Umano, troppo umano

Non sono qui per parlare di filosofia, ma per invitarvi alla SETTIMANA DELLA FOTOGRAFIA EUROPEA, che inizia domani 30 aprile 2008 a REGGIO EMILIA e che porta appunto questo titolo.

Mi sembra doveroso questo invito in un blog in cui ogni tanto si pubblicano foto così belle come l’ultima di Luiginter, poi magistralmente commentata da Theleeshore.

Il tema chiave di questa terza edizione di Fotografia europea è il controverso concetto di CORPO: Il corpo che è persona, carne, vita, eros, ma anche cadavere, oggetto, torturato e ucciso, di nuove malattie, straziato da nuove guerre e nuove armi, sezionato per favorire la ricerca scientifica, espressione di un rinnovato culto del fisico, strumento di piacere e di performance, oggi più che mai fornito di protesi e integrazioni.

“Tra tutte le visioni del corpo e della fotografia possibili-dice il curatore ELIO GRAZIOLI- è una fotografia, che attraverso la vista sollecita però anche gli altri sensi, in particolare il tatto”

Cinque sono gli autori europei di periodi e contesti diversi in grado di fornire le principali sfaccettature del corpo in oggetto: RAUL HASMANN, WOLS, PAOLO GIOLI, JORGE MOLDER e PIERRE ET GILLES.

Altri quattro fotografi europei presentano produzioni originali realizzate per l’occasione

L’obiettivo di Fotografia europea è fare della fotografia un momento di incontro, di festa per la città, che si riempie di immagini, colori e suoni, coinvolgendo cittadini, turisti, esercizi commerciali e privati in una miriade di iniziative.

Fino al 4 maggio, accanto alle numerose mostre temporanee aperte fino al 9 giugno , sono in programma un centinaio di eventi: lectio magistralis, conversazioni, seminari, workshop, readings, concerti e spettacoli di vario genere, tutti ad ingresso gratuito.

E’ previsto il contributo di filosofi e artisti come UMBERTO GALIMBERTI , OLIVIERO TOSCANI e ALBERTO ABRUZZESE

Per chi è interessato all’iniziativa il sito www.fotografiaeuropea.it presenta il programma completo della manifestazione

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Belle storie

il titolo di questo post è BELLE STORIE!? SIGH!, GULP! C’è una parte positiva e una molto negativa, se non polemica.

Il tutto nasce da una riflessione del gruppo di lettura di Mantova Librar dove abbiamo letto “Un difetto impercettibile” (Rizzoli) di Nancy Huston.
Davvero un bel romanzo nel senso classico di bella storia, ben scritta, ben costruita, con una trama studiata, personaggi approfonditi e l’idea originale di raccontare una saga familiare non solo partendo dal presente e andando poi a ritroso, ma ritraendo i quattro protagonisti all’età di sei anni. Non vi dico di più perché merita di essere letto e scoperto.
Ci siamo un po’ stupiti del fatto che è un libro di cui non si è sentito quasi parlare ed è invece di grande valore. Qui finisce la parte positiva del post e inizia quella negativa.
Vi siete accorti che pur nella vastissima produzione editoriale italiana si pubblicano sempre meno belle storie in senso classico e spesso si fa anche fatica a scovarle?
Parlo di un romanzo leggibile a più livelli che può quindi accomunare il lettore più sicuro e quello più debole, con una struttura tradizionale e non sciatta e che ti racconti soprattutto una storia che ti rimane dentro. Non so se sono riuscita a spiegarmi.
Intanto vi consiglio altri libri del genere che per sostenere la campagna “Belle storie!?” dovete impegnarvi a leggere e diffondere.
Cominciate con Anita Rau Badami e le sue “Donne di Panjaur” (Marsilio) e proseguite con “Tre vite di Penelope Lively” (Guanda).
Poi tornate a quel capolavoro della Badami che è “Il passo dell’eroe“.
Cos’hanno in comune questi romanzi? Che intanto che li leggi ma anche dopo i protagonisti diventano la tua famiglia, ti preoccupi per loro, cerchi di capire come aiutarli, li pensi e li consideri veri. La lettura non ti provoca un’emozione e una partecipazione momentanea, le storie ti entrano proprio dentro. L’autore si mette in gioco e il lettore pure. Fiducioso e ben ripagato.

E le vostre “belle storie”?

Lo sguardo nitido e inquieto di Carson McCullers

Un paio di settimane fa ho finito Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers, appena ripubblicato da Einaudi.

È uno di quei libri che ti provocano una fitta dolorosa quando ti rendi conto che sei arrivato all’ultima pagina: la struttura narrativa a più voci, il linguaggio scabro, la capacità evocativa delle sue descrizioni, creano un microcosmo letterario perfetto, abitato da personaggi senza tempo, da cui è difficile staccarsi del tutto.

 Era il 1940 quando Carson, 23 anni, pubblicò questo romanzo: lo aveva scritto in uno dei tanti periodi di grave infermità che ha attraversato per tutta la vita.

La storia si svolge in quel profondo sud americano dove l’autrice era nata, un luogo segnato dalle contraddizioni sociali, da aspri conflitti razziali, dalla povertà che dominava il quotidiano e in cui la speranza faticava ad affiorare.

 Il filo della narrazione comincia a dipanarsi partendo da John Singer, un uomo mite che quasi non si accorge della desolazione che lo circonda. Di mestiere fa il cesellatore ed è sordomuto. La sua è una vita tranquilla che divide con un altro uomo, Spiros Antonapoulos, anch’egli sordomuto. Sembrano felici insieme e poche volte si accompagnano ad altre persone. Quando Antonapoulos comincia a manifestare i segni di un grave esaurimento nervoso e viene ricoverato in una clinica in un’altra cittadina, Singer decide di lasciare la casa in cui avevano vissuto per dieci anni e prende in affitto una stanza in un albergo modesto, di proprietà della famiglia Kelly.

Singer adora fare lunghe passeggiate per la città: riordina i propri pensieri, fa progetti. Seguendolo, pagina dopo pagina, si ha la sensazione di sentire l’odore della polvere delle strade riarse dal sole, tanto il linguaggio di Carson è vivo ed efficace.

Nonostante  il suo silenzio e le parole tracciate in aria con gesti abili ma troppo rapidi per essere compresi dagli altri, Singer diventa il fulcro della vita di quattro persone, diverse in tutto ma rese simili da una profonda solitudine e dal bisogno di essere ascoltate. E Singer sa ascoltare, legge le labbra, ha tempo per tutti: ascolta Mick Kelly (la figlia dodicenne dei proprietari dell’albergo in cui vive, ragazzina androgina che sogna di diventare una grande musicista), il dottor Copeland (un medico afroamericano che ha dedicato tutta la vita a infondere nella propria gente  un po’ di quell’orgoglio nero e di quegli ideali marxisti che guidano da sempre i suoi pensieri), Jack Blount (un giovane agitatore socialista sempre al verde e spesso ubriaco), Biff Brannon (il proprietario di un piccolo caffè che se ne sta dietro il bancone a studiare i clienti che popolano il suo locale).

Tra questi personaggi si stabilisce un insolito equilibrio: tutti, in qualche modo, si sentono compresi da Singer e ognuno ne fa il depositario delle proprie speranze e frustrazioni.
Singer però non sempre li capisce, la sua vita interiore è dominata dal pensiero di Antonapulos e quando viene a sapere che questi è morto in clinica, si uccide con un colpo di pistola.
Nessuno dei suoi quattro amici sa spiegarsi il suicidio: è subito evidente però che hanno perso ancora una volta la speranza di non essere soli e procedono indolenti, lungo un percorso che sembra già segnato.

La bravura di Carson, infatti, è tale da far vivere ogni personaggio in un proprio mondo interiore che genera, a sua volta, realtà così diverse da risultare incomunicabili.I suoi personaggi osservano il mondo restando ai margini, il loro punto di vista è dolorosamente distante dalla realtà e, in un certo senso, si nutrono della tragedia e dell’ambiguità della vita stessa di Carson: le sofferenze fisiche e psicologiche che viveva nel quotidiano erano molto più che uno spunto narrativo per una scrittrice dalla sensibilità così acuminata.

«Quando uno scrittore sceglie come protagonista un anormale, non si limita a mostrarci quel che siamo, ma quel che siamo stati e che potremmo diventare. Il suo profeta anormale è un’immagine di sé».
Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, Minimum Fax, 2003.

 

Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb

Una storia di amore, questa dell’ultimo libro di Amélie Nothomb, *Né di Eva né di Adamo*, ed. Voland.
La storia d’amore per Rinri, ragazzo di Tokyo, un po’ originale un po’ sognatore (uno *scopanuvole*, l’avrebbe definito la mia nonna), a cui Amélie insegna il francese.
Storia vera, Amélie ha 20 anni e torna nell’amato paese in cui è nata e ha vissuto da piccola.
Nasce l’amore fra lei e Rinri, fatto di grandi pranzi, giri per Tokyo e sulle montagne giapponesi, discussioni e confronti.
Ma soprattutto è la storia di amore della Nothomb per il Giappone.
Più leggero e spensierato di tanti altri libri della scrittrice belga, strappa parecchie risate, tanta voglia di visitare il Giappone e di innamorarsi un po’.

*giuliaduepuntozero

Ho sognato il partigiano Johnny

Ieri era il Venticinque aprile, anche questa volta, come troppo spesso negli ultimi anni, ci hanno detto che è una festa di parte: e noi rispondiamo che è vero, è la festa della civiltà contro il fascismo. Tutto qui. Da che parte dovremmo stare se non dalla parte di Johnny?

Johnny retrocedeva, lentissimamente, intentamente, la faccia composta nell’amara tensione del colpo in corso, passo dietro passo di qualche metro fuori dell’attuale concentrato fuoco. La schiena gli si irrigidì, riconoscendola, contro la friabile terra della svolta, un paio di fascisti lo fissarono, ruotarono su lui le persone e le armi, ma Johnny lambì la curva out, in tempo a udire le pallottole configgersi sorde e viziose nel calcare gemebondo.
Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny I, capitolo 12

David Chase porterà i Soprano al cinema?

David Chase, ideatore della serie e capo della squadra degli sceneggiatori dei Soprano è stato premiato dalla Writers Guild of America West con il Paddy Chayefsky Laurel Award, forse il riconoscimento più ambito attribuibile a chi scrive per la tv.
In un’intervista a Reuters/Hollywood Reporter, Chase ha ricordato l’orgoglio di essere in compagnia, nell’elenco dei vincitori, di uno dei suoi idoli e modelli: Rod Serling, l’autore di Twilight Zone (Ai confini della realtà). Twilight Zone, dice Chase, “era semplicemente e direttamente legato al modo in cui pensiamo e ci comportiamo. Probabilmente ci ha resi una cultura paranoica, piena di teorie di cospirazione (lo ha detto ridendo). Ovviamente, insieme ad alcuni eventi storici”.
Chase ha 62 anni e la sua scrittura dei Soprano ha probabilmente portato la narrazione telelevisiva al livello del romanzo “popolare” di grande qualità. Non pare abbia intenzione di tornare a scrivere per la televisione. Non esclude invece la possibilità di portare i Soprano al cinema, anche se la ritiene un’ipotesi “improbabile”.

Todorov, La letteratura (in pericolo?) e la nostra vita

milano, cimiano, mm2, originally uploaded by luiginter.

Tzvetan Todorov, nel suo ultimo libro, La letteratura in pericolo (Garzanti), ricorda alcune cose assai importanti e preziose che però, viene da dire, i lettori appassionati sanno e conoscono bene, sono quasi ovvie.
Per esempio che fra la letteratura e la vita e il mondo, c’è una relazione costante e diretta.
Oppure che

la letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo. La realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma al tempo stesso, non vi è nulla di più complesso) l’esperienza umana.

Una lettrice o un lettore qualsiasi, interrogati, direbbero probabilmente proprio queste cose a proposito del rapporto fra letteratura e vita:

La letteratura ci aiuta a vivere: viviamo in un interscambio continuo fra le esperienza della vita e le esperienze della lettura.

Il problema, dice Todorov, è che la letteratura viene insegnata in un altro modo: soprattutto nelle università (T. ha in mente in particolare la Francia) si privilegia l’approccio tecnico tutto centrato sulle relazioni interne all’opera, in una presunta autosufficienza che la tiene lontana dal mondo.

Insomma, Todorov invita tutti a recuperare il tipo di lettura che i lettori comuni già fanno: basta ascoltare due lettori che parlano del libro che hanno letto, o entrare in una riunione di un gruppo di lettura: è evidente che personaggi, vicende, storie non stanno chiusi nelle pagine, ma si muovono in un interscambio continuo con l’esperienza di vita, la concezione della vita.

Todorov valuta così tanto questo interscambio fra la vita e la lettura che sottolinea quanto sia importante anche la lettura di quei libri che i critici e spesso anche i lettori più “evoluti” disprezzano: i libri popolari, “dai Tre Moschettieri a Harry Potter” (potremmo aggiungere anche Moccia, la letteratura gialla e rosa, o i gli albi a fumetti su cui molti di noi sono cresciuti):

Libri che permettono di costruirsi una prima immagine coerente del mondo che, possiamo esserne certi, le letture successive renderanno poco per volta più elaborata.

(su Todorov ci ritorno; nel prossimo post;)