Luciano Bianciardi: sollevare la polvere è il metodo del successo in azienda. Come le ali che giocano in serie C

Fra le osservazioni su La vita agra di Luciano Bianciardi all’ultima riunione del gruppo di lettura di Cologno, alcune hanno puntato sulla forza del narratore nel descrivere e rendere agli occhi del lettore la vita nelle aziende milanesi negli anni del boom economico, le aziende del terziario e del quartario, come le chiamava Bianciardi.
L’autore disprezzava, evidentemente, il meccanismo editoriale del quale lui stesso viveva, gli sembrava improduttivo: terziario e quartario

non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura.

Ma il punto che interessa il lettore di oggi non è questo; noi ci siamo abituati a sentirci vaselina. Il punto che ci interessa è vedere ritratti nei paragrafi de La vita agra quadri e scene cui ci siamo abituati e che vediamo, e, magari, inconsapevoli, interpretiamo pure noi:

Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. E’ come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesimi sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario…

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2 pensieri riguardo “Luciano Bianciardi: sollevare la polvere è il metodo del successo in azienda. Come le ali che giocano in serie C”

  1. Esilarante. E non solo per l’aver equiparato gli strumenti di produzione a un lubrificante (no che non ci siamo ancora abituati, ci incazziamo ancora, e tanto, con l’unica soddisfazione di far girare il meccanismo a vuoto, almeno per un po’), ma soprattutto perché questo grande scrittore riusciva a smascherare i difetti dell’uomo medio italiano.
    Le citazioni qui sotto vengono da un articolo di Antonio D’orrico sul Corriere della Sera di settimana scorsa.
    Così scriveva su Mike Bongiorno: “I nostri presentatori della televisione avevano successo, e lo hanno, in quanto riassumono certi difetti, certe tare nazionali. Mike Bongiorno ne riassumeva più di tutti, ed ecco perché lo possiamo stimare il più mediocre, quindi il più bravo”. Così il passo delle gemelle Kessler, icone erotiche di tutti i maschi italiani, diventava quello dei soldati della Wermacht.
    Così un intervista a Gianni Rivera si trasformava in una piece surreale di Ionesco (“Dove andrà in vacanza?” “Non ho ancora deciso” “Preferisce il mare o la montagna?” “Un po’ il mare, un po’ la montagna”).
    Così il successo sul luogo di lavoro non dipende mai dal merito o dai risultati, ma dall’immagine che si riesce a dare di sé (anche se siamo sempre in serie C, questo è ben chiaro). Visto il quadro generale dell’Italia oggi, poco sembra cambiato dall’articolo su Mike Bongiorno del luglio 1959. E se è successo, è senz’altro in peggio. Tuttavia, leggendolo stasera, non ho potuto fare a meno di scoppiare in una fragorosa risata. E questo perché Bianciardi era assolutamente geniale. E la nonna di Amoz Oz direbbe ancora una volta: “E’ così triste che fa ridere”.

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  2. Bianciardi aveva già visto allora molti mali che sono venuti al pettine più tardi. Dal momento che non era certo il tipo che faceva spallucce e tirava avanti come se niente fosse, si mangiava il fegato. Era fatto così. Uno spiritaccio anarchico toscano che ce l’aveva con tutto e con tutti, ma ha finito per fare del male solo a se stesso. Su Internet girano ancora alcuni vecchi filmati della Rai con sue interviste. Ne consiglio la visione a tutti. Da parte mia per rendergli omaggio qualche anno mi sono tolto lo sfizio di fare una passeggiata sulle orme della sua “via crucis” milanese.

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