I GdL : la lista sul sito della Biblio di Cervia

Prestissimo Ecco
potrete consultare in anteprima il fatidico elenco aggiornato dei GdL italiani sul sito della Biblioteca di Cervia

ciao a tutti

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Guerra e pace, in tv

Se sia meglio o peggio delle precedenti trasposizioni cinematografiche o televisive, non lo so e del resto non le ho viste. Certamente, nonostante l’impianto corale sia d’impatto, la scelta dei personaggi non mi convince… Insomma, semplificando, è chiaro che un libro così complesso non regge il piccolo schermo (o almeno, io la penso così) e questo è normale. Dico però che leggi il resto del post

Nelle terre estreme: la copertina giusta di Sean Penn e quella “sbagliata” dell’edizione italiana

Sean Penn ha presentato a Roma il suo nuovo film da regista, Into the wild, tratto dal libro di Jon Krakauer, Nelle terre estreme, (in originale, Into the wild, SOS Free Stock).
Penn ci dice (la Repubblica, 25 ottobre 07, pag. 42) che tutto cominciò quando vide la copertina del libro, con l’immagine del bus abbandonato nella neve.
E’ la storia di Cristopher McCandless, che appena terminato il college, nel 1992, diede in beneficienza i sui soldi e partì per un viaggio nel cuore sconosciuto del suo paese, fra contadini e comunità hippy, fino ad arrivare in Alaska, dove fu trovato morto da un cacciatore quattro mesi dopo che si persero le sue tracce. Insieme al corpo decomposto c’era il diario: da questo Krakauer è partito per raccontare la storia, di viaggio, di estremo rifiuto del benessere e di chissà che altro.

Ricordo che nel corso di un viaggio negli Stati Uniti nel 1998 rimasi colpito leggi il resto

Tribeca sunset, Henrik Reher

Tribeca sunset, originally uploaded by halighalie.

Quest’anno ho letto due libri in particolare che dimenticherò difficilmente. Entrambi sono dei graphic novel, e in modo diverso mi hanno segnata fortemente.
Il primo è *Fun Home* di Alison Bechdel, ma di questo ho già parlato.
Il secondo l’ho appena finito, si chiama *Tribeca Sunset*, l’autore è Henrik Reher, la casa editrice Black Velvet (il sito purtroppo al momento non sembra molto aggiornato…).

In due parole, è un romanzo sull’11 settembre.

Nella prefazione, Francesca Rimondi e Silvia Teodossi parlano del rapporto degli scrittori e artisti statunitensi con i grandi fatti della loro storia: la guerra in Vietnam, l’assassinio di Kennedy, l’attacco alle torri gemelle.

Aspettiamo ancora che gli scrittori si risciacquino lo shampoo dalla testa, depongano la palla del fuoricampo sotto vetro e la guardino filtrata da lì, mentre le loro ustioni televisive si rimargineranno, e la forza letteraria ricomincerà a scorrere in contronarrazioni lontane dai reportage, dai dov’ero io quando, dalle telefonate ai parenti in Florida. E’ ormai tempo.

Sì, è ormai tempo, e questo graphic novel di Reher è un’ottima partenza.

Composto da due parti, due episodi strettamente legati: *Tuesday*, il primo libro, racconta in prima persona l’esperienza dell’autore, residente a pochi isolati di distanza dalle torri, mentre assiste allo scontro e alla distruzione in diretta, fugge da New York con il figlio, cerca di ricostruire con la famiglia una vita, al di là della casa inagibile, delle liste di amici morti, della paura. *Tribeca sunset*, il secondo episodio, racconta invece di quattro amici, che si ritrovano per l’addio al celibato di uno di loro, qualche tempo dopo l’attacco, e riflettono sul loro passato e sulle loro vite presenti.

Tante le riflessioni. Ecco una di quelle che mi è piaciuta di più:

– Cos’è la paura?
– Preoccuparsi per le malattie. Solo quello. Il resto per me è irrilevante. Tutto il resto può essere affrontato, ma non le malattie. Pensi se suo nipote avesse una malattia inguaribile…
– Che ti accada qualcosa di violento.
– Non so cosa sia. Sono fortunato, immagino.
– La paura è sospettare di essere mediocre.
– Rendersi conto che non sai nulla.
– La paura è vivere a New York.

Ho fatto un po’ di fatica a trovare questo libro in libreria, però ne è valsa la pena. Lo dimenticherò difficilmente, appunto.

*giuliaduepuntozero

Lontano da Manaus, Francisco Josè Viegas

Il romanzo giallo, come si sa, ha le sue regole. Questo no.

Così inizia il noir di Francisco Josè Viegas, pubblicato dalla bella casa editrice La Nuova Frontiera, specializzata in libri di autori spagnoli e portoghesi.

*Lontano da Manaus* è un giallo, certo, ma non del genere a cui siamo abituati di solito. I ritmi sono diversi, sarà perché è ambientato fra Portogallo, Africa, Brasile, e si adegua a questi climi. L’ispettore Jaime Ramos, fumatore incallito di sigari e fanatico del Porto (squadra di calcio soprattutto, oltre che liquore) è un uomo disilluso, alle prese con un caso che sconforterebbe anche i più tenaci investigatori.

La trama sembrerebbe semplice: un uomo muore, lasciando dietro di sè praticamente nulla. Non ha passato, non ha legami, non ha storia. L’ispettore segue le labili tracce fra Porto, l’Angola, Manaus. Altri morti si aggiungono, altri personaggi compaiono e scompaiono.

Il finale lascia abbastanza spiazzati, ma questo è il suo bello, così come la sensazione di calma, tranquillità, riflessione che pervade tutto il libro.

Consiglio di leggere anche l’interessantissima postfazione di Roberta Fregonese sul suo lavoro di traduttrice di questo libro, di cui cito un brano:

La storia narrata è sempre una storia ricostruita a partire da indizi labili quando non addirittura inconsistenti, una storia immaginta, una storia sognata, una storia inventata. E tutto questo mina il giallo, e il suo universo lessicale e stilistico di riferimento, alle radici.

*giuliaduepuntozero

un circo di …letture

Reduce dall’incontro mensile del gdl Librar, questa volta non posso non raccontarvi. Intanto per il libro al centro della discussione: Gudrun Eva Minervudottir, Il circo dell’arte e del dolore, pubblicato da Scritturapura. Vi incollo alla fine per comodità la mia recensione. Anche perchè sono io che l’ho praticamente imposto al gruppo per meri interessi personali. Volevo cioé capire come mai mi abbia colpito così profondamente.

Quasi tutti l’hanno letto per intero; alcuni invece si sono fermati, più o meno a metà perché troppo sconvolgente. La discussione però è stata molto vivace, non sto ad annoiarvi con tutti i particolari, però vi riporto due osservazioni che possono, credo, riguardare tutti i gruppi.

L’unica persona che non aveva letto il libro (succede sempre che ce ne sia una) viene di solito interpellata alla fine con la fatidica domanda: “lo leggerai?”. La sventurata ha risposto che sentendo la discussione sembrava avessimo letto 4 libri diversi, dei quali un paio li avrebbe letti. Cosa dite? Va a merito del libro o dei lettori questa pluralità di sensazioni?

Seconda osservazione: il libro, come avrete capito, è molto forte, nella sua descrizione grottesta del dolore fisico e mentale. Tra di noi c’è una lettrice un po’ timida e schiva che detesta rimanere sconvolta nella lettura e appena un libro è troppo crudo o violento, si chiede come mai l’autore non ha invece optato per una soluzione più ottimistica e solare e lo abbandona. Ieri invece ci ha detto che con questa lettura, dopo Un’infanzia di Coetzee e Sotto il vulcano di Lowry, ha completato una sofferta svolta come lettrice. Adesso infatti quando legge non vuole più cambiare quello che l’autore ha scritto, ma si fida di più, si lascia andare alla storia e alla fine pensa: se così ha scritto, così io leggo. E arriva alla fine. Naturalmente se il libro la prende. Si butta, insomma e non si lascia influenzare troppo dal risvolto di copertina come faceva prima. E si dice contenta. A noi è sembrato una bella conquista!

In conclusione, sempre per motivi egoistici, vi invito a leggere il libro della giovane scrittrice islandese. Però dopo non prendetevela troppo con me!

ps. dimenticavo. All’incontro ho invitato la traduttrice. Il gruppo ha apprezzato molto perché ha trovato così il modo di sistemare alcuni tasselli della lettura che non erano chiari. Però non hanno sciolto la diagnosi a mio carico.

Il circo dell’arte e del dolore di Gudrùn Eva Mìnervudòttir, traduzione di Silvia Cosimini, Scritturapura pag. 341, euro 15.00

A pensarci bene forse questa recensione non andava scritta. Non perché il libro non meriti di essere letto. Anzi. Ma dopo che vi siete tuffati da uno scoglio a decine di metri dal mare, rimanendo a mezz’aria per qualche interminabile secondo e alla fine senza fiato avete raggiunto l’acqua, invitereste subito qualcuno a imitarvi? Va bene, ormai ci siete e quindi prendete fiato e buttatevi! Lanciatevi in questo romanzo indescrivibile, che non saprei paragonare a niente che ho letto se non al Celine di Viaggio al termine della notte. Perché il circo del titolo, raccontato dalla giovanissima autrice islandese Minervudottir, è un luogo dell’anima dove siamo inghiottiti senza nessun riguardo e senza lasciarci il tempo di prepararci. La storia prende il via a Bruxelles, nella sala di un convegno medico sul dolore dove il cinquantenne Olafur, disilluso dalla professione e anche dall’amore viene notato da Louise, misteriosa madame che lo costringerà con mezzi non proprio leciti, ma ingegnosi, ad accettare un’incredibile proposta di lavoro: trasferirsi alla periferia di Reykjavic per osservare un’insolita compagnia teatrale la cui arte è quella di portare all’estremo le capacità corporali. Si raccontano cose incredibili di questi artisti e il medico dovrà scoprire cosa accade veramente. In realtà il nostro inviato conoscerà subito un altro circo e un altro dolore nelle figure dei suoi vicini di casa, in particolare della piccola Elìn, che non dorme mai e sembra arrivata da un altro pianeta. E non è l’ unico personaggio dolente che incontriamo in questo romanzo che fa del dolore nelle sue varie forme il tema principale del racconto, mettendo in campo una tale capacità espressiva da riuscire a trasmettere la sofferenza fisica e psicologica attraverso le pagine anche al lettore. Era quello di cui cercavo di avvertirvi all’inizio. Adesso che sono arrivata a riva però mi ritufferei, perché Il circo dell’arte e del dolore è davvero un libro straordinario, dove la scrittura così spudoratamente matura e raffinata quasi ti sfida a trovare una metafora o un’espressione anche solo banale, senza riuscirci. (“Era solita dire che profondersi in scuse era una deprecabile malattia ginecologica”, un’espressione tra le tante). Contribuisce poi a restituire al lettore italiano la magia e il fascino dello stile dell’autrice, l’ottima traduzione di Silvia Cosimini, che ha certo lavorato duramente per rendere al meglio la scrittura della giovane autrice islandese, riuscendo a trasmetterne la forte carica emotiva. Che non dà mai tregua al lettore sino alla conclusione finale: “La gente voleva avvicinarsi al pensiero lacerando e spaccando il corpo. Ma il metodo era completamente sbagliato. Per questo era un circo e per questo ne conseguiva tanta sofferenza. La gente si infilava nel nido delle api per cercare il miele. Nella tana delle capre per cercare la lana”.

 

Haruki Murakami, Dance dance dance

Immagine di Dance dance dance

L’incipit:

Mi accade spesso di sognare l’Albergo del Delfino.
Dal sogno si direbbe che ne faccio parte in modo stabile. La forma dell’albergo appare distorta. E’ molto lungo e stretto. Tanto lungo e stretto da sembrare, più che un albergo, un lungo ponte coperto da un tetto. Un ponte che si estende, in tutta la sua lunghezza, dall’antichità alla fine del mondo. Io ne faccio parte. Lì dentro c’è anche qualcuno che piange. E io so che piange per me. L’albergo mi comprende dentro di sé. Riesco a percepire le sue pulsazioni e il cuo calore. Nel sogno, sono una parte dell’albergo.

La mia impressione:
E’ la storia di un ragazzo giapponese di 34 anni, alla ricerca di se stesso. Fin qui niente di strano. La cosa che caratterizza il libro e che può piacere o meno è una forte componente surreale: il reale si mischia alla fantasia, che si mischia al sogno, senza che i confini tra realtà e fantasia e sogni siano ben delineati. Anzi, il tutto è alquanto confuso e la confusione del protagonista regna sovrana e a volte passa nella scrittura stessa lasciandoti un po’ interdetto. Non so se era voluto ma ci sono dei momenti, per fortuna isolati, in cui sembra che l’autore voglia volutamente confondere il lettore, forse per aumentare il grado di immedesimazione nella storia. Non so, ma a me non è piaciuto molto. La componente fantastica è troppo forte per me che sono un tipo molto pragmatico. E quindi tutti i voli pindarici nel mondo del fantastico o del paranormale, che dir si voglia, non mi sono piaciuti molto. Non sono riuscito a immedesimarmi nel protagonista, tutti i riferimenti al paranormale e alla pura fantasia non facevano che allargare il divario tra me e lui, che ho visto allontanarsi sempre di più. Ad un certo punto avevo l’impressione di essere un entomologo che guarda un insetto strano che si muove nel suo habitat… non molto piacevole, visto che a tratti ho visto qualche punto di contatto tra me e il protagonista della storia che ha la mia stessa età. Forse mi aspettavo di più. Comunque il libro a parte questo è scritto bene e se si riesce ad andare oltre la componente surreale che lo permea a fondo, forse può anche risultare bello.

La scheda su IBS:
Haruki Murakami, Dance dance dance, Einaudi, 2005 (500 pagg.)