Per ricordare Cesare Pavese

I giornali di oggi daranno largo spazio alla commemorazione di Pavese nel centenario della sua nascita.

Più che unire la mia voce così poco autorevole alle tante voci del coro, ho pensato che  far sentire la voce stessa di Pavese  poteva essere un modo più efficace per ricordarlo

E allora che cosa scegliere?

Subito ho pensato al poeta e stavo per trascrivere la poesia che dà il titolo a Lavorare stanca, poi ho ripreso in mano Il mestiere di vivere, per individuare qualche passo  di quel diario-confessione in cui parla  tra l’altro di “letteratura come difesa contro le offese della vita”. Cercavo qualche passaggio che meglio di altri esprimesse quel profondo senso di solitudine esistenziale che ha accompagnato tutta la sua vita fino alla terribile scelta del suicidio, la solitudine di chi scrive “passavo la sera seduto davanti ad uno specchio per tenermi compagnia”

Ma poi alla fine ho deciso per un passo dalle ultime pagine di La casa in collina, il romanzo che amo di più  insieme a La luna e i falò.   Questa scelta, forse perchè ieri è stato l’8 settembre, e ci sono stati discorsi ufficiali commemorativi, contrapposizioni ideologiche, come sempre. E allora  mi è venuto spontaneo pensare alle pagine conclusive di questo romanzo, di cui è   protagonista  Corrado, chiaramente personaggio autobiografico, attraverso il quale Pavese  esprime, oltre che il tema della solitudine anche l’inquietudine e il senso di vuoto dell’intellettuale, incapace di un impegno politico attivo, quale lui è stato.   E non a caso fa dire ad un personaggio minore, Fonso: ” Conta quello che si fa non quello che si dice”

Trascrivo,tralasciando qualche breve passaggio  e sperando di non alterare il senso e il valore di queste parole:

Niente è accaduto. Sono a casa da sei mesi e la guerra continua…Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri-noi non più giovani, noi che abbiamo detto”venga dunque se deve venire”-anche la guerra, questa guerra sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade.Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra: nè i vigliacchi, nè i tristi, nè i soli. ..Adesso che la campagna è brulla torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita…qui ogni passo, quasi ogni ora del giorno e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui: ciò che sono e avevo scordato…Che c’è di comune tra me e quest’uomo che è sfuggito alle bombe, sfuggito ai tedeschi, sfuggito ai rimorsi e al dolore?” Non è che non provi una stretta se penso a chi è scomparso, se penso agli incubi che corrono le strade come cagne.- mi dico persino che non basta ancora, che per farla finita l’orrore dovrebbe addentarci, addentare noi sopravvissuti, anche più a sangue- ma accade che l’io…si sente un altro, si sente staccato, come se tutto ciò che ha fatto, detto, subito gli fosse soltanto accaduto davanti…faccenda altrui, storia trascorsa …

mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscirne mai più.

E’ qui che la guerra mi ha preso, e mi prende ogni giorno..non so se Cate, Fonso, Dino e tutti gli altri torneranno. Certe volte lo spero e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perchè si capisce- si tocca con gli occhi- che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione….

Ora che ho visto che cosa è la guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? perchè sono morti? Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Nè mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

La profonda umanità di queste parole si avverte ancora di più se si pensa che La casa in collina è stata scritta tra il 1947-48, in tempi post-resistenziali e di  estreme contrapposizioni ideologiche.

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2 pensieri riguardo “Per ricordare Cesare Pavese”

  1. Un bel ricordo di Pavese. Ci voleva proprio. Se non altro per disintossicarsi da Baricco. Certo che anche il solo vederli accostati fa venire i brividi.

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