Senza parole

Le parole che non ti ho detto, parole parole parole, è una parola, parole in libertà, e non disse nemmeno una parola, non ho parole. Le parole invecchiano? Il 26 aprile scorso, Stefano Bartezzaghi ha aperto un sondaggio sul sito di Repubblica  dedicato ai vocaboli da salvare

Quei termini che, proprio perché meno usati, stanno uscendo dai dizionari e vengono abbandonati al loro destino. In questo sondaggio, tra le prime 10 voci più votate,  per fortuna ci sono: desueto (19%), missiva (12%), baloccarsi (9%), biascicapaternostri (5%), insomma delle parole bellissime. Non è molto più bello dire ti ho mandato una missiva invece di una lettera o di un messaggio? E non è molto più efficace dire biascicapaternostri (ma anche baciapile a me sembra imperdibile) invece di bigotto? E se i nostri figli rivedono l’Armata Brancaleone, come faranno a capire che Gassman sta invitando la combriccola a passare sul ponte quando urla: “trapassiamo il cavalcone!“, se questi vocaboli non esisteranno più?

Ma sembra che funzioni come in libreria, è un problema di spazio. O di tempo (per considerare una parola fuori uso, non deve essere usata per vent’anni). Visto che il problema riguarda le parole scritte (quelle dei dizionari e dei libri e dei giornali ecc.), forse la soluzione sta solo nella tradizione orale. Torniamo a Omero, dunque. Ognuno dovrebbe impegnarsi a usare ogni giorno almeno 10 parole antiche, ricercate, obsolete. Perché anche le parole, come tutto il resto, con il tempo si stratificano, si arricchiscono, assumono significati diversi, ma soprattutto perché come dice Nanni Moretti, le parole sono importanti. O no?

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“La lunga estate calda del commissario Charitos”, Petros Markaris

Qualche mese fa avevo scritto dell’imminente pubblicazione del nuovo libro del giallista greco Petros Markaris, creatore di Kostas Charitos, commissario della polizia ateniese.
Ai tempi avevo letto che il nuovo sforzo si sarebbe chiamato *L’azionista*, invece è poi uscito un mesetto fa come *La lunga estate calda del commissario Charitos* . Titolo ridondante, ma rende sicuramente l’idea delle vicende narrate in queste quasi 400 pagine di indagini del commissario nella calda e infiammata Atene.
Due casi tormentano il commissario, apparentemente slegati fra loro, ma che poi si intracceranno (un po’ forzatamente, a mio giudizio): il dirottamento di un traghetto, con a bordo la figlia Caterina, e una catena di asassini a freddo di personaggi del mondo della pubblicità.
Come al solito il libro si legge d’un fiato, grazie all’umorismo del commissario, ironico e pungente nella sua visione del mondo. Molti accenni alla contemporaneità ellenica (fin troppi per chi non è greco), e alla realtà ateniese, in primo luogo nella dettagliatissima descrizione dei luoghi.
In copertina ammicca il giudizio di Camilleri:

C’è la Marsiglia di Jean-Claude Izzo, c’è il mio Montalbano e c’è la Grecia di Markaris. Questo è stato il grosso passo in avanti fatto fare al romanzo giallo.

*giuliaduepuntozero

BookMooch – Give books away. Get books you want

Ecco l’ennesimo sito del web 2.0 fiorito sulla rete, con i libri come protagonisti.

*BookMooch – Give books away. Get books you want*: una comunità per scambiare – gratuitamente – libri. Vuoi liberare i tuoi scaffali di libri che non ti interessano? Cerchi disperatamente un libro che non trovi neanche al Libraccio? Su BookMooch basta registrarsi, inserire i titoli dei libri che si vuole dare via, e quando si viene contattati da chi li desidera, si spediscono (a proprie spese…). Così facendo, però, si accumulano punti, che si utilizzano per chiedere altri libri.

Io mi sono appena registrata, ho scoperto che bisogna inserire almeno 10 titoli per iniziare (e io 10 libri non li ho, ne ho appena venduti un pacco al Libraccio), ma anche che si può indicare se spedirli in tutto il mondo o solo nel tuo Paese.

Insomma, l’iniziativa mi sembra curiosa, bisogna solo avere il coraggio di cedere i propri libri, e affrontare le spese di spedizione.

*giuliaduepuntozero

“Tenersi la mano nel sonno”, Kevin Canty

Oggi vorrei parlare di un libro che non ho letto, ma ne ho appena sentito parlare e ho l’idea di correre in libreria a comprarlo.

Ne parlavano a *Dispenser*, il programma di RadioRai2, stasera, sottolineando innanzitutto la bellezza del titolo: *Tenersi la mano nel sonno*. E’ vero, molto poetico. La lettura di un brano mi ha convinta ancora di più.

Mi sono informata sul sito della minimum fax, dove c’è una bella recensione dell’editor Martina Testa, che descrive così la scrittura di Canty:

Canty è uno scrittore di boschi, di mari d’inverno, di fiumi. Non è uno scrittore di città, non è uno scrittore newyorkese, non è uno scrittore che frequenta gli uffici, le metropolitane, i locali notturni o i salotti letterari; è uno scrittore che vive nel Montana, ascolta (e probabilmente suona) il blues e adora andare a pesca. Questo non significa che scriva noiosissimi racconti bucolici, lenti e privi di dramma. No, no: Canty è uno che scrive di fidanzate investite dagli autobus, zie ex tossiche con una insaziabile passione per i nipoti tatuati, quattordicenni rimaste incinte e ragazzine punk che si innamorano di uno sconosciuto su una sedia a rotelle.

Il richiamo a Carver (anche solo per il fatto che sono entrambi pubblicati da minimum fax) è semplice. Come continua Martina Testa:

Canty è un maestro della condensazione: riesce a riassumere intere scene in pochissime parole, in frasi brevissime, o semplici successioni di sostantivi e aggettivi. […] Canty procede così, per ellissi, per pennellate istantanee, per pure e semplici evocazioni; poi ogni tanto la storia si ferma, si scioglie in un istante molto più lungo degli altri, e il più delle volte non è propriamente un istante in cui succede qualcosa […]: quando la storia si ferma, si ferma per farci uscire in terrazza a guardare il riflesso della luna sul torrente, o per farci sentire l’odore di pomodoro e aglio su un piatto di spaghetti fumanti, il sapore di una barretta al cioccolato che si scioglie, o per farci guardare negli occhi, appunto, un cervo che esce per un attimo dal bosco.

Insomma, premette molto molto bene.

*giuliaduepuntozero

San Jordi, festa dei libri e delle rose

Ho scoperto ieri sera, grazie ad un’amica che vive a Barcellona, un’interessante festa che si celebra oggi in quella città da ormai 80 anni.

Il 23 aprile è il giorno di San Giorgio (san Jordi in catalano), che secondo la tradizione sconfisse il drago e dal cespuglio germogliato dal sangue del mostro colse una rosa da donare a Sabra, la principessa liberata. Altre ricorrenze di oggi sono la morte di Cervantes e Shakespeare. Nel 1926 un editore valenzano, Vicent Clavel i Andrés, ebbe l’idea di tracciare una linea comune tra questi eventi, unendo al libro (simbolo della conoscenza e dei due grandi scrittori citati) la rosa (legata a San Giorgio e alla bellezza) dando vita così alla “Festa dei libri e delle rose”: gli uomini offrono alla loro amata una rosa ricevendo in cambio un libro. Negli ultimi tempi alla rosa spesso anche gli uomini abbinano un libro per la loro donna.

L’Unesco promuove quest’iniziativa adottando il 23 aprile come “Giornata mondiale del libro e del dirittto d’autore”. Da 3 anni inoltre anche in Italia è stata importata questa festa, occasione celebrata con diverse iniziative. Per quanto riguarda Milano, le trovate sul sito: http://www.lafestadeilibriedellerose.it/

Anche se ha un vago retrogusto da San Valentino, l’idea di incentivare il regalo di libri mi sembra lodevole. Buon San Jordi a tutti/e!

Libri usati

Ieri sono andata al *Libraccio*, per cercare di vendere un po’ di libri che ho in casa che non ho mai letto o che non ci tengo proprio a conservare negli scaffali delle mie librerie.

Nonostante le mie dubbiose aspettative, sono riuscita a tirare su qualche soldo, ma anche a lasciar giù qualche libro. Mi domando però con qualche criterio vengono accettati: mi hanno comprato Francesco Guccini e *Grande sertao*, ma non Ruth Rendell né Beppe Severgnini. Mi sarei immaginata il contrario.

Camminando poi fra gli scaffali del reparto *libri usati*, mi è venuto il pensiero: può essere il Libraccio un sistema per giudicare la qualità dei libri, o comunque il loro indice di apprezzamento fra il pubblico? Ad esempio, non ho trovato nessunissima copia di Jean-Claude Izzo, e neppure di Lansdale. I loro libri sono talmente belli che nessuno vuole liberarsene? Oppure anche i pochi presenti sono stati subito venduti? Con mio sommo diapiacere, però, dall’altro lato, copie su copie (anche tre o quattro dello stesso titolo) di James Ellroy, e persino alcune di Joyce Carol Oates (anche se io ho già preso tutte quelle che non avevo). Qualcuno li ha reputati non-degni-di-essere-tenuti? Che delusione…

Un’ultima considerazione: che emozione acquistare un libro usato e trovarci dentro dediche, foglietti, scritte, sottolineature fatte da altri. E’ uno dei motivi per cui mi piace comprare libri di seconda mano, è un po’ come rendere ancora più personale la lettura, sovrapponendo alla storia che si sta leggendo quella della persona che ti ha preceduta. Io ho preso *Il mio nome è Asher Lev* dell’indimenticabile Chaim Potok, e alla fine c’erano 3 post-it con dei nomi e indirizzi di locali di Milano. Chissà che storia c’è dietro…

*giuliaduepuntozero

Le affinità elettive dei GdL casalinghi

Lunga e bella è stata la festa con cui il 30 marzo 2007, il GdL Librando ha festeggiato il primo anno di incontri.
Dalle 16,30 alle 22, 30 abbiamo parlato di libri , mangiando le cose buone che ognuna di noi aveva preparato, pescando dal repertorio di memorie personali e familiari.
Due sono state ( e sono sempre ) le fasi dei nostri incontri. Una, dedicata ai libri scelti da leggere in comune; l’ altra, ai libri elettivi che leggiamo, in aggiunta a quelli selezionati.
Quel giorno abbiamo parlato di “Norwegian wood, Tokyo blues” , di Haruki Murakami e di “A voce alta” di Bernard Schlink.
Il primo testo ha sicuramente interessato , anche se con sfumature diverse tra chi lo aveva apprezzato moltissimo, identificandovi l’ alterità dell’ autore giapponese e chi sentirebbe quasi l’esigenza di rileggerlo, avendo paura non aver colto tutto quello che questo romanzo poteva offrire.

Il secondo testo è stato, invece,occasione di una intensa e fertile discussione.

Per chi non lo conoscesse, riassumo in breve la storia di questo romanzo, uscito una decina di anni fa.
La storia si svolge nella Germania dei primi anni ’50 e narra l’iniziazione all’amore di un giovane , da parte di una donna, Hanna, che si rivelerà essere stata guardiana nei campi di concentramento. Con un espediente, in verità un po’ artefatto e abbastanza inverosimile, Hanna si trova nella condizione di non aver “capito” ciò che succedeva. (non rivelo l’espediente per chi volesse leggere il romanzo).
Naturalmente, questa sommaria sintesi non rende onore ad un romanzo ben scritto, articolato e che non si impegna in giudizi “giustificazionisti” dichiarati.

La discussione ha visto due posizioni: quella di chi ha trovato discutibile parlare comunque di questi temi, con sfumature ambigue che potrebbero dare l’impressione di una giustificazione a ciò che è successo. E quella di chi invece ha intravisto nel romanzo la descrizione di quella”zona grigia” e opaca (Primo Levi insegni) che è sopita, ma non annullata, nell’animo umano.

Per la prossima volta – e qui sta l’ affinità elettiva del titolo- leggeremo tra gli altri “Palazzo Yacoubian” di ‘Ala Al Aswani.
Ci vedremo il 26 aprile, dopo l’altro GdL casalingo: confronteremo i pareri. Con piacere .

La mia bussola da libreria

Per orientarmi tra i 170 titoli che ogni giorno sfornano gli editori in libreria, ho una mia personale bussola: si chiama Antonio D’Orrico (il critico letterario di Corriere Magazine). Senza il suo contributo mi sarebbe davvero difficile scegliere. Solo che le sue indicazioni io le capovolgo. Sempre. Se lui consiglia caldamente un romanzo o un saggio, io lo evito accuratamente. Se lui stronca un libro, io mi precipito a comprarlo.
Quando scrisse di Giorgio Faletti come il migliore scrittore di gialli in Italia, io non ci cascai. E svangai così il mattonazzo best seller da metropolitana. Oggi, dalle colonne del Magazine, D’Orrico parla molto male dell’ultimo libro di Vittorio Sabadin: L’ultima copia del New York Times (ed. Donzelli). Lo descrive così: “Il libro più noioso della settimana. Tema: morte del giornalismo di carta. Sarà. Certo che rischia sul serio di morire chi legge libri così”. Credo proprio che correrò il rischio.
Qualcuno di voi l’ha già letto? E’ sopravvissuto? Pareri?

Attività alternative da ufficio

Trovandomi (dopo anni in cui avevo abilmente rifuggito questi ambienti) a lavorare in un ufficio, mi sono resa conto che i tempi sono variabili: passo dalle corse quasi atletiche cercando di fare 3 cose in una, chiamata da più persone contemporaneamente con le esigenze più disparate, alla calma piatta letargica. Cosa fare in questi momenti per evitare che cali la palpebra e non essendo io in grado di starmene lì con le mani in mano?

A volte mi invento lavori come bagnare le piante o sistemare l’armadio della cancelleria, ma spesso ne approfitto per dedicarmi un pochino ai fatti miei: sistemare il cv, leggere blog interessanti o giornali online, scrivere…

Cosa c’entra questo post con il luogo che lo ospita? Vengo al dunque. Riflettevo anche con amici nei giorni scorsi, che questi momenti vuoti da ufficio spesso sono occupati con attività alternative varie, ma quella che ben si presterebbe – vale a dire la lettura di un libro in carta – mi sembra sia poco praticata, forse perchè non dissimulabile e quindi poco accettata dal resto dei colleghi. E’ più facile giocare al solitario con le carte, perchè all’occorrenza si clicca un tasto e il solitario scompare ad occhi indiscreti. Ma un libro più difficilmente si può far sparire.

Come faccio quindi a finire “Palazzo Yacoubian” per la discussione di stasera? Meno male che oggi il capo non c’è e ho deciso che provo a fare la facciatosta e a trasgredire spudoratamente il galateo da ufficio. Vediamo cosa succede.

E voi cosa ne pensate?  

“Il contrario della morte”, Roberto Saviano

Non ho letto *Gomorra* di Roberto Saviano, di cui si è parlato spesso in questo blog, anche perché il mio ragazzo me ne ha letti diversi brani a voce alta, e riassunto il resto. Per questo, però, alla fine mi sembra di conoscerlo.

Per conoscerlo meglio, settimana scorsa ho preso *Il contrario della morte*, il breve racconto pubblicato come prima uscita della bella iniziativa di Corriere *Corti di carta*. La storia è dura come quella di Gomorra, considerando che è storia vera. Parla di Maria, ragazza diciassettenne ma divenuta adulta per forza, con la morte del suo fidanzato e futuro sposo nella guerra in Afghanistan. Colpisce la scrittura di Saviano, dura ma nello stesso dolce nel parlare di Maria, la sua forte empatia nei confronti della vicenda, che è una delle tante di casa sua.

Commovente e penetrante.

*giuliaduepuntozero

Lost in translation

Laleh Bakhtiar, traduttrice americana di origine iraniana convertitasi all’Islam in età adulta, si è rifiutata di tradurre un versetto del Corano (Sura IV, 34) in cui si invita a picchiare la moglie disobbediente. Il termine daraba secondo lei è stato finora tradotto erroneamente nelle versioni occidentali. Secondo il New Yok Times, esistono almeno 20 traduzioni inglesi del Corano e in tutte daraba è stato tradotto come battere, picchiare, fustigare, punire, colpire (ma anche accarezzare e sedurre). Questo mese uscirà la sua traduzione del Corano: e lei daraba l’ha tradotto con andarsene, ripescando un testo ottocentesco, l’Arabic-English Lexicon di Edward Willam Lane. Poteri di un traduttore. Eh sì, ogni lettore legge un libro diverso ma il traduttore è sempre e solo uno. Spesso misconosciuto, malpagato e trasparente. A meno di non conoscere cinque o sei lingue a menadito (ma a me basterebbe conoscerne bene almeno una o due), noi lettori siamo completamente in balia di questa figura letteraria che sta dietro ogni pagina che leggiamo. Che taglia, cuce e confeziona ogni parola scritta nel libro che abbiamo in mano. Perché ha scelto quel sinonimo e non un altro, perché ha preferito quell’aggettivo, perché ha utilizzato quel verbo? E la differenza c’è. Prendiamo per esempio l’inizio della poesia di Baudelaire Il Veleno nei Fiori del Male.

Questa è la traduzione di Luigi De Nardis:

Il vino la più sordida stamberga sa rivestire di un miracoloso lusso e crea favolosi porticati dentro l’oro del suo vapore rosso come un tramonto in un cielo annuvolato.

E questa è la traduzione di Luciana Frezza:

Il vino sa rivestire gli antri più sordidi d’un lusso miracoloso, e innalzare una fila di favolosi portici nell’oro del suo vapore rosso come un sole al tramonto in un cielo nuvoloso.

Ora, al di là di quella che vi piace di più, l’utilizzo di una parola diversa o l’inversione delle parole cambia l’effetto no? Così come vi sarà capitato di notare una traduzione scadente o una più datata… Insomma, a me piacerebbe saperne di più sui traduttori, chi sono, perché hanno deciso di lavorare su quel libro e quali scelte hanno operato in fase di traduzione. O forse esagero? Per ora, a meno che non si tratti di un nome altisonante (e quindi abbia la possibilità di scrivere una prefazione, una nota, un commento al testo) per noi rimarrà solo un nome scritto sotto il titolo. Ed è come nella fine del film di Sofia Coppola: cosa sussurra Bill Murray all’orecchio di Scarlett Johansson nella scena finale? Non lo sapremo mai. Possiamo solo, come fa lei, fidarci di quello che le è stato detto e sorridere.