Paul Ginsborg, La democrazia che non c’è

Paul Ginsborg, La democrazia che non c’è (Einaudi) potrebbe essere uno dei libri candidati alla lettura del gruppo di lettura sull’etica, la partecipazione, la democrazia, l’identità ecc., insomma il gruppo che ha appena letto Amartya Sen, Identità e violenza (Laterza), e che sta leggendo in questi giorni, Roberto Saviano, Gomorra (Mondadori).
Del libretto di Ginsborg scriveva martedì, tra l’altro, Gustavo Zagrebelsky su Repubblica, in un bell’articolo sulla democrazia, la libertà, la responsabilità, la rappresentanza politica, e la selezione delle istanze della società che le classi politiche scelgono di rappresentare.
Questa la scheda Einaudi del libro:

La democrazia è un sistema politico mutevole e insieme vulnerabile. Per rivitalizzarla oggi è indispensabile connettere rappresentanza e partecipazione, economia e politica, famiglia e istituzioni.

Come si fa a proteggere il dono politico piú prezioso dei nostri tempi, quello della democrazia? Certamente non con la sua esportazione forzata, né con la difesa miope di un modello rappresentativo già antiquato, né con l’assegnazione del potere politico a una sfera separata, dominata dai politici e dai partiti. No, per proteggere la democrazia bisogna rianimarla e ripopolarla. Bisogna creare una democrazia all’altezza del momento storico – una democrazia partecipata, di genere, economica e non solo politica, che esce dal «palazzo» ed entra nella cultura della gente.
Partendo da un confronto tra Karl Marx e John Stuart Mill, due voci che percorrono l’intero saggio, Ginsborg ci spinge a immaginare una democrazia diversa, piú quotidiana e incisiva.

Amartya Sen, un testo necessario – di Renza B

Molto bella, questa discussione sul libro di Sen, Identità e violenza. Discussione in cui mi immetto, anche se non ho partecipato alla discussione collettiva, per motivi non certo di cattiva volontà, ma logistici, poichè abito lontano da Cologno Monzese (di cui invidio davvero la biblioteca ).

In premessa, mi preme annotare il fatto che io ho trovato il libro in questione eccezionale, non tanto per ciò che afferma e per la linea che indica, quanto perchè non si esaurisce nel solo atto di lettura. A me pare – se si può usare un ‘ immagine un po’ “blasfema”- che agisca come un microclip e resti nella mente e nell’uanimo del lettore, sviluppando domande e ampliando la conoscenza che pareva essersi esaurita con la fine del libro. Mi sembra, il testo di Sen, un caleidoscopio che mostra sempre nuovi aspetti e nuove prospettive.
Dico tutto ciò perchè moltissimo ci sarebbe da considerare, ma per ovvi motivi (tra cui quello di non uccidere gli eventualilettori), concentro il mio ragionamento su alcuni punti e pazienza se esso potrà risultare monco.

Questa riflessione di Luca

“nel costruire la nostra identità in dialogo e non in guerra con le altre identità; nel farne un’occasione di arricchimento per tutti, uguali e diversi; nel diritto di ognuno a “costruirsi” le sue radici, a trovare i suoi fratelli, senza per questo essere “nemico” delle radici e dei fratelli degli altri. Detto in altre parole (che riecheggiano nostre precedenti letture): il pensiero debole o il relativismo o il pluralismo potrebbero non essere la risposta migliore al fondamentalismo delle identità uniche o totalizzanti. La risposta è solo in un pensiero dialogico”

coglie a mio parere il nodo di quella parte della visione di Sen per cui l’ identità deve essere scelta e non quindi imposta o trasmessa. La visione dell’autore è in sintonia con la sua idea di libertà: in un clima di libertà è auspicabile che le scelte, anche identitarie, siano il frutto di una volontà . Ma a quale reltà egli sta pensando, o meglio, dove è possibile questa libera scelta identitaria? Certo, non nella concezione comunitarista che egli respinge con grande e condivisibile decisione (e qui sarebbe importante riflettere sul comunitarismo che si sta facendo strada anche in Italia…) . Probabilmente, il suo discorso è teleologico, il discorso di chi sta additando una prospettiva ad una umanità un po’ allo sbando.
In sostanza, in un futuro allargato geograficamente e culturalmente, egli ci suggerisce l’immagine di un cammino delle nostre vite individuali, in cui alternativamente e senza rigidità, ci si accompagna a persone simili a noi per categorie diverse di volta in volta (una volta siamo donne, una volta lettrici, una volta amanti del camminare ecc).

Nessuna delle nostre identità deve diventare una connotazione rigida. Mentre trovo molto importante il fatto che le identità siano scelte ( perchè la scelta implica anche i dissidi interiori, i conflitti e le risoluzioni che- soli- sono garanzia di convinzione), il dubbio sta nella prospettiva di superare i conflitti esterni, contro i “nemici”, espressione di altre identità. Siamo sicuri che basti questo per superare i conflitti ? Siamo sicuri che il fondamentalismo ( di ogni tipo ) sia scalfibile? Me lo auguro di cuore, ma , a volte, quando mi scopro irritata con chi non apprezza un libro che io amo, penso che il cammino sia ancora lungo.

Il pensiero di Sen è utopico, di quella utopia necessaria alla vita, un tempo ambito della politica e che essa ha oggi tragicamente abbandonato per ripiegarsi in quell’immmanenza autocelebrativa che tanti danni sta creando. Per questo è un testo necessario.
Cordiali saluti
Renza B.

Ancora su Sen, identità e violenza

Ripropongo qui alcuni interventi di risposta e annotazioni al messaggio di Luca sulla riunione sul libro di Amartya Sen, Identità e violenza

primo: di luigi – Una delle impressioni che mi ha lasciato la riunione su Sen riguarda la ricerca, da parte di alcuni lettori, di *risposte al problema dell’identità* che il libro non poteva e non intendeva dare.
Si tratta di risposte a una domanda che coinvolge più la sfera psicologica ed esistenziale che quella strettamente politica (in senso alto) che prova a fornirci Sen.

Sen si occupa delle distorsioni politiche e civili delle identità uniche, e soprattutto delle identità uniche (religiose, culturali soprattutto) imposte; quelle che non lasciano scelte libere agli individui. Identità uniche che questi anni di nuove migrazioni, violenze, sommovimenti sembrano riproporsi come unica risposta al disorientamento.
In questo senso un libro “politico” quello di Sen.
Giustamente è stato notato che le risposte sul piano esistenziale al problema dell’identità forse ce le offre la narrativa e la poesia, meglio di qualsiasi saggio.

ciao

_L


secondo: di Maria – Sono d’accordo con Luigi sull’iterpretazione politica dell’identità data da Sen. E’ vero che nel libro ci sono vari riferimenti alle identità multiple e altri concetti simili, ma Sen non si preoccupa di indagarli, perché è interessato soprattutto all’uso politico che può esserne fatto.
Sicuramente il discorso sull’identità non è tra i più facili, perché, non appena si esce dalla sfera puramente personale e lo si collega a un’identità culturale, si corre il rischio di pericolose generalizzazioni e semplificazioni. Eppure, non credo che per evitare questi errori ci si debba limitare a relegare l’identità nella sfera del personale. Eisistono sicuramente delle identità di gruppo e, per quanto estremamente complesso e difficile da definire, credo che esista anche un senso di appartenenza culturale. Sicuramente Sen, più che il concetto stesso di appartenenza, indaga il modo in cui questa è sfruttata, enfatizzata, imposta a fini politici. Per altri punti di vista, non emotivi, ci si dovrebbe rivolgere agli antropologi. E poi sì, sul piano personale, la letteratura offrirà altre risposte.
u
Ciao,
Maria

terzo: di Luca – A me sembra che quello delle “risposte al problema dell’identità” sia un problema anche politico, e non solo psicologico o letterario.
Da questo punto di vista la difficoltà che forse il libro di Sen non riesce completamente a dissipare è questa: posto che siamo tutti (tutti noi, intendo; tutti noi del gruppo e tutti noi lettori, perché la lettura è una grande scuola di meticciato) ben vaccinati contro ogni riproposizione di un’idea di identità forte, esclusiva, monocratica, perché, come dice benissimo Sen, “l’identità può anche uccidere, uccidere con trasporto”, è anche vero che alcune strategie alternative non hanno ottenuto risultati altrettanto convincenti.


Ad esempio la via del multiculturalismo politically correct in America e altrove ha dimostrato di saper al massimo raggiungere un armistizio (sempre provvisorio) tra le identità in conflitto, una sorta di parlamentino o recinto per le diverse componenti senza che queste si fondano e si confondano realmente. E anche la strada del meticciato, dell’interculturalità, che rimane la via maestra, è spesso lastricata di buone intenzioni e di pessimi risultati.

Il dubbio che resta è forse questo. Non si sarà trascurato il ruolo, anche legittimo, che hanno l’identità e la ricerca di identità nella vita e nelle relazioni delle persone?
Senza identità non si vive molto bene, se non vogliamo mitizzare il cliché romantico dello sradicamento. Senza identità, anonima, è la vita nei templi del consumismo; senza identità è la violenza della guerra perché sappiamo che il primo “lavoro” della guerra è togliere identità al nemico per poterlo uccidere.

Allora, forse, la risposta e la difficoltà stanno nel tracciare una via “non identitaria” alla formazione della identità (di una persona, di un popolo, di un paese), nel costruire la nostra identità in dialogo e non in guerra con le altre identità; nel farne un’occasione di arricchimento per tutti, uguali e diversi; nel diritto di ognuno a “costruirsi” le sue radici, a trovare i suoi fratelli, senza per questo essere “nemico” delle radici e dei fratelli degli altri. Detto in altre parole (che riecheggiano nostre precedenti letture): il pensiero debole o il relativismo o il pluralismo potrebbero non essere la risposta migliore al fondamentalismo delle identità uniche o totalizzanti. La risposta è solo in un pensiero dialogico.

Luca


Cronaca della riunione del Gruppo di lettura dedicata ad Amartya Sen, Identità e violenza – di Luca F.

Dal vostro inviato speciale alla riunione del GdL del 16 novembre

Sen, l’economista non econometrico che ci insegna a fare i conti con le identità plurali

* La discussione
Il libro di cui si parla è Identità e violenza di Amartya Sen. Non tutti sono riusciti a finire il libro, ma tutti o quasi l’hanno trovato stimolante e utile fin dalle prime pagine.
Un “manuale per la convivenza di culture”, “semplice, convincente, scomodo”, “talmente complesso che è impossibile affrontarlo in una sola seduta”, “un manifesto contro la semplificazione”, “contro tutti i luoghi comuni, compresi quelli della parte in cui ci riconosciamo”, “privo però di un respiro chiaramente originale”: questi alcuni dei variegati ma convergenti giudizi espressi.
I lettori in particolare si sono ritrovati nell’invito di Sen a considerare di quante identità è fatto ognuno di noi (quello di compilare il paniere delle identità potrebbe essere un gioco divertente, è stato osservato), dovendo di volta in volta scegliere l’identità prevalente, senza per questo negare le altre.
La lettura stessa è un invito al cambio di identità. D’altra parte non ci si cambia di identità come si cambia d’abito (se non per gioco), perché le identità vengono di lontano, anche se non sempre conducono altrettanto lontano. Come si elaborano le identità plurali? Qui la discussione ha individuato nel libro qualche domanda rimasta senza risposta (ma l’importante è porsi la domanda; e poi le risposte si trovano, nota Luigi, in altre opere più complesse di Sen).
Qualcuno ha individuato in Sen un “abuso della ragione”, un eccesso di razionalismo che rischia di far dimenticare la componente emotiva, inconscia, in cui a volte affonda la “paura del diverso”. Si parla di zingari e di polli (Bianca ricorda di non aver ricevuto furti ma omaggi pennuti da una carovana di passaggio), di gelosia e di strade buie, di ateismo e di religioni. La discussione sui contenuti, come altre volte, si intreccia a quella sulle modalità di lettura: “quando leggo un libro di saggistica – osserva Enrico – all’inizio mi pongo sempre in lotta con l’autore, a differenza di quando leggo un libro di narrativa, in cui mi lascio portare via con lui”. uesta volta la lotta con l’autore finisce con una condivisione delle ipotesi di ricerca avanzate.
Alla fine della riunione Antonio ci regala la lettura di Nessun uomo è un’isola di John Donne. Anche questa volta, dunque, non dobbiamo chiederci per chi suona la campana. E ringraziamo il gentile ospite del GdL di Rozzano che ha seguito la riunione.

* Prossime riunioni
Confermato l’incontro di giovedì 23 (attenzione, alle ore 19.00, non 21.00) per la riunione congiunta in videoconferenza con il GdL di Guadalajara. Fissata per il giorno 14 dicembre, ore 21.00, la riunione su Caos calmo di Veronesi. Avanzata la proposta (ci stiamo lavorando) di dar vita a una lettura collettiva di Bar sport di Stefano Benni, in occasione del trentesimo compleanno del libro, come stanno facendo molti lettori in tantissimi luoghi d’Italia. Potrebbe essere una serata prenatalizia, a base di luisone!

* Prossimo libro
Per ora sono state avanzate queste proposte: Gomorra, di Roberto Saviano; Un’etica senza Dio, di Eugenio Lecaldano; Bar sport (appunto), di Stefano Benni. Appendete la vostra proposta in bacheca (virtuale e reale, perché ora in biblioteca c’è l’angolo del GdL)

* La frase incorniciata
[ad ogni riunione il cronista, a suo insindacabile pregiudizio, incastonerà sotto questo titolo una citazione tratta dagli interventi]

“Io ho mollato il libro. C’è di meglio nella vita, non sono nata per soffrire. Invece sentendo voi mi vien voglia di riprenderlo in mano” (Paola).

[lf]

Amartya Sen, libertà, sviluppo, identità molteplici

Amartya Sen è nato nel 1933 nel Bengala. In particolare, la famiglia è di Dacca, l’attuale capitale del Bangladesh. Ha fatto studi decisamente ampi e variegati: dal sanscrito, alla cultura e storia dell’antichità indiana, per arrivare alla matematica, la fisica e, naturalmente, l’economia. Per chi vuole approfondire, sul sito dei Premi Nobel si legge una sua breve autobiografia.

Il Nobel per l’economia nel 1998: le motivazioni ufficiali sempre su Nobelprize.org
In sintesi, il premio Nobel gli è stato conferito per il contributo alla ricerca relativa ai problemi dell’economia del welfare. Le teorie definite da Sen riguardano la scelta sociale, gli indici di povertà e benessere, e si affiancano a numerosi studi empirici, in partciolare quelli sulle carestie.
Teorie e studi sono collegati dall’interesse generale relativo alle questioni della distribuzione e da un’attenzione particolare per i membri più poveri della società. Sen ha chiarito le condizioni che permettono l’aggregazione di valori individuali in decisioni collettive e le condizioni che permettono di individuare le regole per decisioni collettive coerenti con la sfera di diritti degli individui.

Ha scritto molti libri, in buona parte pubblicati in Italia. La vastità e la complessità dei temi e delle teorie affrontate da Sen certo non possono nemmeno essere citate senza rischiare di banalizzare la pienezza del pensiero.
Fra i molti libri, possiamo collegare a Identità e violenza a filo doppio, Lo sviluppo è libertà (Mondadori, 2000). In questo saggio, Sen argomenta, con un fiume di modelli esplicativi, di argomenti e di esempi “Perché non c’è crescita senza democrazia“.
Sen, in breve, sostiene che il vero sviluppo debba essere visto come un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani, libertà sostanziali che sono interconnesse l’una con l’altra (saccheggio il primo capitolo del volume che fa da introduzione al tema).

Melghat, Maharashtra, India, originally uploaded by Ran Chakrabarti.

 

Una concezione che si contrappone ad altre visioni più ristrette come quelle che identificano lo sviluppo con la crescita del prodotto nazionale lordo, con l’aumento del reddito individuale o con l’industrializzazione, o con il progresso tecnologico o con la modernizzazione della società.

Il concetto di sviluppo di Sen, dunque, integra considerazioni economiche, sociali e politiche. Un approccio che permette di “apprezzare contemporaneamente i ruoli vitali che hanno per il processo di sviluppo molte istituzioni diverse: mercati e organizzazioni a essi legate, governi, autorità locali, partiti politici e altre istituzioni civiche, strutture scolastiche e luoghi di dialogo e dibattito pubblico (ivi compresi i media e altri mezzi di comunicazione)”.
Un approccio di questo tipo consente inoltre di “riconoscere il ruolo dei valori sociali e dei costumi dominanti, che possono influire sulle libertà di cui gli esseri umani godono e che hanno motivo di considerare preziose”.

Tanto la sua concezione dello sviluppo come complesso sistema di libertà interconnesse, quanto l’idea dell’oppressione, dei pericoli e delle tragedie associate alle identità uniche e imposte e rigidamente definite hanno un legame profondo con un episodio nell’infanzia di Sen; episodio che ne ha segnato il futuro e il pensiero. E’ l’omicidio di Kader Mia, un operaio pugnalato a morte durante i disordini associati al confronto fra comunità Indù e musulmana che precedettero l’indipendenza del subcontinente e poi la partition fra l’India e il Pakistan. Kader Mia, ferito, si rifugiò nel giardino della casa dei Sen a Dacca, dove venne soccorso dal piccolo Amartya e poi dal padre che lo accompagnò in ospedale, dove però morì. In Identità e violenza e in Lo sviluppo è libertà, Sen ne scrive, ricordando per esempio come l’episodio mise davanti agli occhi il fatto che

l’illibertà economica, sotto forma di povertà estrema, può trasformare una persona in preda inerme di chi viola altre forme di libertà. Kader Mia non avrebbe avuto bisogno di recarsi in un quartiere ostile, in tempi terribili, per cercarvi un misero guadagno, se la sua famiglia non fosse stata incapace di sopravvivere senza quel poco denaro. L’illibertà economica può generare illibertà sociale, così come l’illibertà sociale o politica può produrre quella economica. (La Libertà è sviluppo, pagg. 13, 14,15)

Amartya Sen, Identità e violenza: descrizione (falsata) delle identità e pratica politica

learn in india 3!, originally uploaded by ala’a.

 

  In attesa di approfondire i molti temi proposti da Amartya Sen nel suo libro Identità e violenza (la riunione è giovedì 16 novembre alle 21 in biblioteca a Cologno Monzese), due osservazioni collegate.
La prima riguarda la relazione stretta – che Sen sottolinea con forza -  fra la descrizione (falsa o più o meno vicina alla realtà) delle identità e la pratica politica.
Descrivere una società come come se fosse divisa in gruppi omogenei e pressoché impermeabili lungo linee etniche o religiose, oltre che una rappresentazione falsata della realtà è anche la premessa necessaria a ogni tipo di azione politica settaria e che intenda creare divisioni e conflitti, quasi sempre violenti; sopraffazione e, in alcuni casi, addirittura vere e proprie stragi.
Forse la considerazione appare banale.
Eppure troppe volte di fronte a tragedie di scontri violenti o di stragi, o anche in situazioni meno gravi come quelle che vedono movimenti politici estremisti e settari guadagnare popolarità – per esempio il Fronte nazionale in Francia o la Lega Nord in Italia – una parte dell’opinione pubblica sembra dimenticare come la contrapposizione, la divisione di parti della popolazione lungo confini invalicabili, sia il risultato di un’azione politica deliberata.
Si preferisce invece credere a entità indipendenti dalle scelte razionali: presunte tradizioni, le culture, la storia; entità che sembrano suggerire l’impossibilità di altri esiti da quelli dello scontro o della divisione.
Il libro di Sen è pieno di esempi di queste divisioni estremizzate, a volte inventate: anche perché in alcuni casi basta classificare per escludere, e poi per sopprimere, trovando presunte “giustificazioni” nella tradizione, appunto, o nella cultura, o nella religione o nella storia.
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La seconda questione, collegata alla prima, è che troppo spesso anche chi si oppone alle politiche di divisione e contrapposizione settaria, che assolutizzano una identità soltanto (etnica o religiosa o culturale o politica), finisce per cadere nella trappola teorica e descrittiva degli estremisti, accettando come rilevante una sola identità, difendendo magari eroicamente quella identità dagli attacchi, ma rinunciando all’unica possibile opzione democratica e di libertà: le identità gli individui se le devono scegliere, e devono avere la possibilità di avere più facce, più pieghe, più caratteri, non una soltanto. La Gran Bretagna che delega al clero mussulmano la rappresentanza dei cittadini di fede islamica è il risultato dell’accettazione di questo modello di descrizione della società.
La stessa “difesa” del cosiddetto “diritto” a conservare la tradizione culturale (l’oppressione delle donne della famiglia, la scelta delle compagnie giuste per i figli, i libri che si possono leggere, i film che si possono vedere) che in buona fede i difensori della società multiculturale perseguono è il risultato del prevalere di questa maschera teorica: l’identità culturale monolitica imposta (raramente scelta consapevolmente) schiaccia quei cittadini, che finiscono col subire la tradizione e la cultura, senza che possano esprimere la propria identità molteplice.
E coloro che, democraticamente, pensano di difenderli, finiscono con l’avallare il pensiero e la pratica dei loro oppressori.

 

Ian Buruma, Murder in Amsterdam

Segnalo la recensione sul Guardian dell’ultimo libro di Ian Buruma, dedicato all’analisi dell’omicidio di Theo van Gogh.
Murder in Amsterdam
by Ian Buruma
Atlantic Books £12.99, pp256
Si tratta di un saggio sulla posizione dell’Islam in Europa. Siamo assolutamente in tema con il libro di Amartya Sen , Identità e violenza, che sta leggendo uno dei gruppi di lettura di Cologno. In particolare, si lega al sesto capitolo del libro di Sen, nella parte in cui si occupa di libertà culturale multiculturalismo e conservazione culturale:

Se concentriamo però la nostra attenzione sulla libertà (inclusa la libertà culturale), allora l’importanza della diversità culturae non può essere assoluta, ma deve variare coerentemente ai suoi legami causali con la libertà umana e al suo peso nei processi decisionali dei singoli individui.

Così il Guardian introduce l’ultimo libro di Buruma:

Ian Buruma, who is half-Dutch, half-British, grew up in the Netherlands and is currently Luce professor at Bard College in New York. Following van Gogh’s murder, he conceived the idea of returning to the country he left when he was 23 to try to understand the historical forces and individual histories that led to this killing in one of Europe’s most apparently tolerant and well-adjusted cities.

Sen – Identità e violenza, appunti di lettura (Riunione 16 novembre) – di Antonio P.

Buddhism, originally uploaded by Uhlenhorst.

 

Cari amici,
per potermi destreggiare al meglio dentro questo testo così complesso, mi sono dovuto fare alcune note per non perdere gli argomenti più interessanti. Per quello che possono servire, ve le mando in anteprima sulla ns. riunione; magari qualcuno vuole aggiungerci altri collegamenti.
Ciao a tutti, Antonio

Amartya Sen – Identità e violenza -

Appunti di lettura – ottobre 2006

Premessa: il libro è molto valido perché fa chiarezza su molti luoghi comuni che quotidianamente incontriamo nelle analisi politiche ed economiche del mondo attuale. La sua complessità e i collegamenti ad altri argomenti richiederebbero una discussione che probabilmente non può esaurirsi nel breve spazio di una riunione del GDL.

- Lo “scontro di civiltà” – il difetto della tesi di Huntington – i rapporti tra esseri umani differenti visti come rapporti tra civiltà differenti. Anche gli avversari del concetto di scontro di civiltà, se non superano la suddivisione univoca del mondo in base ad una sola classificazione, ne consolidano le basi intellettuali accettando di discutere sullo stesso terreno. (pag. 43 e 47 ). Ancora su questo concetto si veda a pag. 59.

- la religione come unico elemento di identità – gli esponenti del clero islamico pensati e trattati come portavoce ufficiali del mondo islamico, ignorando le convinzioni differenti esistenti all’interno dello stesso mondo che, con un tale approccio, sembrerebbe essere omogeneo e omogeneo non è. (pag. 14 -60 e 61)

- La religione di un individuo non deve essere necessariamente la sua identità esclusiva (pag. 16)

- Identità unica come mezzo usato da militanti settari per evitare qualsiasi altro collegamento per non raffreddare la fedeltà al gregge. (pag. 22)

- L’errore commesso dagli economisti nel classificare le persone ai fini di analisi sociale usando un metodo unico. ( pag. 26 )

- La tesi dell’identità comunitaria come elemento che diminuisce la ns. capacità di dubitare e interrogarci (pag. 38 )

- La democrazia non è solo un attributo dell’occidente (vedi a pag. 54 e 55 per India e Giappone)

- La fondamentale distinzione tra libertà culturale e eredità culturale: di forte attualità le considerazioni sull’importanza di un’istruzione scolastica non settaria “ I bambini, che hanno la vita davanti a loro, dalla scuola non devono ricevere in dono la piccolezza. (pag. 121 ) Vedi anche le polemiche a Milano sulla scuola islamica.

 

Antonio

 

Kapuscinski un po’ deludente. Jack London e le belle promesse del libro di Amartya Sen – di Enrico M.

Ciao a tutti,
mi dispiace davvero di non aver preso parte alla discussione del 19 ottobre sul libro di Kapuscinski, In viaggio con Erodoto. Non so come mi sia sfuggita.
Peccato: ho letto con attenzione il testo ed avevo cose da dire… più dalla parte di chi ha espresso qualche delusione o perplessità che da quella che l’ha apprezzato. L’uso di Erodoto come guida nel mondo moderno non mi sembra una grande idea, né mi piace pensare che Erodoto possa essere esempio di vita, di professionalità, di rigore storico, meno che mai un esempio della contemporanea figura del reporter ecc…
Ma l’occasione di dire queste cose è ormai passata. Ora sto leggendo in contemporanea un libricino di J. London, Memorie di un bevitore (mi ci ha spinto la bellezza della copertina: un marinaio trasognato seduto sul molo, ed. Mastellone, 1954), ed il saggio di Amartya Sen (e spero di non saltare la riunione…), Identità e violenza: un capitolo di London, uno di Sen. Mi piace.
Ed una cosa posso già dire a proposito del libro di Sen che lo avvantaggia rispetto a Kapuscinski: sin dall’inizio ha vinto la mia diffidenza.
Mi capita cioè di iniziare un romanzo sempre concedendo all’autore un beneficio di inventario, mentre quando comincio un saggio sento di assumere un atteggiamento interiore di contrapposizione, di polemica: leggo qualcosa, una affermazione o una pagina, e le contrappongo subito le mie osservazioni, le critiche, i miei “no”…
Con il libro di Sen invece ho subito cominciato a collaborare.
Forse per via della quarta di copertina (…il mio primo contatto con l’omicidio avvenne all’età di undici anni…), forse per via della autoironia delle battute iniziali. E mi sento già in pieno accordo con lui…
Un saluto al gruppo
Enrico M.

Jean-Claude Izzo, Casino totale, Erodoto, l’identità e il filo fra le letture

La notte di sabato non riuscivo a dormire.
Una brutta notizia a proposito di un amico mi aveva molto turbato. Avevo bisogno di un libro con dentro molte storie, o una storia intensa che fosse in sintonia con quella sensazione.

Allora ho guardato nella pila di libri sul comodino. E ne ho notato uno che era lì da qualche mese, Jean Claude Izzo, Casino totale (edizioni e/o), il primo romanzo della trilogia noir di Izzo.
Me lo ha prestato la nostra amica Giulia (giuliaduepuntozero).

Come l’unico altro libro di Izzo che ho letto (Marinai perduti) anche Casino totale è uno di quei romanzi che ti sta attaccato, che culla le tue tristezze, che ti porta davanti un bel po’ della durezza che può avere la vita e lo fa in un’atmosfera che si sente vicina, totalmente a noi contemporanea.
Di questo libro mi piace soprattutto il tono noir che mostra i personaggi in un intreccio serrato, spesso con poche speranze vere di riscatto (come nella tradizione del genere); e il formidabile effetto emotivo che ti porta dentro il loro mondo.
Un intreccio marsigliese popolato da malavitosi, ragazze figlie di immigrati che credono nella forza del meticciato, sbirri cresciuti fra i delinquenti, ragazze rom amate da tre uomini con destini simili e scelte opposte, librai anarchici che passano i libri a bambini-ladri; un mondo di tenerezze infinite e di amore e di violenza estrema; di bellezza e di squallore. Insomma la vita.
Un mondo nel quale viviamo o che sfioriamo quotidianamente e che richiede evidentemente categorie descrittive che raramente coloro che provano a spiegarci il mondo alla tv o sui giornali riescono ad applicare. La complessità delle nostre città e dei luoghi di lavoro e della scuola e dei quartieri dove immigrati e locali si incrociano in mille rivoli di relazioni di ogni tipo viene troppo spesso spiegata con categorie povere e inutili: scontro di civiltà religioni di guerra, religioni di pace, abitudini ecc.
Il filo che qui si tende raggiunge naturalmente la lettura di Amartya Sen in, Identità e violenza, che uno dei nostri gruppi di lettura sta leggendo. Ma raggiunge anche la riunione di giovedì scorso su Kapuscinski, In viaggio con Erodoto.
Insomma, ancora una volta, una lettura completamente individuale può specchiarsi nelle letture dei Gdl.

Amartya Sen, Identità e violenza e… la comunità dei lettori

Mi è venuto in mente per contrasto, mentre leggevo Amartya Sen, Identità e violenza, di come una bel caso di identità non imposto, non univoco e totalizzante, non violento; ma scelto e consapevole, tollerante verso le altre identità che coesistono in ciascuno (e negli altri) sia l’identità di “lettori”.

Su questo tema e sul concetto di “comunità dei lettori” rimando (ovviamente) a quanto scritto da Luca Ferrieri e ripreso nella sua recente relazione all’incontro dei gruppi di lettura a Arco di Trento. Questo un passaggio importante:

La comunità dei lettori, infatti, non sembra caratterizzarsi che per alcune caratteristiche paradossali o ossimoriche: non è fondata su alcun contenuto, nemmeno quello del libro, su nessun tratto ideologico, territoriale, organicistico, storico, ma solo su alcuni aspetti comportamentali e sintomatici. Essa unisce persone molto differenti che hanno in comune solo la passione della lettura, e che probabilmente leggono testi e tipi di opere lontani tra loro. E’ una comunità leggera, inconsapevole, una comunità dei senza comunità, di quelli che non ne hanno altre o ne hanno ognuno una diversa. Eppure possiede le sue leggi non scritte, i suoi imperativi morali, anche se non categorici, e manifesta i suoi interessi nel campo della tutela e della salvaguardia del vivere civile, pacifico, solidale, per un motivo molto semplice, un vero motivo di interesse: i lettori non possono vivere, riprodursi e approvvigionarsi (fattore non trascurabile) in situazioni di imbarbarimento, di caduta della dignità, di black-out della comunicazione tra gli uomini. Dove il tessuto di solidarietà civile e umano si lacera irrimediabilmente, la lettura è in pericolo e la comunità dei lettori attraversa uno sbandamento che può portare alla disgregazione, all’abiura (ecco dunque lettori che diventano condottieri e crociati), o alla vita catacombale e larvale (eccoli scavare tra il fango e le macerie per trarne brandelli stampati, eccoli leggere, come racconta Acheng, la carta scritta usata per foderare l’interno delle scarpe).