? E vuole ucciderla lei, o lascia fare a Quiqueg?’ La vera lezione di Moby Dick è che la Balena va dove vuole._ (pag. 21)

Come ricorda Victor Hugo nei Miserabili a proposito di Waterloo (attenzione, è sempre Eco che ce lo ricorda) era impossibile che Napoleone vincesse quella battaglia. E a causa di cosa? A causa di Dio. Così continua Eco:

Questo ci dicono tutte le grandi storie, caso mai sostituendo a Dio il Fato, o le leggi inesorabili della vita: La funzione dei racconti è proprio questa; contro ogni nostro desiderio di cambiare il destino, ci fanno toccar con mano l’impossibilità di cambiarlo. E così facendo, qualsiasi vicenda raccontino, raccontano anche la nostra, e per questo li leggiamo e li amiamo. [...]

I racconti, ci dice Eco, ci insegnano anche a morire. Che conclude:

Credo che questa educazione al Fato e alla morte sia una delle funzioni principali della letteratura. (pag. 22).

[Naturalmente non c'è solo questo, ci sono anche "gli investimenti passionali sui personaggi" e le situazioni dei romanzi e racconti e il modello di verità che la finzione ci offre, a differenza, sembra quasi un paradosso della Storia. Ma su questo cercheremo di tornare nei prossimi giorni]

Finction, falsificazione, romanzi e racconti [e il perché li leggiamo]

“Perché la vita non racconta storie”

A proposito di finzione, verità, storie – pochi giorni fa se ne è parlato
a più riprese. Ora cito Nick Hornby [tradotto da Internazionale (n. 549)], che a sua volta cita, finalmente ci arriviamo, B.S. Johnson, scrittore inglese d’avanguardia e semisconosciuto, al quale (altra citazione) Jonathan Coe ha recentemente dedicato parecchio tempo scrivendo una biografia (“Like a fiery elephant”). Insomma, ecco cosa diceva B.S. Johnson:

_ La vita non racconta storie. La vita è caotica, fluida, casuale; lascia un sacco di trame sospese, disordinatamente. Gli scrittori possono estrarre una storia dalla vita solo attraverso una scelta accurata e severa, e questo vuol dire falsificazione. Raccontare storie vuol dire raccontare bugie_

ah, naturalmente Internazionale traduce la rubrica che Hornby scrive per The Believer

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Perchè ci piacciono tanto le storie di finzione?

23 Luglio 2004 luiginter Lascia un commento

Conoscere il possibile oltre che il vero, le congetture e ipotesi e i fallimenti oltre ai fatti

Una risposta da Javier Marìas

Autore che periodicamente rimbalza sul tavolo del gruppo di lettura
[anche se ancora il GDL a Cologno non ha letto nulla di suo], citato
da lettori estasiati, Javier Marìas è certo vicino ai temi e allo
spiritodel nostro GDL.

Javier Marìas

Nella edizione italiana del suo romanzo “Domani nella battaglia pensa
a me”, Einaudi, si trova un “epilogo”
[altro non è che il testo di un
discorso tenuto da Marìas in occasione di un premio che gli è stato
dato in Venezuela] che sintetizza una delle possibili spiegazioni
della forza senza pari e formidabile della narrativa
, questo fenomeno
delle storie che leggiamo e che ci vengono raccontate e che ci prendono e catturano senza che noi ci si controlli e delle quali ci piace parlare e scrivere.

Marìas prova a rispondere alla domanda che molti si sono posti è anche
da punti di osservazione teorici molto elevati è sul perché leggiamo
le storie di finzione
:

_ è forse inspiegabile che persone adulte e più o meno coscienti siano
disposte a immergersi in una narrazione di cui sin dal primo momento
sanno che si tratta di un’invenzione. _

[...]

_l’uomo e forse la donna ancora di più_ – dice Marìas – _ha bisogno di
conoscere il possibile oltre che il vero, le congettute e le ipotesi e
i fallimenti oltre ai fatti, ciò che è stato tralasciato e ciò che
sarebbe potuto essere oltre a quello che è stato._

[...]

_Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso, sfumato, forse siamo fatti in egual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere._

Per questo dunque tanto ci piacciono i romanzi, suggerisce Marìas. In fondo _tutti viviamo – questo è uno dei temi forti di “Domani nella battaglia pensa a me”, – _in maniera parziale ma permanente, subendo l’inganno oppure praticandolo, raccontando soltanto una parte, nascondendo un’altra parte e mai le stesse parti alle diverse persone
che ci circondano._

Eppure a questo non riusciamo ad abituarci.

Quando si scopre che _qualcosa non era come l’abbiamo vissuto – un amore o un’amicizia, una situazione politica o una aspettativa comune e addirittura nazionale -
ci si presenta nella vita reale quel dilemma che può tormentarci così tanto e che in grande misura è il terreno della finzione: non sappiamo più com’è stato per davvero ciò che ci sembrava certo, non sappiamo più come abbiamo vissuto ciò che abbiamo vissuto, se è stato quello che abbiamo creduto fino a quando non siamo stati ingannati o se dobbiamo gettare tutto quanto nel sacco senza fondo dell’immaginario e tentare di ricostruire i nostri passi alla luce della rivelazione presente e del disinganno.

La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter racocntare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabli, di scelte non compiute, di opportunità mancate, di elementi che ignoriamo perché riguardano gli altri, di cui è ancora più arduo sapere tutto o sapere qualcosa. L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e malsicuro, che neppure ciò che in esso sembra ormai fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre, che ciò che è stato è composto anche da ciò che non è stato, e che ciò che non è stato può ancora essere._

Il genere romanzo dà tutto questo o lo sottolinea o lo porta alla nostra memoria e alla nostra coscienza, e da ciò deriva forse il suo perdurare [...]_