Alentejo blu

Qualcuno ha letto *Sette mari tredici fiumi* di Monica Ali, ed. Marco Tropea? Mi ha sempre incuriosita vedendolo in libreria, ma non l’ho ancora letto né comprato (stranamente).

Però è appena uscito uno nuovo di Monica Ali, *Alentejo blue*, sempre pubblicato da Marco Tropea, e quello sono corsa a comprarlo, dato che sono un’amante del Portogallo in generale e dell’Alentejo in particolare. All’inizio non mi ha molto presa, devo ammettere: è costruito come a storie, sulle vite degli abitanti e dei visitatori di un fantomatico paesino della regione portoghese. A me i racconti non fanno impazzire, come genere, devo ammettere.

Però ha un suo perché, che esce magari non subito, ma sulla lunga distanza sicuramente. Le storie si intrecciano, le stesse vicende vengono viste dagli occhi di personaggi diversi, tutti molto umani, e descritti bene dal punto di vista psicologico.

Bellino.

Forse è la volta buona che mi convinco a prendere *Sette mari tredici fiumi*.

*giuliaduepuntozero

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Una famiglia americana – Joyce Carol Oates

Vorrei spezzare l’ennesima lancia a favore di Joyce Carol Oates, questa volta per *Una famiglia americana* (titolo originale, molto più bello: *We were the Mulvaneys*), ed. Marco Tropea.

Tutte le volte che leggo qualcosa di suo, ho come la sensazione che finalmente qualcuno sia riuscito a die quello che _anche io_ volevo dire, ma senza riuscirci. Ad esempio, quando parla il figlio minore, Judd, il piccolino della famiglia Mulvaney:

[…] Ho sempre avuto quella sensazione. Per quanto mi sforzassi non potevo sperare di arrivare a condividere i loro bei giorni, i segreti, le battute. I ricordi. Che cos’è una famiglia, dopo tutto, se non ricordi? Casuali e preziosi come il contenuto del cassetto che in cucina serve da ripostiglio generico. […]

Anche io sono la figlia più piccola…

*Una famiglia americana* racconta le vicende dei Mulvaney, una tipica famiglia americana, appunto, considerata dagli altri perfetta: una bella fattoria nello stato di New York, con animali e piante, quattro figli che sembrano perfetti, tutti si amano e si vogliono bene. Fino a quando una tragedia colpisce la bella figlia Marianne, e la famiglia si disgrega.

Mi ha colpito fin dall’inizio, “Eravamo i Mulvaney, vi ricordate di noi?”, con la carrellata sui sei famigliari, sul paese di Chautauqua, vicino al lago Ontario, fino alla fattoria High Point Farm, proprio come se fosse una cinepresa che si avvicina sempre più al centro dell’azione.

Unica critica contro la Marco Tropea, che ha pubblicato anche i bellissimi *La ballata di John Reddy Heart* e *Storia americane*, la copertina: simile a quella degli altri due (se uno non è attento, pensa che sia lo stesso libro), e che non rende per nulla l’ambientazione della fattoria. Ma amen.

*giuliaduepuntozero

Dal gruppo di lettura “effetto libro” di Suzzara: a proposito di Notturni indiani di Antonio Tabucchi. Messaggio di Tania

Cari amici dei “gruppi di lettura” faccio parte del gruppo di lettura
“effetto libro” di Suzzara.
La lettura di Notturni Indiani di Tabucchi  ci ha coinvolti in una decina di persone. E’ stato molto interessante incontrarci, dopo una uindicina di giorni per discutere delle emozioni  che il libro ci aveva asciato. Sembra molto strano ma ognuno di noi ha ricevuto impressioni e ha captato  sensazioni  completamente diverse. Io , per esempio, mi sono
calata in  uno  spaccato di India che mi ha lasciato il desiderio di approfondire , con altre letture , il mondo vasto e misterioso di questo Paese.  Devo sottolineare che un simile sentimento non me lo aveva lasciato l libro “Dio delle piccole cose” di Arundhati Roy , ancorchè ne avessi apprezzato sia la fluidità dello scrivere che il contenuto.
Tania

Viaggi negli Stati Uniti

Un’amica mi ha detto che per quest’estate ha organizzato un viaggio coast to coast negli Stati Uniti. Ovviamente muoio d’invidia, anche se io ci andrò in viaggio di nozze.
Ho pensato però a qualche libro da consigliarle.

Come primo sicuramente mi viene in mente *God Less America*, di Cristina Donà e Monina, di cui ho già parlato.

Il viaggio, però, non deve essere solo geografico, ma anche nella storia di questa nazione. Indimenticabili, e indispensabili, a tale proposito, *American tabloid* e *Sei pezzi da mille* di James Ellroy, Oscar Mondadori, primi due capitoli di una, purtroppo non ancora terminata, trilogia, che il grande scrittore ha dedicato alla storia statunitense. Il primo volume copre gli anni dal 1958 al ’63, il secondo dal ’63 al ’68, romanzando con grande abilità e senso critico le vicende dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King e delle lotte razziali, di Hoover, della CIA e della mafia. Una pietra miliare.

Per concludere, un ultimo testo da non perdere: *L’uomo dal vestito grigio* di Sloan Wilson, uscito nel 1955 e diventato film con Gregory Peck, riedito da poco da Einaudi, con introduzione di Jonathan Franzen, che lo definisce “un libro sugli anni Cinquanta”. Vero, è la storia di una giovane famigliola nei sobborghi di New York, alle prese con le difficoltà legate al lavoro, ai figli, al far quadrare i conti, a superare gli orrori e le menzogne della guerra. Ma non solo. Leggetelo, e scoprirete quanto di attuale e vero può esserci in un libro degli e sugli anni Cinquanta.

*giuliaduepuntozero

“E non disse nemmeno una parola” di Heinrich Böll

Linguaggio semplice e lineare. Lettura veloce, ma intensa: i temi trattati sono molto duri e angoscianti. La storia si svolge a Colonia (Germania) nel secondo dopoguerra e racconta la distruzione e l’abiezione a cui la guerra porta. Le voci narranti sono due (marito e moglie) e si scambiano la narrazione di capitolo in capitolo (questa tecnica del doppio punto di vista è piaciuta molto a tutti!). Le tematiche che sono uscite dalla serata sono, in ordine sparso:
– libro indirettamente molto pacifista…pur non trattando in specifico della guerra ne fa capire le conseguenze sulle persone comuni. Ci avvicina al vissuto quotidiano di una famiglia che, da una vita normale prima della guerra, si ritrova a vivere un’esistenza di stenti e miseria dopo. Sono sottolineate in particolare le conseguenze psicologiche che portano persone perfettamente equilibrate in una situazione di pace a diventare violente in seguito all’essersi ritrovate indigenti e in situazioni invivibili dopo la guerra;
– descrizione delle due facce della religione: la fede che aiuta a recuperare un senso della vita e la fede vissuta come pura apparenza;
– maggiore forza delle donne che, oltre a doversi accollare le difficoltà del presente sono spesso costrette a fare i conti anche con le debolezze degli uomini;
– amore vissuto non in maniera romantica, ma quotidiana. Forza di questo tipo di amore, che riesce alla fine a dare l’energia per andare avanti;
– tema delle persone che “ti toccano il cuore” senza un motivo….cose che capitano tutti i giorni: in metro, per strada, in un negozio. Immagine molto poetica.
– ad alcuni (me compresa) ha irritato l’atteggiamento del protagonista maschile, incapace di avere una reazione “sana” ad una situazione difficile… DONNE: non fatevi irretire da uomini inetti! ;
– grande capacità di farci vedere attraverso la scrittura le situazioni, i luoghi, le persone che popolano il romanzo;
– anche i popoli che escono sconfitti dalle guerre soffrono… i tedeschi, pur avendo sbagliato, non avrebbero dovuto essere umiliati a tal punto. I bombardamenti a tappeto sui civili che ci sono stati a guerra finita sono spesso dimenticati dalla storia.
Molto altro è stato detto, ma la mia memoria vacilla.
Tutto il romanzo/racconto è permeato da un’atmosfera angosciante e tetra…da non leggere quando si è già in situazioni difficili! Allo stesso tempo c’è una grande umanità di fondo che fa riflettere su come l’uomo può cadere in basso, ma anche come può riuscire a rialzarsi. Buona lettura!
Ilaria.

L’infinito viaggiare

Le prefazioni sono sempre sospette; inutili se il libro che esse introducono non le richiede o indizi della sua insufficienza se esso ne ha bisogno, rischiano pure di guastare la lettura, come la spiegazione di una barzelletta o l’anticipazione del suo finale. Ma forse il prologo si addice a una raccolta di pagine di viaggio, perché il viaggio – nel mondo o sulla carta – è di per sé unc ontinuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo. La prefazione è una specie di valigia, un necessaire, e quest’ultimo fa parte del viaggio; alla partenza, quando ci si mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa di essenziale; durante il cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non si ricorda di aver messo dentro. Così accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta non c’è più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita – nel viaggio della vita – avevamo appena notato. Il viaggio sempre ricominciam ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga nel trasloco dalla realtà alla carta – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rahner, grande teologo in cammino, cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiaotre. Viaggiare dunque ha a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire o Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare il più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

Da *L’infinito viaggiare*, Claudio Magris, ed. Mondadori, 2005

*giuliaduepuntozero

Ma che fine hanno fatto?

Ci sono scrittori che mi piacciono particolarmente, e che, guarda caso, non scrivono libri da anni.
E io li aspetto con ansia, ma che fine hanno fatto?
Innanzitutto, aspetto il terzo capitolo della trilogia di Ellroy sulla storia degli Stati Uniti, dopo *American Tabloid* e *Sei pezzi da mille*.
Bellissimi, avvincenti, istruttivi. Come la storia sia andata avanti, ovviamente, ormai si sa, ma raccontata da Ellroy, è tutta un’altra cosa. Intanto lui, per lo meno, ne ha scritti e pubblicati altri, l’ultimo per Bompiani, *Jungletown jihad*, ma si starà veramente impegnando per far uscire questo attesissimo libro per l’anno prossimo, come ho sentito dire? Mah.
E poi Eugenides: l’ho sentito qualche anno fa (2003?) al Festivaletteratura di Mantova, era appena uscito *Middlesex*. Lui fortissimo, con un’interessante storia alle spalle: americano, con genitori greco e irlandese. Bravo, simpatico, scrive bene, ancora meglio in *Le vergini suicide*, uno dei miei libri cult. Ma anche lui, non sarebbe ora di scriverne un altro?
Infine Markaris, con il suo ispettore Kostas Karitos ad Atene, bellissimo. Dopo *Ultime della notte*, *Difesa a zona* e *Si è suicidato il Che*, anche questo del 2003…

*giuliaduepuntozero