Lo sguardo nitido e inquieto di Carson McCullers

Un paio di settimane fa ho finito Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers, appena ripubblicato da Einaudi.

È uno di quei libri che ti provocano una fitta dolorosa quando ti rendi conto che sei arrivato all’ultima pagina: la struttura narrativa a più voci, il linguaggio scabro, la capacità evocativa delle sue descrizioni, creano un microcosmo letterario perfetto, abitato da personaggi senza tempo, da cui è difficile staccarsi del tutto.

 Era il 1940 quando Carson, 23 anni, pubblicò questo romanzo: lo aveva scritto in uno dei tanti periodi di grave infermità che ha attraversato per tutta la vita.

La storia si svolge in quel profondo sud americano dove l’autrice era nata, un luogo segnato dalle contraddizioni sociali, da aspri conflitti razziali, dalla povertà che dominava il quotidiano e in cui la speranza faticava ad affiorare.

 Il filo della narrazione comincia a dipanarsi partendo da John Singer, un uomo mite che quasi non si accorge della desolazione che lo circonda. Di mestiere fa il cesellatore ed è sordomuto. La sua è una vita tranquilla che divide con un altro uomo, Spiros Antonapoulos, anch’egli sordomuto. Sembrano felici insieme e poche volte si accompagnano ad altre persone. Quando Antonapoulos comincia a manifestare i segni di un grave esaurimento nervoso e viene ricoverato in una clinica in un’altra cittadina, Singer decide di lasciare la casa in cui avevano vissuto per dieci anni e prende in affitto una stanza in un albergo modesto, di proprietà della famiglia Kelly.

Singer adora fare lunghe passeggiate per la città: riordina i propri pensieri, fa progetti. Seguendolo, pagina dopo pagina, si ha la sensazione di sentire l’odore della polvere delle strade riarse dal sole, tanto il linguaggio di Carson è vivo ed efficace.

Nonostante  il suo silenzio e le parole tracciate in aria con gesti abili ma troppo rapidi per essere compresi dagli altri, Singer diventa il fulcro della vita di quattro persone, diverse in tutto ma rese simili da una profonda solitudine e dal bisogno di essere ascoltate. E Singer sa ascoltare, legge le labbra, ha tempo per tutti: ascolta Mick Kelly (la figlia dodicenne dei proprietari dell’albergo in cui vive, ragazzina androgina che sogna di diventare una grande musicista), il dottor Copeland (un medico afroamericano che ha dedicato tutta la vita a infondere nella propria gente  un po’ di quell’orgoglio nero e di quegli ideali marxisti che guidano da sempre i suoi pensieri), Jack Blount (un giovane agitatore socialista sempre al verde e spesso ubriaco), Biff Brannon (il proprietario di un piccolo caffè che se ne sta dietro il bancone a studiare i clienti che popolano il suo locale).

Tra questi personaggi si stabilisce un insolito equilibrio: tutti, in qualche modo, si sentono compresi da Singer e ognuno ne fa il depositario delle proprie speranze e frustrazioni.
Singer però non sempre li capisce, la sua vita interiore è dominata dal pensiero di Antonapulos e quando viene a sapere che questi è morto in clinica, si uccide con un colpo di pistola.
Nessuno dei suoi quattro amici sa spiegarsi il suicidio: è subito evidente però che hanno perso ancora una volta la speranza di non essere soli e procedono indolenti, lungo un percorso che sembra già segnato.

La bravura di Carson, infatti, è tale da far vivere ogni personaggio in un proprio mondo interiore che genera, a sua volta, realtà così diverse da risultare incomunicabili.I suoi personaggi osservano il mondo restando ai margini, il loro punto di vista è dolorosamente distante dalla realtà e, in un certo senso, si nutrono della tragedia e dell’ambiguità della vita stessa di Carson: le sofferenze fisiche e psicologiche che viveva nel quotidiano erano molto più che uno spunto narrativo per una scrittrice dalla sensibilità così acuminata.

«Quando uno scrittore sceglie come protagonista un anormale, non si limita a mostrarci quel che siamo, ma quel che siamo stati e che potremmo diventare. Il suo profeta anormale è un’immagine di sé».
Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, Minimum Fax, 2003.

 

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2 pensieri su “Lo sguardo nitido e inquieto di Carson McCullers”

  1. Se posso, ti consiglio di leggere anche “La ballata del caffè triste”, altro splendido libro della McCullers. Un grande ritratto della solitudine che mi ha sempre ricordato un dipinto di Hopper che amo molto, per la precisione “Nighthawks “.

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  2. lo leggerò di certo, grazie! Il titolo mi ha incuriosito subito e poi adoro Hopper! Quest’estate ho preso un libro di Mark Strand “Edward Hopper. Un poeta legge un pittore” edito da Donzelli.
    Un buon lavoro davvero.

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