Scusa…hai letto…?

Il post di Luiginter mi ha ricordato una situazione curiosa, ma per me un po’ frustrante, che si è presentata varie volte nella mia vita di lettrice: aver letto un libro che è piaciuto molto e non poterne parlare con nessuno. Con la diffusione dei GdL , e più ancora dei blog di lettori credo che non accada quasi più, o meglio che la circolazione e il movimento di letture e chiacchiere sia tale che prima o poi ci si incontri…però io penso che ognuno di noi abbia un libro, nella sua biblioteca interiore di cui, pur desiderandolo, non sia mai riuscito a parlare con nessuno.

Un libro solo, anche se ci è accaduto con più libri, e facciamo un elenco…inizio io.

Un ermellino a Cernopol – Gregor Von Rezzori

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15 pensieri riguardo “Scusa…hai letto…?”

  1. intanto ti dedico questo frase di Peter Bichsel che spiega bene quello che racconti: “E so cosa mi porterei dietro su un’isola completamente deserta, dove si è totalmente soli e senza nessuna possibilità di tornare indietro…in realtà non mi porterei dietro nessun libro, perché senza una comunicazione quotidiana cesserebbe sia la lettura che la scrittura. Ho bisogno degli altri almeno per far sapere che ho letto”. (Il lettore, il narrare).

    Più che qualcuno con cui discuterne vorrei capire perché mi è piaciuto così tanto un libro devastante come quello di Eva Gudrun, Il circo dell’arte e del dolore.

    E naturalmente vado subito a cercare il libro di Von Rezzori

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  2. Per me la lettura di “Un amore” di Buzzati è stata, e rimane, un’esperianza fortissima dal punto di vista personale. Non solo per il valore in sé del libro, quanto per il ritrovare in quelle pagine una mia esperienza privata che mi ha profondamente segnato. Ho recensito il romanzo e ne ho parlato, ma non sono mai riuscito a comunicare fino in fondo a qualcuno l’intensità del mio legame con il libro. Credo per riservatezza e per altre mie mancanze, ma forse anche perché anche nel rapporto con i libri alcune cose sono “nostre” ed esclusivamente “nostre”.

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  3. sabato di ian mcewan

    con i gruppi di lettura e anobii ho risolto in parte il problema…efficace si è rivelato anche regalare agli amici (lettori ovviamente) i libri che ho amato di più.

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  4. Piccole Donne di Louise May Alcott. Avevo 12 anni. Credo che l’assenza di condivisione in questo caso sia stato un bene (soprattutto per gli altri). Anche perché poi ho cambiato idea.

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  5. …grazie “lettoreambulante” per la frase di Bichsel. Sono d’accordo anche con “kubinski” e il pensiero si sfacetta: si può desiderare di parlare di un libro ma si può anche ritenere talmente intima la “relazione di lettura” con un libro da non desiderare di parlarne.OT: non credo che la riservatezza sia una mancanza.
    Thelee anch’io ho cambiato idea su libri di cui, nel periodo della 1a lettura non ero riuscita a parlare con nessuno.

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  6. Mah, pensandoci un po’… mi viene in mente solo che da adolescente non riuscivo a parlare con nessuno dei fumetti di guerra della serie “Super eroica”, albi con storie di pattuglie americane nelle isole del pacifico contro i giapponesi, o di reparti sbarcati in Normandia. Leggevo avidamente e basta.., nessuna condivisione. Se li leggessi adesso forse direi che erano scadenti, forse…

    http://www.comicvine.com/comic/super-eroica/2261/

    baci

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  7. Ancora oggi non riesco a condividere “Cime tempestose” e, di recente, lo stesso mi capita con “Un cuore così bianco”e poi sono sicura che ce sono degli altri.
    Mi capita anche con la musica: in quei casi divento anche più antipatica, possessiva. Per non dire dela pittura. Chiamatemi orsa.

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  8. Il mondo estremo di Christoph Ransmayr.
    Per quanto l’abbia consigliato, prestato, e perfino regalato (copia firmata dall’autore, mica bruscolini!) non sono mai riuscito a spigare a nessuno le ragioni del mio amore per questo romanzo.
    Forse che questa stranezza sia da mettere in relazione con il fatto che nessuno è riuscito a finire il primo capitolo?

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  9. “Un ermellino a Cernopol “ di Gregor Von Rezzori è stato pubblicato 50 anni fa e ripubblicato da Guanda nel 2006.

    Ha ragione Marina Forlani il libro merita di più, merita tanto ma bisogna riconoscere che è un libro anomalo, incantevole, inquietante e originale come lo era Rezzori stesso. Claudio Magris conobbe Rezzori e considera L’ermellino il suo vero autentico capolavoro.
    Il tema del libro è difficile da definire, forse è l’incomprensione insita nella nostra esistenza, ci si comprende quando la vita ci mette alla prova e noi sveliamo noi stessi, in questi guizzi ci si avvicina, ma poi ci si riallontana. I personaggi dell’Ermellino si sfiorano, ma non si accarnano mai.

    L’ermellino (così vuole la leggenda) muore quando la sua corazza s’imbratta. La metafora della metamorfosi di una vita, la prima e la più importante: l’infanzia. Gli occhi di bambini osservano alcuni personaggi della città, il maggiore Tildy che non riesce ad essere ironico in una città solo ironica, prende le cose veramente sul serio – come le prenderebbe un bambino – finisce per sfidare a duello mezzo esercito, poi passa per un manicomio e poi ancora si innamora in un finale magico, delirante, poi precipita…Il prefetto Tarangolian che cerca di conoscere la città intera ascoltando minuziosamente tutti, lui è un saggio investigatore di anime, chiede, ascolta, scruta, non forza le cose e le lascia andare libere. Tanti i personaggi, Madame Aritonovic, l’insegnante coraggiosa dell’istituto dove crescono il protagonista e sua sorella Tanja, permetteva che la lezione venisse interrotta ogni volta che qualcuno proponeva qualcosa di più divertente .
    La capacità di raccontare di Rezzori è notevolissima, ci sono pagine e pagine da incorniciare. Quando Tanja riceverà uno schiaffo inaspettato da sua zia Paulette, senza nessuna ragione, suo fratello penserà all’evento come “uno di quegli eventi che in passato avevamo temuto e insieme invocato con trepido orrore perché avrebbero dovuto testimoniarci la realtà di un favoloso mondo surreale in cui volevamo credere a tutti i costi. Ma poi vedemmo Tanja, vedemmo che si teneva le mani davanti al viso come se fosse stata accecata, e barcollava ancora sotto la brutale violenza del colpo, ripiegata su se stessa come per una ferita. Nessuno di noi era mai stato picchiato. Ci parve che quello schiaffo avesse colpito qualcosa di essenziale e mandato in frantumi qualcosa di sacro: una delicata superficie che aveva protetto il viso di tanja come una maschera di purezza intatta e di intangibile nobiltà, una maschera che ora si spezzava e le cui schegge le penetravano nella pelle”.

    Domenico Fina

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  10. Aggiungo un libro di un autore memorabile e originale quanto Rezzori.
    Uomini famosi che sono stati a Sunne (1998)
    di Goran Tunstrom. E’ l’ultimo libro pubblicato da Tunstrom in vita ed è forse il suo più bello anche se di Tunstrom tutto è da leggere. In Italia e’ stato pubblicato da Iperborea nel 2003. (Marina Forlani l’avrà letto ?)

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  11. …Domenico Fina, l’ho letto pochi mesi fa…un libro che mi ha fatto sorridere (il bottegaio che racconta del suo rendere invitante merci e negozio) ma anche immalinconito.
    Non ricordo i nomi dei personaggi e non li cerco sul web, ma ricordo la malinconia che le loro vite mi hanno suscitato.

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  12. Terzo libro poco letto ma meritevolissimo: Una giovinezza inventata di Lalla Romano.
    (allego la mia impressione che ho inviato ad internetbookshop nel 2004). Questo libro Marina lo conoscerà di sicuro..se non lo hai letto, sappi che è un libro magico.

    ———

    E’ un romanzo pubblicato nel 1979 quando la Romano aveva 73 anni ma ha tutta la vitalità della giovinezza. Il titolo è tratto dalla prima parte di un aforisma di Elias Canetti, “una giovinezza inventata, che diventa verità nella vecchiaia”; in effetti la giovinezza della Romano, messa a fuoco nella vecchiaia, si mostra più vera perché l’autrice ha acquisito l’esperienza per delinearla nettamente ma allo stesso tempo inventata essendo sfumate le sensazioni della Lalla giovane. Non è un’autobiografia è un romanzo vero e proprio in cui la narratrice sembra rivivere quegli anni di vita giovanile nella Torino della fine anni Venti; resoconto in cui trovano posto le lettere di gioventù, le poesie, i diari di una giovane e geniale studentessa, un “cardo selvatico” era chiamata da un suo professore. Ma il tema dominante del libro è senza dubbio l’amore, l’amore aspro di chi sente di aver chiesto troppo alla vita. Lalla Romano, una ragazza avvenente e sensibile, si sente attratta negli affetti dal suo caro amico Giovanni Oneglia ma negli istinti da Altoviti che spesso chiama A., “ho rivisto A. – egli è nella mia vita il simbolo vivo del mio errore: bellezza e vanità – non umanità – egli è vivo al modo dell’arte – sogno e materia povera – mi è indifferente e fatale” mentre di Giovanni scrive: “alla comunione si alzò e andò all’altare. Lo vidi tornare a capo chino e a mani giunte. Si inginocchiò e chiuse la faccia dentro le palme. Non avevo mai conosciuto uomini così devoti. Sapevo bene che lui era religioso, ma la maniera mi sembrò irreparabile. A modo mio lo ero anch’io, nel senso di credente: ma divisa, in allarme, forse perfino infedele, in fondo; o fedele solo nel fondo”. La giovane Lalla, si rimprovera di non saper amare, “io so che sono una donna sbagliata”, ma non è una donna sbagliata, forse è una donna scombinata come il pezzo di un puzzle che non si combina con il resto, vorrebbe cambiare forma ma non può. La bellezza tragica e ironica del libro è proprio questa – l’amore vissuto come un’attrazione dei sensi e poi, solo poi, tutto quello che si vuole, la ragione come compromesso non sistema proprio nulla, forse il tempo guarirà le ferite ma come scriveva Eliot, non è esatto, perché è il paziente che non è più qui. (Il capolavoro della Romano, come sostenuto da critici come Giulio Ferroni).

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