IL SIPARIO, E’ IN BIBLIOTECA

Sono disponibili in biblioteca alcune copie de “Il sipario” di Milan Kundera, il libro che si discuterà nella riunione del 9 giugno, ore 21.

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MUNRO, QUANTA PASSIONE: DICO ANCHE LA MIA

a proposito di un racconto di Alice Munro, nella raccolta _In fuga_

:::Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza. Da questo sguardo un po’ distaccato, dipende forse la possibilità di vedere la passione:::

Mi ha colpito molto – fra le altre cose dette e scritte – quello che Luca F. dice, nel suo messaggio, sulla passione conoscitiva di Grace: “anche la corsa in automobile con Neil, […] è solo l’altra faccia della seduzione conoscitiva, quella che ora, vertiginosamente, ci spinge verso il basso, verso il vuoto”.

Quel – “ci spinge verso il basso, verso il vuoto” – mi ha gelato.

Allora ho letto il racconto “Passione”. Due volte.

E quel vuoto, per fortuna, Grace mi pare l’abbia solo sfiorato. E’ come se la sua necessità di conoscenza l’abbia fermata prima del vuoto, quella volta e sempre, nella sua vita.

E tutto ciò mi ha trasmesso una *sensazione di felicità* (una delle molteplici letture del Gdl?).

Perché ho immaginato una Grace ancora forte e con una vita (sono passsati 40 anni) che l’ha segnata ma che avverte come una vita piena; con la sua “passione conoscitiva” che non l’ha mai abbandonata.

E’ nell’uso del tempo, insieme con il distacco emotivo della voce narrante, la forza di questo racconto.

*Il tempo*. Forse è il tocco geniale (uno dei tocchi geniali) dell’autrice (il senso di felicità forse arriva anche dal piacere artistico del racconto del tempo). Infatti, decisivo, è questo: non ci viene raccontata solo la storia di Grace in una estate della sua vita.

Ci viene invece detto come non molto tempo fa Grace sia *ritornata* a cercare la casa dei Travers: l’adesso narrativo del racconto (e la parte che più ci invita a leggere con attenzione gli avvenimenti di allora) è – qui, in questo ritorno di Grace, 40 anni dopo gli avvenimenti di _quell’estate_ (direi i primi anni 50, il film _Il padre della sposa_ è del 1950). E il narratore semina, con discrezione, i segni di questo _adesso narrativo_, che è il percorso, anche fisico, stradale, che Grace fa, oggi, sui luoghi di quell’estate. Grace che ritorna e fa i conti con i _cambiamenti_: le strade, le vie, l’asfalto, i ponti, le case,: quello stesso spazio che quarant’anni prima ha percorso con Neil, sull’auto decappottabile o andando dall’albergo dove lavorava fino alla casa dei Travers.

Le prime due pagine sono piene di “adesso”, che segnano la differenza fra quell’estate che ci verrà raccontata nelle pagine successive, e lo spazio di oggi, percorso da Grace, e re-interpretato.

*La voce*. E la voce narrante è lì con lei, distaccata, quasi ironica: ci invita a cogliere complessivamente gli eventi presenti e passati; a non prendere mai un’affermazione o un gesto di un personaggio fuori dall’insieme delle relazioni complessive presenti nel racconto, anche nel non detto, ma implicito; la voce si interroga sul perché Grace abbia “Intrapreso quella spedizione” (pag. 150). “Forse il peggio che le potesse succedere sarebbe stato trovare esattamente ciò che pensava di essere venuta a cercare”: così ci dice ancora la voce che narra. E qualche riga sotto: “E che *succede se non trovi più niente*? Non ti dai pace. Se ti sei portato appresso qualcuno che ti ascolti, attacchi a lamentarti della perdita. Ma non credi che possa sfiorarti anche una sensazione di *sollievo, di *liberazione* da vecchie perplessità e doveri?”

Naturalmente i temi importanti del racconto sono anche altri, alcuni molto cupi, come “l’acqua fredda, ferma e buia”. Eppure, se il racconto avesse narrato solo la storia di quella estate, senza il ritorno a cercare la casa de Travers il suo senso sarebbe stato – credo – completamente diverso.

Come conferma l’ultima riga, quella sui mille dollari che il padre di Maury e patrigno di Neil offre a Grace dopo la fuga in auto dei due e dopo l’incidente di Neil: “Ai tempi con quella cifra si poteva avviare una vita”.

Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza.

Tutti i personaggi dei romanzi e dei racconti e noi che viviamo le nostre vite, non possono e non possiamo che essere parziali, siamo immersi in vite parziali nelle quali fatichiamo a orientarci: solo il lettore – grazie ai grandi autori – vede e conosce delle storie anche il lato in ombra, i risvolti, i legami tra i fatti, le conseguenze e le cause, i momenti di svolta: il senso delle cose che solo la fine delle storie ci rivela. Per questo ci piacciono tanto.

Forse ho un po’ personalizzato l’interpretazione del racconto.
E come al solito mi sono un po’ lasciato andare con la lunghezza.

ciao a tutti

Luigi

MUNRO, QUANTA PASSIONE: DICO ANCHE LA MIA

a proposito di un racconto di Alice Munro, nella raccolta _In fuga_

:::Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza. Da questo sguardo un po’ distaccato, dipende forse la possibilità di vedere la passione:::

Mi ha colpito molto – fra le altre cose dette e scritte – quello che Luca F. dice, nel suo messaggio, sulla passione conoscitiva di Grace: “anche la corsa in automobile con Neil, […] è solo l’altra faccia della seduzione conoscitiva, quella che ora, vertiginosamente, ci spinge verso il basso, verso il vuoto”.

Quel – “ci spinge verso il basso, verso il vuoto” – mi ha gelato.

Allora ho letto il racconto “Passione”. Due volte.

E quel vuoto, per fortuna, Grace mi pare l’abbia solo sfiorato. E’ come se la sua necessità di conoscenza l’abbia fermata prima del vuoto, quella volta e sempre, nella sua vita.

E tutto ciò mi ha trasmesso una *sensazione di felicità* (una delle molteplici letture del Gdl?).

Perché ho immaginato una Grace ancora forte e con una vita (sono passsati 40 anni) che l’ha segnata ma che avverte come una vita piena; con la sua “passione conoscitiva” che non l’ha mai abbandonata.

E’ nell’uso del tempo, insieme con il distacco emotivo della voce narrante, la forza di questo racconto.

*Il tempo*. Forse è il tocco geniale (uno dei tocchi geniali) dell’autrice (il senso di felicità forse arriva anche dal piacere artistico del racconto del tempo). Infatti, decisivo, è questo: non ci viene raccontata solo la storia di Grace in una estate della sua vita.

Ci viene invece detto come non molto tempo fa Grace sia *ritornata* a cercare la casa dei Travers: l’adesso narrativo del racconto (e la parte che più ci invita a leggere con attenzione gli avvenimenti di allora) è – qui, in questo ritorno di Grace, 40 anni dopo gli avvenimenti di _quell’estate_ (direi i primi anni 50, il film _Il padre della sposa_ è del 1950). E il narratore semina, con discrezione, i segni di questo _adesso narrativo_, che è il percorso, anche fisico, stradale, che Grace fa, oggi, sui luoghi di quell’estate. Grace che ritorna e fa i conti con i _cambiamenti_: le strade, le vie, l’asfalto, i ponti, le case,: quello stesso spazio che quarant’anni prima ha percorso con Neil, sull’auto decappottabile o andando dall’albergo dove lavorava fino alla casa dei Travers.

Le prime due pagine sono piene di “adesso”, che segnano la differenza fra quell’estate che ci verrà raccontata nelle pagine successive, e lo spazio di oggi, percorso da Grace, e re-interpretato.

*La voce*. E la voce narrante è lì con lei, distaccata, quasi ironica: ci invita a cogliere complessivamente gli eventi presenti e passati; a non prendere mai un’affermazione o un gesto di un personaggio fuori dall’insieme delle relazioni complessive presenti nel racconto, anche nel non detto, ma implicito; la voce si interroga sul perché Grace abbia “Intrapreso quella spedizione” (pag. 150). “Forse il peggio che le potesse succedere sarebbe stato trovare esattamente ciò che pensava di essere venuta a cercare”: così ci dice ancora la voce che narra. E qualche riga sotto: “E che *succede se non trovi più niente*? Non ti dai pace. Se ti sei portato appresso qualcuno che ti ascolti, attacchi a lamentarti della perdita. Ma non credi che possa sfiorarti anche una sensazione di *sollievo, di *liberazione* da vecchie perplessità e doveri?”

Naturalmente i temi importanti del racconto sono anche altri, alcuni molto cupi, come “l’acqua fredda, ferma e buia”. Eppure, se il racconto avesse narrato solo la storia di quella estate, senza il ritorno a cercare la casa de Travers il suo senso sarebbe stato – credo – completamente diverso.

Come conferma l’ultima riga, quella sui mille dollari che il padre di Maury e patrigno di Neil offre a Grace dopo la fuga in auto dei due e dopo l’incidente di Neil: “Ai tempi con quella cifra si poteva avviare una vita”.

Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza.

Tutti i personaggi dei romanzi e dei racconti e noi che viviamo le nostre vite, non possono e non possiamo che essere parziali, siamo immersi in vite parziali nelle quali fatichiamo a orientarci: solo il lettore – grazie ai grandi autori – vede e conosce delle storie anche il lato in ombra, i risvolti, i legami tra i fatti, le conseguenze e le cause, i momenti di svolta: il senso delle cose che solo la fine delle storie ci rivela. Per questo ci piacciono tanto.

Forse ho un po’ personalizzato l’interpretazione del racconto.
E come al solito mi sono un po’ lasciato andare con la lunghezza.

ciao a tutti

Luigi

MUNRO, QUANTA PASSIONE: DICO ANCHE LA MIA

a proposito di un racconto di Alice Munro, nella raccolta _In fuga_

:::Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza. Da questo sguardo un po’ distaccato, dipende forse la possibilità di vedere la passione:::

Mi ha colpito molto – fra le altre cose dette e scritte – quello che Luca F. dice, nel suo messaggio, sulla passione conoscitiva di Grace: “anche la corsa in automobile con Neil, […] è solo l’altra faccia della seduzione conoscitiva, quella che ora, vertiginosamente, ci spinge verso il basso, verso il vuoto”.

Quel – “ci spinge verso il basso, verso il vuoto” – mi ha gelato.

Allora ho letto il racconto “Passione”. Due volte.

E quel vuoto, per fortuna, Grace mi pare l’abbia solo sfiorato. E’ come se la sua necessità di conoscenza l’abbia fermata prima del vuoto, quella volta e sempre, nella sua vita.

E tutto ciò mi ha trasmesso una *sensazione di felicità* (una delle molteplici letture del Gdl?).

Perché ho immaginato una Grace ancora forte e con una vita (sono passsati 40 anni) che l’ha segnata ma che avverte come una vita piena; con la sua “passione conoscitiva” che non l’ha mai abbandonata.

E’ nell’uso del tempo, insieme con il distacco emotivo della voce narrante, la forza di questo racconto.

*Il tempo*. Forse è il tocco geniale (uno dei tocchi geniali) dell’autrice (il senso di felicità forse arriva anche dal piacere artistico del racconto del tempo). Infatti, decisivo, è questo: non ci viene raccontata solo la storia di Grace in una estate della sua vita.

Ci viene invece detto come non molto tempo fa Grace sia *ritornata* a cercare la casa dei Travers: l’adesso narrativo del racconto (e la parte che più ci invita a leggere con attenzione gli avvenimenti di allora) è – qui, in questo ritorno di Grace, 40 anni dopo gli avvenimenti di _quell’estate_ (direi i primi anni 50, il film _Il padre della sposa_ è del 1950). E il narratore semina, con discrezione, i segni di questo _adesso narrativo_, che è il percorso, anche fisico, stradale, che Grace fa, oggi, sui luoghi di quell’estate. Grace che ritorna e fa i conti con i _cambiamenti_: le strade, le vie, l’asfalto, i ponti, le case,: quello stesso spazio che quarant’anni prima ha percorso con Neil, sull’auto decappottabile o andando dall’albergo dove lavorava fino alla casa dei Travers.

Le prime due pagine sono piene di “adesso”, che segnano la differenza fra quell’estate che ci verrà raccontata nelle pagine successive, e lo spazio di oggi, percorso da Grace, e re-interpretato.

*La voce*. E la voce narrante è lì con lei, distaccata, quasi ironica: ci invita a cogliere complessivamente gli eventi presenti e passati; a non prendere mai un’affermazione o un gesto di un personaggio fuori dall’insieme delle relazioni complessive presenti nel racconto, anche nel non detto, ma implicito; la voce si interroga sul perché Grace abbia “Intrapreso quella spedizione” (pag. 150). “Forse il peggio che le potesse succedere sarebbe stato trovare esattamente ciò che pensava di essere venuta a cercare”: così ci dice ancora la voce che narra. E qualche riga sotto: “E che *succede se non trovi più niente*? Non ti dai pace. Se ti sei portato appresso qualcuno che ti ascolti, attacchi a lamentarti della perdita. Ma non credi che possa sfiorarti anche una sensazione di *sollievo, di *liberazione* da vecchie perplessità e doveri?”

Naturalmente i temi importanti del racconto sono anche altri, alcuni molto cupi, come “l’acqua fredda, ferma e buia”. Eppure, se il racconto avesse narrato solo la storia di quella estate, senza il ritorno a cercare la casa de Travers il suo senso sarebbe stato – credo – completamente diverso.

Come conferma l’ultima riga, quella sui mille dollari che il padre di Maury e patrigno di Neil offre a Grace dopo la fuga in auto dei due e dopo l’incidente di Neil: “Ai tempi con quella cifra si poteva avviare una vita”.

Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza.

Tutti i personaggi dei romanzi e dei racconti e noi che viviamo le nostre vite, non possono e non possiamo che essere parziali, siamo immersi in vite parziali nelle quali fatichiamo a orientarci: solo il lettore – grazie ai grandi autori – vede e conosce delle storie anche il lato in ombra, i risvolti, i legami tra i fatti, le conseguenze e le cause, i momenti di svolta: il senso delle cose che solo la fine delle storie ci rivela. Per questo ci piacciono tanto.

Forse ho un po’ personalizzato l’interpretazione del racconto.
E come al solito mi sono un po’ lasciato andare con la lunghezza.

ciao a tutti

Luigi

MUNRO, QUANTA PASSIONE: DICO ANCHE LA MIA

a proposito di un racconto di Alice Munro, nella raccolta _In fuga_

:::Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza. Da questo sguardo un po’ distaccato, dipende forse la possibilità di vedere la passione:::

Mi ha colpito molto – fra le altre cose dette e scritte – quello che Luca F. dice, nel suo messaggio, sulla passione conoscitiva di Grace: “anche la corsa in automobile con Neil, […] è solo l’altra faccia della seduzione conoscitiva, quella che ora, vertiginosamente, ci spinge verso il basso, verso il vuoto”.

Quel – “ci spinge verso il basso, verso il vuoto” – mi ha gelato.

Allora ho letto il racconto “Passione”. Due volte.

E quel vuoto, per fortuna, Grace mi pare l’abbia solo sfiorato. E’ come se la sua necessità di conoscenza l’abbia fermata prima del vuoto, quella volta e sempre, nella sua vita.

E tutto ciò mi ha trasmesso una *sensazione di felicità* (una delle molteplici letture del Gdl?).

Perché ho immaginato una Grace ancora forte e con una vita (sono passsati 40 anni) che l’ha segnata ma che avverte come una vita piena; con la sua “passione conoscitiva” che non l’ha mai abbandonata.

E’ nell’uso del tempo, insieme con il distacco emotivo della voce narrante, la forza di questo racconto.

*Il tempo*. Forse è il tocco geniale (uno dei tocchi geniali) dell’autrice (il senso di felicità forse arriva anche dal piacere artistico del racconto del tempo). Infatti, decisivo, è questo: non ci viene raccontata solo la storia di Grace in una estate della sua vita.

Ci viene invece detto come non molto tempo fa Grace sia *ritornata* a cercare la casa dei Travers: l’adesso narrativo del racconto (e la parte che più ci invita a leggere con attenzione gli avvenimenti di allora) è – qui, in questo ritorno di Grace, 40 anni dopo gli avvenimenti di _quell’estate_ (direi i primi anni 50, il film _Il padre della sposa_ è del 1950). E il narratore semina, con discrezione, i segni di questo _adesso narrativo_, che è il percorso, anche fisico, stradale, che Grace fa, oggi, sui luoghi di quell’estate. Grace che ritorna e fa i conti con i _cambiamenti_: le strade, le vie, l’asfalto, i ponti, le case,: quello stesso spazio che quarant’anni prima ha percorso con Neil, sull’auto decappottabile o andando dall’albergo dove lavorava fino alla casa dei Travers.

Le prime due pagine sono piene di “adesso”, che segnano la differenza fra quell’estate che ci verrà raccontata nelle pagine successive, e lo spazio di oggi, percorso da Grace, e re-interpretato.

*La voce*. E la voce narrante è lì con lei, distaccata, quasi ironica: ci invita a cogliere complessivamente gli eventi presenti e passati; a non prendere mai un’affermazione o un gesto di un personaggio fuori dall’insieme delle relazioni complessive presenti nel racconto, anche nel non detto, ma implicito; la voce si interroga sul perché Grace abbia “Intrapreso quella spedizione” (pag. 150). “Forse il peggio che le potesse succedere sarebbe stato trovare esattamente ciò che pensava di essere venuta a cercare”: così ci dice ancora la voce che narra. E qualche riga sotto: “E che *succede se non trovi più niente*? Non ti dai pace. Se ti sei portato appresso qualcuno che ti ascolti, attacchi a lamentarti della perdita. Ma non credi che possa sfiorarti anche una sensazione di *sollievo, di *liberazione* da vecchie perplessità e doveri?”

Naturalmente i temi importanti del racconto sono anche altri, alcuni molto cupi, come “l’acqua fredda, ferma e buia”. Eppure, se il racconto avesse narrato solo la storia di quella estate, senza il ritorno a cercare la casa de Travers il suo senso sarebbe stato – credo – completamente diverso.

Come conferma l’ultima riga, quella sui mille dollari che il padre di Maury e patrigno di Neil offre a Grace dopo la fuga in auto dei due e dopo l’incidente di Neil: “Ai tempi con quella cifra si poteva avviare una vita”.

Grace e tutti gli altri sono immersi nel meraviglioso intrigo della vita, quell’intrigo che solo la letteratura permette a noi lettori di vedere, con un po’ di distacco, nella sua completezza.

Tutti i personaggi dei romanzi e dei racconti e noi che viviamo le nostre vite, non possono e non possiamo che essere parziali, siamo immersi in vite parziali nelle quali fatichiamo a orientarci: solo il lettore – grazie ai grandi autori – vede e conosce delle storie anche il lato in ombra, i risvolti, i legami tra i fatti, le conseguenze e le cause, i momenti di svolta: il senso delle cose che solo la fine delle storie ci rivela. Per questo ci piacciono tanto.

Forse ho un po’ personalizzato l’interpretazione del racconto.
E come al solito mi sono un po’ lasciato andare con la lunghezza.

ciao a tutti

Luigi

SCRITTURA RIDONDANTE E L’ACCOGLIENZA DEI TESTI – di Adele S.

Alcune idee, tra l’altro, sulla lettura di Virginia Woolf

Caro Antonio,

ho letto con molto interesse il tuo intervento e commento sulla lettura della Munro, che, ripeto, io non conosco, ma mi affascina questo scambio di opinioni sulla lettura, sul suo significato e il valore che puo’ avere per noi.

Sono assolutamente d’accordo con te che la scrittura ridondante diventa poco incisiva e a tratti dispersiva (ti consiglio la lettura dei giapponesi se gia’ non li conosci: Kawabata e Mishima, p.e., i quali come la loro tradizione culturale insegna non sono soggetti all’orror vacui), ma se posso permettermi di esprimere un pensiero personale, credo, come tra l’altro dice bene Steiner, che tanti fattori influenzano la nostra lettura, lo dimostra esattamente il diverso parere tuo e di Luca, ma sono altresi’ convinta che (non credo sia il caso della Munro: se non ti piace e’ perche’ non ti piace e basta!) una accresciuta cultura e conoscenza di te stesso ti porta ad ampliare la tua “accoglienza” di certi testi che tu avresti in prima battuta messo da parte. Qui naturalmente sto parlando, ripeto, di una mia esperienza personale.

E voglio citare proprio un’autrice che “dovevo” per forza conoscere: Virginia Woolf. Beh, ti confesso che dopo poche pagine un po’ demoralizzata ho dovuto interrompere la lettura, probabilmente non l’avrei piu’ ripresa poiche’ da me ritenuta ostica. Qualche anno dopo pero’ nel mio gruppo di lettura abbiamo letto “Miss Dalloway” e “Gita al Faro” e posso dire senza esagerazioni che forse sono i due testi in assoluto che mi hanno piu’ segnata e forse trasformata nel profondo. Probabilmente in quel momento io, inconsciamente ero gia’ ” in ricerca” e quei testi hanno come, risposto, ad alcune delle mie esigenze. Fortunata casualita’ o catalizzazione di energie in me ancora sopite? Ai posteri…

Voglio solo citare i finali di questi due libri per rimanere in tema di scrittura piu’ o meno incisiva.

Da “Gita al Faro” (Faro con la lettera maiuscola poiche’ nel racconto compare con la dignita’ di un personaggio vero e proprio):

“…Era finito; era completo. Sì, penso’, posando il pennello con estrema fatica, ho avuto la mia visione.”

Questi pensieri cosi’ netti e icastici di un personaggio chiudono tutto un percorso di conoscenza che e’ quello di tutti i personaggi, i quali in qualche modo raggiungono, ognuno a modo loro “il Faro”.(Inteso come luce, consapevolezza di se’)
Per concludere cito anche ultime righe di Miss Dalloway:

“Che cos’e’ questo terrore? che cos’e’ quest’estasi? penso’ tra di se’. Che cos’e’ che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

E’ Clarissa, disse.

Perche’, eccola, era li’.”

Anche qui tramite queste reiterate domande, brevi e concise e la conseguente risposta che si da’, il personaggio in questione rimanda al lettore tutta l’aderenza al presente, la sua totalita’ e partecipazione alla vita della protagonista (Clarissa), in contrapposizione all’altro personaggio, suo alter-ego, Septimus, il quale si suicida, poiche’ incapace di conciliare la sua mistica e le sue alte aspettative, con la vita stessa.

Un saluto
Adele

SCRITTURA RIDONDANTE E L’ACCOGLIENZA DEI TESTI – di Adele S.

Alcune idee, tra l’altro, sulla lettura di Virginia Woolf

Caro Antonio,

ho letto con molto interesse il tuo intervento e commento sulla lettura della Munro, che, ripeto, io non conosco, ma mi affascina questo scambio di opinioni sulla lettura, sul suo significato e il valore che puo’ avere per noi.

Sono assolutamente d’accordo con te che la scrittura ridondante diventa poco incisiva e a tratti dispersiva (ti consiglio la lettura dei giapponesi se gia’ non li conosci: Kawabata e Mishima, p.e., i quali come la loro tradizione culturale insegna non sono soggetti all’orror vacui), ma se posso permettermi di esprimere un pensiero personale, credo, come tra l’altro dice bene Steiner, che tanti fattori influenzano la nostra lettura, lo dimostra esattamente il diverso parere tuo e di Luca, ma sono altresi’ convinta che (non credo sia il caso della Munro: se non ti piace e’ perche’ non ti piace e basta!) una accresciuta cultura e conoscenza di te stesso ti porta ad ampliare la tua “accoglienza” di certi testi che tu avresti in prima battuta messo da parte. Qui naturalmente sto parlando, ripeto, di una mia esperienza personale.

E voglio citare proprio un’autrice che “dovevo” per forza conoscere: Virginia Woolf. Beh, ti confesso che dopo poche pagine un po’ demoralizzata ho dovuto interrompere la lettura, probabilmente non l’avrei piu’ ripresa poiche’ da me ritenuta ostica. Qualche anno dopo pero’ nel mio gruppo di lettura abbiamo letto “Miss Dalloway” e “Gita al Faro” e posso dire senza esagerazioni che forse sono i due testi in assoluto che mi hanno piu’ segnata e forse trasformata nel profondo. Probabilmente in quel momento io, inconsciamente ero gia’ ” in ricerca” e quei testi hanno come, risposto, ad alcune delle mie esigenze. Fortunata casualita’ o catalizzazione di energie in me ancora sopite? Ai posteri…

Voglio solo citare i finali di questi due libri per rimanere in tema di scrittura piu’ o meno incisiva.

Da “Gita al Faro” (Faro con la lettera maiuscola poiche’ nel racconto compare con la dignita’ di un personaggio vero e proprio):

“…Era finito; era completo. Sì, penso’, posando il pennello con estrema fatica, ho avuto la mia visione.”

Questi pensieri cosi’ netti e icastici di un personaggio chiudono tutto un percorso di conoscenza che e’ quello di tutti i personaggi, i quali in qualche modo raggiungono, ognuno a modo loro “il Faro”.(Inteso come luce, consapevolezza di se’)
Per concludere cito anche ultime righe di Miss Dalloway:

“Che cos’e’ questo terrore? che cos’e’ quest’estasi? penso’ tra di se’. Che cos’e’ che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

E’ Clarissa, disse.

Perche’, eccola, era li’.”

Anche qui tramite queste reiterate domande, brevi e concise e la conseguente risposta che si da’, il personaggio in questione rimanda al lettore tutta l’aderenza al presente, la sua totalita’ e partecipazione alla vita della protagonista (Clarissa), in contrapposizione all’altro personaggio, suo alter-ego, Septimus, il quale si suicida, poiche’ incapace di conciliare la sua mistica e le sue alte aspettative, con la vita stessa.

Un saluto
Adele

SCRITTURA RIDONDANTE E L’ACCOGLIENZA DEI TESTI – di Adele S.

Alcune idee, tra l’altro, sulla lettura di Virginia Woolf

Caro Antonio,

ho letto con molto interesse il tuo intervento e commento sulla lettura della Munro, che, ripeto, io non conosco, ma mi affascina questo scambio di opinioni sulla lettura, sul suo significato e il valore che puo’ avere per noi.

Sono assolutamente d’accordo con te che la scrittura ridondante diventa poco incisiva e a tratti dispersiva (ti consiglio la lettura dei giapponesi se gia’ non li conosci: Kawabata e Mishima, p.e., i quali come la loro tradizione culturale insegna non sono soggetti all’orror vacui), ma se posso permettermi di esprimere un pensiero personale, credo, come tra l’altro dice bene Steiner, che tanti fattori influenzano la nostra lettura, lo dimostra esattamente il diverso parere tuo e di Luca, ma sono altresi’ convinta che (non credo sia il caso della Munro: se non ti piace e’ perche’ non ti piace e basta!) una accresciuta cultura e conoscenza di te stesso ti porta ad ampliare la tua “accoglienza” di certi testi che tu avresti in prima battuta messo da parte. Qui naturalmente sto parlando, ripeto, di una mia esperienza personale.

E voglio citare proprio un’autrice che “dovevo” per forza conoscere: Virginia Woolf. Beh, ti confesso che dopo poche pagine un po’ demoralizzata ho dovuto interrompere la lettura, probabilmente non l’avrei piu’ ripresa poiche’ da me ritenuta ostica. Qualche anno dopo pero’ nel mio gruppo di lettura abbiamo letto “Miss Dalloway” e “Gita al Faro” e posso dire senza esagerazioni che forse sono i due testi in assoluto che mi hanno piu’ segnata e forse trasformata nel profondo. Probabilmente in quel momento io, inconsciamente ero gia’ ” in ricerca” e quei testi hanno come, risposto, ad alcune delle mie esigenze. Fortunata casualita’ o catalizzazione di energie in me ancora sopite? Ai posteri…

Voglio solo citare i finali di questi due libri per rimanere in tema di scrittura piu’ o meno incisiva.

Da “Gita al Faro” (Faro con la lettera maiuscola poiche’ nel racconto compare con la dignita’ di un personaggio vero e proprio):

“…Era finito; era completo. Sì, penso’, posando il pennello con estrema fatica, ho avuto la mia visione.”

Questi pensieri cosi’ netti e icastici di un personaggio chiudono tutto un percorso di conoscenza che e’ quello di tutti i personaggi, i quali in qualche modo raggiungono, ognuno a modo loro “il Faro”.(Inteso come luce, consapevolezza di se’)
Per concludere cito anche ultime righe di Miss Dalloway:

“Che cos’e’ questo terrore? che cos’e’ quest’estasi? penso’ tra di se’. Che cos’e’ che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

E’ Clarissa, disse.

Perche’, eccola, era li’.”

Anche qui tramite queste reiterate domande, brevi e concise e la conseguente risposta che si da’, il personaggio in questione rimanda al lettore tutta l’aderenza al presente, la sua totalita’ e partecipazione alla vita della protagonista (Clarissa), in contrapposizione all’altro personaggio, suo alter-ego, Septimus, il quale si suicida, poiche’ incapace di conciliare la sua mistica e le sue alte aspettative, con la vita stessa.

Un saluto
Adele

SCRITTURA RIDONDANTE E L’ACCOGLIENZA DEI TESTI – di Adele S.

Alcune idee, tra l’altro, sulla lettura di Virginia Woolf

Caro Antonio,

ho letto con molto interesse il tuo intervento e commento sulla lettura della Munro, che, ripeto, io non conosco, ma mi affascina questo scambio di opinioni sulla lettura, sul suo significato e il valore che puo’ avere per noi.

Sono assolutamente d’accordo con te che la scrittura ridondante diventa poco incisiva e a tratti dispersiva (ti consiglio la lettura dei giapponesi se gia’ non li conosci: Kawabata e Mishima, p.e., i quali come la loro tradizione culturale insegna non sono soggetti all’orror vacui), ma se posso permettermi di esprimere un pensiero personale, credo, come tra l’altro dice bene Steiner, che tanti fattori influenzano la nostra lettura, lo dimostra esattamente il diverso parere tuo e di Luca, ma sono altresi’ convinta che (non credo sia il caso della Munro: se non ti piace e’ perche’ non ti piace e basta!) una accresciuta cultura e conoscenza di te stesso ti porta ad ampliare la tua “accoglienza” di certi testi che tu avresti in prima battuta messo da parte. Qui naturalmente sto parlando, ripeto, di una mia esperienza personale.

E voglio citare proprio un’autrice che “dovevo” per forza conoscere: Virginia Woolf. Beh, ti confesso che dopo poche pagine un po’ demoralizzata ho dovuto interrompere la lettura, probabilmente non l’avrei piu’ ripresa poiche’ da me ritenuta ostica. Qualche anno dopo pero’ nel mio gruppo di lettura abbiamo letto “Miss Dalloway” e “Gita al Faro” e posso dire senza esagerazioni che forse sono i due testi in assoluto che mi hanno piu’ segnata e forse trasformata nel profondo. Probabilmente in quel momento io, inconsciamente ero gia’ ” in ricerca” e quei testi hanno come, risposto, ad alcune delle mie esigenze. Fortunata casualita’ o catalizzazione di energie in me ancora sopite? Ai posteri…

Voglio solo citare i finali di questi due libri per rimanere in tema di scrittura piu’ o meno incisiva.

Da “Gita al Faro” (Faro con la lettera maiuscola poiche’ nel racconto compare con la dignita’ di un personaggio vero e proprio):

“…Era finito; era completo. Sì, penso’, posando il pennello con estrema fatica, ho avuto la mia visione.”

Questi pensieri cosi’ netti e icastici di un personaggio chiudono tutto un percorso di conoscenza che e’ quello di tutti i personaggi, i quali in qualche modo raggiungono, ognuno a modo loro “il Faro”.(Inteso come luce, consapevolezza di se’)
Per concludere cito anche ultime righe di Miss Dalloway:

“Che cos’e’ questo terrore? che cos’e’ quest’estasi? penso’ tra di se’. Che cos’e’ che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

E’ Clarissa, disse.

Perche’, eccola, era li’.”

Anche qui tramite queste reiterate domande, brevi e concise e la conseguente risposta che si da’, il personaggio in questione rimanda al lettore tutta l’aderenza al presente, la sua totalita’ e partecipazione alla vita della protagonista (Clarissa), in contrapposizione all’altro personaggio, suo alter-ego, Septimus, il quale si suicida, poiche’ incapace di conciliare la sua mistica e le sue alte aspettative, con la vita stessa.

Un saluto
Adele