Perché non sei venuta prima della guerra? di Lizzie Doron

Venire via da Torino e avere una voglia matta- più di sempre- di leggere…leggere e di entrare dentro alle mille storie incontrate in quei cinque giorni di Fiera del libro. L’ultimo incontro è stato con l’israeliana LIZZIE DORON, incontro interessante e commovente come il libro ( romanzo? raccolta di racconti? quasi diario? ) di chi dice di essersi trovata -suo malgrado- scrittrice per un incidente- nel tentativo di scoprire il grande segreto della sua infanzia.

Il libro commuove nella sua asciuttezza e brevità – 139 pagine che si leggono in poche ore- e commuove proprio perché è esemplare per lo scarto tra il detto e il non detto.

E’ una figlia che, più che parlare di sè, racconta della madre Helena e del suo mondo. E come dice Elena Loewenthal che l’ha presentata- i figli della Shoah, più che apprendere dalle storie dei genitori, devono comprendere dai loro silenzi.

E’ il ritratto di una madre che la figlia ci offre in tempi diversi, senza ordine, con vaghi riferimenti ad eventi come il processo ad Eichmann (1961), o alla guerra dei sei giorni (1967) o del Kippur (1973). Alla fine di molti capitoli il 1990, anno della morte di Helena, che offre una diversa luce sui fatti raccontati prima.

Molti episodi, raccontati con discrezione e pudore, malinconici, ma capaci anche di far sorridere.

Colpisce soprattutto il rifiuto di Helena a invocare Dio, perché” se non ha risposto allora, cosa lo chiami a fare adesso?” ” Dove era Dio allora?”…e ancora “vorrebbe che di Dio ce ne fossero due. Perché questo che abbiamo, ha sbagliato tutto e non ce n’era un altro che correggesse lo sbaglio ”

C’è un passato e ci sono luoghi di cui non si parla, a cui si allude più volte dicendo là. E quel là è chiuso in un armadio che odora di “muffa del passato”..un nome Buchenwald e in una valigia, aperta dopo la morte della madre, “una divisa a righe che aveva più buchi che tessuto, una stella gialla, un paio di zoccoli, e odore di morte”.

E’ un libro assolutamente nuovo sulla Shoah, di cui non si parla mai espressamente, ma che affiora “oscura e devastante- come si dice nella quarta di copertina – solo attraverso le ferite e i fantasmi che ossessionano Helena”, ma che tiene sempre lontano dalla figlia.

Venire via da Torino, come sempre, con la sensazione di non avere sfruttato a pieno ( nonostante le 30 e più conferenze seguite!!!) le mille occasioni proposte, soprattutto per quanto riguarda Israele.

Interessanti gli incontri con Savyon Liebrecht e Sami Michael, ebreo irakeno che più di tutti in terra di Israele incarna oggi il multiculturalismo, ma forse anche tanti altri incontri non seguiti con scrittrici israeliane donne i cui nomi mi erano sconosciuti.

Ma come orientarsi in una Fiera del libro con 1400 editori, 1848 relatori, 800 tra convegni e dibattiti che spesso si sovrappongono e costringono a scelte difficilissime?

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