Ha senso leggere un libro (bello) che provoca quasi un fastidio fisico?

Sto leggendo La pioggia gialla di Julio Llamazares (Einaudi, fuori catalogo): è una lettura del gruppo di lettura di Cologno Monzese e di uno dei Gdl di Guadalajara in Spagna.
Mi restano più o meno 50 pagine. Dovrei finirlo per domani sera quando ci sarà l’incontro.
Giuro: è un libro bello e terribile. Così terribile che son tentato di lasciarlo. E’ il racconto di un uomo che è rimasto solo in un piccolo paese dei Pirenei. Abbandonato da tutti gli abitanti, lasciato solo dalla moglie che si toglie la vita, quest’uomo rimane, solo con una cagna, avvolto in un’allucinato sforzo di oblio. Nelle pagine dominano la desolazione, il gelo, i fantasmi del passato.
Ha senso leggere un libro che provoca quasi un fastidio fisico? Anche se è indubbiamente un libro di qualità?
All’incontro, in collegamento in videoconferenza con Guadalajara, ci sarà anche l’autore.

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29 pensieri su “Ha senso leggere un libro (bello) che provoca quasi un fastidio fisico?”

  1. Ora sono curioso. Mi piacerebbe leggerlo. Per me ha senso, il fastidio può far sempre nascere qualcos’altro, magari costruttivo.

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  2. Se ho capito cosa intendi con “fastidio fisico”, ho provato lo stesso leggendo Cecità di Samarago e Profumo di Suskind. Fastidio fisico dato dalla descrizione ossessiva di percezioni di tipo sensoriale…

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  3. Allitterata e Luiginter a me è capitato di leggere libri fondamentali per me, che però, proprio perchè in alcuni passaggi davano “una descrizione ossessiva di percezioni di tipo sensoriale”(Il ponte sulla Drina, per es.) oppure perchè la descrizione di una sofferenza emotiva, mi aveva fatto entrare talmente in risonanza da ricordare il libro, il racconto, ma da tenermene lontana.

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  4. Mi sono posta la stessa domanda proprio oggi, leggendo “La ballata di Iza” di Magda Szabò. Bello, indubbiamente bello, ma così cupo, triste, senza speranza che fa star male. Allora mi domando se sia il caso di continuare, già ci sono molte occasioni per rattristarsi nella vita di tutti i giorni.
    Però la lettura non deve essere solo evasione, e sono sicura che, come mi è successo per “Cecità” e per il “Profumo”, alla fine sarò contenta di averlo letto

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  5. Ho mancato la discussione sul libro di Llamares, per un impegno di lavoro. Non ho dunque sentito il parere degli altri.

    La sofferenza che mi provoca questo libro – che comunque ho letto fino alla fine – è emotiva, psicologica e fisica.
    La solitudine subita ma anche scelta del narratore/protagonista; la desolazione rappresentata dalla reiterazione della metafora della pioggia gialla; il disfacimento delle case, delle travi, dei muri; l’edera e le ortiche che coprono il paese; il fantasma dei morti di famiglia che appaiono davanti al fuoco, tutto concorre a trasmettere un’oppressione che in questi giorni mi ha costretto ad abbandonare la lettura presto ogni sera, per non gravare troppo sul mio morale.
    Ecco, mi chiedo, posso spiegare ai miei figli che leggere è un piacere con una lettura così: per quanto il libro sia avvolgente, abbia un ritmo difficile da interrompere?
    RIcordo anche io il disagio causato da Cecità: ma quello de La pioggia gialla per me è stato infinitamente maggiore.

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  6. A me capita in questi casi (vedi alcuni dei libri citati) di seguire l’istinto e di farmi suggerire la risposta da questa impressione. Se il disagio è comunque legato al bisogno di procedere nella lettura, per superalo leggendo, continuo.
    Altrimenti sospendo la lettura, in attesa che le pagine, se hanno lasciato un segno, si facciano rileggere.
    Mi è successo invece di costrigermi a procedere nonstante il disagio, col risultato di detestare il libro e la mia cocciutaggine.
    Il piacere della lettura è a più dimensioni, ma per me esclude la sensazione di essere sopraffatta da emozioni “altre”.

    un saluto da brossura

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  7. Del resto devo anche riuscire a spiegarmi perché questo libro mi sia stato così difficile da leggere, così generatore di disagio e io sia così lamentoso in proposito. Mentre, altri libri belli e terribili (per esempio Levi di _Se questo è un uomo_) li ho letti più volte, pur fra difficoltà e emozioni e disagio.
    Perché?
    Forse nel caso di La pioggia gialla ho fatto l’errore di “giudicare” il personaggio/narratore e non il libro: la sua scelta di arroccarsi in un luogo morto, portando la moglie alla solitudine e al suicidio; costringendo il figlio ad andarsene con la sua maledizione; tutto questo mi sembra inutile, violento e sbagliato: insomma l’ideologia del narratore mi è estranea, ostile. Questo prevale, prevale sulla pietà che pure si prova per lui.
    Beh forse è così

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  8. Anche io ho provato emozioni contrastate in più di un’occasione e con esito diverso (anche se solitamente preferisco evitare di lasciare i libri a metà).

    Pastorale Americana di Roth l’ho a un certo punto dovuto abbandonato per il forte disagio che mi faceva provare.
    Ho invece di recente terminato La strada di McCormac, pur nella grande difficoltà ‘emotiva’ della lettura.
    Credo che alla fine sia la percezione di quanto il ‘fastidio’ creato dalla lettura di un libro sia comunque capace di lasciarti qualcosa a far scegliere se continuare o no.
    Se – dal punto di vista di ciascun lettore – la sofferenza e il disagio rimangono gratuiti non lasciando null’altro è meglio lasciar perdere …

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  9. Ecco, io mi riferisco a libri cui attribuisco valore, significativi per me, che mi è piaciuto leggere, non libri insignificanti, nella cui lettura non avrei proseguito.
    Ricordo ora un altro libro che mi ha suscitato disagio, ma anche interesse, un bel libro, per me: “Estensione del dominio della lotta”.

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  10. Anche io, come qualcun’altro sopra, ho provato lo stesso con Cecità, meno con Il profumo, che ho sentito un po’ distante. Ha senso, certo, il fastidio passa subito e rimane un bel ricordo.

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  11. Il tema dello spopolamento o dell’abbandono dei villaggi è frequente in Llamazares e decisamente per questioni biografiche: lui è di Vegamián, nella regione di León, un paese che fu sommerso dalle acque del bacino del Porma costruito dallo scrittore-ingegnere Juan Benet (forse il più influente scrittore spagnolo del novecento). Anche “Flores de otro mundo”, il film di Icíar Bolláin con la sceneggiatura di Llamazares, tratta di un paesetto che si va spopolando, restano senza uomini e devono invitare camionate di donne per vedere se qualcuna resta.. ma queste cose probabilmente ve le racconterà anche lui.
    buona videoconferenza!

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  12. ah, dimenticavo, a me “La lluvia amarilla” è piaciuto molto, ma la storia in effetti provoca inquietudine, una strana sensazione di scomodità.. Credo sia molto collagata anche alla paura ancestrale della solitudine.

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  13. Credo che il disagio che una lettura provoca possa essere parte della sua funzione catartica e quindi anche del suo piacere. Se no non si spiegherebbe perché ai bambini, ma non solo a loro, piacciano da pazzi le storie di paura e di orrore. Ma in certi casi, come in quello di cui si parla qui, c’è qualcosa di più. L’autore tocca un punto che ci mette in crisi, e ci mette in crisi proprio perché impedisce il movimento catartico, ossia quello che Dario Fo chiamava il “ruttino”, il riflesso consolatorio per cui ripetiamo a noi stessi: in fondo è solo una storia, non può succedere veramente, non può succedere veramente a me! Insomma ci identifichiamo con i personaggi e i protagonisti proprio perché sappiamo che il piano della letteratura e della vita restano separati.
    Nel corso della videoconferenza con Llamazares, che si è tenuta il 27 marzo tra Cologno e Guadalajara, si è capito che proprio contro questa separazione scrive l’autore: lui non scrive “per intrattenere”, ha dichiarato con orgoglio, ma per “emozionare” e per “far pensare”. Credo che il disagio che ci comunica la lettura de La lluvia amarilla derivi da questo doppio movimento: ci è difficile, doloroso, identificarci con il rancore e il dolore impersonato dal vecchio Andrés e nello stesso tempo ci sentiamo in parte colpevoli per averlo abbandonato, anche nella lettura. Noi siamo con il figlio, o almeno lo comprendiamo, con quelli che hanno scelto di continuare a vivere, o perfino di morire, come Sabina, perché chi può seppellirsi in una montagna disabitata e inclemente, odiando tutti gli altri che se ne sono andati? Non capiamo il suo senso della proprietà, della tradizione. Ma nello stesso tempo sentiamo tutta l’ingiustizia di questa perdita, l’ingiustizia del progresso, del buonsenso, che in nome di una malintesa modernità uccide la natura, la lentezza, la bellezza. Soffriamo, ma questo è esattamente lo scopo che l’autore si è prefisso. Non ha scritto per farci sentire a proprio agio nella nostra comoda poltrona in salotto, come quando leggiamo il più tremendo dei noir.

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  14. No per me non ha senso, se un libro mi provoca fastidio fisico o comunque una sensazione non piacevole penso non valga la pena di leggerlo, sarebbe come mangiare un cibo che non mi piace o che mi provoca nausea (tipo il fegato per intenderci)…

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  15. Il disagio espresso in questo topic mi è capitato un paio di volte. Una proprio recentemente leggendo _Tokyo Soup_ di _Ryu Murakami_, libro che mi ha riportato a sensazioni che non provavo da quasi quindici/vent’anni (erano i tempi di fine liceo, ’90, ’91) quando mi trovai per le mani lo “allora” sconosciuto _Bret Ellis_con _American Psycho_.
    Io mi innamorai del primo come sono stato conquistato dal secondo. Ma credo che difficilmente verranno riletti in fututro.

    Una nota simpatica sul libro di Bret Ellis: ai tempi lo regalai a due carissime amiche. Una me lo restitui’ dopo aver letto neanche 50 pagine; entrambe mi tolsero la parola per circa sei mesi.

    Fubar/080403

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  16. egolector scrive a proposito di La pioggia gialla di Julio Llamares:

    lui non scrive “per intrattenere”, ha dichiarato con orgoglio, ma per “emozionare” e per “far pensare”.

    Per me sono gli unici scrittori che vale veramente la pena di leggere.

    E più fanno male e più la lettura è appagante e istruttiva.

    I miei campioni indiscussi: Céline e Coetzee.

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  17. L’identificazione con i personaggi di un libro, il “com-prenderli” provoca sofferenza, rifiuto, fastidio fisico, paure ancestrali-come nel caso de LA PIOGGIA GIALLA….a me è capitato di leggere libri “rivoltanti” come AMERICAN PSYCO”e di poterlo fare perchè il protagonista è una figura improbabile, non si sa se vera o frutto di un’allucinazione …viceversa, con il libro di Llamazares,entra in gioco un meccanismo più sottile di identificazione: il personaggio è molto reale, comprendi le sue ragioni e quelle degli altri protagonisti, sai che li seguirai nel baratro, impotente.Mi capitava la stessa cosa, a scuola, con i libri di Verga.

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  18. [ot] non riesco in nessun modo a trovare il libro da cui parte questo post. tolti i vari IBS e anchela mia libreria di fiducia italiana che normalmente da 23 anni mi trova l’impossibile) anche nei “baracchini” di libri usati che giravo da ragazzo per Milano (IE P.za Piemonte, P.le Baracca, P.tta Mercanti, Corso 22 Marzo, P.za Cordusio ed altri): nulla. qualche idea, senza dover acquistare su Amazon, ad US$ 0.02 (!!!) con US$ 12.49 di spedizione?

    Io, purtroppo, non sono sono in grado di leggere il castigliano in modo tale da potermi godere cio’ che ho in mano (lo scrivo solo perché, dovendo essere a Barcelona per lavoro qs settimana, l’acqisto sarebbe fattibile)

    grazie per ogni tip
    Fubar/080524

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  19. Scusa Silvana ma cosa intendi per identificazione?
    Cioè la tua riflessione può significare tutto e niente. Seguendo il tuo discorso anche un film allora può portarmi all’immedesimazione, come il mio vicino di casa o la mia insegnante…. Insomma ogni oggetto fuori di noi ci condiziona e infondo, possiamo rimanerne impermeabili.
    Certo ammiro e invidio il pathos con cui rimani coinvolta in una lettura, io comunque vada so che l’indomani la sveglia mi suona alle 7….

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  20. Leggo in ritardo la domanda che si pone Luiginter. Da un certo punto di vista, credo che siano davvero tanti i romanzi degni di questo nome che presentano problemi di questo genere, a cominciare da una sorta di capostipite, “Madame Bovary”, dove le pagine con la morte di Emma sono davvero brutali. Un altro esempio può essere “La morte di Ivan Ilic” di Tolstoj, così fisicamente angoscioso. La risposta secondo me è solo nella qualità (e in questo senso “verità”) della scrittura, e dunque, in questi casi sì, la risposta è che senz’altro ha senso. Diversamente, la prima lettura del Novecento che dovremmo precluderci è “La metamorfosi” di Kafka.

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  21. Fortunatamente c’è stata un’egregia riedizione de “La pioggia gialla” fatta da Passigli Narrativa con traduzione di Pier Luigi Crovetto.
    Questo libro –che realmente lacera il cuore e che ci pone di fronte a noi stessi e all’eternità del tempo- è bellissimo e struggente, è pura poesia : io l’ho inteso, nonostante la disperazione che lo avvolge, come un implicito inno alla vita… è talmente tanto buio che si percorre quasi tutto il tunnel del dolore e si intravede, debolissima ma reale, una flebile luce dopo tanto dolore.

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  22. 1984 di Orwell… è un libro che non vorrei nemmeno avere in libreria, vorrei averlo preso in prestito e non possederlo, ogni volta che lo guardo mi ricordo delle torture finali, la maschera con il topo… una cosa sconvolgente che avrei preferito non leggere mai. Lo so è un capolavoro, apocalittico e visionario e ha una visione profetica della realtà, ma non lo consiglierei a nessuno.

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  23. ho letto qualche anno fa ho letto “La pioggia gialla” e sono contenta che sia stato ripubblicato. Pur facendomi male l’ho letto ben due volte e anzi questo libro “bello e terribile”mi ha fatto riprendere in mano un altro che amo moltissimo “Casa d’altri “di Silvio D’Arzo, in cui ci sono le stesse parole chiave”solitudine-silenzio.morte”.

    Per non ripetere le stesse riflessioni mi permetto di suggerire a Cinzia di digitare nel blog Silvio d’Arzo, dove c’è un mio post. Conosci questo romanzo breve? Se sì che cosa ne pensi per le affinità con “La pioggia gialla”

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  24. Grazie della segnalazione Xochitl2.
    Ho letto poco fa il tuo appassionante post su “Casa d’altri”. Non ho letto questo racconto né conoscevo l’autore ma mentre leggevo “La pioggia gialla” di Llamazares mi è venuta in mente una puntata di CultBook vista su Rai Educational in cui Stas’ Gawronski presenta proprio questo racconto-capolavoro e parla della vita del prete e soprattutto di Zelinda in quel villaggio di montagna soffocato dalla nebbia e dal silenzio secolare che può diventare una prigione, addirittura una morte lenta, e la sensazione del tempo che scorre senza creare energia ma solo una disperata percezione della strada senza speranze e senza emozioni che si deve ancora percorrere. Credo proprio che Casa d’altri sarà uno dei miei prossimi acquisti su Amazon.it :-)

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