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Jonathan Franzen, arriva Zona disagio; il nuovo libro

18 Novembre 2006 luiginter 4 commenti

Arriva a fine novembre, da Einaudi, il nuovo libro di Jonathan Franzen, Zona disagio, di cui avevamo parlato qualche settimana fa riferendoci alle recensioni in Inghilterra.

Così lo descrive la scheda dell’editore:

un’autobiografia che diverte, commuove e brilla d’intelligenza. Un ritratto dell’artista da giovane che conferma lo straordinario talento narrativo di Franzen.

A quarant’anni, poco dopo la morte della madre, Jonathan Franzen ritorna a Webster Groves, il tranquillo sobborgo di St Louis dov’è cresciuto. I due fratelli maggiori l’hanno incaricato di cercare un agente immobiliare per vendere la vecchia casa di famiglia. Appena entra nelle stanze in cui ha trascorso infanzia e adolescenza, Franzen si sente un «conquistatore che bruciava le chiese e fracassava le icone del nemico». E il nemico è la famiglia. Ma questo è solo il primo impatto, perché il suo atteggiamento rivela subito un’intenzione diversa e più profonda. Se decide di entrare nella «zona disagio» che è il proprio passato, Franzen lo fa per prolungare il gesto del padre, che ogni sera muoveva il termostato del riscaldamento di casa verso la «zona benessere». In lui l’ironia è sempre accompagnata da un movimento contrario di indulgenza e innesco emotivo.

Sei sono le tessere che compongono il puzzle di questa straordinaria autobiografia: la vendita della casa di famiglia; i «Peanuts» di Charles Schulz, e in particolare Snoopy, come chiave tragicomica della contestazione degli anni Settanta; un gruppo d’ispirazione cristiana, la Comunità, specchio dell’anomalia suburbana di Webster Groves; gli scherzi adolescenziali ai danni delle strutture scolastiche, prove di indipendenza dall’autorità; l’innamoramento per la lingua tedesca, segno di una vocazione letteraria che inizia a esigere i suoi spazi; la passione per il bird watching, nascita di una coscienza ambientalista. E intrecciata a questi momenti, naturalmente, una tormentata educazione sentimentale.

La figura della madre assume, tra i personaggi del libro, il ruolo più importante: quello di guida e ispiratrice del viaggio nel passato. È la madre, Irene, a trasmettere a Jonathan il culto e la cura della memoria. È la madre a gestire i ricordi di famiglia, a riempire le stanze di fotografie, e accumulare surgelati, come «la punta di petto di manzo vecchia di nove anni», doverosamente etichettata, che Jonathan ritrova nel freezer. Conservare è l’ossessione della madre, ma anche la sua forza: modificando pezzo per pezzo la casa di Webster Groves, Irene Franzen scrive il proprio romanzo, invitando il figlio scrittore a «prestare attenzione ai dettagli», suscitando in lui, magari involontariamente e spesso con insofferenza reciproca, il talento nell’osservare, nel raccogliere, nel raccontare.
Jonathan Franzen vive a New York. Ha scritto tre romanzi: La ventisettesima città, Forte movimento, Le correzioni e una raccolta di saggi: Come stare soli.

 

Jonathan Franzen, un assaggio del nuovo libro

7 Ottobre 2006 luiginter Lascia un commento

 Sul Guardian un estratto del nuovo libro di Jonathan Franzen, The Discomfort Zone: A Personal History

Una storia autobiografica e familiare

After Jonathan Franzen’s mother died, he was faced with the job of selling the family home – but could he fulfil her expectations? The acclaimed author of The Corrections reflects on real estate, the agonies of adolescence and the cost of letting go of the past

Ecco un assaggio

In the days after the memorial service, as my brothers and I went from room to room and handled things, I came to feel that the house had been my mother’s novel, the concrete story she told about herself. She’d started with the cheap, homely department-store boilerplate she’d bought in 1944. She’d added and replaced various passages as funds permitted, re-upholstering sofas and armchairs, accumulating artwork ever less awful than the prints she’d picked up as a twenty-three-year-old, abandoning her original arbitrary color schemes as she discovered and refined the true interior colors that she carried within her like a destiny. She pondered the arrangement of paintings on a wall like a writer pondering commas. She sat in the rooms year after year and asked herself what might suit her even better. What she wanted was for you to come inside and feel embraced and delighted by what she’d made; she was showing you herself, by way of hospitality; she wanted you to want to stay.

Il destino, le correzioni, franzen e le passioni tristi

Fra i tanti suggerimenti che arrivano da _l’epoca delle passioni tristi_
di Miguel Benasayag – Gerard Schmit, mi colpisce quel che è scritto a
pagina 104, nel paragrafo “il destino e la fragilità”. Mi colpisce e
suscita molte riflessioni e un desiderio di approfondire.


La libertà, dicono gli autori, consiste nell’*assumere il proprio
destino* (destino che non coincide con la fatalità).

” Il destino è il fatto di essere nel mondo, senza che alcuna distanza
ci separi da esso. Noi siamo ciò che è dato, ciò che viene tessuto da
una certa epoca e per una certa epoca.

(…)

“Il destino è quell’insieme complesso di condizioni, di storie e di
desideri che si incrociano e si intrecciano determinando una
singolarità, una persona. E’ costituito dai legami che creiamo e
sviluppiamo liberamente. Per questa ragione la libertà non consiste
nella scelta tra il dominio (di sé, degli altri e del destino) mediante
la forza e la sottomissione, la debolezza.

“*La libertà, conciliata con il destino, ci installa in una dimensione
di fragilità.*
Questa fragilità non è né una forza né una debolezza, ma rappresenta una
molteplicità complessa e contraddittoria da assumere nel suo insieme.
Entrare nella fragilità significa vivere in un rapporto di
interdipendenza, un una rete di legami con altri. Legami che non devono
essere visti come fallimenti o successi, ma come possibilità di una vita
condivisa.”

Si potrebbe continuare con la citazione; ma già questa basta: perché mi
sembra che qui ci sia un legame forte, con molte delle *storie che
leggiamo nei romanzi*: perché i romanzi ci aiutano a capire proprio
questo *destino*, la necessità di assumerlo come proprio, di non
fuggirlo, non negarlo. In fondo il fatto che si compia il destino di un
personaggio in un romanzo ci insegna anche questo, che si può lottare,
combattere, avere ambizioni e desideri, trasformare e trasformarsi, che
sempre però l’io *deve fare i conti con i legami con gli altri*, non può
nascondere o ignorare questi legami; i legami e le situazioni che creano sono il terreno sul quale cimentarsi, dal quale non si può prescindere; a partire dal quale muovere, anche quando si vuole *trasformare*. Che è un po’ quel che fanno quasi sempre i personaggi dei romanzi, che vivono, nel corso delle pagine, passaggi da una istuazione a un’altra; ma sempre fanno i conti con quel che li circonda, non possono ignorare le situazioni, non posssno rifugiarsi in una spirale di presunta onnipotenza che no tengfa conto dei punti di partenza (il consumo sfrenato trasmette [o cerca di trasmettere] l’impressione che tutto sia possibile, senza limiti, _basta avere il denaro_

_Non è rassegnazione_

Proprio _Le correzioni_, il libro di Jonathan Franzen che abbiamo appena
letto, mi sembra un’illustrazione forte, quasi esemplare dell’importanza
decisiva di *assumere il proprio destino*, di accettare l’idea di
vivere in rapporti di interdipendenza con gli altri, nel “tessuto”
nel quale il nostro tempo ci ha calato.

Il che – mi sembra importante sottolineare anche questo – non significa
*rassegnazione* di fronte al dato di fatto, alla realtà come fosse
immodificabile; perché solo se si riconosce il nostro essere in questo
tessuto e in questo tempo (la nostra fragilità) si assumono anche le
proprie possibilità e la propria libertà. Anche di cambiarlo. Senza fughe in avanti che portano poi solo frustrazione, per il fallimento dell’illusione d’onnipotenza legata all’idea che solo se ci si arma si vince; oppure che portano alla disperazione e al senso di totale inpotenza

ciao a tutti

_Luigi

Le correzioni, un grande libro

28 Febbraio 2005 luiginter Lascia un commento

_Le correzioni_ mi è sembrato un *grande libro* .

Perché? Perché ha il coraggio di abbracciare una grande porzione di vita, storie individuali e famigliari, mettendoci moltissime informazioni ‘enciclopediche’ sul mondo contemporaneo (chimica del cervello, mercati finanziari, gestione di un ristorante di lusso, cucina, farmacologia, ingegeneria ferroviaria, singulti di un paese baltico in cerca di identità politica ecc.), e questo, lo sappiamo, ci aiuta a leggere come se leggessimo delle vite vere, come se fossimo dentro il mondo che ci viene raccontato.

Ma sono soprattutto *i personaggi* a legarci al libro, così veri, capaci di farci toccare l’umanità, le passioni, le piccinerie, le fissazioni, i rancori, i rimpianti, le incertezze, le assurdità, gli slanci emotivi, le paure ecc.


Forse solo il personaggio di Denise pare un po’ “artificiale”, forzato nei suoi tratti, meno credibile, in alcune pagine sembra derivato da una tesi, non scaturisce naturalmente.

[certo non mancano probabilmente altri difetti, io però li lascio perdere]

Come hanno scritto alcuni critici (per esempio James Woods sul _Guardian_ del 9 novembre 2001 ,

_Le correzioni_ è un romanzo che tiene insieme il gusto per il realismo sociale alla Dickens e l’attenzione per i legami e le caratteristiche, anche molto precise e dettagliate, specifiche dell’epoca contemporanea, tipica degli scrittori alla Don De Lillo.

Solo che in Franzen, come nel romanzo ottocentesco, la presenza dei personaggi, la loro umanità è trascinante, è il vero motore del libro, cosa che in molta narrativa contemporanea americana sembra mancare: più fredda, distaccata, lontana dal cuore o incapace di farci ‘leggere con la schiena’ (il brivido del piacere di cui parla Nabokov a proposito di Dickens).

Franzen ha avuto molto coraggio nell’affrontare una tessitura così ampia, nell’obbligarci a *esporci emotivamente* nei confronti dei personaggi.

Esemplare mi sembra la figura di Alfred, quasi un *termometro emotivo del rapporto lettore/libro*.

Nelle prime pagine lo vediamo già avanti con gli anni e ammalato, con gli intralci che una malattia nervosa comporta; suscita simpatia, a volte qualche sorriso, un po’ di pietà. La moglie lo assilla, nega la gravità della patologia, dice che se non si lasciasse andare potrebbe fare una vita normale. Alfred lo sentiamo vicino.

Poi però i vari flashback lo mostrano chiuso in se stesso, tutto dedito al lavoro, con l’amore trasmesso ai figli solo a intermittenza, lontano affettivamente e sessualmente dalla moglie: e allora prendiamo le distanze da Alfred.

Poi, nelle ultime pagine, la crociera e l’aggravarsi della malattia, ma soprattutto il legame affettivo con la figlia Denise (che ci fa anche scoprire come la natura riservata dell’amore di Alfred per i figli avesse impedito loro di conoscere veramente il padre) e ancor più il trasporto disinteressato per Chip, ci riavvicinano a Alfred, che è, oltre che il personaggio centrale del romanzo, anche quello emotivamente più “nostro”, vicino e probabilmente più sviluppato artisticamente.

:::….Chip purtroppo, credeva che Alfred amasse i suoi figli solo nella misura in cui avevano successo. Chip era così impegnato a sentirsi incompreso da non accorgersi di quanto poco lui stesso comprendesse suo padre. Per lui, il fatto che Alfred fosse incapace di dimostrargli affetto era la prova che non sapeva, o non gli importava chi fosse. (pag. 554, nel capitolo Un Ultimo Natale)::::…

Adesso Alfred, nella fase più acuta delal malattia vuole essere aiutato da Chip, comunica con Chip: è il momento della sua vita nel quale – paradossalmente visto che ha un Parkinson in fase avanzata – più comunica con il figlio.

Infine, mi sembra che _Le Correzioni_ ancora più che al libro di Ginsborg (benché Ginsborg citi due volte pagine di Franzen) si leghi a doppio filo a _L’epoca delle passioni tristi_.

Io ho trovato un richiamo fortissimo per esempio a quanto viene detto da *Miguel Benasayag e Gérard Schmit* in una delle ultime pagine a proposito del _destino_ nel quale dobbiamo vivere, dando forza ai legami; quindi nessun fatalismo ma nemmeno fuga (vado a memoria perché non ho il libro sottomano e, avvertitemi se sto prendendo un granchio). Forse nella prossima discussione potremo accennare anche a questo.

ciao a tutti

_L

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jonathan franzen, _le correzioni_; appunti di andrea

23 Febbraio 2005 luiginter Lascia un commento

— Messaggio di Andrea Nava —-

Niente gruppo di lettura giovedi’ scorso (influenza), e Le Correzioni l’avevo pure proposto io…
Sono arrivato a meta’, circa, ed ho trovato interessantissime le osservazioni di vera, specialmente quella che si riallaccia alla *nostra esperienza “reale”*:

ciascuno di noi puo’,anche quando cade in un pozzo senza fine , trovare una speranza di miglioramento puo’ cioe’ fare delle correzioni . Si puo’ vincere l’ indifferenza e nonostante i rancori mai sopiti , ci si può dare una mano e ritrovarsi

E questo collegamento libro-vita reale, e’ stato forse uno dei motivi del successo dell’incontro sul *saggio di ginsborg*.

Stimolante proporlo _anche_ per un romanzo.

Ciao a tutti

andrea

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jonathan franzen, le correzioni, secondo vera

17 Febbraio 2005 luiginter Lascia un commento

— Messaggio di Vera —

giovedi’ a causa di un impegno improrogabile, non posso essere alla riunione del gruppo di lettura. provo a inviarvi qualche considerazione sul libro , che a onor del vero ,ho letto l’estate di 2 anni fa. Ho infatti dovuto riprenderlo per ricordarmi la storia e ricostruire i motivi per cui mi era piaciuto . ecco l’elenco.

* la scrittura ,originale, incisiva – moderna

* lo stile (romanzo descrittivo sullo stile novecentesco , ma anche introspettivo, un po stile saggio

* la storia. tempo narrativo perfetto, con colpi di scena e risoluzione finale.

* il messaggio: ciascuno di noi puo’, anche quando cade in un pozzo senza fine, trovare una speranza di miglioramento puo’ cioe’ fare delle correzioni . Si puo’ vincere l’indifferenza e nonostante i rancori mai sopiti, ci si puo’ dare una mano e ritrovarsi

* l’umorismo che percorre tutto il libro

La descrizione di cosa significa America per un americano dopo un periodo vissuto in Europa

“in tutta la Lituania non esisteva una stanza simile al soggiorno dei Lambert. Solo in questo emisfero si potevano trovare tappeti di una lana cosi’ sontuosa ,mobili cosi’ grandi e cosi’ fatte e stoffe cosi’ opulente in una stanza di concezione tanto comune e ubicazione tanto banale .pag .569, continuate voi.

“Persino la noia piu’ estrema aveva un limite misericordioso. Il tavolo da pranzo ,per es, aveva un lato inferiore che Chipper esploro’, allungando le braccia con il mento appoggiato alla superficie …Le complicate intersezioni di blocchetti e angoli rozzamente rifiniti erano costellate di viti conficcate in profondita’, piccoli pozzi cilindrici con ruvudi trucioli di fibra di legno intorno agli orli irresistibile per le dita esploratrici.” pag 279, continuate voi se volete

alla prox.ma,

_Vera

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