Zen, la manutenzione della motocicletta, Pirsig e un articolo dimenticato

Questo articolo l’ho scritto per Caffe Europa cinque anni fa. Pirsig e lo zen in motocicletta sono un mio pallino. Non ho mai chiesto un pagamento e spero che gli amici della rivista on line non se la prendano se lo riproduco qui

Che fine ha fatto lo Zen in motocicletta? Cosa è rimasto della grande cavalcata, da Minneapolis al Pacifico, di Robert M. Pirsig e di suo figlio Chris, allora dodicenne, su una vecchia moto inglese, narrata in uno dei libri memorabili degli anni settanta? E’ rimasto solo quel libro, appunto, ancora oggi bello e commovente. Il resto, regalato sempre da Pirsig (un altro libro e qualche conferenza) ma anche da una schiera di seguaci, e rintracciabile anche sulla rete, non è all’altezza.

“Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta” (1974, traduzione italiana, Adelphi, 1980; d’ora in poi Zmm; nell’edizione originale c’era anche un sottotitolo da considerare: “An inquiry into values”) è stato un grande successo, di vendite ma soprattutto culturale, diventando un libro citato e discusso, scambiato, sottolineato, annotato. E non solo negli Stati Uniti.

Oltre oceano, i lettori di Zmm sono stati valutati attorno ai tre milioni, con almeno quindici ristampe fra edizione tascabile e hardcover. Ancora oggi l’editore Bantam lo vende con continuità. In Italia Adelphi continua a riproporlo, da qualche anno anche nella collana economica, insieme con il secondo libro di Pirsig, “Lila”, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1991 (Adelphi, 1992). Quest’ultimo, invece, è stato giudicato deludente da quasi tutta la critica americana e non ha rinnovato il fenomeno Zmm.

Pirsig, oggi abbondantemente sopra i settanta, ha anche scritto dell’altro. Sulla rete è per esempio raggiungibile il testo di una conferenza tenuta alcuni anni fa, nella quale con dovizia di particolari affronta il tema che vorrebbe fosse il centro della sua riflessione: il rapporto fra soggetto, oggetto e valori, tema anche sintetizzato enfaticamente con l’espressione “Metafisica della qualità”:, abbozzato in Zmm e letteralmente esploso il “Lila”.

Inoltre – segno, almeno apparente, di buona vitalità – sulla grande rete fervono le discussioni sui temi che Zmm e il successore, hanno proposto.

In particolare, è in corso un prolungato dibattito sul significato e le implicazioni della Metafisica della Qualità. (lilasquad@moq.org; per iscriversi si può passare da Moq.org, e seguire i link). Eppure, lontano dalla sua moto e dai paesaggi dell’ovest, la filosofia popolare di Pirsig perde l’ingenuità che l’aveva nobilitata, diventa pedagogica e anche un po’ pedante. Doveva fermarsi all’ultima pagina di Zmm.

Fra Zmm e Lila c’è anche la tragedia di Chris. Il figlio di Pirsig infatti è morto nel 1979, undici anni dopo il viaggio in moto con il padre. Morto ammazzato da una coltellata in Haight Street a San Francisco.
Paradossalmente proprio in uno dei luoghi simbolici della stagione hippy alle cui contraddizioni Pirsig pensava di aver offerto una via d’uscita con Zmm: un’idea di ribellione alla cultura ufficiale che però non finisse nel rifiuto assoluto e rassegnato, come spiega in una postfazione del 1984 a una delle ristampe di Zmm. Ma già in queste righe la forza di Zmm è dispersa dall’intento extranarrativo dell’autore che prende il sopravvento e propone un’interpretazione che imbusti il romanzo in un involucro strettamente filosofico. Pirsig già si sente un maestro di pensiero, un innovatore.


Le alternative offerte dagli hippy – scrive – erano “solo pittoresche e temporanee, e alcune di esse andavano sempre più assomigliando a pure e semplici degenerazioni. La degenerazione può essere divertente, ma è difficilmente sostenibile come modo per impiegare la propria esistenza”. E Zmm, secondo l’autore, aveva proposto un’alternativa diversa e più seria, al successo materiale, totem della società americana che la cultura hippy dissacrava.

Era un’alternativa che proponeva un traguardo positivo. A questo l’autore, dieci anni dopo l’uscita del libro, attribuiva il grande successo della sua opera, “perché esso offriva proprio ciò di cui la cultura era in cerca”.

Superato lo shock della perdita del figlio, grazie anche a una nuova paternità, Pirsig ha scritto Lila, esplicitamente pensandolo come seguito di Zmm e soprattutto lo ha fatto calandosi, senza dubbi, nella parte dell’innovatore, del “portatore di cultura”.

Ma la forza di Zmm era proprio l’equilibrio fra i tre piani di lettura del libro: il racconto del viaggio, la rievocazione (nella quale c’e’ molta autobiografia) del passato del narratore, con l’isolamento dell’ambiente accademico che non sopportava la sua audacia teorica e esistenziale; e, infine, l’esposizione della teoria della qualità, escursione, irriverente ma anche un po’ ingenua e popolare, in un trattato di filosofia.

In Zmm i temi filosofici vengono portati in viaggio dai dettagli dell’avventura in motocicletta. Le lezioni– i chautauqua – sono apprezzati e compresi più con l’intuito che grazie all’analisi serrata, che pure non manca e anzi in alcune parti è addirittura incalzante. Ma è l’intuito che porta a cogliere quel fondo di buon senso “alternativo”, di pensiero semplice e morale, di consigli pratici, di ipotesi intransigenti. Lo stesso processo che porta a intuire il giusto e il morale in una chiacchierata con gli amici i migliori amici, in campeggio la sera in riva al lago.

E in questo senso è difficile dare credito a Pirsig quanto si sente un innovatore, un portatore di cultura nuova: Zmm invece aiutava a rassicurare i ragazzi degli anni settanta, adulti negli anni ottanta, sul fatto che le grandi idee potevano trovare uno sbocco moralmente valido anche sul piano individuale, anche dopo la fine delle illusioni collettive. Conservando cosi’ la differenza con gli altri, gli “square”, i conformisti.

Il lettore è deliziato, coccolato, lusingato. Chi non ha amato, pur non essendo motociclista, il narratore di Zmm che dice che in moto si passa il tempo a percepire le cose e a meditarci sopra, “senza nulla che ti incalzi, senza l’impressione di perdere tempo”.

O quando afferma che il viaggio è un’occasione per parlare, e sottintende parlare con attenzione, precisione, rispetto per gli argomenti affrontati. Rammaricandosi poi che il più delle volte si abbia tanta fretta che “le occasioni per parlare sono ben poche. Il risultato – dice il motociclista alla guida – “è una specie di superficialità senza fine, una monotonia che anni dopo ti porta a chiederti che ne è stato del tuo tempo e a rimpiangere che sia trascorso. Ora, invece, vorrei usare il mio tempo per parlare un po’ a fondo di cose che sembrano importanti”.

I paesaggi on the road descritti con dettagli vividi si alternano al racconto di cosa Fedro (lo stesso narratore, prima del crollo nervoso e del ricovero in un ospedale psichiatrico e del trattamento con elettroshock) intendesse con Qualità. Di come provasse a risolvere l’apparente inconciliabilità fra soggetto e oggetto; fra razionalità classica e pensiero romantico; fra mente e materia; fra tecnologia e spirito. E la manutenzione della motocicletta diventa la metafora del terzo elemento che fonde gli altri due: la Qualità appunto. Che offre la via per vivere la tecnologia senza separazione.

Curare la propria motocicletta significa entrare in contatto con essa. Affidarla ai meccanici indica il più delle volte persone che “non tengono a quello che fanno”, che sono separati dal loro lavoro.

Soggetto e oggetto separati. Individuo e tecnologia inconciliabili.

“Il modo di risolvere il conflitto tra i valori umani e le necessità tecnologiche – dice il narratore di Zmm – non è rifuggire dalla tecnologia, ma abbattere le barriere del pensiero dualistico che impediscono un’autentica comprensione della natura della tecnologia – non sfruttamento della natura ma fusione della natura e dello spirito umano in una nuova specie di creazione che le trascende”.

Che può avvenire cogliendo appunto la qualità. “Prima di poter distinguere un oggetto deve esserci una sorta di consapevolezza non intellettuale”: la “consapevolezza della qualita’”. Intuitiva, non spiegabile.

Ma i chautaqua di Pirsig, sono unici e immortali perché condotti in motocicletta; perché coinvolgono i personaggi di un romanzo, perché mettono in azione il meccanismo della finzione.

Tolti da questo spazio romanzesco rischiano di diventare predica, lamento, esercizio su _come siamo bravi noi e come è stupido il mondo che non ci capisce_.

Il secondo libro di Pirsig, “Lila” non sta in equilibrio come Zmm e l’incanto fugge. Anche se non mancano le pagine godibili è il Pirsig filosofo che ha il sopravvento. Non è un caso che i seguaci della lista di discussione sulla metafisica della qualità abbiano come riferimento principale proprio Lila, nel quale riscontrano ” un sistema filosofico completamente sviluppato e quindi necessariamente un libro più difficile e per questo non così popolare”.

Dalle righe della mailing list emerge un lettore di Pirsig irrigiditosi sulle formule – si parla addirittura di catechismo della qualità -, noioso, a volte nostalgico, dallo spirito che ricorda i seguaci della New Age. Che ha cancellato dall’orizzonte i grandi spazi e le strade sulle quali correva la motocicletta, e ha dimenticato la prospettiva storica. Pirsig è un favoloso narratore dello spirito di un’epoca. Che lui si senta un filosofo è un problema suo e dei suoi seguaci. Ai lettori rimane la sua motocicletta.

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47 pensieri riguardo “Zen, la manutenzione della motocicletta, Pirsig e un articolo dimenticato”

  1. @ Antonella B. e Gianni:
    credo che Pirsig sia un amore assoluto di Luiginter , fondatore di questo blog.
    Siete capitati nel posto giusto ^_^

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  2. 30 secondi… credo che dovrò andare a recuperare i due libri, a questo punto, dagli scatoloni di cui parlavo ne I Libri Più Belli (vedere quote 733-732-696-690 de I Libri Più Belli e più indietro; ma sono l’ultima arrivata e non ho ancora letto tutto su quello per cui si è intervenuto in merito all’argomento Pirsig sull’altro blog e quindi non so quali quote; ergo bisogna ricercarle).
    Grazie per la dritta, Cinzia

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  3. OK, Cinzia, grazie, sei molto gentile. Ma tutto questo mi era noto: vedi l’incipit del mio primo intervento (quota 690) nel gruppo di lettura I libri più belli letti nel 2009.
    In realtà, Zmm era solo un pretesto per una goliardica ma decisa presa di distanza da alcune tendenze di quel gdl, un prendere a sassate le finestre di un salotto letterario […a volte cedo al mio lato infantile…], senza voler entrare più di tanto nel merito di un libro così particolare; per questo motivo avevo volutamente scelto di non intervenire nei gruppi di lettura specifici.
    Ora ho letto i tuoi post e quelli di A. e non so bene se entrare nel merito del libro, e dove farlo.
    Tu piuttosto, perché non spieghi i motivi del tuo interesse per Zmm: nasce forse da una significativa citazione in un recente editoriale di un grande giornale nazionale? – vergogna Luigi, ti è sfuggita, vero?…

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  4. Ok, Gianni, mi era sfuggito il tuo ironico commento tra quelli dei libri più belli letti nel 2009. Avevo letto quello di Antonella B. e credevo di fare cosa buona e utile, poichè mi sembrava interessata al libro in questione, indirizzarla verso questo spazio.
    Il mio interesse per Zmm nasce, banalmente, da una tensione “assoluta” verso un biker( harley, non transalp) che me ne parla spesso.

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  5. @Cinzia e Gianni

    Grazie Cinzia, nel frattempo ho ritrovato i libri e prossimamente me li rileggo. Sono curiosa di confrontarmi a distanza di anni. Spero solo che non sia masochismo ^ _ ^

    Nel frattempo, faccio ammenda subito riguardo ad una cosa. Ne I Libri Più Belli del 2009 avevo detto che Pirsig scrisse Lo Zen dopo la morte del figlio; ricordavo male ed è successo prima, invece. D’altronde, avevo anche scritto che le mie considerazioni nascevano da una lettura dei due libri fatta molti anni prima. Chiedo perdono.

    Gianni, ti preferisco da goliardo. Metaforicamente parlando, se butti un sasso nello stagno smuovi le acque, crei cerchi, crei movimento. Perché stai ancora a pensare se entrare o ritirarti? Non parlavi di sacro fuoco e di limiti?

    Ciao a entrambi

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  6. gianni :

    Tu piuttosto, perché non spieghi i motivi del tuo interesse per Zmm: nasce forse da una significativa citazione in un recente editoriale di un grande giornale nazionale? – vergogna Luigi, ti è sfuggita, vero?…

    Sì sì mi è sfuggita la citazione… Ma a che proposito è stata fatta?
    Questa tua indicazione spiega anche il fatto che negli ultimi giorni i post di questo blog dedicati a Zmm siano di nuovo fra i più letti.

    Del resto uno dei pregi di Zmm è che è stato letto e “usato” in dozzine di modi differenti; il fatto che oggi qualcuno lo riprenda in mano porterà certo ad altre letture/interpretazioni.
    Io per esempio non sono un motociclista e le mie letture di Zmm sono state molto molto diverse da quelle fatte da lettori/motociclisti con i quali ne ho parlato nel tempo.

    Detto questo, quando parlo di questo libro cerco sempre di distinguere le suggestioni che riesce a generare in me dall’effettivo valore letterario, sul quale, dopo tanti anni continuo a nn avere le idee chiarissime.

    ciao ciao

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  7. @ Luigi
    Mi viene in mente un gioco: cosa mi dai se te lo dico?
    Aaaaaahhhh, come godo…stai morendo di curiosità, eh? Confessalo: sei lì con le orecchie basse, la lingua penzoloni, le zampette reclinate …arf, arf, arf…voglio l’osso, voglio l’osso!!!…
    …e se la millantata citazione fosse una bufala, una ciofeca, un pesce d’aprile fuori stagione con un enorme amo all’interno? Uuuuhhhh….
    …ma va là che sei proprio fortunato!: il mio peggior difetto è che sono troppo buono e quindi non sopporto di vedere soffrire la gente. Quindi scopro subito le carte: non ho bluffato: la citazione l’ha fatta addirittura Barbara Spinelli sulla Stampa del 15 novembre e riguarda uno dei passaggi più intriganti di Zmm [pagg 225-6 ediz. econ. Adelphi]. Alle confutazioni classiche del dilemma rappresentato dalle corna del toro: corno destro, corno sinistro, afferrare il toro per le corna, Fedro aggiunge le sue estemporanee confutazioni di riserva, illogiche, ‘retoriche’, e cioè: si può gettare sabbia negli occhi del toro; si può tentare di addormentare il toro con una ninna nanna; ci si può rifiutare di scendere nell’arena [ah ttttorooo!, tiè]…
    Anzi, ti mando l’URL dell’articolo
    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=182&ID_sezione=55&sezione=
    così magari, leggendolo, qualcun altro conoscerà la Spinelli, straordinaria editorialista politica, anzi straordinaria scrittrice morale – se è vero come effettivamente è vero che, come disse Paolo VI: la politica è la forma più alta di carità! – un’eresia in quest’epoca dominata dall’ antipolitica più volgare che rapidamente si trasforma in truffa: il Partito dell’Amore!?…
    Mi ha scandalizzato che tra i migliori libri letti nel 2009 nessuno abbia segnalato il suo breve saggio “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite”. Lo splendore delle verità. Una concettualizzazione delle tematiche di Zmm. Se si è capaci come lei di fondere rigore logico e passione civile, ragione e “sfera spirituale ed affettiva”, insomma: cuore e cervello, con un saggio si è in grado di emozionare più che con 100 romanzi ‘romantici’, per quanto suggestivi essi possano essere.
    …anche se, nel suo piccolo, anche Zmm opera fusioni niente male: incenso Zen ed esalazioni dal tubo di scappamento…

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  8. Antonella, Antonella, – tutta genio e sregolatezza -, cosa pretendi (dolcemente): che mi metta anch’io a pontificare dopo aver tanto sbraitato? E sia ben chiaro: ovviamente l’anche non è riferito a te (sei troppo genuina per metterti a pontificare).
    Perché deluderti e annoiarti con qualche sermone pretenzioso e palloso?
    Piuttosto ti mando una citazione di Berdjaev: “La fede nasce senza garanzie, senza prove necessariamente convincenti, senza costrizione esteriore, senza autorità; nasce dalla sorgente interiore, è accompagnata dalla follia piuttosto che dalla saggezza di questo mondo, accetta le più grandi antinomie, i più grandi paradossi”.
    E una di Jim Morrison (che peraltro non mi è mai piaciuto): «Non accontentarti dell’orizzonte…cerca l’infinito».
    A presto.

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  9. @ Cinzia,
    mi addolora che tu abbia giudicato ironico il mio commento quota 696…in realtà voleva essere sarcastico…
    …tensione “assoluta” verso…? c’è poco da ‘spiritosare’: pensa ai mq di cromature che dovrai lucidare per l’harleymunito…
    Non si scrive transalp, bensì Transalp…
    Antonella ed io aspettiamo impazienti le tue prime impressioni di lettura…

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  10. @ Gianni,
    mi addolora molto averti addolorato…ma vedi non tutti sono detentori di sagacia, bisogna nascerci col dono e io, purtroppo, non lo nacqui 😦 .
    Chissà cosa ne pensa la Spinelli di queste sperequazioni… intelligenti, cretini, salottieri, geniali, sregolati, spiritosi, sarcastici…forse ne pensa bene, mi pare sia per il pensiero divergente.
    Vero è : Transalp, non transalp…Harley, non harley.

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  11. @Gianni
    Gianni… giuro che prima mi si sono inumiditi gli occhi. E poi mi hai fatto ridere.
    Come hai fatto a capirlo?! (intendo tutto quello che va da “Antonella, Antonella…” a “…pretenzioso e palloso”?)
    No, voglio solo che continui a fare il goliardo, perché così rido e mi sento meglio. A me piace tanto ridere…
    E poi, soprattutto, quando fai il goliardo, raggiungi prima l’obiettivo, sei più profondo e limpido. Sei meno amaro. Di parole mi sono stufata quando ero ancora un’adolescente.
    Se trovo qualcuno che comincia a pontificare alla Umberto Eco, prima pontifico più di lui (questo mette a proprio agio l’interlocutore e gli procura un senso di connivenza), e poi, sul più bello, gli dico qualcosa in dialetto. Sai quelle frasette che in dialetto raggiungono l’obiettivo in un millesimo di secondo e il tuo interlocutore, ora che ha capito, il suo castello di parole gli è già crollato addosso? Ma sai come si spiazza, così?
    Oppure comincio a parlare al passato prossimo dove ci vuole il passato remoto perchè l’azione è avvenuta nel passato ed è conclusa, ma io invece, fedele alla parlata di dove sono cresciuta, uso imperterrita il passato prossimo e Giulia la chiamo ‘la Giulia’ e anche la Veronica, e trovami tu qualche altro nome; scusandomi anche con l’interlocutore, ma si sa, la fedeltà alle proprie origini… ti giustificano ogni “errore” in nome della fedeltà alle proprie origini, oggi.

    Per ora non voglio dire più niente riguardo Pirsig, perché sto entrando, come ho già detto, in autoanalisi ^_^ (mi riferisco alla RI-lettura dei due libri, naturalmente).
    Mi limito a dare il titolo di un libro che, per chi ha letto Lo Zen e Lila, potrebbe essere una bellissima scoperta: niente motocicletta, qui, ma tanto zen e manutenzione della propria attenzione, ovvero: il bersaglio non è la fuori, siamo noi stessi.
    Mi riferisco a Lo Zen e il Tiro con l’Arco, di Eugen Herrigel. Waw! Non c’è da aspettarsi un testo religioso, ricordiamoci sempre che è un occidentale che si avvicina allo zen; interessante il processo attraverso il quale si avvicina. Mi immagino questo professorone infarcito di nostra filosofia – scommetto che era un aristotelico! – come deve essere andato fuori di testa! ah aha ha.
    Io dico che, dopo aver letto questo libro di Herrigel, Lo Zen di Pirsig viene più fluido, a leggersi e anche a parlarne. E’ un libruccio veloce e di poche pagine, per tranquillizzare chi ha già un metro di libri sul comodino.

    La fede… ultimamente ho trovato più assiomi di fede nei robot di Asimov (ho appena finito di leggere Antologia del Bicentenario n. 2), che nei paroloni di tanti altri scrittori…. Se, come dice Berdjaev, “è accompagnata dalla follia piuttosto che dalla saggezza di questo mondo”, abbi fede, Gianni.

    …. Ma sì, a costo di ripetermi (io sono esageratamente appassionata di haiku), ne trascrivo uno che mi riguarda in modo diretto e particolarmente, e precisamente all’interno di questo nuovo argomento-blog che Luiginter ha aperto:

    ringo wo tsumami
    iitsukushitemo
    kurikaesaneba naranu

    Colgo una mela.
    Ho detto tutto,
    ma devo ripeterlo.

    (Kawahigashi Hekigodo, 1873-1937

    e invece, sempre dello stesso autore, ne dedico uno a te:

    kusa wo nuku
    ne no shirosa
    fukasa ni taenu

    Sradico l’erba.
    Il bianco delle radici
    ha retto alla profondità.

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  12. @tutti

    Ragazzi, ma questo gdl è una droga!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Chissà perché, mi immagino sempre mariti arrabbiati perché la relativa dolce metà non arriva mai a letto, e tenere mogliettine che fanno il muso perchè i relativi mariti non si decidono a tener loro compagnia davanti alla televisione. Senza contare i fidanzatini che, per fare gli interventi,arrivano tardi all’appuntamento.
    Ci scommetterei che è successo.

    Auguri a tutti, ve li faccio ora per la fine dell’anno e per un fantascientifico nuovo anno

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  13. @ Cinzia
    …harley!; non Harley [anche se la pronuncia non cambia…] …insomma, Cinzia, non ne imbrocchi una… [aaahhh lo sapevo, ci sei cascata: quei catenacci non meritano la maiuscola]
    …neanch’io lo nacqui [pungente, eh!], lo divenetti col passare dei decenni…dài, non farmi torto: sono convinto – lo ammetto (ammetto, non rivendico) – che “l’autostima è il sistema immunitario della coscienza”; ma sono ancora più convinto che, purtroppo, “l’io è detestabile”.
    […soprattutto l’io degli altri… :-)]
    Ho pensato invece a cose più serie, a come allargare le confutazioni illogiche di Fedro-Pirsig al dilemma rappresentato dalle corna del toro; cosa ne dici di: …fargli il solletico sotto le ascelle? …troppo pericoloso…(in tutti i sensi…) …allora: …mostrargli la gigantografia di una tora completamente nuda? …troppa tensione verso l’Assoluto, troppo Sacro Fuoco…un Incendio… …mmmm… …gridargli (in giapponese): Tora! Tora! Tora! [banzai, sayonara, harakiri, judo, sushi!]
    No?…ma insomma!, non te ne va bene una!, prova allora tu, sapientona!
    Da cui:
    1. Pirsig, sei un genio! (o se non altro sei un simpaticone…)
    2. il the best della canzone italiana: Ancora una volta ho rimasto solo…mitico Don Backy! Dante Alighiero, Tetrarca, Boccaccia…pfui!

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  14. gianni :

    @ Luigi
    …ma va là che sei proprio fortunato!: il mio peggior difetto è che sono troppo buono e quindi non sopporto di vedere soffrire la gente. Quindi scopro subito le carte: non ho bluffato: la citazione l’ha fatta addirittura Barbara Spinelli sulla Stampa del 15 novembre e riguarda uno dei passaggi più intriganti di Zmm [pagg 225-6 ediz. econ. Adelphi]. Alle confutazioni classiche del dilemma rappresentato dalle corna del toro: corno destro, corno sinistro, afferrare il toro per le corna, Fedro aggiunge le sue estemporanee confutazioni di riserva, illogiche, ‘retoriche’, e cioè: si può gettare sabbia negli occhi del toro; si può tentare di addormentare il toro con una ninna nanna; ci si può rifiutare di scendere nell’arena [ah ttttorooo!, tiè]…
    Anzi, ti mando l’URL dell’articolo
    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=182&ID_sezione=55&sezione=
    così magari, leggendolo, qualcun altro conoscerà la Spinelli, straordinaria editorialista politica, anzi straordinaria scrittrice morale – se è vero come effettivamente è vero che, come disse Paolo VI: la politica è la forma più alta di carità! – un’eresia in quest’epoca dominata dall’ antipolitica più volgare che rapidamente si trasforma in truffa: il Partito dell’Amore!?…

    Grazie Gianni, della tua generosità, del link alla citazione di Zmm, e ancora di più delle idee espresse dalla Spinelli. Anzi già che ci sono mi metto il feed delle sue “opinioni” nel mio reader così non mi sfuggiranno… 🙂

    ciao ciao

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  15. @ Luigi
    Un grazie da parte mia per le tue cortesi parole.
    La parte più gratificante della tua risposta? “Grazie … ancora di più delle idee espresse dalla Spinelli”.

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  16. @ Antonella
    Nel post quota 733 del gdl sui migliori libri del 2009, post quasi interamente dedicato a Zmm, hai concluso sorprendentemente: Gianni, hai mai letto “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, di Milan Kundera? Basta comprarlo e ogni tanto leggere il titolo, è anche passibile di non lettura.
    Accidenti a te!, le tue genialate buttate lì con irresponsabile nonchalance minacciano la mia salute mentale. Mi sono arrovellato come un pollo sul girarrosto: Antonella aveva in mente un collegamento con Zmm oppure la sua domanda e soprattutto il suo invito di leggere il titolo erano del tutto estemporanei?
    Alla fine mi sono venute delle strane idee in merito…comunque sì, l’ho letto, sia pure con fatica.
    Beh, non ci crederete, sembra quasi incredibile: tra i due titoli – Lo Zen e la manutenzione della motocicletta (Zmm) e L’insostenibile leggerezza dell’essere (Ile) – il legame esiste: sono entrambi lunghissimi per cui per citarli bisogna usare delle abbreviazioni!… Scherzo , c’è davvero. Non lo vediamo subito – e quindi ci sorprende – perché siamo abituati a ragionare – usando la terminologia di Fedro-Pirsig – sull’apparenza immediata senza distinguere tra apparenza immediata e forma soggiacente. Per capire dobbiamo infatti andare al di là del significato delle parole prese singolarmente ed entrare nella struttura logica delle loro relazioni: entrambi i titoli sono figure retoriche che includono termini tra loro contradditori: l’insostenibilità e la leggerezza, e lo Zen (spirito) e l’arte della manutenzione della motocicletta (materia).
    Ovviamente la scelta di titolare con un ossimoro o con un’antitesi non è casuale: come i nomi per gli uomini (nomen est homen) anche la scelta dei titoli è sostanziale: definisce un progetto.
    Tutto questo conferma il senso stesso di Zmm: Fedro è alla ricerca di formule che consentano di superare quelle concezioni dualistiche che non gli permettono di cogliere la Qualità, fondendo soggetto e oggetto, spirito e materia, classico e romantico. L’ossimoro del titolo consente di rappresentare retoricamente questo risultato.
    Più arduo il discorso per l’Ile. In esso non c’è nessun io narrante che spiega ed argomenta (ma Zmm si può definire un romanzo?) con dolce leggerezza [come andare sul Transalp: “senza nulla che t’incalzi, senza l’impressione di perdere tempo” (pag 17)] e con sano pragmatismo [“Io sono convinto che la metafisica va bene se migliora la vita quotidiana; altrimenti è meglio lasciarla perdere” (pag 242)]; bisogna dunque affidarsi alla fatica e al rischio dell’interpretazione – sia pur sotto la guida delle osservazioni che precedono la narrazione.
    L’Ile si occupa della domanda: “Che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza?” (pag 13). “Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua di tutte le opposizioni” (pag. 14).
    E qui potremmo anche fermarci: ecco dunque la relazione tra i contenuti tra i due libri: l’intrigante problema della relazione tra gli opposti [intrigante soprattutto perché apre la porta al problema del rapporto tra l’Uno e il molteplice]. Ma adesso che sono lanciato non resisto alla tentazione di continuare.
    A prima vista il titolo Ile sembrerebbe alludere – in negativo – ad una risposta: se la leggerezza è insostenibile ‘meglio’ la pesantezza. Ma la pesantezza ha strettamente a che fare con la necessità, con l’imperativo: “Muss es sein? Es muss sein!” – [così] deve essere! – non a caso con l’esclamativo; e cosa c’è di positivo, e anche di negativo, nella necessità?; nulla, solo la libertà che scaturisce dal sottrarsi alla necessità consente l’emergere dei valori…
    E on effetti, nel momento della verità, Tomáš risponde a Teresa, che si rimprovera di avergli rovinato la vita perché di fatto gli ha impedito di svolgere la sua missione di chirurgo: “Tereza, una missione è una cosa stupida. Nessun uomo ha una missione. Ed è un sollievo enorme scoprire di essere liberi, di non avere una missione” (pag 317). Per Tomáš la vita è senza meta, senza scopo – e di conseguenza senza principii, senza nessun “Es muss sein!”. È libertà.
    Sollievo, libertà, leggerezza.
    Eterno ritorno dell’uguale, rifiuto di ogni escatologia, Così parlò Zarathustra, l’Oltreuomo, bla bla bla… Ma perché insostenibile?… ossia intollerabile, inaccettabile, insopportabile, inammissibile, assurda?… perché aggiungere insostenibile alla leggerezza con una chiara forzatura?… perché questa contraddizione tra opposti?
    Qui non importa la risposta, o le risposte, [ha ha ha adesso tocca a te arrovellarti 🙂 – attenzione a non grippare i pistoni…] – sono già entrato più del dovuto nel merito dell’Ile – ma la domanda, che, torno a dire, rende evidente (ed interessante: nei paragoni si esalta la percezione) la relazione dei contenuti di Ile con Zmm. Ho dunque assolto il compito che mi ero proposto per ‘colpa’ delle tua ennesima alzata d’ingegno.
    Affettuosi auguri, Antonella!
    Sì lo so…era meglio “il” Gianni goliardo… Parmenide?…Parmenideeeee!!!….vieni un po’ qui, Parmenide – sai una cosa? mi sa che hai proprio ragione: meglio la leggerezza della pesantezza…ma come ti vengono queste idee geniali?…
    @ Luigi
    Se ti capitasse di dare un’occhiata al post, ti pregherei di dire la tua. Anche per dire che si tratta solamente di fesserie…poi mi dai l’indirizzo di casa e passo a trovarti

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  17. @ Luiginter, Cinzia, Gianni

    @ Luigi
    Buongiorno Luigi , vedo che stai ancora a pensare se Zmm, alias Z(a)mm, abbia un “effettivo valore letterario”; ma che cosa rende un libro un’opera letteraria?
    Un eccellente contenuto di forma corretta?
    Un eccellente contenuto di forma corretta capace di coinvolgere e di dare sostanza all’inconscio collettivo?
    Un eccellente contenuto di forma corretta, capace di coinvolgere e di dare sostanza all’inconscio collettivo, nel passato e nel presente?
    Secondo me, lo rende tutto questo, e allora abbiamo un classico.
    Ma abbiamo un classicissimo quando l’Autore imprime un contenuto universale di forma perfetta, capace di sconvolgere l’inconscio collettivo e ridargli forma (dal caos all’ordine) nel passato e nel presente e, soprattutto, abbiamo un classicissimo quando l’Autore imprime il Divino (il Poeta si fa Vate).
    Per il Divino, di solito, ce lo dirà il Tempo.

    Mi viene in mente Tagore, ma è un’analogia d’intenti. I miei..

    C’è da considerare un altro aspetto, non trascurabile: l’importanza della lettura in lingua originale.
    Capisco i costi della carta, ma non capisco perché gli editori si ostinino a pubblicare in traduzione italiana senza testo a fronte. Si perde la musicalità del tutto!
    Hai notato che, quando trascrivo un haiku, antepongo sempre i versi in lingua originale? Credo che pochi di noi conoscano il giapponese ma prova a scandire i versi originali a mezza voce. Che suono danno? Che musica fanno?
    Quindi, Luigi, se non lo hai già fatto io consiglierei una lettura di Z(a)mm in lingua originale (almeno qualche pagina); e poi, alla luce di quanto ho detto prima, decidi se sia un’opera letteraria, un romanzo. E però, siccome io sono nessuno, darei anche una lettura a L’Arte del Romanzo, di Kundera, prima di decidere.

    Un esempio di come non-dovrebbe essere un romanzo, per esempio, ce lo dà periodicamente Umberto Eco che costruisce eclatanti esempi di non-letteratura. Abilissimo facitore di saggi di semiotica, estetica e linguistica, in letteratura, invece, dà corpo a un virtuosismo tecnico e ridondante profondendosi in ripetizioni senza sostanza quando non goticheggianti, certamente di profonda erudizione ma a noi, che cosa importa di sapere, in un romanzo, la semantica di un veliero? (L’isola del giorno prima) E quel povero Baudolino dove, se togliamo le lunghe interminabili coloratissime liste di pietre preziose, quasi sempre le stesse e in ordine inverso-diverso ogni volta, rimane metà romanzo?
    Che scionfamento!!!
    Delle misteriose fiamme di Moana non so nulla ma ho la vaga impressione che, questa volta, si sia dato all’eroticoridicoleggiante.
    La cosa più grave è che confonde il lettore onesto, lui, spacciandosi per un romanziere.
    Dalle mie parti, mia nonna direbbe “Ragiunè, fa’ il to mistè!” (ragioniere, fai tuo mestiere!) cioè, se sei un ragioniere, non metterti a fare l’idraulico… che le docce fredde fanno bene, sì, ma al momento e nel luogo giusti.

    Approfitto, Luigi, per farti i mie complimenti su come conduci le cose anche negli altri appartamenti. Ci hai depistato in questo appena in tempo; ancora un attimo e l’armonia consumata di ILPBD2009 andava a rotoli.
    Grazie dello spazio e… Auguri.

    @ Cinzia @ Gianni
    Gianni, non importunare Cinzia! E’ in una fase di “stato nascente”, come direbbe Francesco Alberoni (Innamoramento e Amore). Come mi auguro tutti abbiano almeno una volta nella vita sperimentato, si sa, l’innamoramento è rivoluzione, e va rispettato. Forse il sacro fuoco della pazzia non è propulsione all’infinito? 😉
    A te brucia perché lei si riflette in harley (Harley) e non Transalp (transalp); e poi perché non c’è nessuno che rifletta il tuo Transalp.

    A te. Cinzia, faccio tanti auguri e ti auguro che anche harley sia in “stato nascente”.
    Se non ti va, non leggere Z(a)mm; il farlo, oppure no, dipende dalla Qualità di come rifletti harley (Harley). E da come Harley (harley) riflette te.

    @Gianni
    Carissimo Gianni, mi chiedi “ma come ti vengono queste idee geniali?” Tu l’hai detto, mio caro: “tutta genio e sregolatezza” e gli occhi mi si sono inumiditi… dai che lo sai il perché.
    No, raramente sono estemporanea. Oppure sono solo estemporanea. Decidi tu.
    Quando ho visto che rispondevi subito al mio ultimo post con il più totale silenzio, e nel frattempo rispondevi a Luiginter e Cinzia, ho avuto la piena conferma di avere colpito nel segno (perché il bersaglio non è la fuori – ricordi? – ma siamo noi stessi).
    E poi, visto il silenzio, ho intuito anche che mi avresti fatto una sorpresa! A me piacciono tanto le sorprese!

    Il tuo silenzio è stato il bersaglio. Bravo! E l’hai colpito pienamente, senza sforzo, così come deve essere.
    Sei pronto per Lo Specchio Divino, ma qui devi leggere l’ultimo mio post indirizzato a Ennore su ILPBD2009, dove c’era anche un piccolo riferimento a te. Te ne sei accorto?

    Anche L’insostenibile Leggerezza dell’Essere è un libro che ho letto molti anni fa e ormai il mio nucleo psicofisico-animico-spirituale lo ha inglobato e resuscitato in una nuova forma, particolare: la mia. Come per Zmm, del resto.
    Ancora mi sto chiedendo perché non Zamm, comunque; questa omissione ti tradisce, Gianni, dove hai messo l’arte? Nel post 742 de ILPBD2009 dicevo che oggettività scientifica e soggettività della religione e dell’arte sono complementari (ma ti sei accorto che comincio anch’io, come te, a esprimermi con parentesi e frasette puntigliose che sembrano quasi stupide ma sotto sotto c’è un significato-significante?)

    Il tuo post così impossibile è la molteplicità.
    Il tuo silenzio precedente è l’unità.
    L’unità del tuo silenzio mi ha permesso di capire la molteplicità del tuo post, ma nel processo che ne segue io non reagisco con la connivenza, ma con la rottura (vedi Strategia del processo Politico, di Jacques M. Vergès). Se entrassi nella tua molteplicità (nella tua forma mentale), entrerei in un processo di connivenza e mi frantumerei come una bolla di sapone, ora. Perciò, per mantenere la mia coesione del rapporto con te (e anche la mia coesione mentale), resto nell’unità e non ti rispondo, o meglio, ti rompo; cioè non rispondo alla tua domanda, ma ti propongo un patto di comunicazione.
    Tu segui i mie sproloqui; alla tua risposta “molteplice” io mi ri-conosco (torno a conoscere me); ma il favore che mi fai io te lo ritorno attraverso la ricostituzione dell’unità che tu hai perso nel molteplice (altrimenti mi impazzisci e addio comunicazione).
    Eh… lo zen è difficile tra occidentali : – )

    Allora…..
    Tu dici: “Qui non importa la risposta, o le risposte, [ha ha ha adesso tocca a te arrovellarti – attenzione a non grippare i pistoni…] – sono già entrato più del dovuto nel merito dell’Ile – ma la domanda, che, torno a dire, rende evidente (ed interessante: nei paragoni si esalta la percezione) la relazione dei contenuti di Ile con Zmm. Ho dunque assolto il compito che mi ero proposto per ‘colpa’ delle tua ennesima alzata d’ingegno”.

    Gianni, non grippo, non ti preoccupare per me, per favore. Nessuno è responsabile delle azioni di un’altra persona.
    “Non avere una missione” (Tomas) è un’enorme responsabilità verso se stessi e il mondo (siamo animali sociali, no?). In questo può risultare insostenibile.
    L’avere risolto la dualità, l’avere centrato il bersaglio (che non è là fuori – ricordi? – ma siamo noi stessi), ti fa sentire libero, leggero, ma insostenibilmente unico, solo, e qui non intendo la solitudine dell’IO. Ti fa sentire così unico in virtù della comprensione d’insieme della molteplicità. Ti fa scoprire che l’Uno è Molti e Molti è l’Uno.
    Dio non è ne “bene né “male”: siamo noi che, per poter distinguere tra i molti, abbiamo investito di valore le parole. E ci siamo identificati nelle parole. Colpa nostra, quindi, se con le parole il non-detto non ci torna (“dello zen puoi dire quello che non è”… Gianni, rimembri ancora?).
    Quando il maestro zen insegna lo fa in questi termini: ishin-denshin, dal mio cuore al tuo cuore.
    La leggerezza si ottiene solo a costo di grandi sacrifici, inseguendola per anni, per una vita e poi, un giorno, quando meno te lo aspetti, arriva il premio: il premio dell’Idiozia.
    Finalmente hai fatto tabula rasa, diventi il recipiente vuoto, non c’è più teoria degli opposti, sei dentro e sei fuori, non pensi di fare ma fai, raggiungi lo scopo senza intenzione perchè tutto è come deve essere.

    Da qui, siccome di mantenere stabilmente questo stato ci sono riusciti e ci riescono in pochi, ecco il senso di insostenibilità, un vago languore di solitudine. una lagnanza universale, bla bla bla.

    Prova a fare un esperimento, ora. Fai una recensione di Z(a)mm.
    Quando faccio la recensione di un libro il mio imperativo è un’assoluta neutralità: il libro mi può piacere o non piacere, non ha importanza. Quello che conta è che, con POCHE parole, devo mettere in grado il lettore di comprendere se il libro può interessargli (senza fare spoiler, naturalmente).
    Una volta assolto il compito, solo allora posso fare qualche mia considerazione personale che sia la risultante della mia lettura, a volte attraverso una sottintesa domanda ma questa è tecnica e qui non riveste interesse. Il campo rimane aperto, quindi, la selvaggina può fuggire (non leggere il libro) perché, sui quattro lati, uno rimane aperto: quello della possibilità.
    Sta al lettore decidere se restare in campo oppure uscire, cioè decidere di leggere o rifiutare.
    Da parte mia ho assolto il mio compito, ho presentato senza giudizio, e però, ho impresso il mio personale prodotto di lettura schierandomi apertamente attraverso la considerazione finale: chi legge ha, a questo punto, quei termini di paragone che gli permettono di fare la scelta.
    A me sembra onesto. Che ne dici?

    Il bianco delle tue radici regge, regge. Ma mi viene un dubbio: sei sicuro che non siano radici di belladonna?
    Affettuosi auguri anche da parte mia

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  18. Il valore letterario di Zmm? Una recensione ‘con poche parole e oggettiva’ a Z(a)mm? …metto insieme la muta interrogazione di Luigi e il tuo invito, tradendo molto l’una e un po’ l’altro.
    In generale, preferisco evitare di esprimere un giudizio di valore su un’opera letteraria – figurarsi poi per Zmm: del resto perfino Luigi sfugge. Anche se per lui la difficoltà sta – almeno credo – nella passione per Zmm unita all’anomalia di Zmm sia come testo letterario sia come dissertazione filosofica; a me, invece, mancano proprio gli strumenti per giudicare.
    Aggiungo però volentieri qualcosa all’epitaffio di Luigi: di Fedro-Pirsig non ci resta (soltanto) la motocicletta – e le suggestioni – [Luigi minimizza perché, chiaramente, teme che l’affetto tradisca il discernimento], in realtà Zmm ci ha fatti crescere in consapevolezza, maturità e…irrequietezza [non è poco già di per sé e oltretutto nel ‘ci’ anziché nel ‘mi’ c’è già un inizio di giudizio] appassionandoci e coinvolgendoci con la sua forte tensione per la ricerca e la verità.
    Cerco di spiegarmi…dilungandomi un po’…: “non è incline alla fretta colui che ha cura di poche cose” (Aristotele); non ho il problema di correre da un libro all’altro… [e così mi ribello alla ‘fustigazione’ con le stelle di Natale…].
    Zmm ci ha aiutato, e ci aiuta tuttora, a capire l’origine e il significato della messa in discussione dapprima del metodo di trasmissione del sapere e successivamente anche delle premesse solo apparentemente ‘oggettive’ e universali del sapere trasmesso. Dunque dell’idea stessa della nostra (dell’Occidente) superiorità culturale e quindi morale. Nel libro non si parla assolutamente e neppure si allude alle nefandezze commesse in passato [come fai tu con un’atra delle tue alzate d’ingegno], ma non si mettono in discussione le fondamenta stesse della nostra civiltà se non si parte da queste premesse. Peraltro il fallimento non sta tanto negli errori e nelle scelleratezze del passato lontano: quale civiltà non ne è stata responsabile?, bensì nell’orrore assoluto della prima metà del ‘900 [che tu invece trascuri – Antonella -: al solito, genio e sregolatezza!] che per la prima volta ha reso pensabile, e quindi possibile, l’idea della totale autodistruzione dell’humanitas (in noi) e dell’umanità (di noi).
    Fedro-Pirsig individua la svolta decisiva nel formarsi di una dicotomia tra Bene e Verità e quindi, nella vittoria della Verità nell’ambito della vera e propria guerra tra i sostenitori dell’uno e dell’altra iniziata con la polemica tra Socrate e i Sofisti. [ne ho già parlato, ma la cosa non sembra interessarti granché…] È l’intera nostra tradizione culturale ad essere messa sotto accusa: la cultura non è stata affatto estranea a quegli orrori.
    L’altro ‘dono’ che Fedro-Pirsig ci regala è dunque la mancanza di autocompiacimento ed anzi la possibilità di calarci e assorbire l’irrequietezza, caratteristica della sua epoca. La sua, peraltro, è un’irrequietezza dai risvolti personali inquietanti. Mi riferisco ovviamente all’esito della vicenda umana [la follia dalla quale egli non torna indietro: Antonella, chi narra è un altro io]: “L’ostilità è il suo vero elemento. Fedro il lupo, sì” (pag. 373). In greco antico Fedro significa appunto: lupo. Ma soprattutto è tragico il rapporto con Chris: “Di certo non l’aiuto. Non l’ho mai fatto. Lo sto uccidendo” (pag. 387). Tutto il libro è segnato da una forte tensione tra padre e figlio, anche se poi (per il nuovo io) segue l’happy end.
    È un ammonimento?

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  19. Ciao Gianni 🙂
    solo un saluto per dirti che ti rispondo, ma nel frattempo ho dovuto finire di leggere altri libri e, non ultimo, sto finendo di leggere Z(a)mm, come infatti avevo detto che avrei fatto. E dove avevo aggiunto che, nel frattempo, non mi sarei più pronunciata in merito.
    Per ora ti dico solo: Pirsig è veramente un genio, non solo per la storia che racconta e come la racconta, ma per come racconta la sua storia.
    Ora che cosa stai leggendo tu, in questi giorni?
    Ah, se ti interessa, ho fatto la recensione di Strategia del processo politico, titolo che avevo accennato nell’ultimo post. Mi dici che cosa ne pensi, per favore, soprattutto riguardo agli anni che vanno dal 1970 al 1978?
    Saluti e a presto

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  20. Antonella B. :

    @ Luigi
    Buongiorno Luigi , vedo che stai ancora a pensare se Zmm, alias Z(a)mm, abbia un “effettivo valore letterario”; ma che cosa rende un libro un’opera letteraria?

    Ciao Antonella B.,
    scusa per la risposta ritardata, ma ero unpo’ distratto nei giorni scorsi. In effetti non mi sembra di aver mai detto di avere dubbi sul ‘valore letterario’ di Zmm. O se è sembrato da qualche parte che abbia dei dubbi, ecco, sicuramente è perché mi sono espresso male. Per me Zmm è un’opera di letteratura, molto meno un’opera di filosofia. Nel senso che ho sempre letto Zmm come un lavoro letterario non come un lavoro filosofico, come molti altri invece hanno (legittimamente) fatto.

    D’altra parte, credo che dal punto di vista della funzione estetica della letteratura, per intendersi quella dei canoni: da questo punto di vista probabilmente Zmm non è un’opera eccelsa. Ma dal punto di vista delle idiosincrasie personali e generazionali è un libro che amo e ho amato tantissimo. E che mi piace leggere e rileggere. Insomma è una fissazione, tutta legata e letture annodate alla vita: ma in fondo, quasi sempre i libri li leggiamo così. O no?

    Ne approfitto intanto per ringraziarti per i tuoi contributi al blog e ringrazio anche @Gianni, al quale presto proverò a rispondere, per le sue osservazioni su Zmm e Kundera.

    ciao ciao

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  21. @ Luigi
    Prendo atto con piacere, Luigi, che intendi intervenire a proposito delle ‘chiacchiere’ qui sviluppate.
    Vorrei pregarti allora di tener conto anche della prima fantastica intuizione di Antonella: “come per la Qualità, dello Zen si può dire solo quello che non è” (quota 696, gdl I libri più belli letti nel 2009) che mi ha indotto a scrivere (quota 732):
    Antonella ha poi il merito di insistere su un punto cruciale: il riconoscimento di un’Alterità di cui “si può dire solo quello che non è”. Un’ Alterità, dunque, irriducibile, che ci mette di fronte ai nostri Limiti e ridicolizza ogni pretesa di poter possedere la Verità. Ma “si può dire solo quello che non è” non solo della Qualità e dello Zen, Antonella, ma anche del Dio occidentale, non importa se principio astratto dei filosofi, Dio giudaico, o cristiano, senza tradire nel contempo la passione per la Verità e quindi lo spirito di ricerca. Molti l’hanno fatto.
    Di fatto Antonella ha lasciato cadere questo discorso e così è mancato lo sviluppo del tema dell’irriducibilità dell’Alterità – e delle sue conseguenze -, che ritengo invece fondamentale sia per comprendere il metodo tentato da Fedro-Pirsig per sfuggire ai dilemmi posti dalle dicotomie: “Non uno, non zero, non sì, non no” (pag. 308) [un metodo ricavato evidentemente dallo Zen (è solo una deduzione: di Zen non so nulla), ma che ricalca in pieno (per quel poco che ne so) la via della negatio negationis di Proclo e in generale della teologia apofatica: a questo alludevo in quell’intervento] sia per cercare di aggiornare all’attualità il bollettino della guerra di cui egli parla [il cui sviluppo nel tempo rappresenta in fondo il mio vero interesse (non letterario)]. Mutatis mutandis: la guerra tra cultori dell’Uno ed i cosiddetti relativisti. Non so se sei d’accordo…

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  22. @Luigi

    Ciao Luigi, mi ero proposta in questo modo, per la tua seguente frase:
    quota 8, “Detto questo, quando parlo di questo libro cerco sempre di distinguere le suggestioni che riesce a generare in me dall’effettivo valore letterario, sul quale, dopo tanti anni continuo a nn avere le idee chiarissime.”

    No comment sul ritardo: mi rendo conto di quanto possa essere impegnativo mandare avanti tutto quanto e rinnovo i miei complimenti. A mia volta, ti ringrazio per il bellissimo spazio che hai costruito e che metti a disposizione con tolleranza, modestia ed equanimità.

    Nel frattempo, dopo tante parole, mi sono risolta a fare una recensione sul mio blog perché tanta ricchezza di idee collettive mi aveva creato un imperativo. E lì espongo per sommi capi che cosa penso di Zamm. Naturalmente, come avevo già detto, ho riletto il libro perché tutte le mie osservazioni precedenti a questo post e a quelli fatti ne ILPBD2009, erano state formulate sulla base di una lettura avvenuta parecchio tempo fa. E Gianni è stato così “pressante” sull’argomento che ho ritenuto di doverlo fare. Ho visto, però, che la memoria fondamentalmente non mi aveva lasciata a piedi. Anzi, il tempo aveva rafforzato e arricchito molte mie considerazioni in merito.
    La sua lettura mi ha appassionato come la prima volta e forse anche di più e – pensa – raramente rileggo un libro. O meglio, ho riletto pochi libri nella mia vita.
    Rileggerlo è stato come rispecchiarsi in una mia forma originale e – dio come sono contenta! – non l’ho tradita. Ma questo è un altro discorso.
    ciao 🙂

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  23. Quando rispondo a te, Gianni, mi sembra di ri-arrotolare un gomitolo con il quale un gatto ci ha giocato. Ci sono nodi, arruffamenti, non sai dov’è l’inizio e dove la fine.
    Secondo me, Gianni, la complessità dei tuoi ragionamenti (naturalmente in merito a Zamm, e tornerò a ribadirlo, forse) sta nel fatto che – e tu lo dici – “di Zen non so nulla”. Attento, non è una mancanza, è solo una constatazione.
    Quando si dice Zen, si dice Dio anche quello cristiano, si dice Tao, si dice Dharma, Allah, Brahma…… Si dice il non-detto, quello che non può essere detto.
    Nel post 19 mi ero già pronunciata in merito a L’uno i Molti e lo Zen, usando metafore, in secondo luogo un libro di Kundera e ti proponevo anche una recensione di Zamm con particolari modalità per sortire l’effetto di una tua psico-magica sintesi entro la quale risolvere quello che per me continua ad essere evidente, ma non producibile con parole. Di qui la proposta di un esperimento empirico, non raccolta (qui ho risposto a quota 23).

    A quota 20 dici:
    “ Nel libro non si parla assolutamente e neppure si allude alle nefandezze commesse in passato [come fai tu con un’atra delle tue alzate d’ingegno], ma non si mettono in discussione le fondamenta stesse della nostra civiltà se non si parte da queste premesse. Peraltro il fallimento non sta tanto negli errori e nelle scelleratezze del passato lontano: quale civiltà non ne è stata responsabile?, bensì nell’orrore assoluto della prima metà del ‘900 [che tu invece trascuri – Antonella -: al solito, genio e sregolatezza!] che per la prima volta ha reso pensabile, e quindi possibile, l’idea della totale autodistruzione dell’humanitas (in noi) e dell’umanità (di noi). “

    Qui ti rispondo così: A quota 696 e 733 de ILPBD2009 avevo alluso nel primo post, e dissertato nel secondo, circa le nefandezze del passato e le colpe del collettivo, precisando però: “ma forse su questo concetto ha insistito in Lila” (ti ricordi che allora avevo esordito dicendo che i libri erano stati letti molto tempo prima?). Ora, effettivamente di questo ne ha parlato in Lila, e ti consiglio caldamente di leggerlo perché, come dico nella mia recensione, è un perfetto corollario alla sua Metafisica della Qualità.
    Non badare a chi dice che il miracolo del primo non si ripete nel secondo libro.
    Il miracolo c’è anche nel secondo, ma il cervello si abitua a essere miracolato, e bisogna trovare sempre nuovi sotterfugi per disorientarlo. Chi voleva essere miracolato nello stesso modo del primo, è rimasto deluso. Ma Paganini, cioè lo Zen, non si ripete. Niente è uguale a niente altro. E torno a dire che Pirsig si dimostra estremamente geniale anche nel secondo.

    Da qualche altra parte affermi che Pirsig non ritorna (non riesco a trovare il punto dove lo dici). Io avevo espresso in merito opinioni diametralmente opposte e, cioè: che Pirsig ritorna, caspita se ritorna!!!(sempre quota 733). E quindi riconfermo quello che avevo detto. Pagina 389: Chris dice: “Lo sapevo”. Dentro quelle due parole del figlio c’è tutto.

    Aggiungo che le chiavi di lettura di Zamm sono molteplici. Non smetterò mai di dirlo. E ti propongo una meditazione su Zamm da tutti i punti di vista che elenco nella recensione che ho fatto.

    ringo wo tsumami
    iitsukushitemo
    kurikaesaneba naranu

    Colgo una mela.
    Ho detto tutto,
    ma devo ripeterlo.
    (Kawahigashi Hekigodo, 1873-1937

    Ricordi, Gianni?
    ^^^^^^^^^
    Non perderti nei ragionamenti che Fedro-Pirsig fa per arrivare in Pacifico, arriva al ragionamento che invece lo porta fino al Pacifico. TU arriva al Pacifico.
    Chi decide il percorso del viaggio?
    Rileggi l’evoluzione del sogno della porta a vetri.
    E affidati all’Aretè.

    Ti abbraccio perché mi hai portata al punto di rileggere un libro. Grazie e bravo!
    Ciao

    Postillo da foglietti che avevo sparso per la casa, magari mentre cucinavo:

    Il viaggio in motocicletta gli serve per tornare a ricordare la memoria che gli hanno rubato. Fa il viaggio insieme a Chris (ma non solo per quello), perché Chris è la Memoria Neutra, tant’è che, seduti sulla panchina, il padre chiede al figlio: “Che cosa ti ricordi di allora?”

    La manutenzione della motocicletta è la forma soggiacente (razionale) che gli serve per tendere l’unione e la mano (dio che commozione!) al romantico del viaggio atemporale-aspaziale che sta facendo (libero da costrizioni e da punti di arrivo); allo stesso tempo è la volontà di riafferrare il Fedro di cui è stato depredato e ricongiungerlo all’Altro Pirsig che lui ora è ma che si sente metà di qualcosa.

    Attenzione; qui c’è spoiler!!!
    Chi non ha letto il libro non continui a leggere.
    Avevo già detto che Pirsig è un eroe. La sua posizione eroica sta nel ricordare: rischia quando lo fa perché sa che potrebbe di nuovo venire introiettato dalla “pazzia”; tant’è che, quando arriva al Pacifico getta la spugna e parla con Chris e gli propone di ritornare da solo in autobus. Dice addio al figlio e gli confessa che teme di essere sul punto di tornare a impazzire. Ricordi? La cosa pazzesca è che, nel momento in cui getta la spugna, si salva.
    Gesù disse: “Se qualcuno vuol venire dietro di Me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e Mi segua, perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa Mia, la troverà”.

    Lo Zen, il Tao, Dio…. se ne infischiano di quello che pensiamo noi. A un gatto non fa differenza se abbiamo una visione romantica o classica, perché il gatto E’ in ogni momento, e invece noi umani Siamo Stati, Saremo, chissà perché non Siamo mai.

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  24. Antonella B. :

    … mi ero proposta in questo modo, per la tua seguente frase:
    quota 8, “Detto questo, quando parlo di questo libro cerco sempre di distinguere le suggestioni che riesce a generare in me dall’effettivo valore letterario, sul quale, dopo tanti anni continuo a nn avere le idee chiarissime.”

    Ciao Antonella, sì, scusami, in effetti era un po’ ambiguo, anzi si presta esattamente all’interpretazione che ne avevi dato tu.
    In effetti quel che volevo dire era che avverto in Zmm un piacere estetico nella lettura che però mi è sempre parso anomalo rispetto a quello suscitato da altri romanzi. E ho sempre temuto/sospettato che questo piacere fosse in buona misura annodato alla simpatia, all’intuito, alle mie fissazioni più che al valore dell’opera; e ne ho avuto conferme indirette da lettori che l’hanno avvicinato senza le mie stesse inclinazioni (o senza altre inclinazioni personali ma comunque compatibili con l’opera).

    Insomma, intedo dire che se uno legge “Guerra e Pace”, può o meno dire che lo ha apprezzato, ma difficilmente riuscirà ad argomentare ragionevolmente che il romanzo non sia letterariamente riuscito. Ecco non me la sentirei di dire la stessa cosa di Zmm, anche se nella lettura, Zmm ha suscitato in me un maggior trasporto rispetto ad altri libri del “canone”.

    D’altra parte, come dicevo nell’altro commento, la lettura è quasi sempre frutto di una combinazione di idiosincrasie e espressioni di esperienze personali e di capacità di decifrare la qualità narrativa…

    Per il resto: ringrazio te per il contributo che dai al blog coni tuoi interventi acuti, elaborati e molto molto precisi

    a presto,
    ciao ciao

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  25. Ciao Luigi
    non l’avevo mai pensata in termini di idiosincrasie; per questo motivo non avevo accennato a rispondere alla tua re-ventilata ipotesi. Ma è una ipotesi o la dai per certezza? Che cosa intendi per idiosincrasia in lettura?

    L’anno scorso avevo scritto questo riguardo alla lettura. Non dice tutto quello che ne penso ma ne dice un po’:

    Nei libri troviamo riscontro a nostri pensieri, a volte conferme a quanto avevamo già percepito ma non ancora interiorizzato consapevolmente e, così, si crea un muto e mutuo scambio con l’autore, che l’autore sente nell’anima quando viene letto; per questo la forza dello scrittore sta nel lettore.
    E quando l’Autore non è più, allora si eterna il suo pensiero, in una sorta di patrimonio genetico spirituale che è poi la ricchezza dell’umanità.

    Tant’è che poi, per analogia e ulteriori mie elucubrazioni interiori, nella rassegna bibliografica che tengo, ho messo questo sottotitolo a chiasmo:
    i lettori scrivono
    ciò che leggono gli scrittori

    … e quando gli scrittori scrivono?
    sognano di leggere

    Sicuramente ne avete già parlato a iosa ma non ho ancora avuto il tempo di andarmi a vedere tutto l’archivio. Se non è stato fatto, introduci un argomento su che cosa è per noi lettori la lettura? A che cosa serve leggere? Quale è il parametro che noi lettori usiamo per definire un bel libro un libro?

    Una domanda fuori argomento:
    Fai Luiginter perché la squadra del tuo cuore è l’Inter?
    ciao ciao

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  26. Non ho risposto al tuo post quota 21 perché pensavo che tu volessi concederti una pausa. Ora recupero.
    Cosa sto leggendo? Ho appena finito “La vita autentica” di Vito Mancuso e sto cominciando “San Benedetto e l’Italia del suo tempo di Luigi Salvatorelli”: non è un’agiografia, tutt’altro, visto l’autore, allontanato dal regime fascista dalla direzione de La Stampa. Mi interessava il ruolo innovatore non solo sul piano religioso ma anche su quello politico di questo Santo: non sono rimasto deluso.
    Come vedi nessun romanzo.
    Leggerei volentieri la tua recensione di Strategia del processo politico se mi indichi dove trovarla.
    Al post quota 25 risponderò più avanti.
    Ciao!

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  27. Ciao Gianni 🙂
    Ciao Gianni 
    eh sì, infatti la pausa me la sono presa e alla grande, perché ho dei problemi con uno dei server, altrimenti ti avrei risposto fin da sabato.
    Non conosco i libri che hai letto, ma sicuramente qualcuno lo ha fatto. Perché non li proponi su ILPBD2009? Io non posso pronunciarmi in merito.
    Perché, ti aspettavi che io mi aspettassi un libro di letteratura?
    No, te l’ho chiesto perché negli anni ho sviluppato una considerevole capacità psicometrica verso l’individuo che legge, grazie alle attività alle quali mi sono dedicata. E la cosa mi incuriosiva. Ma adesso non chiedermi che cosa ne deduco su di te, dopo che me lo hai detto.

    Non so perché, ma il mio avatar è cambiato; prima, cliccandoci sopra, entravi nel mio blog. Quando mi sono accorta che non era più attivo, ormai avevo già mandato i miei posts.
    Comunque (posso farlo Luigi?), vai a http://blog.biblioiconoteca.it/ e lì trovi quello di cui ti parlavo.

    E allora ciao anche da parte mia e buona serata

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  28. Fai Luiginter perché la squadra del tuo cuore è l’Inter?
    ciao ciao

    Per ora rispondo solo a questo: Sì, certamente! Senza se e senza ma :). E’ l’unica cosa, insieme all’allenamento per le maratone, su cui abbandono ogni pensiero critico e divento quasi “religioso”.

    a presto per le risposte più lunghe 🙂

    ciao ciao

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  29. mi hai fatto ridere… ah ah aha … e allora, per un motivo che io so molto bene e se la tua faccia è proprio quella che mostri, potrebbe capitare che ti veda in giro.
    ciao

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  30. @ Antonella

    Quando rispondo a te, Gianni, mi sembra di ri-arrotolare un gomitolo con il quale un gatto ci ha giocato. Ci sono nodi, arruffamenti, non sai dov’è l’inizio e dove la fine.
    Bene, accetto l’osservazione: come Fedro-Pirsig diffido della dialettica, preferisco l’argomentare agonistico…

    …la complessità dei tuoi ragionamenti (naturalmente in merito a Zamm, e tornerò a ribadirlo, forse) sta nel fatto che – e tu lo dici – “di Zen non so nulla”. Attento, non è una mancanza, è solo una constatazione.
    Ferma rimanendo la mia ignoranza sullo Zen [e non solo], direi invece che la complessità deriva dal fatto che mi affido all’analisi piuttosto che all’intuizione e quindi all’argomentazione piuttosto che al vaticinio.

    Quando si dice Zen, si dice Dio anche quello cristiano… Si dice il non-detto, quello che non può essere detto.
    Con una precisazione: per il cristiano l’Indicibile, l’Impensabile, l’Ineffabile è una meta da conquistare, tant’è che è necessario un comandamento: Non nominare il nome di Dio invano. Tra l’altro il comandamento più banalizzato dalla catechesi – non a caso: è di gran lunga il più ‘politico’! – e quindi il più tradito. Con questo voglio dire che l’equiparazione funziona semmai solo nell’ambito di una certa teologia.

    …una tua psico-magica sintesi…
    Non ho la minima idea di cosa tu intenda per sintesi psico-magica.

    Lila…ti consiglio caldamente di leggerlo…
    In effetti, non ho letto Lila, né avevo intenzione di leggerlo. Ora vedrò il da farsi. Mi fa comunque piacere di aver visto giusto a proposito degli errori e orrori del passato in rapporto a Zmm.
    Il tuo “ma forse su questo concetto ha insistito in Lila” – volendo essere pignoli – riguardava altro: l’ereditarietà genetica collettiva. [non è che conosco i tuoi post meglio di te? :-)]

    Pirsig ritorna, caspita se ritorna!!!
    Scusami, dissento.
    Non è tornato (tutta la narrazione è condotta da un Io narrante che è altro rispetto a Fedro; che lo esamina dall’esterno, spesso basandosi su ciò che Fedro ha lasciato scritto, che lo approva oppure lo disapprova, che lo giudica; dove avviene la fusione tra i due Io e quindi il ritorno?), tant’è che se lo augura: “Per l’amor del cielo … torna ad essere una persona sola!” (pag. 390) [Brava! Mi hai spinto ad approfondire al punto di cogliere questa piccola frase che era sfuggita a ben tre letture del testo!, ora è debitamente sottolineata e richiamata: beati i libri che hanno molte pagine bianche dopo il testo!, purtroppo non è il caso di Zmm]
    Ma non mi attardo a discutere. Il mio dissenso verte, soprattutto, sul passo successivo che tu compi: innalzare Fedro al rango di eroe.
    Il tuo obbiettivo è al di fuori della narrazione: non puoi negare il progressivo processo di autodistruzione di Fedro illustrato dal nuovo io nelle pagine di Zmm. La sua ostilità. La freddezza verso Chris. Il nome stesso: Fedro-lupo. Devo ricordarti le pagine relative alla sua crisi?
    Ha esplorato l’abisso e vi è rimasto intrappolato [l’epitaffio che Eugenio Scalfari dedica a Nietzsche]. Ha dimostrato “eccezionali doti di coraggio e di abnegazione” ma ha fallito. Come hanno fallito i miti della sua generazione: da Janis Joplin a Jimi Hendrix, da Jim Morrison ai poeti e gli scrittori di quella stagione maledetta. Possiamo identificarci in loro (in Fedro sicuramente), a loro va la nostra compassione (nel senso di co-sentimento: Mitgefühl, ben più quindi della pietà – la distinzione sta ne L’insostenibile leggerezza dell’essere), ma come possiamo proporli all’ammirazione di tutti come eroi? In questo senso nel post precedente ho posto la domanda: (la vicenda umana di Fedro) è un ammonimento?
    E qui potrei tirare le fila del discorso, ma prima aspetto che Luigi esca allo scoperto e prenda finalmente posizione. Le mie conclusioni potrebbero davvero essere un azzardo eccessivo.

    Non perderti nei ragionamenti che Fedro-Pirsig fa per arrivare in Pacifico, arriva al ragionamento che invece lo porta fino al Pacifico.
    Chi decide il percorso del viaggio?
    Rileggi l’evoluzione del sogno della porta a vetri.
    La pretestuosità del viaggio. Uno dei temi che preferisco in Zmm, tant’è che da sempre ho annotato i relativi passaggi: “Le strade migliori non collegano mai niente con nient’altro…” (pag. 16: l’ho già citato, ma lo ripeto: troppo bello! – il Transalp consente di percorrerle, l’harley no); “quando smetti di pensare alla meta, ogni passo non è soltanto un mezzo, ma un evento fine a se stesso” (pag. 203); “…vediamo l’oceano. Mi viene in mente che per tutto il tempo è stato questo il nostro obbiettivo. Entriamo in un ristorante…” [così…senza stacchi, brutalmente] (pag. 346).
    Il ragionamento che invece lo porta fino al Pacifico? …il ritrovarsi di Fedro…
    Prova allora a valutare questo passaggio: “Era Chris il vero motivo per uscire dall’ospedale. Sarebbe stato un grosso sbaglio obbligarlo a crescere da solo. Anche nel sogno era lui che cercava di aprire la porta” (pag. 390).
    Anche ammettendo che Fedro tornerà (o è tornato), tornerà (o è tornato) per riparare ad una colpa, per aprire una porta che aveva negligentemente lasciata chiusa e per niente d’altro. Che cosa c’è di eroico?

    E affidati all’Aretè.
    Ovvio…l’aretè come ideale di perfezionamento dell’eroe – una delle pagine che più mi hanno appassionato in Zmm – ma come ho cercato di argomentare qui c’ entra davvero poco: non c’è eroe. [parafrasando il paradosso di Brecht: sventurato chi ha bisogno di eroi! :-)]

    Ti abbraccio perché mi hai portata al punto di rileggere un libro. Grazie e bravo!
    Io invece rileggo molto, soprattutto i libri che ho capito poco e che invece la critica più accreditata valuta positivamente. In effetti i libri che più mi appassionano sono quelli che mi spiazzano, piuttosto che risultarmi gradevoli [Zmm possiede entrambe queste caratteristiche: meglio ancora!]. I libri che mi impongono di crescere per essere alla loro altezza. E provo un grande piacere nel vedere quanto mi sorprendono nella rilettura: la sorpresa misura il percorso che ho compiuto nel frattempo in termini di differenza di consapevolezza (…ovvero l’immaturità di quando li ho letti per la prima volta… :-)).
    L’anno scorso mi sono riletto con la dovuta attenzione i Promessi Sposi (sic!)…un mese di godimento! Due anni fa il Don Chisciotte (il primo). Quest’anno penso di dedicarmi a Svevo, su suggerimento di Luigi: post n.1 del gdl sui libri letti nel 2009 [dovresti però aggiungere una bella recensione, Luigi]. C’è un accenno (svogliato) nel post n.2 e poi nei successivi 800 non se ne parla più…troppo infervorati a proporre la propria lista per ascoltare e meditare: “retorica delle serate e dei cocktail” direbbe Kundera (pag. 113)…

    Gesù disse: “Se qualcuno vuol venire dietro di Me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e Mi segua, perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa Mia, la troverà”.
    La citazione di questo splendido passo del Vangelo di Marco, giustamente famoso ma spesso equivocato [la sequela di Cristo non impone di rinnegare se stessi ma di superare se stessi; non una negazione, quindi, ma un oltrepassamento – altrimenti avrebbe ragione Nietzsche a richiamare con spietata severità i cristiani alla fedeltà alla terra], è pertinente nella misura in cui smentisce la tua tesi: Pirsig è un eroe. Fedro-Pirsig, semmai, ha la possibilità di diventare un eroe solo se ‘rinnegherà’ se stesso [come fa Tomáš, ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, grazie a Tereza…che è come “un bambino messo da qualcuno in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente”…], ossia se scatterà in lui…e mi fermo qui…prima di arrivare alle conclusioni voglio vedere e capire le vostre obiezioni a questa impostazione…meglio ancora, invece, se vi arrivate autonomamente guidati dagli indizi che ho sparso a piene mani…salvo magari contestarle (“pro veritate, adversa diligere”: per la verità, amare le avversità, l’entusiasmante motto pastorale del cardinal Martini).

    Iitsukushitemo.
    Ciao

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  31. Mi dispiace, Gianni, sono desolata, ma voglio sperare ci sia stato un malinteso. Io non scrivo per fare agonismo. Non porta mai a conclusioni pacifiche e, soprattutto, non porta mai a qualcosa di conclusivo e produttivo. L’agonismo lo lascio agli sportivi.
    Preferisco la collaborazione.

    Avrei da dire molte cose in risposta ma, per il semplice gusto di essere confutata, non mi interessa di dirle. Non mi dà nulla.

    La gente come me è vista come fumo negli occhi all’accademia dei pensatori e dell’analisi. Gliela lascio tutta la loro forma soggiacente e l’argomentare; lascio loro anche l’interpretazione di Cristo [ ;-( quale, la patristica?) ] e il proselitismo coatto (povero Signore!); gli lascio la loro domanda insoluta sul vaticinio di famosi scienziati che grazie all’intuito hanno trovato la soluzione (ma quale sarà la spettrografia dell’intuizione che hanno avuto?); e gli lascio pure la convinzione di essere nel giusto perché certa teologia questo punto lo ha già superato; infine gli lascio l’esclusività di un amore adorante per le avversità perché io faccio allenamento e studio anche d’amore per la Felicità, ma non solo per quella dei cieli, anche Qui e Ora: è un bel trampolino verso i Cieli.

    Me lo immagino il vegliardo San Pietro, quando arriva l’analitico-teologico, chiedergli con voce fintamente noncurante: “Scusi, ma lei qualche volta ha riso giù sulla terra? Perché qui, sa, è il regno della perfezione dello spirito e non c’è posto per tristezza e complicazioni. Se nutre tristezza deve restare prima un po’ in purgatorio. Tristezza e complicazioni sono contagiosi e dobbiamo premunirci; negli ultimi 1977 anni c’è stato un graduale incremento di casi. In caso di dubbio, abbiamo deciso per la quarantena coatta”.

    Eh sì, sono proprio una povera di spirito. Hai ragione.
    Ciao

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  32. “Quando la verità è rimessa continuamente in discussione dallo stesso amore per la verità, qual è la forma di esistenza che meglio si accorda con questo continuo interrogarsi?”, “se devo confrontarmi con il pensiero che “niente è vero”, come devo vivere?”: sono interrogativi che Michel Foucault pone addirittura al centro della cultura occidentale.
    Per apprezzarne l’attinenza ai temi sviluppati in Zmm basta considerare l’attacco che Fedro-Pirsig porta al binomio Socrate-Platone e alla loro idea di Verità, nonché la guerra tra i cultori del Bene e i cultori della Verità che egli scopre. Ma non è solo il piano filosofico che importa a questo punto, bensì, e ancor più, lo stile di vita di Fedro, la sua coerenza di vita in relazione alla sua ricerca di verità; dunque, il suo spessore di personaggio letterario [con il vantaggio che noi possiamo integrarne i lineamenti, definiti dal romanzo in misura forse insufficiente, attraverso la biografia dello stesso Pirsig – P. afferma esplicitamente nella NdA che precede il testo: quanto segue è basato su fatti realmente accaduti – solitamente, invece, questo accostamento è del tutto arbitrario].
    Fedro-Pirsig ci ricorda che la Verità è stata messa in discussione sin da quando è stata concepita: già gli antichi Sofisti inventarono l’idea di tante verità diverse. Cinismo – e Scetticismo – furono poi le risposte alle nuove esigenze poste da questo radicale cambiamento di paradigma. In entrambi questi stili di vita c’è però della barbarie: è crudeltà, infatti, la “volontà di dire la verità che non ha paura di ferire i suoi interlocutori” [o perlomeno è mancanza di tatto…].
    Già! Cinici – e Scettici – non brillavano certo per sensibilità verso gli altri, erano troppo occupati nella ricerca del perfezionamento, dell’autenticità, dell’areté, ritenendo che tutto ciò richiedesse non solo autonomia, indipendenza, autarchia, ma addirittura apatia, atarassia, ecc.: “il saggio è pago di se stesso e perciò non sente il bisogno di fare amicizia”. Molti ricordano la risposta di Stilpone a chi gli chiedeva della sua città, dei suoi parenti e amici, dopo la conquista, la devastazione e le stragi da parte dei nemici: Omnia mea mecum porto -lo riporta Seneca in una delle lettere a Lucillo. In quale oscuro vicolo cieco si sono infilati molti di coloro che hanno ascoltato il rimprovero di Socrate: «…non ti vergogni a darti pensiero delle ricchezze per ammassarne quante più possibile, e della tua anima, affinché essa diventi quanto più possibile ottima, non ti dai cura?»?
    Conclude Foucault: “In un Occidente che ha inventato tante verità diverse e che ha plasmato tante differenti arti di esistere, il cinismo serve a ricordarci che ben poca verità è indispensabile per chi voglia vivere veramente, e che ben poca vita è necessaria quando si tenga veramente alla verità”. [l’uso dell’ avverbio ‘veramente’ – come dell’aggettivo ‘vero’ – è spesso birichino: tende a capovolgere il signi-ficato convenzionale di ciò a cui si riferisce, rendendolo paradossale]
    Se per quanto riguarda il primo caso la mente corre, ad esempio, ad una figura classica come Callicle [balle!, in realtà corre verso un politico contemporaneo – quello delle verissime escort, ovviamente], per il secondo, anche la vicenda umana di Fedro-Pirsig ci dice quanta “poca vita è necessaria [quanto poco amore è necessario] quando si tiene veramente alla verità”!
    Eppure Fedro era partito affermando: “Il posto per migliorare il mondo è innanzitutto nel proprio cuore, nella propria testa e nelle proprie mani; è da qui che si può partire verso l’esterno”. (pag. 287) Che cosa non ha funzionato? Perché anche l’Inferno di Fedro è lastricato di buone intenzioni? Proviamo a chiedercelo, invece di cedere al consolante quietismo della conclusione provvidenziale della vicenda: alla fine tutto si aggiusta…anche Fedro finalmente capisce!…era solo un po’ duretto di cervice…

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  33. Ricco e oneroso intervento, grazie Gianni.
    Personalmente, ritengo che valutare l’opera di Pirsig esclusivamente dal punto di vista filosofico, sia riduttivo nei confronti del messaggio dell’autore.
    La sua è, anche e forse soprattutto, la storia di un uomo – per’altro con una intelligenza di molto superiore alla media – che ha subìto la bellezza di 28 elettroshock. Il suo problema primario è di ricostituirsi in persona unica e uscire dalla dicotomia schizofrenica che gli ha indotto la cura psichiatrica.
    Il suo viaggio è anche un viaggio metaforico all’interno della pazzia, dalle pulsioni iniziali che risalgono all’epoca prima del ricovero fino al momento in cui sta scrivendo; un viaggio che gli serve per trovare il punto di riunificazione delle due persone che lui si sente addosso.
    Visto da questo punto di vista, tutto il suo excursus filosofico, rientra nel piano del mezzo, inteso come veicolo al processo di riunificazione.
    Ciao

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  34. Ciao Gianni, arrivo ma prima mando in onda il post che hai scritto sulla mia piattaforma in risposta al mio precedente, per diritto di logica.

    Il 20 gennaio scrivi:

    “Tutto qui, dunque?
    A questo si riduce la storia di Fedro-Pirsig?: ?Il suo problema primario è di ricostituirsi in persona unica e uscire dalla dicotomia schizofrenica che gli ha indotto la cura psichiatrica?.
    E ti sembra plausibile affermare che la malattia di Fedro nasca dalla terapia a cui è stato sottoposto!? Suvvia?
    E la sua ansia di ricerca? Le sue battaglie contro l?autoritarismo? Il suo insolentire l?istituzione accademica? Il suo minare le basi stesse della nostra tradizione culturale? La sua generosa proposta di una nuova filosofia?
    ?Tutto il suo excursus filosofico, rientra nel piano del mezzo, inteso come veicolo al processo di riunificazione??
    Non è un excursus filosofico ma un percorso esistenziale: in Fedro rivive la tradizione filosofica antica che non separava la vita dalla filosofia – e il progetto filosofico di Fedro è di ritornare a questa unità.
    E la sua ansia di giustizia, il suo entusiasmo, la sua sensibilità, la sua inquietudine, il suo amore per la libertà?…
    Il suo smarrimento? La sua dissoluzione? La sua sofferenza??
    ?tutti legati al suo impegno intellettuale [è la sua contraddizione e quindi il suo limite!], non sono forse precedenti al suo ricovero!? Il suo ?excursus filosofico? non è invece la causa della sua sofferenza a fronte dell?indifferenza, dell?incomunicabilità, del rifiuto, del cinismo che suscita la sua filosofia della Qualità, comprese le sue applicazioni pratiche, con tutte le conseguenze sulla sua vita di relazione?
    E infine: la soluzione di tutto sta forse nell?abolizione del conflitto, nella ?normalizzazione?, nella pacificazione? Suvvia?
    E la Tua ansia? Il Tuo entusiasmo? La Tua sensibilità? La Tua vulnerabilità? La Tua intelligenza? La Tua passione? Dove dono andati a finire? ?tutto lobotomizzato dietro un camice bianco e una targhetta con la scritta: Antonella B. ? psichiatra?
    E tutto questo perché? Per non valutare ?l?opera di Pirsig esclusivamente dal punto di vista filosofico?? ?e chi l?ha mai fatto? Io no. Rileggi il mio intervento.
    postato da gianni il 20/01/2010 07:56 ”

    per favore, Gianni, se intervieni sul mio blog, cerca di farlo in modo che sembri una cosa genuina e di prima mano, altrimenti, se decido di non cancellare i tuoi post, sono costretta a pubblicare – per dare modo di capire a chi legge – che c’era già stato un avvicinamento su un’altra piattaforma e che, per tua iniziativa, l’ “argomentare” è continuato sulla mia; saltabeccando così, qua e là, alla fine nessuno ci capisce più niente. Quindi, per favore, rinuncia alla mia piattaforma perché ci sarebbe troppo da spiegare di là e invece di qua il materiale c’è già tutto. Senza volermene, per favore.

    E adesso torno a nutrirti dell’affetto.

    C’è il tempo per il fuoco e c’è il tempo per la quiete.
    A continuare a stare sull’onda del fuoco c’è il rischio di fare la fine di Fedro (meno male che oggi l’elettroshock è fuorilegge).
    E’ vero che la lobotomia oggi è praticata in modo molto più sottile e copre fasce di popolazione ben più ampie, ma ci sono ancora angoli in cui stare per una breve parentesi di quiete. Il continuo compulsivo movimento verso l’alto esaurisce e non produce più nulla. Bisogna sapersi fermare.
    Inoltre diffido di chi si aspetta qualcosa da me. Vivendo secondo le aspettative altrui si finisce per vivere la vita degli altri, e non la propria.

    Ripeto. Stai cercando qualcuno che si rifletta nel Tuo transalp ma, evidentemente, io non sono la persona giusta e per ovvi motivi, dal momento che guido una semplice auto. Oppure: io rifletto il tuo transalp ma non nel modo che vorresti tu, ma più semplicemente con modalità diverse. Per esempio: guido l’auto e non parto mai se prima non ho controllato l’olio per non ritrovarmi in Val Venosta a piedi; ma solo per un motivo – attento – ed è perché la mia forma soggiacente sul motore è più scarsa di quello di un bambino. Quindi evito di provocarla. Tu la provochi.

    Quello che ho detto di Zamm continuo a crederlo e, visto da un punto di vista filosofico certamente non è un excursus, altrimenti non ne avremmo parlato per delle ore, eppure mi sembrava di avere già detto che Zamm ha diverse chiavi di lettura. A me piace provarle tutte. Sono una superficiale? Può darsi, ma credo anche che concentrare esclusivamente l’attenzione sul particolare faccia perdere di vista la visione dell’insieme.
    Quando si diventa puntigliosi su un qualcosa, sono convinta che lì c’è qualcosa di non compreso a fondo.

    I tuoi interventi straripano di citazioni, eppure io credo sia meglio affidarsi alle proprie idee originali, cioè, meglio non appoggiarsi troppo alle parole altrui quando si vuole esprimere una nostra opinione. Meglio pochi patrioti che molti mercenari.

    Quando scrivo, parto sempre dal presupposto che, se stesse leggendo mia nonna, dovrebbe dire: ho capito.
    Se lei dovesse dire non ho capito, allora significa che ho sbagliato in qualche cosa. Perché mia nonna è una donna semplice e la sua conoscenza è profonda saggezza, non intellettualismi. Ai quali non credo e di cui mi ci faccio grasse risate.
    La nonna avrebbe molto da dire su questi scambi a proposito di Zamm, troppo elaborati, spesso incomprensibili a chi legge, se non barbosi. Si perde di vista l’insieme e non si centra il punto.
    E’ vero che anche Fedro diventa barboso, in alcuni punti, quando vuole spaccare un capello in quattro ma lì c’è una operazione di matematica cabalistica. Alla dicotomia di Fedro-Pirsig che scrive, si aggiunge quella di Fedro alle prese con soggiacente e romantico, e quindi alla fine siamo di fronte a ben quattro persone. Più schizofrenia di così! Ripeto, escici tu da un così ben congegnato caleidoscopio di personalità e poi dimmi se non ti senti un eroe. Se Leonida muore è forse perché è un eroe negativo?!
    2 + 2 = 4
    Meno male che c’è la memoria Neutra di Chris che fa da anello di congiunzione (4 + 1 = 5).
    Il numero 5 è, cabalisticamente, il Papa (cioè saggezza e raziocinio uniti a giudizio e intento che insieme danno il miglioramento) e da cui matura il processo della vita e tutti i semi del mazzo. Quando il ciclo torna a essere Uno Pirsig ritorna a essere il Bagatto, cioè l’equilibrio tra spirito e materia, il potere equilibrante che rappresenta l’infinito.

    Lo sbaglio di Fedro è di avere giocato con le carte al contrario. Perché, appunto, bisogna ricordarsi che di ogni carta c’è l’aspetto positivo e la controparte.
    Tutto è Due, e però è Uno. E non Tre perché il Tre decide se diventare Fedro che impazzisce oppure Pirsig che rinsavisce. Eh… il libero arbitrio….

    Pirsig è eroe nella misura in cui gioca la carta diritta: decide di rinsavire, di ritornare Uno.
    E così, adesso, oltre alla laurea in psichiatria, avrò anche quella in massoneria 🙂

    Augh… Fuoco-del-Limite ha parlato

    No, Gianni, dimentica tutto quello che ho detto poco fa perché la nonna si farebbe una risata. Il punto è un altro.
    Sai, l’ho capito che E’ DA UN PEZZO CHE NON STIAMO PIU’ PARLANDO di Pirsig e del suo Zamm; non sono stupida.
    Oppure, ero abbastanza stupida da non averlo capito.

    Ma allora: di che cosa stiamo parlando??…
    se non stiamo parlando di Zamm?

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  35. @ Antonella
    Mi sono spostato sulla tua piattaforma perché questo è (o dovrebbe essere) un forum e trovavo (e trovo) riduttivo e irrispettoso – anzi, francamente imbarazzante – monopolizzarlo con un dialogo a due; un dialogo, oltretutto, sempre più lontano dal tema iniziale: Zmm. Infatti, per quanto riguarda la Cosa di cui si discute, anch’io mi sto ponendo delle domande. Mi pare che tu presti un’attenzione pressoché esclusiva non a ciò che dico ma al modo con cui lo dico, a dove lo dico, al perché lo dico (?) …e non entri nel merito. In particolare, nell’ultimo post, non hai altro da proporre che: “quello che ho detto di Zamm continuo a crederlo” e “mi sembrava di avere già detto che Zamm ha diverse chiavi di lettura”; ipse dixit Antonella, senza se e senza ma, poche parole di chiusura verso qualunque obiezione; per te, evidentemente, “quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere).
    Comunque, non vuoi discutere di Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, sottotitolo An Inquiry into values? …ti interessa solamente Diario di uno schizofrenico, sottotitolo Un’indagine sulla pazzia? …o magari vuoi dissertare sulle attitudini psicologiche dei tuoi interlocutori? …o sulla cabala? …beh, ne prendo atto ma sono argomenti che non mi appassionano, soprattutto qui in questo gdl …è stato un piacere conversare con te …ciao ciao!

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  36. @ Luigi
    Non sei stato di parola.
    Avevi annunciato un intervento a proposito della comparazione Zmm-Ile.
    Ma non hai rispettato l’impegno.
    Male. Ein Mann, ein Wort. Un uomo, una parola.
    Allora una comparazione – non più sui titoli – la tento io da solo…e gratis, senza chiedere nulla in cambio…se non, semmai, una piccola risposta a questa semplice domanda: sei anche tu – al di là delle apparenze – un pochino come Fedro e Tomáš?
    Ciao ciao

    “Fedro era molto isolato. Non mi risulta che avesse amici intimi. Viaggiava da solo. Sempre. Era solo anche in mezzo agli altri. La gente a volte se ne accorgeva e si sentiva respinta, per cui non provava simpatia per lui, ma questo non lo toccava”. I rapporti sono difficili anche all’interno della famiglia: “I suoi familiari furono i primi a soffrire per il suo carattere. Suo moglie dice che chi cercasse di vincere il suo riserbo, si trovava di fronte a un muro. La mia impressione è che la sua famiglia fosse assetata di un tipo di affetto che Fedro non diede mai a nessuno”. “Come quel lupo sulla montagna, Fedro aveva una specie di coraggio animale. Andava dritto per la sua strada senza preoccuparsi delle conseguenze, tanto da lasciare gli altri spesso sbalorditi. Questo coraggio non nasceva da un idealistico concetto di abnegazione, ma solo dall’intensità della sua ricerca, e non aveva niente di nobile.” Nel climax della sua ricerca, la situazione peggiora fino ad una disastrosa rottura: “In quei giorni Fedro viveva in un universo solitario del discorso. Nessuno lo capiva. E più la gente dava segno di non riuscire a capirlo o di non approvare quel che alla fine capiva, più lui diveniva fanatico e sgradevole.” Già!: l’Inferno sono (sempre) gli altri. “Comincia a liberarsi delle cose, degli intralci che porta con sé da sempre. Dice a sua moglie di andarsene con i bambini, di convincersi che ormai sono separati”.
    …più sbrigativo Tomáš: “Così, in poco tempo, […] riuscì a liberarsi di una moglie, di un figlio, di una madre e di un padre”. E addirittura programmatico: “Alle proprie amanti dichiarava: soltanto un rapporto sentimentale, quando un partner non accampa pretese sulla vita e la libertà dell’altro, può portare alla felicità di entrambi”. Vedi l’esperienza raccontata da Luciana Littizzetto: lei cinguetta con entusiasmo [enthousiasmos = pienezza di Dio] al suo bello: “Grazie di esistere!”; risposta di lui: “Prego”.
    Risalendo indietro nel tempo anche Diogene di Sinope si libera di ogni intralcio: getta via la rozza scodella che gli serve per bere, unico avere rimastogli: un ragazzino gli ha mostrato che per bere alla fontana basta accostare la bocca alla mano posta a coppa sotto lo zampillo. Ma quando intima di spostarsi ad Alessandro Magno che gli ha chiesto di esprimere un desiderio, non dimostra solo nobile indifferenza verso il mondo, ma anche mancanza di sollecitudine verso la sofferenza che lo permea [il potente potrebbe limitarla]: anziché curarsene se ne frega [non è un verbo scelto casualmente…]. Stilpone a fronte della distruzione della sua città, al massacro di familiari e amici: omnia mea mecum porto. Ma già Socrate a proposito di Santippe nell’Apologia: allontanate da me questa donna… Dürenmatt ne La morte di Socrate e quindi, su quel testo, Franca Valeri a teatro, hanno pesantemente ironizzato sul Socrate marito e padre, ma già Nietzsche… Nietzsche però non vale: è congenitamente sospettoso e maligno verso Socrate come una zitella inacidita…
    Bisognerà attendere il mite Epicuro per riportare al centro il valore della philia, ossia, all’incirca, dell’amicizia, contro l’eros [passione totalizzante] per la sophia [conoscenza] dei ‘filosofi’ – ricordiamoci a tal proposito il sottotitolo di Zmm [grazie Luigi]: An inquiry into the values, e la guerra tra Bene e Verità.
    [San Benedetto – attraverso la regola – conduce un’analoga battaglia contro l’eros dell’ascetismo monastico e in tal modo, nello sfacelo dell’Impero romano, pone anche le basi di un nuovo ordine civile…ma lasciamo perdere: il discorso sarebbe lungo e affascina solo me].
    “[Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché] si è liberi unicamente quando si è soli”: come non riconoscere dunque in Fedro-Pirsig e in Tomáš i tratti del Cinico delineati da Schopenhauer?
    Essi soffrono di mancanza di pietas (di anaffettività, di analfabetismo affettivo, di aridità) e di mancanza di vita (in qualche misura non vivono, funzionano, sintonizzati sull’”Es muss sein!” della loro missione, apparentemente inconsapevoli che: “L’amore è la nostra libertà. L’amore è al di là dell’”Es muss sein!””); ci mostrano il lato oscuro della ricerca esclusivamente intellettuale di libertà e di verità; il lato oscuro del “conosci te stesso” socratico, della “ricerca dell’uomo” degli Scettici e soprattutto dei Cinici …quindi di noi moderni, Uomini Liberati e Donne Liberate, seguaci molto spesso inconsapevoli di questa tradizione culturale, meglio, di questo stile di vita [ne riparlerò in conclusione]; ci mostrano cioè il pericolo di cadere in una sorta di egocentrismo spirituale, di ‘rinchiudimento’ nell’ interiorità, in una tensione che avverte la realtà esterna come una distrazione rispetto alla cura del sé – una ricerca solipsistica dell’autenticità, dell’identità, che dimenticando l’Altro tradisce peraltro il Sé.
    Se conoscere se stessi significa dimenticare se stessi, né Fedro-Pirsig né Tomáš conoscono se stessi. Altrettanto, se amare significa dimenticare se stessi, né Fedro-Pirsig né Tomáš sanno amare.
    Fedro-Pirsig e Tomáš si riscattano […forse…chi lo sa con certezza?: “per l’uomo il carattere è il suo demone” (Eraclito)] attraverso la compassione [co-sentimento, Mitgefühl: sentire insieme con l’altro, compartecipare ai suoi sentimenti – non pietà per l’altro] verso chi li sa amare: Chris e Tereza [non contano i dubbi di Tereza sull’effettiva gratuità del suo amore e quindi neppure l’opinione che “Il misogino è uno che sarebbe in grado di amare le donne, se solo potesse conoscerne una che lo ami sul serio” ].
    Per Fedro-Pirsig “era Chris il vero motivo per uscire dall’ospedale [psichiatrico]. Sarebbe stato un grosso sbaglio obbligarlo a crescere da solo”.
    Per Tomáš il gioco è ancora più scoperto: Tereza è addirittura il Mosè che lo guida nell’esodo sul cammino della trasformazione, meglio sarebbe dire: della metanoia. “Devo liberarmi non da lei ma dalla mia compassione, da quella malattia che prima non conoscevo e di cui lei mi aveva inoculato il bacillo” perché “non c’è nulla di più pesante della compassione”. Ma “Tereza era un bambino messo da qualcuno in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente”. Quante volte è ripetuta questa osservazione? …quattro, cinque? K. vuol proprio essere certo che la metafora arrivi al lettore…e quindi è ridondante, insistente: ha torto a dubitare che noi, duri di cuore e di cervice, possiamo fraintenderlo?… Anche “Tomáš allora non si rendeva conto che le metafore sono una cosa pericolosa. Con le metafore è meglio non scherzare. Da una sola metafora può nascere l’amore”.
    In entrambi entra in crisi l’intellettualismo [la posizione filosofica che considera l’intelletto come fondamento di ogni conoscenza: Devoto-Oli]: una volta scoperto che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” [Pascal, ovviamente] traballa la fede nella Ragione.
    In effetti, le difficoltà a superare gli ostacoli che si frappongono di continuo tra noi e il mondo circostante sono legate ad una forma di razionalità che appare sempre più inadeguata: anche lasciando perdere gli orrori del passato pensiamo al nostro modello di sviluppo evidentemente insostenibile e quindi alla spaventosa crisi ambientale di cui l’uomo è responsabile, ed ai suoi devastanti risvolti economici, sociali, politici di cui per ora conosciamo solamente le prime avvisaglie.
    Fedro-Pirsig fonda la Chiesa della Ragione. Ma del tutto contraddittoriamente “era proprio la sua mancanza di fede nella ragione che spingeva Fedro a sostenerla con tanto fanatismo. Non ci si consacra mai a una causa in cui si ha piena fiducia. Nessuno si mette a gridare fanaticamente che domani sorgerà il sole. Quando qualcuno si dà anima e corpo a una fede politica o religiosa o sostiene fanaticamente qualche altro tipo di dogma o di meta, è sempre perché essi sono un po’ vacillanti.” Eppure, quando si arriva al dunque, Fedro decide di rispondere ai dilemmi posti dalla sua ricerca in modo logico e dialettico anziché “infilare la facile uscita del misticismo”, ossia “l’idea che la verità sia indefinibile e possa essere appresa soltanto con strumenti non razionali, [che] ci ha accompagnato fin dall’inizio della Storia. È alla base della pratica Zen”. Più coerentemente il nuovo io critica Fedro per aver rifiutato la ‘facile uscita’ – che peraltro non può essere la risposta.
    Anche Tomáš rinuncia ad una visione ordinata e armonica del mondo, sistematicamente razionale: “Io non ho nessuna missione. Nessun uomo ha una missione.” La risposta ad ogni fraintendimento, ad ogni cedimento in direzione di un sentimentalismo nemico della ragione e della verità – anziché fautore di un loro ripensamento come in Pascal -, del tutto vacuo quindi, è affidata a Sabina, forse il personaggio più risolto dell’Ile, quello che esprime il maggiore equilibrio nella dicotomia classico/romantico, l’unico che sopravvive. È curioso che tale replica sia affidata ad una donna: altrove – in Amori ridicoli – K. si era spinto ad affermare: “Era inutile attaccare con la ragione la solida barriera di irrazionalità di cui si dice plasmato l’animo femminile“.
    La risposta è sobria, e dunque fulminante: “Quando parla il cuore non sta bene che ragione trovi da obiettare.”
    Dal contesto in cui è inserita questa considerazione si avverte un’indiscutibile differenza di spessore tra Pirsig e Kundera.
    Contro l’irrazionalismo che blocca il pensiero critico, e quindi contro il vacuo sentimentalismo che gli spiana provvidenzialmente la strada, K. mette in campo la sua concezione politica – e prima ancora ‘universale’, ontologica – e non più meramente estetica, del Kitsch come “dittatura del cuore”. “Il Kitsch è l’ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici”, “ma là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di colpo nel regno del Kitsch totalitario”. “Quando dico totalitario, voglio dire che tutto ciò che turba il Kitsch è bandito dalla vita: ogni espressione di individualismo […], ogni dubbio […], ogni ironia […], e inoltre la madre che ha abbandonato la famiglia o l’uomo che preferisce gli uomini alle donne, minacciando il precetto divino: crescete e moltiplicatevi!”.
    Il Kitsch: “maschera ipocrita di tutti gli orrori”: così Italo Calvino, tagliente come un rasoio, che aggiunge una ponderazione fondamentale: “Per non cadere nei vaghi sentimenti d’una redenzione universale che finiscono per produrre regimi polizieschi mostruosi, né nei ribellismi generalizzati e temperamentali che si risolvono in obbedienze pecorili, è necessario riconoscere come sono fatte le cose, ci piacciano o meno, nel moltissimo a cui è vano opporsi e nel poco che può essere modificato dalla nostra volontà. Credo dunque che sia necessario un certo grado di accordo con l’esistente (merda compresa) proprio in quanto incompatibile col Kitsch che Kundera giustamente detesta”.
    Nelle parole di I. Calvino riappare (o forse traspare) la lezione del pastore Reinhold Neibuhr riassunta nella sua (oggi) celebre preghiera:
    “O Dio,
    dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare;
    il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare;
    la saggezza per distinguere le une dalle altre.
    …”
    [Autorevoli commentatori vedono nelle posizioni di Neibuhr il fondamento della visione politica ‘pragmaticamente idealistica’ di Obama…]
    Sabina [Kundera odia che si parli di lui in relazione ai suoi romanzi] non cadrà negli eccessi apocalittici [l’aggettivo non sta lì per caso…] temuti da I.Calvino: ella sa che “per quanto forte sia il nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione umana”.
    Magari gli italiani – particolarmente quelli di oggi – ma non solo gli italiani, ovviamente… – imparassero a riconoscere e a odiare (freddamente) il Kitsch, “l’ipocrisia infinita”, come Sabina…anziché…sospirare e lacrimare sul ciarpame ammannitoci quotidianamente…
    Ma il Kitsch è astuto e sa mimetizzarsi: “La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato! La seconda lacrima dice: Com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato! È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch”.
    Un Kitsch oggi talmente invasivo che non ci risparmia neppure nelle condizioni più estreme: si cerca di persino di negare il diritto a morire [ma si potrebbe anche dire: la chiamata a sé di Dio di noi mortali…] in nome di un lacrimoso e ipocrita rispetto della vita (ma quale vita?) come ha mostrato la vicenda Eluana. Ben altri approcci, più sobri e severi, avrebbe meritato un tema così tragico. Se l’esito sarà quello temuto, mi sembra anche più grave che essere sbeffeggiati dopo la morte: le iscrizioni sulle lapidi di Tomáš e Franz a cavallo tra la pura imbecillità e la menzogna più sfrontata. La realtà è ben capace di superare la finzione.
    …dal canto suo Fedro-Pirsig percepisce l’importanza fondamentale di “una sorta di consapevolezza non intellettuale”, intuitiva, non spiegabile, che egli definisce “consapevolezza della qualità”: “la realtà è sempre il momento della visione che precede la concettualizzazione” – in effetti si dice che Pascal intendesse alludere proprio a quel tipo di ragione indicato fin dai tempi di Platone come “pensiero noetico” o “intuizione intellettuale” – oggi finanche gli scienziati [ma anche Pascal lo era…] sembrano ammetterne il ruolo fondamentale nelle loro ricerche. Aggiunge perfino: “quando incominci a udire il suono della Qualità, a vedere quel muro coreano, quella realtà non intellettuale nella sua forma pura, ti vien voglia di piantarla con tutte quelle parole, perché cominci finalmente ad accorgerti che le parole sono sempre altrove.” Ma non tiene fede ai propositi, coltiva l’ambizione di comporre la dicotomia classico/romantico…e naufraga miseramente nel tentativo di costruire una nuova filosofia: la filosofia della Qualità.
    Credo che Luigi abbia ragione: “Pirsig è un favoloso narratore dello spirito di un’epoca. Che lui si senta un filosofo è un problema suo e dei suoi seguaci.” Ma anch’egli ci lascia più ricchi e consapevoli. O meglio: un po’ meno stupidi e cattivi. Kundera ci dona peraltro una maggiore lucidità.
    Concludo con Foucault: “In un Occidente che ha inventato tante verità diverse e che ha plasmato tante differenti arti di esistere, il cinismo serve a ricordarci che ben poca verità è indispensabile per chi voglia vivere veramente, e che ben poca vita è necessaria quando si tenga veramente alla verità”. Quanto poco amore, anzi, a volte, addirittura quanta crudeltà (!), è necessaria ai moderni, che hanno inventato tante verità diverse e plasmato tante differenti arti di esistere, per cercare la libertà e la verità. Padre Flynn nel film Il dubbio: “Questa è la tecnica dei crudeli: uccidere la gentilezza in nome della virtù!”
    Al contrario, “studiare se stessi è dimenticare se stessi” – come paradossalmente insegna – così dicono – lo Zen. Mentre, se invece “cerchiamo di afferrarci, non riusciamo a ghermire – con un brivido – che un fantasma senza consistenza”: Schopenhauer, “insuperabile nella conoscenza delle cavità e degli anfratti dell’assolutismo individuale” (T.W.Adorno).
    In effetti “per alcuni il viaggio verso l’autenticità sarà un esodo verso una patria, per altri solo un esodo senza patria, un’odissea senza Itaca” (Vito Mancuso, La vita autentica).

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  37. Ho letto i vostri commenti allo Zen, chiedo scusa se mi intrometto: ho perso il conto del numero di volte che ho letto e regalato “il libro”. Io ne sono stato profondamente segnato, molte delle cose che oggi penso e faccio le penso e le faccio così perché nello Zen ho trovato sistematizzate alcune idee che da solo non riuscivo a mettere in ordine.
    Se volete divertirvi a curiosare in un uso non convenzionale del libro di Pirsig potete scaricare il Manuale della Qualità (ISO9000) della mia azienda e a cercare le citazioni.
    Marco

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