L’uomo senza qualità, Claudio Magris d’annata e l’impossibilità di raccontare la vita in una storia

Da alcuni mesi sono impigliato in _L’uomo sena qualità_ di Robert Musil (certo, nel frattempo leggo anche altro ;). Come già accenntato: bello, forte, intenso. Ma anche ostico, soprattutto la sensazione di stare in un labirinto, di non cogliere il disegno complessivo, ma solo le singole parti, e non sempre (il che è a sua volta uno dei temi del libro e del “saggismo” di Musil, in effetti).
E, lo confesso, sabato sono andato in biblioteca a cercare “aiuto”.
Tra gli altri ho trovato un libro del 1982 di Claudio Magris – Itaca e Oltre (Garzanti) che raccoglie interventi sul Corriere della Sera usciti negli anni Settanta e dedicati alla letteratura, agli scrittori, ai romanzi.
Fra questi, uno è per _L’uomo senza qualità_: poche pagine ma molto belle (come tutto quel che scrive Claudio Magris).
Queste pagine mi hanno un po’ aiutato a leggere Musil; il disegno globale dell’opera è un po’ meno enigmatico, così come lo spirito, minuzioso, delle singole parti. Non sto a citare i vari passaggi di Magris che meritano. Mi limito a questo:

L’Uomo senza qualità è il grandissimo libro, alato e preciso, il quale rappresenta la realtà che non abita più nel Tutto ordinato e anzi ne trabocca, non più arginata dal secolare concetto di limite e dal secolare divieto dell’illimitato, dilatandosi in tutte le direzioni come il romanzo che le diene dietro. Il capolavoro di Musil è l’enciclopedia, la summa totale di una realtà che non può essere più abbracciata per intero, perché essa stessa non si raccoglie più in un intero, e che non può essere più vissuta epicamente, nel suo spontaneo fluire, perché essa consiste nella riflessione su se stessa e sulla propria rappresentabilità. Se le grandi opere epiche danno l’illusione della vita che si racconta da sé, l’Uomo senza qualità è l’epopea della riflessione, della vita che indaga e ritrae la propria impossibilità a essere raccontata in una storia.

Dunque, il libro di Musil indica l’impossibilità di una story: da qui la difficoltà di lettura, per la vecchia nostra abitudine a cercare le trame, nei romanzi e nella vita stessa.

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44 pensieri riguardo “L’uomo senza qualità, Claudio Magris d’annata e l’impossibilità di raccontare la vita in una storia”

  1. Ma c’è l’articolo! L’ho trovato per caso girando in rete, avevo omesso di fare una ricerca sul blog usando l’apposito campo.
    Mi ci sono imbattuta perché ho avuto l’idea di associare il nome di Musil a quello di Magris.

    Mi consola leggere che questo romanzo ha messo un po’ in difficoltà anche Luigi e che anche lui è ricorso ad una lettura protratta nel tempo e parallela a quella di altri libri.

    L’articolo autonomo lo merita proprio, il capolavoro di Musil!

    Ciao
    Mariangela

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  2. @tutti @Luigi
    “Abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno” scrive Musil al capitolo 11 del suo romanzo, si riferisce alle scoperte scientifiche e all’efficientismo del XX secolo; efficacissima l’immagine che ci propone: la vecchia e inefficiente umanità si è addormentata su un formicaio e le formiche hanno assalito la nuova, penetrandole nel sangue, questa nuova umanità si dibatte e si muove all’impazzata, senza essere in grado di scuotersi di dosso quell’istinto di animalesca laboriosità.

    Il tema della scienza e dell’innovazione era già stato trattato da Musil in un saggio del 1922, “L’Europa abbandonata a se stessa”. In quell’occasione l’autore aveva sottolineato l’antiteticità delle idee proposte dal bazar spirituale dell’epoca: nazionalismo e universalismo, intuizione e realismo, pacifismo e bellicismo e altri binomi antinomici venivano accolti in modo disarmonico. Conseguenza di questo modo sbagliato di impostare i problemi era il proliferare nel panorama spirituale dei numerosi gruppetti (le cerchie di lettori, la rete del clero, i milioni di steineriani, le università). Nel saggio aveva scritto Musil al proposito:

    “È una torre di Babele, una casa di matti, da mille finestre mille voci diverse, mille fanfare investono il passante. È evidente che in questo modo l’individuo cade in balia di motivazioni anarchiche e morale e spirito vano in decomposizione. Ma dagli scantinati di questa casa di matti martella la volontà creatrice di Efesto e si realizzano antichissimi sogni dell’umanità, il volo, gli stivali delle sette leghe, la possibilità di vedere attraverso i corpi. (…) La nostra epoca è epoca dell’appagamento e l’appagamento è sempre delusione. Le manca il desiderio, le manca qualcosa che non sia ancora in grado di fare. E questo le rode il cuore”

    [Robert Musil, “L’Europa abbandonata a se stessa, ovvero, Viaggio di palo in frasca”, in “Sulla stupidità e altri scritti”, traduzione di Andrea Casalegno, introduzione di Roberto Olmi, Mondadori, 1986, pp.104/130, originariamente pubblicato in “Ganymed, Jahrbuch für die Kunst”,1922]

    Saluti,
    Mariangela

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  3. @tutti @Luigi
    Impossibile perdersi l’ironia con cui Musil, in un articolo ripreso poi in più punti nel romanzo, ci accompagna nel mondo di libri e letteratura.

    “Le epoche passate avevano creato termini come “imbrattacarte” o “criticastro”, per respingere determinate aberrazioni letterarie. Oggi invece la stessa parola “letterato” è diventata un insulto. “Soltanto letteratura” è un po’ come dire: farfalle che svolazzano attorno alla luce artificiale, mentre fuori splende il sole. L’uomo attivo è infastidito dall’irrequietenzza della letteratura.

    Chi non l’ha udito dichiarare, con laconica risolutezza, che delle cronache giudiziarie, nei resoconti di viaggio, nelle biografie, nei discorsi politici, nelle discussioni d’affari, nelle esperienze che si fanno accanto a un leggo d’ospedale, durante una scalata oppure in fabbrica c’è più poesia e più patos che in tutta la letteratura contemporanea? Da qui alla convinzione che “nella nostra epoca febbrile e agitata da grandi eventi” solo il breve trafiletto di giornale, oppure il feuilleton, siano arte realmente viva, il passo è breve.L’uomo attivo assicura che non esiste poesia più grande della vita stessa. Con il vantaggio di elevare anche se stesso al rango di genio poetico: forse che ciascuno non è, in un certo senso, l’”autore” della propria esistenza vissuta? Così anche l’ultimo lettore sparisce. Restano soltanto di geni.

    Ma questo si sa: i geni hanno una particolarità: raramente riconoscono le realizzazioni degli altri geni. I geni leggono soltanto ciò che li conferma nelle loro opinioni. E questo li annoia.I Wandervögel leggono soltanto ciò che conferma le opinioni dei Wandervögel, gli psicoanalisti leggono soltanto ciò che conferma le opinioni degli psicoanalisti, E l’interessato, naturalmente, la sa sempre molto più lunga (il che è perfettamente vero). Perciò i geni leggono con la matita in mano e distribuiscono punti esclamativi e annotazioni in margine. Ma se, non ostante tutto, finiscono per trovarsi sotto gli occhi delle pagine di amena letteratura, i geni non possono soffrire la prolissità. Qualche “stimolo” è più che sufficiente. In realtà i geni leggono solo i titoli dei capitoli, come riescono a fare così bene sfogliando il giornale. Quando c’è un gran movimento di titoli, dicono: non è male: e la chiamano “vivacità culturale”. Se i titoli, invece, sono pochi e sparuti, dicono: è soltanto letteratura.

    In una parola: i geni leggono come si legge al giorno d’oggi.

    Quel che fanno quando scrivono è un’altra questione.”

    [Robert Musil, “Libri e letteratura”, in “Sulla stupidità”, cit., pp.178/191, originariamente pubblicato in “Die literarische Welt”, 15, 22 e 29 ottobre 1926]

    Ciao,
    Mari

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  4. @Tutti
    Scusatemi, mi sono buttata a capofitto e ho postato qualche pensiero di Musil che mi era piaciuto, ho però dimenticato di chiedere la cosa più importante: qualcuno di voi lo sta leggendo oppure ha letto in passato “L’uomo senza qualità”? Quali difficoltà avete trovato? C’è qualcuno che lo ha iniziato e lo ha abbandonato? Se sì, ve ne rammaricate, ritenendola un’opportunità perduta, oppure pensate che il gioco non valga la candela, vista la mole del romanzo e considerato che ci sono tanti libri che ci aspettano (tutte le risposte sono legittime: il lettore ha diritto di rifiutare anche capolavori consacrati).

    Quanto a me, avrete già capito che non temo tanto di perdere il quadro d’insieme, anzi, a questo proposito neppure una lettura parziale del romanzo a causa di eventuale abbandono sarebbe motivo di cruccio perché la parte letta avrebbe comunque lasciato il segno, la mia preoccupazione è semmai quella di non riuscire a cogliere almeno qualcuno dei temi approfonditi da Musil; questo è il motivo per cui di suo sto leggendo in parallelo anche i saggi. Della serie: ognuno legge a modo suo e non voglio perdere la speranza di incontrare lettori tolleranti!

    Ciao,
    Mariangela

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  5. @Tutti @Luigi

    Musil torna spesso sulla presunta antitesi tra intelletto e sentimento:

    “Nell’ambito delle attività dello spirito (uso questa espressione sintetica per distinguerlo dall’ambito delle attività “intellettuali” pure) non esiste pregiudizio più duro a morire di quello che dà all’intelletto la colpa di tutti i fallimenti della civiltà; primo tra tutti la disgregazione dell’’anima’. La civiltà sarebbe schiava dell’intelletto. Ora, diamo pure addosso all’intelletto, accusiamolo di tutte le unilateralità e di tutti gli effetti secondari perversi possibili e immaginabili. Ma se affermiamo che l’intelletto è un elemento disgregatore, che cosa intendiamo dire? Soltanto che esso dissolve a poco a poco dei valori emotivamente saldi, incrollabili, senza incrinature. Ma l’intelletto non potrebbe dissolverli se essi non fossero già incrinati nei loro presupposti emotivi. L’aspetto emotivo non dipende dalla natura dell’intelletto, ma da quella dei valori! L’intelletto, per sua natura può essere tanto coesivo quanto disgregatore. Esso, anzi, è la più potente forza coesiva nei rapporti umani, e questo, stranamente, i “begli spiriti” che accusano l’intelletto spesso se lo dimenticano. Il problema, insomma, può essere soltanto questo: un cattivo rapporto tra intelletto e “anima” che vivono l’uno accanto all’altra senza incontrarsi. Noi non possediamo troppo intelletto e troppa poca anima. Tutte le colpe di cui si accusa l’intelletto possono essere ridotte a una sola: il nostro pensiero si muove abitualmente da pensiero a pensiero e da fatto a fatto, escludendo del tutto il nostro Io. Noi non pensiamo e non agiamo sul nostro io.” (le parole tra gli ultimi due punti sono in corsivo nel testo).

    [Robert Musil, “L’Europa abbandonata a se stessa, ovvero, Viaggio di palo in frasca”, in “Sulla stupidità”, cit., pp.104/130, originariamente pubblicato in “Ganymed, Jahrbuch für die Kunst”,1922]

    Mi piace l’imperativo di Musil: esseri umani, agite sul vostro “Io”, fate in modo che cervello e sentimento siano connessi, lasciate che il primo aiuti il secondo ad imporsi sulle bieche ragioni dell’utilitarismo, permettete a questo duo formidabile di lavorare in coppia perché pregiudizio e conformismo rimangano schiacciati sotto il tallone della loro alleanza di ferro! (Interpretazione molto libera e personale, lo ammetto, ma io ci ho voluto leggere questo).

    Saluti,
    Mariangela

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  6. @Tutti
    Nel capitolo 62° ho registrato un cambio di tono, l’ironia lascia il posto a una nota dolente: Ulrich si sente “in vacanza dalla vita” e percepisce tutta l’insipienza della del suo tirare avanti senza una direzione e una meta. Non mi metto certo a parafrasare Musil, tanto meno in un passaggio così profondo del romanzo. Mi azzardo a dire che se un lettore si procurasse “L’USQ”, libro dalla mole corposa, per leggersi unicamente questo capitolo, di poche pagine, a mio parere non mancherebbe di rispetto a nessuno e certo non commetterebbe errore di metodo (ne esiste uno giusto in lettura?), anzi, eviterebbe di perdersi una perla della letteratura mondiale.

    Sulla “tranquilla disperazione” di Ulrich dico solo che ho trovato molto umano quel suo bisogno di abbandonare la stanza, in veste da camera, e uscire in giardino per prendere una boccata d’aria fresca: “voleva sentire il freddo nei capelli”.

    [Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Introduzione di Bianca Cetti Marinoni, traduzione di Anita Rho, Gabriella Benedetti, Laura Castoldi, Einaudi, 1996, edizione digitale, pag. 269]

    Ciao,
    Mariangela

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  7. @Tutti
    Il lungo rimuginio di Ulrich lo induce a chiedersi:

    “..un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma cosa deve fare un uomo che vuole diventare qualcosa di intermedio tra i due?”
    [Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Einaudi, 1996, edizione digitale, pag. 266]

    È un tema espresso spesso anche nei saggi giovanili:

    “A noi tedeschi mancano (con la grande eccezione di Nietzsche) dei libri sull’uomo. Non abbiamo scrittori capaci di affrontare la vita in modo sistematico, di organizzarla. Da noi il pensiero artistico e il pensiero scientifico non si sono ancora incontrati. E i problemi che si collocano nella zona intermedia tra arte e scienza restano irrisolti”
    [Robert Musil, “Nota su una metapsichica”, in “Sulla stupidità”, cit., pp. 58/64, originariamente pubblicato in “Die neue Rundschau”, aprile,1914]

    Ciao,
    Mari

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  8. @tutti
    Sul compito del poeta, sulla sua missione, Musil si era espresso in un saggio del 1919: il poeta deve “inventare” l’uomo interiore.

    “La sfera non razioide è la patria del poeta, il regno della sua ragione. L’antagonista del poeta cerca il dato fisso, ed è soddisfatto se riesce ad impostare un calcolo nel quale il numero delle equazioni è uguale al numero delle incognite che si trova di fronte. Qui invece le incognite, le equazioni, le possibilità di soluzione sono per principio infinite. Qui il compito è un altro: scoprire soluzioni, rapporti, connessioni, variabili sempre nuove; costruire dei prototipi che prefigurino il corso degli eventi, indicare dei modelli invitanti che insegnino all’uomo come può essere uomo; “inventare” l’uomo interiore.”

    E continua qualche riga dopo:

    “Il borghese ignora che la sfera razioide e la sfera non razioide sono due sfere distinte per la loro essenza; per questo considera il pieta un uomo “eccezionale” (e da qui all’‘incapace di intendere e di volere’ il passo è breve). In realtà il poeta è un uomo eccezionale solo nel senso che è l’uomo che sta attento alle eccezioni. Il poeta non è un “invasato”, non è un “veggente”, non è un “fanciullino” – e non è neppure un parto deforme della ragione. Il poeta non si avvale di un’altra specie di conoscenza, o di facoltà conoscitive diverse da quelle dell’uomo razionale. Sia nella sfera razioide che nell’altra sfera l’uomo che segna un’orma è colui che possiede la massima conoscenza dei fatti e anche la massima capacità razionale nel collegarli fra loro. Ma nella sfera razioide l’uomo trova i fatti al di fuori di sé, e si trova di fronte a una serie di esperienze in sé conchiuse; nell’altra sfera, invece, egli trova i fatti dentro di sé e si trova di fronte a esperienze aperte.”

    [Robert Musil, “Schizzo sulla conoscenza del poeta”, in “Sulla stupidità”, cit., pp. 70/76, originariamente pubblicato in “Summa”, n. 4,1918]

    Ciao,
    Mariangela

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  9. @Cristina @Tutti
    Cristina, non ho mollato “L’Usq”! Lo sto leggendo lentamente e non senza difficoltà, ma procede: si era detto dieci pagine al giorno e per ora la tabella di marcia è rispettata! Va beh, nell’interpretare al meglio il mio personaggio nel gran teatro del blog, calco un po’ la mano, in realtà, come ho scritto, dovessi abbandonarlo anche adesso, pagine a parte, non sarebbe un problema, mi ha già dato tanto, tantissimo, questo libro incommensurabile, certo, non è un libro facile, ma io non ho la pretesa di capire tutto.

    Leggere ci consola e ci fa sentire meno ignoranti, in tutti i sensi: proprio a proposito della difficoltà di questo autore, Bianca Cetti Marinoni scrive che Musil, croce e delizia dei suoi lettori, anche come saggista non è scrittore facile, il suo pensiero, mobilissimo, non si lascia afferrare agevolmente anche perché le sue argomentazioni conoscono scarti e salti logici e sovente non sono distese e dipanate. Leggo che Musil non si dava pena della sua fama di autore difficile, anzi se ne faceva un vanto, rimane il fatto che anche Benjamin, in una lettera, lo definì “più intelligente del necessario”.

    Ho trovato queste informazioni consolatorie nell’introduzione di un’opera di cui ho al momento ho sottomano solo il primo volume:

    ►Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 2 v. (1017 p.)

    Peccato nessuno mi racconti delle sue esperienze con questo romanzo, salvo tu, Cristina, che mi hai spiegato come lo hai letto e quanto ti abbia coinvolto; io comunque mi sto divertendo (non lo nego anche grazie al supporto dei saggi).

    Ciao,
    Mariangela

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  10. @Tutti
    In questo primo volume di “Saggi e lettere” nel capitolo “Motivi-Riflessioni” vengono presentati alcuni frammenti. Sono testi postumi, ci spiega la curatrice, scritti non posteriormente alla metà degli anni venti. Sono note sparse non collegate tra loro che probabilmente sono poi servite all’autore per i futuri lavori.

    Da queste pagine raccolgo un po’ a caso, alcuni pensieri sono di poche righe, quasi degli aforismi, altri mi rimandano al romanzo e ai saggi. Quello che segue mi è piaciuto molto:

    “Ci si chiude nella propria stanza per conservare e delimitare la propria individualità e tuttavia vi si ospitano mosche, sciami di creature microscopiche, di tarli, e dentro di sé spermatozoi. Forse si è morsi dalla stessa pulce che morde il cane da caccia.

    In questa antinomia è insito un problema: da un lato si è parte del tessuto della vita comune, dall’altro si ha un desiderio di particolarità, di innalzamento, di delimitazione. La credenza religiosa in un’anima che accede alla beatitudine restando l’entità singola che era in terra ha radice in ciò, e così l’amore per la morale, perché fa di una persona una singola entità morale e sim. Per le attività più importanti (arte, scienza e sim.) si ha bisogno degli altri, talvolta, però si ha bisogno proprio del contrasto con essi. Ciò che ha valore non sarà l’egoismo o l’altruismo, ma una certa forma di fluidità del confine tra loro, non con condizione statica, ma dinamica. Qualcosa di fluido è anche il confine dell’U. [Unterbewusssein? (inconscio)], forse il valore più intenso è in noi in quanto parti di una totalità, in modo analogo al rapporto tra il ramo di corallo e il singolo animale.”

    [Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 1 Vol. p. 449]

    Nelle note, Bianca Cetti Marinoni ci dice che qui c’è un primo accenno al concetto di “altro stato”.

    Ciao,
    Mari

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  11. @tutti

    La felicità della lettrice appassionata di scrittura aforismatica: avere sotto mano questo libro e rovistare tra queste note estemporanee:

    “La guerra, la caccia e il commercio presuppongono e stimolano le medesime facoltà: l’inganno, la spietatezza, e, come corollario, il coraggio, la fiducia in se stessi, l’autismo, la durezza, in una parola, l’essenza stessa del “male.

    È forse la differenza tra popoli di cacciatori e popoli di pastori che sta alla base della mescolanza, in noi, di “altro” stato e stato normale? Due specie animali dalla cui fusione è nato l’uomo?.”

    [Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 1 Vol., p. 463]

    Ciao
    Mariangela

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  12. @Tutti
    Questo primo volume mi conferma nella mia convinzione che il paratesto in un libro può fare la differenza: la curatela di Bianca Cetti Marinoni secondo me è veramente approfondita e accurata.

    Sulla medesima pagina, qualche pensiero sotto a quello su guerra caccia e commercio, ho trovato questo frammento:

    “La stampa deve la sua nascita al pettegolezzo e al bisogno di diffamazione.”

    [Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 1 Vol., p. 463]

    Mi chiedo come si sarebbe espresso Musil se avesse conosciuto i social network di oggi!

    Ciao,
    Mariangela

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  13. @tutti
    Vedo che già negli schizzi giovanili di Musil emergono le sue idee sul ruolo dell’arte:

    “La fede nel valore dell’arte è una propaggine della fede nel valore della ragione. Nasce nell’ambito dell’emancipazione dell’uomo dalla religione. Legge morale naturale e sim. Per questo, oggi, l’arte viene tenuta giustamente in poco conto. Avremmo bisogno di una disposizione completamente diversa nei confronti dell’arte, conforme al vero uomo di oggi.

    Per questa ragione è necessario motivare in modo nuovo la fede nel valore dell’arte.”

    [Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 1 Vol., p. 463]

    Saluti,
    Mari

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  14. @tutti
    Alla fine del capitolo 68°, significativamente intitolato “Digressione: l’uomo deve concordare col proprio corpo?”, Musil ci dice che Ulrich non si trova in sintonia col suo corpo, quel corpo creato dalla cultura della fisicità, una delle mode del tempo che Ulrich stesso ha assecondato. Si chiede l’autore:

    “Ma è questo il corpo del nostro spirito, delle nostre idee, intuizioni e progetti, oppure delle nostre follie – incluse quelle attraenti? Che Ulrich avesse amato quelle follie, e ancora ne fosse preso talvolta, non gli impediva di sentirsi a disagio nel corpo da esse creato.”
    [Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Einaudi, 1996, edizione digitale, pp. 294/296]

    Sorprendente quanto Musil sappia essere attuale quando parla della preoccupazione di modellare e cesellare il nostro aspetto fisico in base ai dettami estetici in voga; a questo proposito si esprime anche in un saggio nel 1931:

    “Oggi, dunque, noi possediamo una “cultura” del corpo. Questo è un fatto, non c’è rimedio. Ma, spiritualmente, di chi è figlia? A questo proposito devo confessare: io stesso ho fatto molto sport. (…) Credo di avere dato prove sufficienti di non essermi chiuso allo spirito del nuovo secolo. Ma se mi domando che cosa avveniva realmente in me, in tali occasioni, devo meditare con cura la risposta. A spingermi era soprattutto una forza cieca, un impulso irresistibile per una nuova attività appena scoperta. Ma c’era anche, ben evidente, quella vanità giovanile, ignara della vita, che non solo gode della salute del proprio corpo ma lo sente come un prodigio perché questo sacco miracoloso contiene ancora tutti i successi del mondo e non ne è uscita ancora neppure una delusione. Non dimentichiamo il fascino di imparare, qualsiasi cosa si stia imparando, quando ci dedichiamo ad essa per la prima volta. Se abbiamo sacrificato cento ore di tempo e di sforzi, sacrifichiamo anche la centounesima, e così, cominciamo una nuova serie: l’allenamento del corpo ci spinge sempre più avanti, quasi menandoci per il naso.
    Queste sono illusioni. (…)”

    [Robert Musil, “Quando papà imparava il tennis”, in “Sulla stupidità”, cit., pp. 225/23 /, originariamente pubblicato sul mensile berlinese “Der Querschnitt”, aprile, 1931]

    Aveva ragione o no?

    Saluti,
    Mariangela

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  15. @tutti
    Sempre sull’aspetto fisico e l’imperante giovanilismo proposto dalle mode, trovo che sia ancora attualissimo anche questo pensiero, estrapolato dallo stesso saggio:

    “La situazione delle arti figurative è così disperata che può, adesso come adesso, giustificare molte cose. Ma l’incapacità di raffigurare un nudo che possa essere inteso come espressione di noi stessi è altrettanto disperata. Non per nulla la plastica della figura umana viene sottoposta da almeno una generazione ai rulli compressori e al martello pneumatico senza molto successo. Se l’arte che dovrebbe restituirci un corpo non sa trovare nulla di più bello, nulla di più profondo, se non i corpi dei atleti altamente specializzati, o di atleti tout court, non è questo un grande trionfo dello sport sullo spirito?”

    [Robert Musil, “Quando papà imparava il tennis”, in “Sulla stupidità”, cit., pp. 225/233, originariamente pubblicato sul mensile berlinese “Der Querschnitt”, aprile, 1931]

    Cosa direbbe al cospetto di tante immagini pubblicitarie dei nostri giorni?

    Ciao,
    Mari

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  16. @Mariangela Se può esserti utile ti allego le mie impressioni di lettura de l’USQ che ho scritto su Anobii, sono lunghette ma ci sono riferimenti a mio parere importanti sulla vita privata di Musil e sull’opera, poiché molti personaggi di Musil (Clarisse ad esempio) vengono dolorosamente dalla sua vita. Ciao 😀

    “Chi può dire oggigiorno se il suo sdegno sia per davvero il suo sdegno”

    “Il difetto di questo libro è di essere un libro. Di avere una copertina, un dorso, un’impaginazione. Si dovrebbe stenderne un paio di pagine fra lastre di vetro e cambiarle ogni tanto. Allora si vedrebbe che cosa è…”
    (Robert Musil nei diari a proposito de L’uomo senza qualità)
    Ho riletto alcune parti dell’Uomo senza qualità (USQ) e letto per la prima volta le parti non concluse e pubblicate postume (dopo il ‘42), capitoli che egli non fece in tempo ad aggiungere. Come si capirà leggendolo egli non fece in tempo poiché le variazioni di vita che aveva sperimentato conducevano a un vicolo cieco. Per cui Musil si sente come Ulisse che supera le colonne d’Ercole e finisce in mare aperto e sconfinato. L’Ulisse di Dante e non quello di Joyce. Un rivolo d’acqua si gonfia sempre più e diventa mare. Ma in questo mare si possono rintracciare storie interne, relazioni tra i personaggi, ed è questo che conta davvero; relazioni rese in modo stupefacente che ancora oggi sono di una grandezza e modernità sconcertanti quanto a stile, presa sul lettore, scintillare delle idee. Confrontando i Diari di Musil, la sua biografia e l’USQ si scoprono molte cose interessanti.

    Beh, di cosa tratta l’USQ? Non è vero che è impossibile spiegarlo, è invece abbastanza facile. L’USQ è un libro in cui i personaggi vogliono vivificarsi come facciamo tutti, ma per vivificarci, Musil lo chiama l’altro stato, non possiamo che andare e tornare da questo stato, come succede quando gustiamo un film che ci commuove, che ci scuote particolarmente, come facciamo con l’amore, con una vacanza, come facciamo con tutti i momenti vivificanti, non possiamo sostare ma andare e riandare. In questo andare e riandare Musil inserisce un po’ di tutto, la conversazione, che può essere eccitante quando si affrontano argomenti interessanti in uno spirito giusto. Quindi il ruolo del talento, dell’arte, della musica, della comunicazione, della stampa, della politica, delle emozioni, del sesso, della nevrosi, dello sport, eccetera. Facebook, la rete in generale, sarebbe stato un ottimo argomento aggiuntivo per Musil. Ma tutto questo ipotizzare Musil lo rende vivo perché i suoi personaggi sono stati vivi, con lui. Egli inizia ad annotare alcune bozze di comportamenti di amici, conoscenti e gente nota della sua epoca già quando aveva 25 anni. A più riprese li modifica. A 40 anni comincia a scrivere l’USQ, lo porta avanti per nove anni senza comporlo. Poi nel 1929, in un anno e mezzo scrive e compone in bella copia le prime 850 pagine. 123 capitoli. Escono a novembre del 1930 quando ha appena compiuto 50 anni.

    Così scrive Bianca Cetti Marinoni nell’introduzione: “(l’altro stato) attingibile da ciascuno in intense esperienze amorose così come nel pieno godimento dell’arte e della percezione profonda del sacro, non può essere uno stato durevole ma solo intermittente: esso consiste in una temporanea uscita dalla vita consueta, in cui si rientra portando con sé il proprio sentimento di quest’altra dimensione. E dunque proprio qui, nella vita consueta, si gioca per Musil la difficile partita conclusiva: vi si può rientrare chiudendo quell’esperienza nella parentesi di una vacanza, tornando a quella coesistenza separata e contraddittoria di interiorità e calcolo, passione e ideologia che già abbiamo visto scatenare l’ironia di Musil; oppure facendo sì che questa vita sia guidata dalle motivazioni dell’altra, e perseguire questa meta per approssimazioni successive, per tentativi casuali ma dotati di senso, ossia organicamente correlati.”

    In poche righe: i personaggi di Musil (almeno alcuni) fanno in modo di conquistare la realtà senza perdere il sogno, portano con loro, sempre presenti, il desiderio, di quello che hanno bramato, ma un desiderio che sfugge a loro stessi. Alcuni sono professionisti e inseriti nel mondo degli affari, alcuni come Ulrich (ex matematico) hanno un ruolo diverso, mettono in luce gli aspetti più irrequieti degli altri. Alcuni sconfinano nel deliquio, come Clarisse e Moosbrugger.
    Ulrich perturba i salotti con cui viene a contatto. Qui entro nella vita di Robert Musil, per forza di cose. Prendiamo Walter e Carisse, personaggi fondamentali. Due amici sposati di Ulrich. In realtà Walter si chiamava Gustav Donath ed era amico d’infanzia di Robert Musil, Clarisse si chiamava Alice Charlemont. A 25 anni Musil annota pagine piuttosto forti su Alice, scrive che Alice veniva da una famiglia ebraica in cui “la sensualità era un fatto di famiglia”, Musil scriveva istoriando le sue informazioni, alla maniera impressionistica dell’epoca e con i 25 anni che aveva allora (stava scrivendo il Torless). Ma Alice Charlemont aveva effettivamente una sensualità spiccata, “fu arrotolata dalla sensualità come un foglio dal calore”. Musil scrive che anche sua sorella l’aveva e che in casa sua avevano deciso di legarle le dita per evitare che si masturbasse di notte. Anche la sorella di Alice finirà come personaggio ne l’USQ qualità, si chiamerà Marion. Il padre di Alice ha sposato sua madre, scrive Musil, esclusivamente per le sue qualità sessuali, di giorno sono ai ferri corti e di notte si amano con sfrenatezza. Questo Alice lo percepisce. Alice lo sa. In questo senso Musil, sembra riportare i sentimenti del Torless quando immagina tutto ciò che gli amanti fanno di notte in una camera da letto, ma il mondo non lo sa, lo sa per interposta immaginazione, lo sa soltanto dalle facce miti a colazione. Alice viene sedotta in adolescenza da un amico di famiglia, filosofo, che ne l’USQ si chiama Meingast. Alice ha un neo grande quanto un medaglione sul pube, “dove la linea tra anca e ventre va a finire tra i peli”, verrà chiamato l’occhio del diavolo nel libro. Nei diari Musil annota anche il giorno in cui Alice Charlemont ebbe i primi segni di esaurimento nervoso (1910) e fu portata a Venezia in un istituto e all’interno di quell’istituto ella s’invaghì di un greco, omosessuale, al quale Alice spediva lettere e cercò di inseguire fino in Grecia.

    Gustav, l’amico di Robert Musil, aveva sposato Alice nel 1907 e Musil ne sarà il testimone di nozze. Ne l’USQ, Clarisse sente un debole per Ulrich ma egli non fa altro che acutizzare le nevrosi che porteranno al ricovero Clarisse. Nell’ultimo capitolo della seconda parte, un capitolo che secondo me avrebbe potuto essere quello conclusivo dell’opera, il Cap 123, Clarisse non vuole un figlio da suo marito, col quale non va più d’accordo ma si presenta in casa di Ulrich e cerca di sedurlo; vuole un figlio da lui, poiché lo ritiene spiritualmente l’unico capace di comprenderla. Ma Ulrich si rifiuta. Scrive che quel suo modo di fare era in qualche modo quasi convenzionale agli occhi di Ulrich, come se alcune sue frasi fossero una riga di un libro capitata per sbaglio in un altro libro. Come se fosse essa stessa fatta di diversi testi interpolati. Infatti Clarisse nel libro non esordisce con frasi ammiccanti ma si presenta da Ulrich per fargli le condoglianze per la morte di suo padre, tuttavia nel farlo usa un’espressione che Ulrich ritiene irritante e fuori luogo: “Ti faccio le più sincere condoglianze, allora, ragazzo mio!”.
    Musil non è buono neppure con se stesso quando scrive riferendosi a Ulrich: “Il mio carattere è una specie di macchina fatta per disprezzare continuamente la vita”. Oppure: “Agathe, come Ulrich, apparteneva alle gente di attività appassionata ma frammentaria”.
    Musil non è buono con Clarisse e nei Diari con Alice, da scrittore grande, ma da uomo poco dignitoso o forse troppo pressato dai suoi pensieri e ansie, non si accorge che la donna che sta tratteggiando è colei, Alice, sua amica, che subirà crisi nervose fino ad essere rinchiusa. Suo marito e suo amico la lascerà. Musil stesso non è ben chiaro se ha una relazione con Alice nel 1909, quando era ancora sposata con il suo amico. Nei diari Musil non è sempre chiaro, sembra confondere un ipotetico lettore.
    Egli stesso ebbe un’infanzia travagliata, i suoi genitori lo frustarono per la prima volta quando aveva 5 anni e per lui fu un trauma. La cosa più sconcertante è che quando era appena nato sua madre si fece un amante, un insegnante di meccanica alle scuole secondarie. I genitori di Musil avevano un rapporto strano, suo marito era innamorato di lei, ma lei sembrava indifferente, e l’uomo che divenne il suo amante era sempre con loro in ogni occasione, tantoché a Robert bambino quest’uomo intruso venne fatto conoscere come se fosse suo zio. Questo uomo accompagnerà i suoi genitori per decenni ma loro resteranno insieme e moriranno lo stesso anno. Nel 1928. Musil sin da adolescente, andrà in collegio e poi vedrà sempre meno i suoi genitori. Sposerà una donna (Martha) più grande che già aveva due figli dal precedente matrimonio. Due figli che seguiranno Musil e sua moglie. La moglie di Musil ne L’USQ è sua sorella, Agathe, con la quale Ulrich avrà un rapporto quasi incestuoso. Tutto ne L’USQ è trasposizione perturbante della sua vita. Musil aveva avuto una sorella morta quando egli ancora non era nato ed è anche a questa figura mai conosciuta che fa riferimento con il personaggio di Agathe.
    Alice Charlemont, morì nel 1939 assassinata dai nazisti che avevano iniziato a fare piazza pulita degli elementi (persone si sarebbe detto in un’epoca più umana) che loro ritenevano handicappati, quali ebrei, zingari, internati in centri d’igiene mentale. Musil, credo (e spero) abbia sofferto per il destino di Alice, che è diventata Clarisse, il suo personaggio immortale, ma in vita ha patito l’inferno. Anche Musil negli ultimi anni di vita patì l’indigenza, era diventato povero per investimenti sbagliati e un gruppo di scrittori lo finanziava primariamente perché sapevano del suo genio e della sua intenzione di terminare l’USQ. Che non terminò. Non lo facevano perché fosse simpatico. Era un tipo piuttosto taciturno, altezzoso, scostante. Non accettava paragoni con nessuno scrittore del suo tempo, né Joyce, né Proust.
    Morì il 15 aprile del 1942. In dimenticanza generale. Ingeborg Bachmann scrive che al suo funerale nei pressi di Ginevra, c’erano solo otto persone.

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  17. @tutti @Domenico Fina
    Grazie Domenico! Ho letto e rileggerò il tuo commento che merita attenzione.

    Tu hai già citato i diari a cui io devo ancora arrivare. Per adesso, tra una decina di pagine e l’altra del romanzo, sto leggendo qualche lettera dal secondo volume di “Saggi e lettere”. Ne cito solo una che spezza il cuore e che fa capire quanto questo autore abbia pagato di persona certe scelte. Tu hai ricordato lo stato di indigenza in cui Musil è stato costretto a vivere in esilio negli ultimi anni della sua vita; dalla corrispondenza questa condizione emerge in modo drammatico: in una lettera dell’undici febbraio 1942, indirizzata al servizio dell’elettricità e del gas di Ginevra, chiede che gli venga consentito di continuare ad utilizzare il radiatore per scaldarsi nonostante “le cifre del suo contatore siano cresciute nelle ultime settimane”, in pratica, nonostante non abbia potuto pagare la bolletta. Spiega che il suo stato di salute non gli consente di permanere in una stanza dalla temperatura di poco superiore a quella esterna e che, essendo uno scrittore, deve stare seduto per molte ore allo scrittoio e deve poter lavorare per sostenere col proprio lavoro di letterato se stesso e la moglie.

    [Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 2° Vol., p. 981]

    È ingiusto questo mondo o no?

    Ciao,
    Mariangela

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  18. Musil, lo racconta Canetti nella sua autobiografia, era talmente ammirato che a Vienna sapendo delle sue difficoltà economiche venne istituito dagli scrittori un fondo di solidarietà per sostenerlo negli anni in cui stava scrivendo l’USQ affinché potesse finire quel gran libro. Musil era anche un carattere poco simpatico, poco incline a socializzare, gli stessi grandi scrittori che lo aiutarono, a partire da Hermann Broch non li teneva in gran conto.

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  19. @tutti @Domenico Fina
    Incuriosita dal rapporto tra Musil e Canetti, autore da te citato, ho scorso l’indice di “Saggi e lettere” (altro libro bellissimo) e vi ho trovato una minuta di lettera redatta da Musil il 26/11/1935, ma mai spedita, destinata proprio a Canetti.

    Bianca Cetti Marinoni in una nota ci svela i retroscena. Canetti, riferendo a Frisè (futuro curatore dell’opera di Musil) di non avere mai ricevuto quella lettera, gli ha raccontato una reazione del nostro che lo aveva profondamente colpito e che dice molto sul suo carattere: incontrato l’autore de “L’usq” alla fine dello stesso mese di novembre, qualche giorno dopo la stesura della lettera mai partita, Canetti ricevette da Musil i complimenti per il suo “Auto da fé”, ma, come egli stesso ebbe poi a dire a Frisè, commise una gaffe: ebbe la mancanza di tatto di riferire a Musil che per il suo libro, proprio in quei giorni, aveva ricevuto per lettera apprezzamenti anche da Thomas Mann (l’ammirazione di Mann per Musil non era ricambiata, anzi); Musil, irritato, interruppe di netto la conversazione e troncò il rapporto con Canetti.

    [Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 2° Vol., p. 806]

    Bel caratterino!

    Ciao,
    Mariangela

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  20. @tutti
    Mi sembra giusto citare anche su questo articolo dedicato al capolavoro di Musil un’edizione de “L’Usq” che trovo particolarmente utile per il raccordo tra il romanzo e tutti gli altri scritti dell’autore. Le note sono curate da Ada Vigliani e al proposito, dopo qualche settimana di frequentazione, non posso che ripetermi, secondo me il suo lavoro è veramente molto puntuale: penso che districarsi con la sua disinvoltura tra novelle, romanzi, saggi, diari e lettere, presupponga una conoscenza capillare e approfondita di tutto il corpus musiliano.

    ► [Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, edizione di Adolf Frisé, traduzione, cronologia e note a cura di Ada Vigliani, Mondadori, 1998, I Meridiani, 2 Vol.].

    Sto meditando una vendetta contro l’editore che ha consegnato un lavoro tanto grande a un carattere di stampa tanto piccolo … Beato il lettore che ha undici decimi di vista!

    Ciao,
    Mariangela

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  21. @tutti
    Queste lettere sono una miniera di informazioni sulla storia culturale in area tedesca, e già per questo motivo meriterebbero una lettura autonoma, ma soprattutto colpiscono per tutto quello che di Musil riescono a raccontarci, le ristrettezze economiche, i guai fisici e, cosa che mi ha molto impressionata, costante che percorre molta corrispondenza, i disturbi nervosi. Capita di chiedersi come abbiano vissuto i geni e dalle poche lettere che ho potuto leggere, io ho capito che l’intransigenza a cui sottoponeva il resto del mondo, ma prima di tutto se stesso, Musil l’ha pagata a caro prezzo.

    ► Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 2° volume

    Certo, nel mio sogno di lettrice di cui dicevo nell’altro articolo, la lettura delle lettere di Musil era accompagnata da quella parallela dei suoi diari (immaginatevi quali scenari debba aprire la lettura di diari e lettere in contemporanea, quasi una passeggiata nell’immensità, un volo a planare su acque tormentate), ma per ora, giusto qualche lettera durante il week end, di più non riesco.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  22. @Tutti
    Sulle intime motivazioni che spingono a scrivere ho trovato significativo quanto emerge da un colloquio tra Ulrich e il capodivisione Tuzzi, nel capitolo 91° del romanzo:

    “Allora mi spieghi perché un uomo come Arnheim ha inclinazioni letterarie, – disse; ma lo rimpianse subito perché il cugino si preparava di nuovo ad una risposta prolissa. – Non ha mai notato, – incomincio, – quanta gente al giorno d’oggi parla da sola per la strada?
    Tuzzi alzò le spalle con indifferenza.
    – C’è in tutti qualcosa che non va. Si vede che non sono capaci di vivere completamente le loro esperienze o di assimilarle, e sono costretti a lasciarne dei resti. E da ciò, io mi immagino, deriva un esagerato bisogno di scrivere. Forse lo scritto non lo rileva così chiaramente perché secondo il talento e la pratica può venir fuori qualcosa che oltrepassa di molto l’origine; ma la lettura lo rivela nel modo più evidente; oggi quasi nessuno più legge, ognuno si serve dello scrittore soltanto per scaricare perversamente su di lui le proprie eccedenze in forma di consenso o dissenso.”

    Incalzato dal capodivisione Tuzzi, continua Ulrich poco oltre:

    “La domanda si potrebbe porre in termini molto più generali – opinò il cugino. – Se un uomo è ricco di danaro e di autorità al punto di poter avere tutto ciò che vuole, perché mai scrive? In fondo si dovrebbe scrivere: perché scrivono tutti i narratori di professione? Narrano cose che non sono accadute così come se fossero accadute. Questo è evidente, ma ammirano essi la vita come ammirano il ricco i pezzenti che non si saziano di raccontare quanto poco egli si occupi di loro? Oppure ruminano e ricominciano a ruminare? O ancora sono ladri di felicità e costruiscono nella fantasia qualcosa che nella realtà non sono capaci ci raggiungere e di sopportare?” Non ha mai scritto lei? – interruppe Tuzzi.
    – Mai, e questo mi inquieta. Perché non sono affatto così felice da non doverlo fare. Mi sono proposto, se non mi prenderà presto quella smania, di uccidermi per tendenze assolutamente anormali.
    Lo disse con così amabile gravità che lo scherzo emerse nel fiume del discorso, senza che egli volesse, come spunta fuori uno scoglio dalle acque.”

    [Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Einaudi, 1996, edizione digitale, pp. 423/424]

    La scrittura, quindi, come alternativa al suicidio? E che dire dello scrittore come ladro di felicità che propone ai suoi lettori qualcosa che nella realtà non sa raggiungere o sostenere? In pratica, come si domanda Musil in “Libri e letteratura”, sono gli scrittori che non sanno scrivere o i lettori che non sanno leggere?

    Ciao,
    Mari

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  23. Una frase e` particolarmente significativa, quando Musil scrive “oggiogiorno c’e` uno spaventoso bisogno di irrealta`”. Musil per alcuni aspetti e`affine a Flaubert, entrambi hanno chiesto troppo alla vita, come immaginazione e anelito. Pertanto l’arte in Musil e Flaubert, via vian negli anni, diventa un appiglio fatale (nel senso di non scelta) alla vita.

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  24. @tutti
    In una lettera del gennaio 1931, quando il primo volume del romanzo è fresco di stampa (è stato pubblicato da Rowohlt nel mese di novembre del 1930), Musil risponde a una missiva di Adolf Frisé, il futuro curatore della sua opera, e si esprime sul suo libro e sul protagonista:

    “(..) Il senso in cui nel mio libro uso la parola spirito si compone di intelletto, sentimento e delle loro reciproche compenetrazioni. (era così ai tempi dell’età della pietra e sarà così in futuro). E il problema o perlomeno il problema principale de “L’uomo senza qualità” sta nel fatto che il persistente rinnovarsi di questa triade oggi comporta delle difficoltà che debbono venir risolte in modo nuovo; qui non si tratta tuttavia di una natura particolare e deviante, quella di Ulrich, quel che gli è dato è solo di sentire con la sua persona un fenomeno generale. Un critico molto acuto (Bernard Guillemin che aveva recensito “L’usq”) ha scritto a questo proposito: “L’irresolutezza intellettuale è per lui soltanto uno stato provvisorio, una forma illuminazione dell’ignoranza. Egli è anti-scettico, anche se “non è in possesso della soluzione””. A questa “irresolutezza intellettuale” si aggiunga per gli stessi motivi anche quella del sentimento; pure questa gli viene dall’esterno.
    L’uomo senza qualità è un uomo che riunisce in sé il più gran numero possibile dei migliori elementi del suo tempo, che però non si compongono mai in una sintesi; egli quindi non può scegliere un suo punto di vista, può soltanto tentare di gestire bene quegli elementi. (…)”

    [Lettera del gennaio 1931 a Adolf Frisé in Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 2° Vol., p. 722/723]

    Sono i tempi ad essere tormentati, ci dice Musil in questa prima parte della lettera: Ulrich non è un’anima deviata o particolare, semplicemente, percepisce il travaglio della sua epoca.

    La lettera continua …

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  25. @tutti
    La lettera scritta da Musil a Frisé nel gennaio 1931, appena pubblicato il primo volume de “L’usq”, continua così:

    “Ciò che lei dice degli altri personaggi, che essi significano una “rinuncia ai caratteri a tuttotondo” è esatto. Mi sembra invece curioso che Lei attribuisca a Ulrich “un’esistenza di quiete intellettuale” che ”non agisce mai in modo creativo, motivante o tale da indicare una direzione”. In realtà, salvo che nei suoi momenti di debolezza, egli non fa mai altro che agire in quei tre modi che Lei gli nega, e allora, mi domando se, dalla la Sua giovanissima età rispetto alla mia, Lei non interpreti come scettico quietismo ciò che per me (se in via eccezionale mi è concesso usare seriamente una parola su cui ho spesso ironizzato) è la vera attività. Ma Lei vedrà pure che nella II parte la sua attività, almeno di quando in quando, si orienterà completamente verso “un’esistenza di quiete”, anzi che la possibilità di conciliare questa con i vagabondaggi dello spirito e con altre cose diventa il problema principale, tanto che forse alla fin fine intendiamo dire qualcosa di simile.
    E per finire vorrei ripetere ancora una volta che l’intelletto non è il nemico del sentimento, come forse potrei desumere da alcune Sue affermazioni, bensì il fratello, anche se di solito il fratello estraniato. Il concetto di “senti-mentale” nel senso buono dei romantici ha già riunito una volta queste due componenti.”

    [Lettera del gennaio 1931 a Adolf Frisé in Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 2° Vol., p. 722/723]

    Bella la definizione: l’intelletto è il fratello, estraniato, del sentimento.

    Ciao,
    Mari

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  26. @Tutti
    Nel primo volume di “Saggi e lettere”, Cetti Marinoni ci presenta anche alcune recensioni (strepitose!!) che Musil scrisse per la Prager Presse. Ho trovato estrapolabile e molto vero questo pensiero sui pericoli della banalità:

    “È uno dei misteri della banalità. Che in questa sua forma più innocua trae origine da un prendere le cose troppo presto sul serio: laddove il poeta osserva ancora a lungo con sguardo freddo e puramente oggettivo-relativo, il poetino ha già chiuso gli occhi tutto intenerito. La forma meno innocua si ha quando il poetino, raggiunto il successo, dichiara che al di là del suo personale puntolino di fusione non vi sono che i raggi ultravioletti e accusa il vero poeta di artificiosità e d’inconsistenza ammantata d’intellettualismo.”

    [“L’io in prima assoluta” recensione apparsa sulla “Prager Presse” il 7 marzo 1922, ora in ”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 1° Vol., p. 309/312]

    Saluti,
    Mariangela

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  27. @Tutti
    Dice bene Cetti Marinoni nell’introduzione: la Prager Presse era un quotidiano, non era una rivista specializzata, ciò nonostante Musil sembra non tenerne conto, continua a scrivere alla sua maniera, involuta, difficile. Mi piacciono tanto queste recensioni teatrali, scritte senza guardare in faccia nessuno, a testa bassa, senza curarsi della natura dei destinatari: al cospetto di un pubblico che si aspetta un argomento svagato, al posto di limitarsi a balli e ballerine, Musil tira in ballo anche lo spirito e lo fa da par suo. Ecco cosa scrive a proposito di Leopoldine Konstantin, attrice spesso interprete di ruoli brillanti; nella commedia “La ballerina del re”, svoltasi al Neues Wiener Stadttheater nel gennaio del 1922, aveva svolto la parte della protagonista:

    “Sulla scena questa “autentica creatura del teatro” era impersonata dalla Konstantin. L’attrice, molto seducente, fa discreto e gradito uso di un meraviglioso paio di gambe femminili. Se devo esser preciso, recita il temperamento non proprio con temperamento ma piuttosto con temperamento scenico. In altre parole: il suo erotismo è più ginnico che sentito, e in sostanza traspare un gaio diavoletto che si diverte a mimare la sensualità. Di conseguenza la sua recitazione s’inquadra fin da principio nella categoria di quella particolare artificiosità che solo all’interno della convenzione teatrale passa per naturalezza, e dà a intendere allo spettatore di stare imitando una manifestazione della vita, mentre in realtà imita soltanto il livello dello spettatore, cioè la sua idea di seducente, del provocante (?) del morigeratamente scostumato e simili. (…) All’interno della convenzione prescelta, comunque, la prestazione della Konstatin resta straordinariamente incantevole e vivace. E in presenza di una bella attrice lo spirito può concedersi un’ora di debolezza, mentre di fronte a una vecchia bas bleu conserva il pieno possesso delle sue facoltà critiche.”

    [“La ballerina del re” recensione apparsa sulla “Prager Presse” del 10 gennaio 1922, ora in ”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 1° Vol., p. 297/299]

    Ciao,
    Mariangela

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  28. @tutti
    So che l’ho già scritto, ma in queste lettere continuano a farmi impressione le affermazioni di Musil sulla sua condizione economica; scriveva, già nel dicembre del 1935:

    “… sono un uomo ridotto non solo in povertà, bensì all’indigenza totale nel significato più sacro e miserabile del termine.”

    [Lettera del 26 dicembre 1935 a Bernard Groethuysen in Robert Musil ,”Saggi e lettere”, a cura e con un’introduzione di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi, 1995, 2° Vol., p. 809/810]

    Ciao,
    Mariangela

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  29. @tutti

    Col romanzo proseguo adagio a adagio, e anche i saggi continuano a regalarmi spunti di riflessione, questo passo è tratto da quello sulla stupidità che dà il nome alla raccolta:

    “Poco fa si parlava della vanità dei popoli e dei partiti, che si credono particolarmente illuminati, e perciò superiori a tutti gli altri. Aggiungiamo che la maggioranza, quando non incontra ostacoli (proprio come l’individuo megalomane nei suoi sogni a occhi aperti), è convinta di avere l’appalto non soltanto dell’intelligenza ma anche della virtù, Essa si trova nobile, prode, invincibile, pia e persino bella. Nel mondo c’è una strana tendenza: quando gli uomini si trovano in gran numero, si permettono tutto ciò che è vietato ai singoli individui. Insomma, il “Noi” ingrandito ha tanti e tali privilegi che il crescente incivilimento e addomesticamento dell’individuo sembra compensato da un imbarbarimento, direttamente proporzionale ad esso, delle nazioni, degli Stati, dei gruppi uniti dalla comunanza di idee. In ciò, evidentemente, si manifesta un disturbo della sfera emotiva, un disturbo dell’equilibrio emotivo che in sostanza precede la distinzione tra “Io” e “noi”, e anche ogni valutazione morale. Ma tutto ciò – non si potrà non domandarsi – è ancora stupidità? Ha ancora un rapporto qualsiasi con la stupidità?”

    [Robert Musil, “Sulla stupidità”, in “Sulla stupidità”, cit., pp.234/262, conferenza tenuta a Vienna l’11 e il 17marzo 1937 su invito della Lega austriaca del Lavoro]

    Detto alla mia maniera: in tanti casi la maggioranza ha la forza, ma non la ragione. Non è esattamente quello che voleva dire Musil, o meglio, Musil dice qualcosa di più, ma in questo momento io riassumo così.

    Ciao,
    Mari

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  30. @Tutti
    Sono finalmente entrata in possesso (momentaneo) dell’edizione italiana dei diari di Musil:

    “Nell’ora più silenziosa.
    Ogni uomo è un cimitero dei suoi pensieri. Il momento in cui sono per noi più belli è quando nascono, più tardi possiamo spesso avvertire un profondo dolore perché ci lasciano indifferenti mentre prima ci incantavano. Un’ora silenziosissima è quel tempo fra le dodici e l’una della nostra anima in cui essi salgono dalle loro tombe e ciascuno ci porta un frammento perduto di noi. Allora sentiamo noi stessi in un altro modo e diventiamo silenziosi, perché conosciamo la necessità con la quale ci abbandonano quando suona l’una.”

    [Robert Musil, “Diari”, Einaudi, 1980, introduzione e traduzione di Enrico De Angelis, Quaderno n. 3 (1899? – 1905-1906), Vol I, p.94]

    Ciao,
    Mariangela

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  31. @tutti @DomenicoFina
    Domenico, ora che ho qualche pagina in più al mio attivo di questo grandioso libro, ho riletto il commento da te postato sull’altro articolo il giorno 8/1/17. Anche grazie a quanto avevi scritto, ho capito perché l’edizione Mondadori, il Meridiano in pratica, ha un numero inferiore di capitoli rispetto all’edizione Einaudi del 1998. Posto che continuo a preferire la traduzione di Anita Rho dell’edizione einaudiana, il Meridiano torna utile per comprendere quali siano i capitoli terminati e rivisti proprio da Musil (includo in questa serie anche gli ultimi 14 della III parte, fino al 52° “Respiri d’un giorno d’estate”); nell’edizione Einaudi, più corposa, è stata fatta invece la scelta di pubblicare tutte le versioni che Musil aveva steso nel corso dei decenni (alcuni capitoli compaiono due volte).

    Nell’edizione Mondadori, quella diciamo così più breve, definita dalla sua curatrice e traduttrice Cetti Marinoni “destinata a un largo pubblico”, è stato ritenuto opportuno riportare comunque la parte “Il viaggio in Paradiso”, scritta forse dall’autore nel 1925, e non entrata nella versione definitiva del romanzo: come tu hai sottolineato, è di altissimo pregio letterario anche se non è stata rielaborata da Musil (il protagonista non si chiama ancora Ulrich, bensì Anders).

    Io penso che, senza staccarmi dalla traduzione einaudiana di Anita Rho, seguirò perlomeno in prima battuta la successione dei capitoli proposta dal Meridiano.

    Del romanzo non ho letto molto, ancora, solo 650 pagine: lo sto trovando difficile ma bellissimo! Non escludo di rinunciare ad un’unica tirata, potrei anche sospenderlo, anzi, magari una pausa, vista la densità dell’opera, potrebbe anche giovare.

    Ciao,
    Mariangela

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  32. @tutti @DomenicoFina

    Scusatemi, nel precedente commento potrei avere scritto una sciocchezza: il Meridiano della Mondadori che mi ha aiutato a riconoscere i capitoli rivisti da Musil si rifaceva a sua volta a un edizione Einaudi il cui curatore era Cesare Cases (potrei essere stata tratta in inganno da un’edizione presente in rete e purtroppo al momento non ho sottomano i due volumi dei Meridiani che ho dovuto restituire).

    Domenico, aiuto!!!

    Mariangela

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  33. il naufragr mi è dolce in questo mare… eh. Mariangela, esci dalla filologia e leggi, vedraiche è meglio

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  34. @Cristina @tutti

    “Sarà magari così. Gli uomini preferiscono che si stimolino in loro le sensazioni piuttosto che i pensieri. Un poeta che attacca il loro modo di pensare aizza contro di sé tutta la critica e le resistenze che tengono coeso il sistema personale di convinzioni del lettore”

    [Robert Musil, “Romanzi brevi, novelle e aforismi”, introduzione di Cesare Cases, Einaudi, 1986, “Da un brogliaccio”, p. 738]

    Ciao,
    Mariangela

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  35. 🙂 Mi associo a Cristina, sia l’edizione Einaudi che quella Mondadori contengono l’opera che Musil ha pubblicato tra il 1930 e il 1933 ed e`la parte essenziale, che io leggerei senza ulteriori escursioni filologiche che fanno perdere talvolta il gusto della lettura. Le parti pubblicate postume (riportate interamente nell’edizione Einaudi) sono interessanti ma non aggiungono nulla di consistente tranne Il viaggio in Paradiso. Come ho gia`scritto L’USQ e` ‘infinibile’, avrebbe potuto continuare per altre migliaia di pagine essendo la storia di un uomo ipercritico che non trova requie.

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  36. @Domenico
    Appunto, l’edizione digitale Einaudi qui a mie mani contiene anche la parti postume (1500 pagine), che io abbia capito. Io volevo appunto individuarle per leggerle in seconda battuta. Vedo che tu Domenico suggerisci di fermarsi alla metà de “Il Regno Millenario”, al capitolo 38 della III parte (quanto pubblicato fino al 1933, ancora vivente l’autore). Ti ringrazio. Lo avevi già scritto, ma adesso che procedo col romanzo, capisco meglio cosa tu volessi dire.

    @Cristina
    Cristina, proprio perché non è un libro facile, neppure nella successione di capitoli (alcuni capitoli nella mia edizione compaiono due volte), ho la necessità di capire che strada prendere, l’autosufficienza letteraria, come la chiami tu, è un concetto che non mi appartiene.

    Ciao e grazie,
    Mari

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  37. io ho letto il libro, e alla fine c’erano le parti postume. Mi ha guidata il libro, non l’autosufficienza

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  38. @Cristina @tutti

    Certo, ma anche il libro che ti ha guidata nella lettura delle parti posume, nel caso peculiare de “L’USQ”, è frutto di una scelta del curatore e non dell’autore. Capire quale criterio abbia seguito il curatore non è obbligatorio, ma può chiarire tante cose.

    Per quello che ho compreso io, si sono susseguite quattro edizioni diverse (la prima della moglie, la seconda di Frisè, la terza di Wilkins e Kaiser e la quarta ancora di Frisè) che hanno presentato i capitoli inediti con una differente successione. L’edizione digitale che uso io segue l’ultima di Frisè.

    Vi assicuro, dopo il capitolo 38° della III parte non è facile capire, penso che in questo caso a mettere in difficoltà sia proprio il concetto di “postumo” visto che gli inediti propongono scritti non editi da Musil, ma da lui redatti negli ultimi anni della sua vita, e altri molto più vecchi a cui non è escluso che l’autore volesse tornare. Di alcuni capitoli, tra gli inediti, ci sono differenti versioni.

    Secondo me questo susseguirsi di edizioni dà conto della complessità del romanzo e anche della sua non conclusione.

    Ciao,
    Mariangela

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  39. svantaggi dell’e reader. ma devi farci un esame sull’USQ?? no perchè mi pare che il gusto della lettura sia proprio l’ultima cosa che resta

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  40. @Cristina @Tutti
    Temo che l’e-reader non c’entri più di tanto, sono i miei limiti, la mia finitudine di lettrice.

    Guarda per me se uno vuole leggere questo romanzo, incluso i capitoli postumi, senza capire che sta affidandosi a un assemblaggio che non dipende dall’autore, ma da un altro soggetto, e che quell’assemblaggio può cambiare a seconda dell’edizione che ha in mano, per me va benissimo, soddisfatto lui, a me non verrebbe certo in mente di criticarlo o di andargli a chiedere perché non indaghi, perché non si informi. In questi casi la mia richiesta è molto limitata: chiedo solo al mio interlocutore il favore della reciprocità, che faccia anche lui un piccolo sforzo: comprendere che il piacere della lettura si esplica in tanti modi e non solo in quello che coinvolge lui personalmente, e che non sarebbe lettura se ci fosse un solo modo di goderne.

    Ciao,
    Mariangela

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  41. @Tutti

    “Extraterritorialità dell’uomo dello spirito (in corsivo nel testo) è il giusto termine: in questo tempo di sangue, di terra, di razza, di massa, di Führer e di patria.”

    [Robert Musil, “Diari”, introduzione e traduzione di Enrico De Angelis, Einaudi, 1980, quaderno n. 34 (17 febbraio 1930 – Estate 1938), Vol II, p. 1338]

    Ciao,
    Mariangela

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  42. @Tutti @DomenicoFina @Editalara @Cristina

    Scusate se cambio articolo pur rimanendo sul tema degli Ebook iniziato dall’altra parte; avrei una domanda che, su questo argomento, riguarda specificatamente Mssil: credo risulti anche a voi che le storiche edizioni Einaudi delle opere di Musil (Diari, saggi, lettere) sono fuori stampa e, salvo il romanzo, niente di tutto questo è disponibile in versione digitale.

    Purtroppo sappiamo che quando un volume è difficilmente reperibile, le copie effettivamente disponibili nelle biblioteche (non quelle presenti a catalogo in linea teorica, proprio quelle rintracciabili materialmente, dico) diminuiscono in modo preoccupante (suppongo si tratti di un deplorevole “spirito di raccoglimento”). Qualcuno sa perché, vista la situazione, l’Einaudi non provveda alla versione digitale anche per quanto detto sopra? So che delle opere di Musil in certi casi esistono anche altre edizioni, ma oltre che per la traduzione, di cui abbiamo già detto, non le ritengo all’altezza dei libri Einaudi, curati, secondo me, con molta competenza.

    Sapete qualcosa al proposito? Può forse dipendere dal fatto che Musil, autore non facile, ha sempre avuto più critici che lettori?

    Ciao,
    Mariangela

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  43. Non saprei Mariangela, in parte può essere per il motivo che supponi tu, Musil non viene letto molto, e ancora meno per le opere che non siano L’USQ.

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