W.G. Sebald, a dieci anni dalla morte: un documentario sulle tracce de Gli Anelli di Saturno

W.G. Sebald

W.G. Sebald

Quest’anno, in dicembre, saranno dieci anni dalla morte di W.G. Sebald (1944-2001).

Proverò a ricordare questo scrittore tedesco unico e grandissimo tornando un po’ di volte su alcuni dei suoi libri, davvero belli e originali, difficili da incasellare: non sono romanzi, non sono esattamente dei memoir e nemmeno dei libri di viaggio.

Intanto cominciamo con un documentario del regista inglese Grant Gee, presentato qualche mese fa: Patience (After Sebald). Continua a leggere

Nessuno scrittore (in vita) come Bruce Springsteen!

Ci pensavo questa mattina: non c’è annuncio di un nuovo libro, da parte di uno degli scrittori attualmente in vita, capace di provocarmi le stesse emozioni e attese suscitate dall’arrivo di un nuovo disco di Bruce Springsteen. Possibile? Come devo sentirmi?
(Oddio, forse se Robert Pirsig pubblicasse un nuovo libro, ci avvicineremmo, e magari anche Meneghello; con qualcuno morto da poco, anche, per esempio W. G. Sebald ).

Aggiornamento/update
Certo, con un sacco di quelli morti da tempo la cosa sarebbe ben diversa…

SEBALD RECENSITO DALLA “RIVISTA DEI LIBRI”

Sull’ultimo numero della “Rivista dei Libri”, una lunga e bella recensione di _Vertigini_ di *W. G. Sebald* [:-)] firmata dallo scrittore inglese – di casa a Verona – *Tim Parks*.

Il testo si pu� leggere anche on line, qui.

Un piccolo assaggio:

:::[...] � tutto cos� concreto, cos� promettente! Ma ben presto, ed � uno degli elementi comici pi� efficaci nell’opera di Sebald, il concreto diventa sfuggente; lo slancio narrativo si disperde in un delta tanto impenetrabile quanto fecondo. Cos� Beyle, che a diciassette anni era con Napoleone in quella “leggendaria” traversata, a cinquantatr� non � assolutamente in grado di rievocare quell’evento in modo soddisfacente. “A volte il quadro che egli ha del passato consiste esclusivamente in campi grigi, altre volte le immagini in cui si imbatte sono di tale inusitata nitidezza da fargli credere che non sia lecito prestarvi fede.” E fa bene. Il suo vivo ricordo del generale Marmont sul sentiero di montagna, nell’abito azzurro di un consigliere, deve essere sicuramente falso, poich� Marmont allora era un generale e doveva quindi indossare una divisa di generale.

Italo Calvino racconta di aver fatto un errore simile rievocando una battaglia combattuta con i partigiani contro i fascisti: “Mi concentro sulle facce che meglio conosco: nella piazza c’� Gino, un tarchiato ragazzo che comanda la nostra brigata, che s’affaccia e s’abbassa sparando da una balaustra, coi neri ciuffi di barba intorno alle mascelle tese, i piccoli occhi che brillano sotto l’ala del cappello da messicano. So che a quell’epoca Gino portava un altro copricapo, ma � continuo a vederlo con quel grande cappello di paglia che appartiene a un ricordo dell’estate prima”. Se attraversare il Gran San Bernardo con un esercito era, come Sebald conclude la sua frase iniziale, “un’impresa che fino a quel momento veniva ritenuta praticamente impossibile”, ricordarla, anche per un uomo di straordinaria intelligenza come Stendhal, si rivela non solo “praticamente” ma totalmente impossibile. [...] :::

[leggi tutta la recensione]

SEBALD, SOPRAVVALUTATO?

l.f.

Segnalo un articolo su Sebald, a firma Rodrigo Fresan, apparso sulla rivista elettronica spagnolo-messicana Letraslibres (consultabile, ma a pagamento, al sito www.letraslibres.com). Lo riassumo telegraficamente:

* Sebald è il paradigma (e anche la formula vincente) di una terza via tra saggistica e fiction: una fiction “mista” dove si mescola il biografico, l’autobiografico (fino a creare una sorta di “autobiografia universale”), la scrittura e le immagini, Autori simili o assimilabili, per Fresan, sono Kundera e Eco.

* Sebald è l'”europeo totale”: tedesco-inglese che intercambia una lingua con l’altra, un mondo con l’altro.

* Il grande tema di Sebald è la memoria e la battaglia contro l’oblio, ma con la piena consapevolezza che la memoria si nutre di amnesie.

* La morte di Sebald (una morte “mista”, sebaldiana, per un attacco cardiaco mentre era alla guida di un auto) pone tutta la sua produzione sotto la luce funeraria di Austerlitz, e costringe a vederla dalla fine.

E’ a questo punto che inizia la canonizzazione e nasce il mito, secondo una parabola che Fresan (e Calasso) accostano a quella di uno scrittore come Chatwin. “Un genio del marketing – dice Fresan – non avrebbe potuto costruire un miglior prodotto”. Di qui si sviluppa la parte più critica e pungente dell’articolo (che non nega comunque la qualità dell’autore e dei suoi testi): Sebald, soprattutto l’ultimo Sebald, quello che ha conosciuto il successo internazionale, è sopravvalutato perché
“serve, funziona, protegge, rinfresca, è tanto e tanto utile per i nuovi ricchi dell’. E’ pratico e leggibile. Dà prestigio al lettore. Non è solo colto: produce il gradevole effetto di e produce anche astuzia evangelica”.

DISCUSSIONE FINALE SU AUSTERLITZ: scrittura “narcotica”

m.c. – l.f .

il consueto sintetico resoconto della riunione del 29 maggio.

In apertura rapido flashback sul precedente libro letto (“Sefarad” di Antonio Munoz Molina), visto che alcune persone non erano presenti alla riunione di discussione. Quel che rimane della lettura – dice per prima la signora Altan – � un ricordo di figure intagliate che saltano fuori dal libro, come nei cartonati per bambini.

Una lettura che ha avvinto ma anche in parte disorientato. Il signor Pezzotta si � gi� espresso ma ribadisce: un grande libro ma che lascia (soprattutto dopo aver letto anche “Austerlitz”) la necessit� di prendere il fiato, di allontanarsi per un po’ dalle tragedie del secolo. Mastromauro, che ci rivela la natura “fisica” del suo rapporto con i libri, confessa di non riuscire a separarsene e di averlo riletto, trovandovi nuovi elementi di collegamento anche con opere e mostre fotografiche.

La lettura di “Austerlitz” � introdotta da Marilena, che lo ha trovato un libro complesso, stratiforme, affascinante. La scrittura, sulla base di un osservazione di un lettore-bibliotecario catalano, con cui siamo in contatto, e che per uno di quei casi, che casi non sono, ha appena finito
di leggere lo stesso libro, viene definita “narcotica”. Pezzotta, dopo aver subito questa narcosi, ha deciso di prendersi la libert� di tuffarsi nel “Gattopardo” (prima il libro e poi il film).

A suo dire Austerlitz � difficile anche perch� ricerca e ostenta la difficolt� (si vedano le parti in inglese non tradotte). Pezzotta ha anche letto in questo periodo “L’uomo duplicato” di Saramago: un grande scrittore, una storia bellissima, ma perch� gli scrittori debbono essere “difficili”, perch� debbono scrivere, ad esempio, senza punteggiatura?

Stefano Longarini ha apprezzato di Austerlitz il tono malinconico, l’uso della fotografia, le osservazioni sull’architettura; non ha avuto bisogno di una boccata d’aria esterna, quest’aria “gli fa bene”. Dopo che il GdL gli ha fatto conoscere libri come Sefarad e Austerlitz, “massimo rispetto”.

Luigi, che ci ha gi� inviato, via e-mail, numerosi importanti spunti di discussione sul libro di Sebald, si sofferma soprattutto sul tema del tempo, sul tentativo di fermare il tempo che � uno dei punti fondamentali del libro. Lo stile � avvolgente, lento, narcotico: la fatica della lettura nasce per� dalla quantit� impressionante di scoperte che si fanno leggendo, e uno rimane senza fiato, ma non per soffocazione, per meraviglia.

La signora Cangini ci propone una sua personale, approfondita, stringente pista di lettura, che privilegia l’angolazione psicologica e interpreta il libro come la storia di un trauma infantile – quello dell’abbandono – mai rimarginato e mai rimarginabile. La storia di Austerlitz � anche la storia
di una lunga rimozione, destinata a saltare su input sensoriali, visivi, tattili. La costruzione del falso s�, con cui ci si difende dal trauma, � molto fragile, e tutto il libro pu? essere letto come una seduta psicanalitica (in questo senso la scrittura e anche la lettura sono “narcotiche”) in cui si cerca di ritrovare l’origine del trauma. Austerlitz � un uomo chiuso da una pietra tombale: chi non � stato amato nell’infanzia non � pi� capace di amare.

Seguono poi molti altri interventi. Caratteristica della serata � una discussione a strati: che sovrappone e fonde citazioni ed esperienze di lettura tratte sia da “Sefarad” che da “Austerlitz”.

Chiuso l’argomento, si fanno i programmi per il futuro e ci si congeda con la finestra di lettura offerta da Stefano Mastromauro: un fulminante raccontino dello scrittore spagnolo Rafael Sanchez Ferlosio.

Austerlitz e Sefarad

due romanzi
e l’angoscia

a.p.

A proposito dei due libri oggetto principale della serata: Austerlitz e Sefarad; tutti hanno provato un sentimento forte di angoscia legato intimamente alla lettura dei due testi: naturale pensare che questo sentimento era ed � legato alle vicende tremende narrate.

Mi sono per� chiesto perch� fatti tragici cos� distanti da noi (sono passati almeno sessanta anni e probabilmente nessuno dei partecipanti ha avuto la sfortuna di essere coinvolto personalmente, almeno spero) abbiano ancora il potere di sbigottirci,di farci restare senza parole.

Mi sono dato questa risposta che travalica il naturale orrore fisico che ognuno pu� provare di
fronte al male estremo: il male che vediamo emergere dai due testi � cos� profondo da poterci raggiungere anche quando i suoi effetti materiali si sono esauriti (le dittature sono cadute, i campi di sterminio sono stati chiusi, siamo tornati a rapporti pacifici con gli oppressori di un tempo e via dicendo) e quindi questo stesso male � pi� grande, pi� profondo, pi� nefasto di quel che pu� apparire mentre esplica le sue nefandezze, � in grado di estendere i suoi tentacoli per molti anni dopo la sua scomparsa, � in grado di avvelenarci e di colpirci anche se i suoi autori sono scomparsi da tempo.

E’ lecito chiedersi se qusto tormento possa mai finire e se dobbiamo passare a miglior vita per avere pace.
Qualcuno si chieder�:
E allora, che fare? Non ho una risposta, ma comprendo il desiderio o il tentativo di alcuni di cercare di sottrarsi a queste angosce perpetue ricuperando una speranza di felicit� attraverso non una negazione dei fatti o un “revisionismo” tanto di moda oggi, ma attraverso una sfocatura,un oblio che renda l’angoscia di questi orrori pi� sopportabile.

Chiedo scusa per la lunghezza e un saluto a tutti.
Antonio Pezzotta

Leggere, una rivalsa? E altro su Sebald

Un altro Sebald
e poi: leggere, una rivalsa?
a.p.

ma � vero che i viaggi di conrad � meglio farli che leggerli?

In considerazione della lettura del romanzo Austerlitz di Sebald che stiamo leggendo come gruppo, desidero segnalare ai membri una nota di Javier Marias apparsa il 10 maggio 2003 sul supplemento del sabato di Repubblica D di Donna avente come oggetto un libro appunto di Sebald “Sulla storia naturale della distruzione” che per il suo contenuto ha letteralmente sconvolto Javier Marias; egli ne riporta alcuni passi relativamente a ci� che � stata la guerra per i civili nelle citt� tedesche durante l’ultimo conflitto mondiale (Amburgo, Dresda, Colonia). Far� delle fotocopie dell’articolo da distribuire a chi lo volesse avere per la prossima riunione del gruppo di lettura. C’� una frase che Marias riporta e che � di tragica attualit� : ” …n� nei film,n� in tv, c’� l’odore, per esempio, nessuno pu� immaginarlo, l’odore che c’� in guerra…”.

A margine del nostro prossimo incontro, vorrei dare un motivo di riflessione ai partecipanti con una frase ( che a me sembra a dire il vero un po’ tranchant) che ho trovato oggi sul Venerd� di Repubblica detta da Alessandro Baricco durante il Salone del Libro in corso a Torino.
Leggere � sempre la rivalsa di qualcuno che dalla vita � stato offeso, ferito. Mi sembra un intelligentissimo modo di perdere,l eggere libri.” E prosegue : ” I lettori forti appartengono ad una umanit� sofferente: ho sempre pensato che se la gente avesse una vita intensa e luminosa, non avrebbe il tempo di leggere.Non c’� niente nei libri che la vita non possa insegnare e, in generale,� sempre meglio imparare dalla vita. I viaggi di Conrad � meglio farli che leggerli” E noi allora, che siamo lettori accaniti, o forti che dir si voglia, come ne usciamo?

Austerlitz, Sebald e il narratore

Austerlitz, diario di lettura (3)
Quale è la triangolazione fra Sebald,
Austerlitz e il narratore?

l.g.
16 maggio 2003

Certamente il personaggio _Austerlitz_ è totalmente parte della tradizione della narrativa: non è realmente esistito così come viene narrato ma è frutto dell’ispirazione proveniente da “due o tre, o forse tre persone e mezzo”, come ha spiegato Sebald in un’intervista rilasciata al Guardian poco prima di morire e pubblicata poco dopo l’incidente.

Uno è un collega, dice Austerlitz, un’altra una persona ritratta in un documentario: una donna che con la gemella venne cresciuta da una famiglia calvinista in Galles.
E queste due gemelle erano originarie della Baviera, di Monaco, dove erano cresciute in un orfanotrofio, ma questa loro storia non fu per loro mai completamente chiara. E il legame con l’origine di Sebald (anch’egli bavarese) accese una lampadina nello scrittore.

Fatico ancora, invece, a mettere a fuoco il ruolo del narratore, che raccoglie la storia di Austerlitz ma che ha anche una propria storia che a volte emerge, altre è accennata, che dimostra attenzione per i temi che Austerlitz propone; che ha un’identità distinta, mi pare da quella dell’autore. Oppure no? Coincide con l’autore quanto a punti di vista, pensieri e riflessioni?

Austerlitz, Sebald e le fotografie

Austerlitz, diario di lettura (2)
->Le fotografie
l.g.

2 maggio 2003

Il viaggio nel romanzo di Sebald, pieno di meraviglie, si ferma oggi per provare a fissare qualche pensiero sull’uso delle immagini.
Perché tante fotografie per sostenere il racconto?
Ho cercato un po’ in rete e ho trovate alcune risposte e ho provato a ragionarci.

Massimo Bonifazio, in un articolo) pubblicato sul Manifesto nel dicembre del 2001, pochi giorni dopo l’incidente d’auto che ha ucciso Sebald, riferisce della malinconia e del ruolo della memoria dello scrittore:

::::::Come per ogni malinconico, la memoria svolge un ruolo centrale nella cosmologia intellettuale di Sebald e del suo narratore. Non a caso, disseminate in tutti i suoi testi in prosa compaiono molte fotografie, che richiamano a un tempo il passato e il ___dubbio su di esso____: cosa rappresentano davvero? Sono un sostegno per la memoria, oppure la fuorviano? Sono documenti, prove storiche, o rimandano solo a sé stesse e alla malinconia che evocano?::::

Altrove si scrive di fotografie

:::che restano come documenti epifanici, indubitabili, di ciò che siamo stati e di ciò che altri hanno visto e vissuto. ::::

In questo articolo si citano anche le parole del critico Marco Belpoliti, in proposito:

::::E’ come se lo scrittore dubitasse per primo di ciò che sta raccontando, consapevole del lato della finzione che costruisce le sue storie: ma non per questo smette di esibire prove documentali del suo racconto, di sorreggerle con testi visivi: diari, manoscritti, cartine, mappe e, appunto, fotografie. ::::

Quindi: le immagini come strumento narrativo; attrezzi che, nel laboratorio dello scrittore, fanno da documenti della finzione a disposizione del narratore. In questo simili ai molti manoscritti trovati dai narratori di tutti i secoli, sui quali appoggiare le storie raccontate. Sebald sceglie le fotografie – sfocate, ingiallite, seppia – perché esse hanno una straordinaria capacità di toccare le corde della nostalgia, della melanconia; aiutano quindi nel modo migliore il suo progetto artistico, che, in fondo, dovrebbe corrispondere a quella __”metafisica della storia” da raggiungere attraverso il racconto, in cui il ricordo ritorna a vivere__ che il narratore di Austerlitz attribuisce al suo personaggio a pagina 19 del romanzo (già citata nella scorsa nota, ma è probabilmente una delle chiavi di lettura principali del libro).

E’ indubbio che la fotografie e l’uso che ne fa Sebald contribuiscano allo stile di narrazione allusivo, che rifugge il tono assertivo, e cerca invece di suggerire implicazioni e suscitare suggestioni.
In un articolo) del quotidiano inglese Guardian, sempre in occasione della morte dello scrittore, viene riferito che le fotografie usate da Sebald erano spesso ritrovate fra vecchie scartoffie, cartoline, o riprodotte da vecchi quotidiani. Frequentava assiduamente la copisteria dell’università dove lavorava (East Anglia) per decidere come usare al meglio quelle vecchie immagini, come correggerne il contrasto, il taglio o mutarne le dimensioni.

Diario di lettura/DIARIO DI UN LETTORE – W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi 2002

l.g.

Prime impressioni e primi pensieri

23 aprile 2003

Austerlitz, Sefarad, il caso:

i libri si parlano, nel cuore del Novecento

Il narratore, descrivendo Austerlitz, protagonista della storia, dice:

::::: Fin dall’inizio ho sempre trovato sorprendente il modo in cui Austerlitz costruiva i suoi pensieri nell’atto stesso di conversare, come riuscisse a sviluppare le frasi più armoniose da una sorta di svagatezza e come la trasmissione delle sue conoscenze attraverso il racconto rappresentasse per lui l’avvicinamento graduale a una sorta di metafisica della storia, in cui il ricordo tornava ancora una volta a vivere. (pagina 19) :::::

Qui, in queste parole, già si affaccia in maniera esemplare il tema del ricordo, della memoria e del racconto come passaggio necessario per scoprire l’identità e avvicinare la realtà.

Un tema presente con grande intensità anche nel precedente libro del Gruppo di lettura (Gdl): così le poche pagine fino a oggi lette di Austerlitz, in sé stesse sorprendenti, lo diventano ancora più per la straordinaria affinità con alcuni aspetti di Sefarad di Antonio Munoz Molina.

Sorpresa che più avanti diventa meraviglia.
Nel suo girovagare il narratore è ad Anversa – città nella quale ha conosciuto Austerlitz – e si trova Fort Breendonk, una delle fortificazioni volute nel corso dell’Ottocento e terminata proprio alla vigilia della Grande Guerra, durante la quale, per altro, si rivelò inutile.

Nel corso dell’occupazione nazista, Breendonk diventa il famigerato luogo di detenzione e tortura e di prigionia di prigionieri politici e di ebrei: un vero e proprio lager, che rimase in attività fino all’agosto del 1944.

Ebbene, l’autore lo visita: siamo nel 1966 ed è stato trasformato in un museo dedicato alla resistenza.

Al momento di descrivere quella visita però capisce di aver perso molti dei dettagli, e il ricordo è andato “oscurandosi” nel corso del tempo

:::: o piuttosto si oscurò, se così si può dire, il giorno stesso in cui misi piede nella fortezza, forse perché non volevo vedere realmente ciò che là si vedeva oppure perché, in quel mondo illuminato solo dal debole chiarore di poche lampadine e definitivamente separato dalla luce della natura, i contorni delle cose parevano venir meno. (p. 30) :::::

Ma anche al momento di scrivere il libro che ricorda Breendonk, davanti alla pianta della fortezza,

:::: l’oscurità non si dirada, anzi si fa più fitta al pensiero di quanto poco riusciamo a trattenere, di quante cose cadano incessantemente nell’oblio con ogni vita cancellata, di come il mondo si svuoti per così dire da solo, dal momento che le storie, legate a innumerevoli luoghi e oggetti di per sé incapaci di ricordo, non vengono udite, annotate o raccontate ad altri da nessuno; (p. 31) :::::

A pagina 33 poi, ecco che il tema della storia, della memoria, del narrare come medicamento per lenire la perdita – così forte nel romanzo di Munoz Molina – in Austerlitz è proclamato a sostegno dell’intero romanzo; questo insieme di pensieri e sensazioni diventa addirittura continuità quasi fisica con Sefarad: il narratore ci ricorda infatti che fu proprio a Breendonk che venne torturato Jean Améry. E Améry è fra gli ispiratori di Sefarad, come ricorda esplicitamente Munoz Molina nella “Nota sulle letture” che fa da postfazione al testo, ed è una presenza imponente in molte parti del romanzo.

IL CASO

Infine due annotazioni che ancora “rimandano” a temi che il Gdl ha frequentato:

gli incontri del narratore con Austerlitz sono governati dalle coincidenze, dal caso, come più volte in queste prime pagine viene esplicitamente riferito:

:::: le nostre strade si sarebbero tuttavia incrociate, in un modo per me ancor oggi inspiegabile, nel corso di quasi ogni mia escursione – assolutamente non programmata – fatta in quegli anni in territorio belga. (p. 35) ::::

e ancora alla stessa p. 35 e poi p. 36, 39 e 47.

IL PROGETTO E IL SUO CONTRARIO E LA METAFORA

La seconda annotazione riguarda un motivo cruciale del Novecento e dell’intera modernità, del quale il Gdl ha accennato discorrendo di Sefarad e poi, alcuni di noi, in margine all’ultimo incontro: su come la scia di sangue lasciata dal secolo scorso fosse, in parte, risultato proprio dei grandi progetti di progresso, della costruzione dei grandi artifici utopici, quasi di redenzione, che si sono trasformati nel loro contrario, nella negazione di tutte le intenzioni e della stessa umanità, nel nome della quale erano stati creati.

Queste prime pagine di Austerlitz sono ricche di pensieri sul tema, anche se lo affrontano lateralmente, quasi metaforicamente: soprattutto ponendo lo sguardo sugli edifici che finiscono con l’essere usati per scopi differenti da quelli previsti; fino al pensiero più esplicito, quando Austerlitz racconta, ci dice il narratore, come nel corso del xix secolo

:::: la visione di una città operaia ideale, sorta nella mente di alcuni imprenditori filantropi, si era trasformata di colpo nella prassi di accasermare la gente, e d’altronde i nostri migliori progetti si ribaltano sempre nel loro esatto contrario al momento della realizzazione. (p. 36) ::::

scusate la lunghezza