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Quattro passi verso casa (l’amore ai tempi di Marìas)

7 Maggio 2007 theleeshore 3 commenti

Torno su Un cuore così bianco di Javier Marìas, libro di cui tanto si è discusso e parlato su questo blog. L’ho appena finito e volevo scambiare le mie impressioni con voi. Inizio da pagina 13:

Una volta sposati, all’uscita del cinema i passi si dirigono insieme verso lo stesso posto (andando fuori tempo perché ormai sono quattro i piedi che camminano) non perché io abbia deciso di accompagnarla e nemmeno perché abbia l’abitudine di farlo e credo sia giusto e corretto farlo, ma perché ora i piedi non esitano sulla strada bagnata, né decidono né cambiano idea, né  possono scegliere, o pentirsi: ora non c’è dubbio che si va dalla stessa parte, che questa sera lo si voglia o no, o forse era ieri sera che non lo volevo.

E’ prima di tutto un libro sulla solitudine, sulla solitudine del mondo visto dal cuscino, sulla solitudine del matrimonio come condizione ontologica. Sull’incapacità – impossibilità – di comunicare con l’altro (e per l’altro con noi), sulla condanna di ognuno di noi di essere altrove (altrove da lì, non necessariamente con qualcun altro), in mare aperto, dove non si scorge la fine dell’orizzonte o dove non si sa quando si scorgerà la terraferma.

 Lui ama sua moglie? Alla domanda, che è stata posta da un lettore in un altro post, io risponderei con questa frase di Kierkegaard:

Un soldato alla frontiera dovrebbe essere sposato? Alla frontiera dello spirito, egli può sposarsi quando lotta giorno e notte come avamposto non contro i Tartari e gli Sciti, ma contro le orde selvagge di una malinconia essenziale? Può sposarsi a questo avamposto? Sebbene non combatta giorno e notte e goda di tregue abbastanza lunghe, non sa mai quando la guerra riprenderà perché non può vedere un armistizio in questa bonaccia.  

Juan la ama come si può amare adesso – e qui sta il talento di Marìas - (non cinquant’anni fa, o un secolo fa e via a ritroso) ma oggi, in questi tempi, come amiamo e come siamo amati dagli altri. Juan ama Luisa nel cambiamento, quindi sì, la ama ma nei piccoli dettagli, la sua nuova pettinatura, i nuovi mobili di casa, i vestiti appena comprati. Non può amarla per sempre perché non esiste più il futuro astratto, perché non è dato saperlo, perché non è nelle sue possibilità. Non è, non riesce e non sarà mai Jay Gatsby, non conosce l’amore universale, pieno, certo. Non perché non voglia, anzi (“E adesso?“ Si chiede per tutto il libro, non si rassegna a quell’amore parziale, finito, reale) ma perché quell’amore non esiste più. Per nessuno. O meglio, era così anche ai tempi di Omero, ma ora possiamo dirlo.

Luisa ha già capito tutto anzi più che capirlo, sembra che lo sappia e basta. Non ha bisogno di verbalizzarlo, si muove leggera nel cambiamento. Lei nemmeno se lo pone il problema dell’assoluto, Anna Karenina sembra sua nonna ed Emma Bovary una mamma fragile e un po’ sventata, lei no, vive nel presente. Quando afferma: “E’ ovvio che vorrei saperlo se un giorno decidessi di ucciderrmi”, sta dicendo a suo marito che sa che un giorno lui potrebbe lasciarla, ma nel dirlo, e nel tono in cui lo dice, sa anche che magari sarà prima lei a lasciare lui. Ma non può sapere se accadrà, né tantomeno quando.  Vuole solo fargli capire che lo sa e che questa consapevolezza è l’unico modo in cui si può amare qualcuno.

Insomma, nessuna certezza, l’amore è un gioco di ruolo, l’importante è parlare (“il matrimonio è un’istituzione narrativa”) e il prossimo che appoggerà la testa sul cuscino non sarà migliore di chi c’è adesso. O forse no, ma questo, dice Marìas, non è dato saperlo: “il nostro pensiero è oscillante e ambiguo e non tollera che non ci siano sospetti, per lui ci saranno sempre zone d’ombra e sempre pensa con un cervello cagionevole” (brainsickly – esiste un’espressione più efficace?).

Ancora un cuore così bianco

2 Aprile 2007 fenice 4 commenti

Difficile questa volta raccontare del nostro incontro “casalingo” senza correre il rischio di scivolare nel logorroico, sia per la molteplicità degli spunti offerti dal libro scelto (Un cuore così bianco di Javier Marías) che per la ricchezza e vivacità del dibattito che ne é venuto fuori. Vi lascio solo delle tracce di quello che ha colpito me in quella serata, invitando magari gli altri lettori e lettrici del gruppo ad aggiungere la loro.

Lettori e lettrici… questa è stata la sorpresa: tra le facce nuove anche due uomini. Così come *luiginter* aveva sottolineato la diversa partecipazione di uomini e donne del GdL di Cologno, anche noi siamo rimaste piacevolmente stupite nel notare il diverso modo non solo di leggere nello specifico questo libro, ma in generale di affrontare la lettura e la discussione. Dopo lunghe considerazioni di noi donne sullo stile narrativo di Marías e sulle tematiche proposte, un intervento maschile breve e diretto ci ha spiazzato: “ma dite, secondo voi, lui ama sua moglie?” Una domanda che ha acceso gli animi più di troppe parole.

Altro spunto ricorrente in tutto il romanzo su cui ci siamo soffermati é stato il “segreto”: cos’è un segreto? é giusto raccontarlo al partner o alle persone più vicine? perché lo si racconta (o non lo si racconta)?

Quelli (quelle) tra noi che lavorano con le parole si sono sentite coinvolte dalle divagazioni linguistiche, per altri invece noiose o pesanti. Anche lo stile “a spirale” ha raccolto consensi e proteste. Cercando di tirare le somme Un cuore cosí bianco é molto piaciuto oppure poco o per niente.

E’ stata molto animata la discussione sui vari personaggi e ne sono uscite definizioni interessanti: per esempio il protagonista si é beccato l’etichetta di “uomo beige”, cioè passivo, inetto, osservatore della vita propria e altrui; mentre il rapporto con la moglie ci é sembrato “tiepido”.

Unanime forse la conclusione a cui siamo arrivati: allargare il cerchio di lettura aumenta le angolazioni e le sfacettature possibili. E il libro é spesso un’ottima scusa per trovarsi a chiacchierare, raccontarsi, confrontarsi. Un’occasione preziosa a cui ci stiamo affezionando.

Javier Marìas, Un cuore così bianco, lettura di più gruppi

5 Marzo 2007 luiginter 5 commenti

giulia_almost_blue, originally uploaded by luiginter.

 

Il gruppo di lettura che abbiamo definito “casalingo” ha scelto come prossimo libro, Un cuore così bianco di Javier Marias. E’ un libro già letto recentemente da un Gdl di Cologno Monzese (oltre che, nel 2002, da uno dei gruppi di Cervia).

Come possibile contributo a questa lettura pubblico qui sotto un documento – preparato dai bibliotecari – riassuntivo dei temi emersi nella discussione a Cologno, in attesa che le ragazze del Gdl autogeneratosi in un appartamento milanese ci facciano sapere cosa ha suscitato in loro la lettura di Marias. Io ne sono rimasto personalmente sconvolto e in me ha prodotto solo stupore e un silenzio attonito – ma, in questo momento, non faccio testo ;) – e una grande ammirazione per come le donne riescono ad affrontare questi temi. Il che, forse, rende l’appuntamento del Gdl casalingo ancora più intressante, visto che, per ora almeno, è formato da sole donne.

Un cuore così bianco: le opinioni del gruppo di lettura di Cologno Monzese

1. Problemi di traduzione?

In apertura di sessione abbiamo affrontato alcune questioni relative alla traduzione, che avevano un po’ agitato le acque della nostra lettura. In effetti, molti lettori avevano notato che nel testo rimanevano alcuni punti oscuri, e che a volte quest’oscurità non appariva dovuta a scelte narrative dello scrittore bensì a questioni linguistiche. Intanto abbiamo scoperto che i lettori avevano letto due diverse traduzioni dell’opera, una di Bianca Lazzaro (Donzelli, 1996) e una di Paola Tomasinelli (Einaudi, 1999) e che quest’ultima era quella distribuita in biblioteca, la più recente, la più prestigiosa e anche quella con maggiori problemi.

Proseguendo abbiamo evidenziato alcuni brani del testo originale accompagnandoli dalla traduzione dell’edizione Einaudi. In particolare abbiamo concentrato la nostra attenzione su un primo esempio, perché si tratta di una frase che si ripete varie volte in poche pagine e acquisisce un notevole significato nel contesto. Quando Luisa, parlando con Juan in una delle frequenti “scene del cuscino” contenute nel romanzo, afferma “Desde luego que querré saber si un día piensas matarme”, è chiaro che Luisa si rivolge a Juan affermando che le piacerebbe saperlo se un giorno lui pensasse di ucciderla. Ma se nella traduzione italiana (“E’ ovvio che vorrei saperlo se un giorno decidessi di uccidermi”) si omette il soggetto della dipendente, si può intendere facilmente (soprattutto in un contesto animato dal fantasma suicida della zia Teresa) che è lei (Luisa) colei che pensa di uccidersi, ma in questo modo non si capisce niente del successivo dialogo e il lettore rimane con la sensazione di qualcosa di imperfetto e di poco comprensibile.

Citiamo questo esempio non per cercare il pelo nell’uovo bensì perché siamo convinti che una buona o cattiva traduzione può decidere il destino di una lettura. Paola Tomasinelli è una valida traduttrice ed i problemi di traduzione riscontrati sono probabilmente il risultato di una macchina editoriale improntata a far uscire un libro dietro l’altro, senza curarli con l’attenzione e la passione che meriterebbero. Il lavoro del traduttore è spesso sottovalutato, gli editori pagano poco il lavoro svolto e non controllano la qualità del prodotto.

2. “Le orecchie non hanno palpebre”: sapere o non sapere, dire o non dire, uomini e donne

Il primo argomento affrontato durante la discussione è stato quello del segreto, vera chiave del libro e probabilmente dell’intera opera di Javier Marías. In molti hanno osservato come l’iniziale disinteresse del protagonista ad indagare le cause del suicidio di sua zia sia un comportamento tipicamente maschile: molti uomini non sono interessati a conoscere il passato familiare, dei loro genitori ed antenati. Luigi ha dichiarato la sua franca ammirazione (e ha lasciato un commento ricco di elogi nel blog) verso le lettrici del gruppo che hanno affrontato molto direttamente e hanno “tagliato con il bisturi” gli aspetti forti del libro. D’altra parte il libro stesso rifiuta i tagli netti e preferisce le atmosfere più rarefatte, le situazioni più ambigue, nelle quali quello che accade combacia con quello che non accade, come dice l’autore, e un filo sottilissimo separa la realtà dall’inesistenza. Se nel libro è Luisa (la donna) quella che si impegna maggiormente nel conoscere ciò che Juan “non ha voluto sapere”, e afferma indirettamente che è necessario far luce sul passato delle persone per poterle conoscere e amare, nel dibattito del gruppo sono state le donne quelle che più energicamente hanno sostenuto l’esigenza di preservare il segreto come difesa e condizione dell’amore e delle relazioni tra uomini e donne. Forse le donne (anche questo è stato detto nel blog) hanno raggiunto questa convinzione dopo aver pagato sulla loro pelle il prezzo del non aver tenuto dei segreti.

Il personaggio di Juan appare degno di molte riflessioni, anche se il suo profilo nel romanzo lo pone quasi in secondo piano, lo fa vivere di nascosto. È lui quello che ascolta senza volere, non visto, (nella scena del viaggio di nozze a Cuba ed in quella, finale, della confessione del padre) e la sua attitudine nei confronti della vita ha un’impronta di passività, che con uno stereotipo si potrebbe qualificare come femminile. È lui quello che ha un “cuore così bianco”, vale a dire che non può macchiarsi di sangue, né di colpe, né di passioni (forse questa coincidenza può farci pensare ad un Marías neoromantico?). Però lui è anche l’uomo che sa interpretare le sfumature, capire le donne e aiutarle nei loro progetti (vedi per esempio l’amicizia con Berta), che ha un’intelligenza subliminale del reale, a volte quasi profetica. È un personaggio ambiguo nel senso positivo del termine (perché in Marías tale senso c’è).

3. La coppia

Tutti si sono resi conto del tono “antimatrimoniale” da alcune osservazioni di Juan (o del celibe Marías?), fino al punto che una giovane lettrice ha sostenuto perentoria che dopo aver letto il libro mai più avrebbe pensato a sposarsi. Questo atteggiamento non sembra contrario solo all’istituzionalizzazione della coppia, ma alla coppia in quanto tale, quando la relazione implica la rinuncia alla libertà di scegliersi ad ogni singolo incontro. Lo dice chiaramente Marías quando descrive l’incedere degli sposi all’uscita dal cinema: ora che si dirigono verso lo stesso appartamento sembrano aver perso il piacere di seguirsi e ricercarsi. Sembra che Marías non creda nella verità dei versi del poeta Eluard: “Non arriveremo alla meta ad uno ad uno / bensì a due a due” (Nous n’irons pas au but un par un mais par deux). Ma in Un cuore così bianco (il romanzo del cuscino, come è stato definito, perché il mondo è visto da un cuscino comune) ci sono anche caratteristiche diverse. Tanto per cominciare il Macbeth (dal quale Marías ha ripreso il titolo e molti riferimenti del suo romanzo) è anche la storia della solidarietà coniugale di fronte al crimine: la moglie aiuta il marito che ha appena ucciso il re Duncan, e lo consola, e lo anima a non “pensare alle cose con un cervello così malato o così cagionevolmente con il cervello” (stupenda espressione con la quale si tenta di tradurre so brainsickly of things) e si vergogna di avere un cuore così bianco mentre corre macchiandosi le mani con il sangue del morto. Naturalmente né Shakespeare né Marías pensano al matrimonio come a una associazione a delinquere, ma l’elemento della complicità, sia in senso negativo che positivo è ben presente.

Alcune pennellate sulla vita coniugale raggiungono addirittura toni di elegia, come quando si descrive la complicità tra le coppie e il dormire insieme mentre uno cinge le spalle dell’altro, e così facendo gli guarda le spalle, lo protegge. Il tema dello spalleggiarsi è un tema centrale del romanzo (come risulta nella conclusione “Chi si è ferito da solo, invece, non ha mano, ha bisogno di qualcuno che lo spalleggi. Io la spalleggio.”, dice Juan) e corregge la troppo facile conclusione per cui nel matrimonio c’è solo perdita (di libertà, di amore). In filigrana si può leggere una terribile accusa che pesa non espressamente pronunciata su Teresa: che lei non seppe condividere la colpa (certamente una colpa orrenda) con suo marito, la colpa del loro amore, e si suicidò per averlo tradito.

4. La colpa

In effetti la colpa è un altro punto centrale del romanzo (come forse in tutta l’opera di Marías). Alcuni tra i lettori hanno identificato addirittura un tratto “dostojevskiano” in questo. Con l’avvertenza però di non leggere in senso moralista questo punto, perché non ci sembra presente questa intenzione nell’autore. Ranz, il padre, nonostante distrutto da un sentimento di colpa che invano tenta di mitigare con la rottura del segreto, con la ricerca di complicità, è il vero eroe tragico del romanzo. E’ lui quello che ha amato fino al punto di uccidere, e che per questo perde la donna per cui ha ucciso. Talmente grande è la tragedia da mettere in secondo piano, per il lettore (e forse per Luisa: una coincidenza non casuale), la colpa di Ranz. Non è così per Ranz, il quale consuma la sua vecchiaia nella nostalgia e nel segreto, che rompe solamente con Luisa (ed anche questo non è casuale).

5. La parola (“l’incomprensibile sussurro che ci persuade”)

La maggior parte dei protagonisti dei libri di Marías svolge lavori che hanno a che fare con il linguaggio e con la parola. Sono scrittori (come in Tutte le anime), cantanti (come in L’uomo sentimentale), “ghost writers” (come in Domani nella battaglia), traduttori come in Un cuore. Ed anche qui la parola appare in un doppio significato: sommamente ingannevole e sommamente potente. Entrambi gli aspetti sono presenti sia negli eventi di lavoro che in quelli amorosi (c’è tra i due, nel libro, un discrimine molto sottile, così che è nel lavoro che Juan e Luisa scoprono e dichiarano il loro amore). L’analisi del mondo dei traduttori e interpreti è piaciuta molto ai lettori del nostro gruppo, che hanno trovato le pagine che si occupano del tema come le più divertenti e vivaci del romanzo. In questo caso la parola è una specie di distintivo, a volte un guscio vuoto, che all’interno non protegge niente o protegge qualcosa di molto diverso dal significato originale (da qui l’importanza e l’arbitrio dei traduttori). In ambito amoroso la parola è il sussurro che persuade: mormorata all’orecchio ci lascia alla mercé di chi sussurra. Non importa il suo esatto significato (quello che si dice), ma il suo suono, il suo potere allusivo e seduttore.

6. Un ritmo “ipnotico” e un andamento spiraliforme

Quasi tutti i lettori hanno sottolineato il ritmo incalzante, “ipnotico” del romanzo. Anche se ci sono pause e digressioni, tipiche dell’autore, il lettore si ritrova catturato dal romanzo ed una volta iniziato difficilmente l’abbandona (solo un lettore del gruppo ha trovato difficile e noiosa questa lettura). È interessante che Marías ottenga questo risultato non tanto con il plot quanto con la scrittura e con la caratterizzazione dei personaggi. La scrittura ha periodi molto lunghi e frequenti ripetizioni (o citazioni interne), e ottiene, anche attraverso questo mezzo, una musicalità che seduce il lettore. Quest’ultima è parte sostanziale dello stile ipnotico. Come ha detto una lettrice del gruppo, Anna, lo scrittore ci obbliga a leggere come se “fossimo seduti nella mente dell’autore”. Narrativamente passiamo dall’“autore onnisciente” degli studi semiotici al “lettore onnisciente”.

Questo ritmo della prosa di Marías tutti l’hanno definito come un ritmo circolare, nel quale tutto si ripete ma niente torna uguale. Più esattamente, quindi, lo abbiamo chiamato un andamento a spirale. Tutto il libro è una meditazione sul tempo, sul passato e sul “futuro astratto”, non c’è quasi niente che accade qui e ora, tutto è raccontato, ricordato o immaginato. Il libro inizia e termina in una scena del passato, ma in mezzo non sappiamo mai in quale tempo ci troviamo esattamente. L’atmosfera temporale è in parte irrisolta e sospesa. Per esempio, l’episodio cubano (quando Juan viene scambiato per un’altra persona ed ascolta attraverso la parete la storia di Miriam e Guillermo) è allo stesso tempo una visione del passato (Ranz tra la prima e la seconda moglie) e del futuro (quello che può accadere a Luisa e Juan).

Un cuore così bianco e le donne

22 Gennaio 2007 luiginter 4 commenti

Una piccola nota a margine dell’incontro di giovedì 18 gennaio di uno dei gruppi di lettura di Cologno, dedicato al libro di Javier Marías, Un cuore così bianco. A margine, perché quanto prima arriverà il resoconto dell’”inviato” alla riunione che si occuperà del dibattito, complessivamente.
La mia nota riguarda la forza e il coraggio delle lettrici (delle donne del gruppo, intendo) di affrontare veramente (a differenze degli uomini) e tagliare con il bisturi i temi forti del libro di Marías: le parole dette e non dette nelle relazioni coniugali, fra genitori e figli (che non sanno cosa accadde ai genitori); i segreti e le rivelazioni nel racconto della propria vita che ognuno fa a chi vuole bene; le parole false e quelle vere. Soprattutto il peso e la portata delle parole, anche quelle che sembrano o crediamo siano “vere”.

Dice Marías:

La verità non riluce. come si dice, perché l’unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato.

Gli uomini del gruppo, io prima di tutti, mi son parsi quasi annichiliti dalle parole forti, sincere e capaci di cogliere nel segno delle donne, che dimostrano una forza e un coraggio di analizzare e di nominare i sentimenti e di dubitare, che gli uomini – a parte alcuni grandi scrittori ovviamente – non hanno; quasi mai. (il che non significa che le loro analisi letterarie non siano meritevoli, ma, appunto, sono su un piano diverso).

Potrebbe anche essere che io sia influenzato troppo dalla citazione del Macbeth usata anche per il titolo del libro (Atto secondo, seconda scena: anche se, per la verità, l’edizione Einaudi che ho io dice: “Ho le mani colore delle tue: ma avrei vergogna, io, di avere un cuore così esangue” – non bianco, dunque, ma esangue; Shakespeare è un riferimento continuo nei libri di Marías): e quindi dal ruolo decisivo e imperioso di Lady Macbeth; oppure potrei anche essere influenzato dal ruolo di Luisa nel libro, anche lei decisiva, lei nel voler sapere.

Considerazione a margine che ovviamente non riguarda la qualità letteraria del libro, decisamente notevole, anche se, mi è sembrata, narrativamente meno compatta e più “dispersa” di Domani nella battaglia pensa e me (parere personale, non del gruppo, mi è sembrato).

Marías, Un cuore così bianco. Se ne parla il 18 gennaio, a Cologno Monzese

11 Gennaio 2007 luiginter Lascia un commento

Giovedì prossimo, alle 21, uno dei gruppi di lettura di Cologno Monzese discuterà di Javier Marías, Un cuore così bianco. La riunione sarà, come al solito, in biblioteca (Piazza Mentana).
Come sempre la riunione è aperta a tutti, (anche a chi non ha letto il libro, quindi!).

Perchè ci piacciono tanto le storie di finzione?

23 Luglio 2004 luiginter Lascia un commento

Conoscere il possibile oltre che il vero, le congetture e ipotesi e i fallimenti oltre ai fatti

Una risposta da Javier Marìas

Autore che periodicamente rimbalza sul tavolo del gruppo di lettura
[anche se ancora il GDL a Cologno non ha letto nulla di suo], citato
da lettori estasiati, Javier Marìas è certo vicino ai temi e allo
spiritodel nostro GDL.

Javier Marìas

Nella edizione italiana del suo romanzo “Domani nella battaglia pensa
a me”, Einaudi, si trova un “epilogo”
[altro non è che il testo di un
discorso tenuto da Marìas in occasione di un premio che gli è stato
dato in Venezuela] che sintetizza una delle possibili spiegazioni
della forza senza pari e formidabile della narrativa
, questo fenomeno
delle storie che leggiamo e che ci vengono raccontate e che ci prendono e catturano senza che noi ci si controlli e delle quali ci piace parlare e scrivere.

Marìas prova a rispondere alla domanda che molti si sono posti è anche
da punti di osservazione teorici molto elevati è sul perché leggiamo
le storie di finzione
:

_ è forse inspiegabile che persone adulte e più o meno coscienti siano
disposte a immergersi in una narrazione di cui sin dal primo momento
sanno che si tratta di un’invenzione. _

[...]

_l’uomo e forse la donna ancora di più_ – dice Marìas – _ha bisogno di
conoscere il possibile oltre che il vero, le congettute e le ipotesi e
i fallimenti oltre ai fatti, ciò che è stato tralasciato e ciò che
sarebbe potuto essere oltre a quello che è stato._

[...]

_Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso, sfumato, forse siamo fatti in egual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere._

Per questo dunque tanto ci piacciono i romanzi, suggerisce Marìas. In fondo _tutti viviamo – questo è uno dei temi forti di “Domani nella battaglia pensa a me”, – _in maniera parziale ma permanente, subendo l’inganno oppure praticandolo, raccontando soltanto una parte, nascondendo un’altra parte e mai le stesse parti alle diverse persone
che ci circondano._

Eppure a questo non riusciamo ad abituarci.

Quando si scopre che _qualcosa non era come l’abbiamo vissuto – un amore o un’amicizia, una situazione politica o una aspettativa comune e addirittura nazionale -
ci si presenta nella vita reale quel dilemma che può tormentarci così tanto e che in grande misura è il terreno della finzione: non sappiamo più com’è stato per davvero ciò che ci sembrava certo, non sappiamo più come abbiamo vissuto ciò che abbiamo vissuto, se è stato quello che abbiamo creduto fino a quando non siamo stati ingannati o se dobbiamo gettare tutto quanto nel sacco senza fondo dell’immaginario e tentare di ricostruire i nostri passi alla luce della rivelazione presente e del disinganno.

La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter racocntare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabli, di scelte non compiute, di opportunità mancate, di elementi che ignoriamo perché riguardano gli altri, di cui è ancora più arduo sapere tutto o sapere qualcosa. L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e malsicuro, che neppure ciò che in esso sembra ormai fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre, che ciò che è stato è composto anche da ciò che non è stato, e che ciò che non è stato può ancora essere._

Il genere romanzo dà tutto questo o lo sottolinea o lo porta alla nostra memoria e alla nostra coscienza, e da ciò deriva forse il suo perdurare [...]_