La solitudine della corsa di Colin

Alan Sillitoe, La solitudine del maratoneta, ripubblicato finalmente in Italia da Minimum Fax
Alan Sillitoe, La solitudine del maratoneta, ripubblicato finalmente in Italia da Minimum Fax

Peccato che resti ancora la confusione fra il long-distance cross-country che corre Colin  (anche se nel libro il nome Colin in realtà non appare, come ci spiega nel suo commento farouchegrande) il narratore protagonista-ribelle rinchiuso nel riformatorio e la maratona della traduzione italiana (La solitudine del maratoneta), che è un’altra cosa.

Ma ovviamente è un peccato veniale al confronto con il merito di averci riproposto il racconto, insieme con gli altri della raccolta.

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Consigli di lettura per malattie dell’animo. Esistono?

Consigliare un libro è faticoso, forse rischioso.
Intendo: non il passaparola: “Quel libro è bellissimo, dovresti leggerlo”; oppure quello che spinge l’amico alla lettura per il modo in cui gli si parla di un certo libro che ci appassiona.
No,intendo un consiglio su richiesta, una richiesta di aiuto: “Voglio un libro che mi faccia volare, volar lontano da qui”. Oppure un libro che aiuti a guarire un mal di vivere che lo ha preso e che lui vuol sanare anche con la lettura.
E’ questa una richiesta più grande del libro che vuole sia consigliato? Ma anche se fossimo autorizzati a fermarci al consiglio di lettura, a questo piccolo/grande aiuto, esiste un libro che aiuti a guarire chi è colpito da un mal di vivere, da una malattia dolente dell’animo?

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John Updike, 1932-2009

John Updike in unimmagine di Eamonn McCabe/ del Guardian
John Updike in un'immagine di Eamonn McCabe/ del Guardian

Conosco poco di John Updike, ho letto soltanto uno degli ultimi suoi libri, Terrorista – sicuramente non considerato fra i suoi lavori migliori – che non mi era nemmeno piaciuto molto.
Oggi e ieri si è scritto e detto molto su di lui. Mi limito a segnalare uno degli articoli del Guardian, che ha raccolto il pensiero su Updike di alcuni scrittori: come Richard Ford, Joyce Carol Oates, Zadie Smith, Ian McEwan.

Libri da ardere

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“La domanda non è quale libro porteresti su un’isola deserta ma quali libri ti darebbe meno dolore bruciare.”

Una città dell’est senza nome, assediata da una guerra in corso, bombardamento fuori, inverno, freddo cane dentro.
Dentro è la casa di un professore universitario sulla cinquantina, che ospita il suo assistente Daniel e la sua donna del momento, Marina, giovane allieva.

Il freddo è il tema dominante – sottolineato di continuo da Marina – e quando finisce la legna e si decide di risparmiare le due sedie rimaste (poichè a star seduti per terra si gelerebbe il didietro), lo sguardo cade sulla ricca biblioteca del professore.
Bel dilemma: letteratura o sopravvivenza?

La guerra dietro le quinte, sempre presente, cambia le regole che definiscono i rapporti tra le persone e rimescola princìpi, verità e priorità.

La scena si fa sempre più scarna e l’attenzione degli spettatori si focalizza sui discorsi dei tre personaggi.
Parole che raccontano libri inventati, storie inutili ma forse comunque da salvare, autori detestati e fatti a pezzi ma poi letti e riletti in gran segreto… Domande sul perchè, sul senso di chi scrive, di chi legge, di chi interpreta e cerca di cambiare il mondo:
“A che serve esporre una visione del mondo se il mondo se ne frega?”

Ho visto lo spettacolo “Libri da ardere” una settimana fa al Teatro Filodrammatici di Milano. Non conoscevo il testo omonimo di Amélie Nothomb, ma sono uscita con tanti puntini di sospensione e frasi che ancora mi ronzano in testa, che credo proprio lo metterò nella lista dei libri da leggere.
Ho condiviso la serata teatrale con un gruppetto di amici molto eterogeneo, ma il comune determinatore è stato l’entusiasmo che ci siamo portati a casa. E naturalmente la provocazione: “quali libri della tua biblioteca butteresti nella stufa per scaldarti?”

Più facile parlarne fuori, camminando per le vie del centro semi deserte stretti nei cappotti, che in galleria a teatro, dove il riscaldamento a livelli insopportabili strideva con i brividi sul palco…

I thriller venuti dal freddo, da Internazionale

Segnalo un articolo molto interessante uscito sul numero 779 di Internazionale, in edicola dal 23 al 29 gennaio: *I thriller venuti dal freddo – I romanzi gialli scandinavi hanno conquistato l’Europa. L’inchiesta di uno scrittore francese. Alla ricerca delle ragioni di un successo inatteso*.

Patrick Raynal, scrittore francese di libri noir, intervista una serie di autori scandinavi di gialli, per cercare di spiegare il fenomeno dei gialli del Nord, fortissimo in Francia, come anche in Italia.

Da Bergen a Oslo, da Reykjavik a Helsinki, da Stoccolma a Copenaghen, Raynal incontra numerosi scrittori (alcuni tradotti anche in Italia, altri non ancora), e discute con loro del successo di questo genere letterario, non solo in Scandinavia, ma in tutta Europa. Gunnar Staalesen, Stig Holmas, Jo Nesbø, Kjell Ola Dahl, Arnaldur Indridason,  Arni Thorarinsson, Jon Hallur Stefansson, Karin Alvtegen, fino alla mitica Maj Sjöwall , tutti hanno un’ipotesi, più o meno poetica. Manca solo Henning Mankell, che però si è trasferito in Mozambico, un po’ fuori rotta in questo tour.

I tentativi di spiegazione sono molti: si va dall’ipotesi legata al particolare clima nordico_La gente è depressa per più di sei mesi all’anno perché non vede il sole. Poi, quando arriva, tutti impazziscono, in attesa che tramonti di nuovo. Il nostro carattere è bipolare, come quello dei maniaci depressivi_, a chi lega il successo alla capacità di questo genere di spiegare meglio degli altri una società che ha sostituito i valori tradizionali con quelli legati al denaro. C’è poi chi si spiega questo fenomeno con la particolarità dei gialli scandinavi, noir tradizionali, così diversi da molti giallisti europei _Asbjorn fa il paragone con Fred Vargas_: nei libri nordici, le inchieste sono ancora vere inchieste poliziesche, complesse, con un inizio e una fine, e un vero investigatore. Anche se c’è chi aggiunge che i noir scandinavi sono ancora più veri perché non hanno una fine, ogni crimine ne nasconde un altro, ancora più terribile.

Qualcuno _ Arnaldur Indridason_, poco modestamente, trova la chiave del successo nella maggiore capacità degli autori del Nord _Abbiamo successo probabilmente perché siamo i migliori_.

Qualcun’altro ridimensiona il fenomeno, classificandolo come una moda passeggera, come una trovata di marketing degli editori scandinavi ed europei, che hanno trovato un filone che piace al pubblico _soprattutto femminile_, con un modello ben preciso: Un po’ di esotismo, di natura, di neve e di ghiaccio e delle trame semplici che seguono il modello di Sjöwall e Wahlöö: poliziotti dalla vita privata difficile, con problemi sociali e politici […] Nel romanzo scandinavo i personaggi sono più importanti della trama. Mankell lo ha capito bene: servono storie semplici e un poliziotto con una vita complicata.

Per un motivo o per l’altro, tutti gli intervistati, alla fine, trovano un punto in comune: l’eredità di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, capostipiti del genere, inluenza per tutti loro.

C’è anche chi _Karin Alvtegen_ cerca di spiegare il fenomeno Stieg Larsson con la presenza di Lisbeth Salander, personaggio che tiene in piedi la trilogia, ispirata a Pippi Calzelunghe, per questo tanto amata dai lettori di tutto il mondo.

Insomma, articolo molto bello, con tanti spunti e stimoli di riflessione, il tutto condito da foto dell’Islanda, che non guastano mai.

*giuliaduepuntozero

Con la crisi economica si frequentano di più le biblioteche? (a Seattle è così)

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Seattle oltre che una delle città più amichevoli degli Stati Uniti è anche una di quelle dove si legge di più (forse non è un caso 😉

Pare che però i bibliotecari siano comunque sorpresi dalla crescita dei prestiti nel 2008 rispetto al 2007. I due sistemi bibliotecari dell’area cittadina King County Library System (KCLS) e Seattle Public Library (SPL) hanno registrato incrementi rispettivamente del 6,55% e addirittura del 21%

(Nel conto ci stanno anche i cd, i dvd, gli audiolibri e gli e-book). Per avere un’idea, il totale dei prestiti delle due istituzioni è attorno ai 30,5 milioni.
La cosa interessante è che i blibliotecari attribuiscano la crescita delle attività alla crisi economica

I mille romanzi che tutti dovrebbero leggere

Il Guardian ha selezionato i mille romanzi che tutti dovrebbero leggere.
Son divisi per categorie: per esempio i gialli e noir, nell’elegante e laica categoria “crime“; oppure i libri “comici” rubricati in “comedy” (ma: comedy is not humor…), o ancora la rassicurante “Family & Self” per libri come Papà Goriot, I Fratelli Karamazov ma anche Middlesex di Jeffrey Eugenides. E naturalmente i romanzi d’amore: Love.

Le liste sono in ordine alfabetico per autore: quindi, prima di scandalizzarvi per chi c’è e chi non c’è, dovete avere la pazienza di scorrere, per ogni tipo di romanzo, le tre parti in cui è suddiviso l’elenco. La lista dei romanzi di crime, per esempio, incomincia con L’uomo dal braccio d’oro di Nelson Algren, autore sublime, in effetti, ma non credo che lo avrei mai inserito fra i giallli o noir.

Interessanti anche alcune digressioni: come i migliori detectivi atipici (The best unusual detectives), i migliori romanzi che usino il flusso di coscienza (The best stream-of-consciousness novels). C’è anche una interessante incursione nella graphic novel.

1000 novels everyone must read, Guardian.co.uk

Chi prova a contare quanti ne ha già letti?

Aggiornamento: al Guardian continuano ad aggiungere pezzi al mosaico che compone i “mille romanzi che tutti dovrebbero leggere. Oggi, per esempio, hanno aggiunto la categoria State of the nation: piena di libri interessanti, per tutti, mi pare: Dickens, Rushdie, Franzen, Zadie Smith. George Orwell ecc. Nei prossimi giorni dovrebbero arrivarne altri.

Ecco. Ora hanno completato la serie con Science fiction & fantasy, e War and travel.

Nadeem Aslam, uno scrittore pakistano da non perdere

LA VEGLIA INUTILE, un nuovo romanzo di NADEEM ASLAM, pubblicato da FELTRINELLI in ottobre 2008, a poco più di un mese dalla pubblicazione dell’originale in lingua inglese in Inghilterra.

Un romanzo molto atteso per il grande interesse suscitato in me nel 2004 da  MAPPE PER AMANTI SMARRITI. Un romanzo polifonico che – con una trama quasi gialla – senza retorica, con lucidità, con pietosa partecipazione descrive le “gabbie religiose, politiche, sociali” che rendono ancora più dura la vita di migranti, soprattutto pakistani, che continuano ad avere lo sguardo alla patria perduta.

Tra i temi affrontati la mancata integrazione in una città senza nome, ribattezzata Città della solitudine in un’Inghilterra multiculturale, ma che spesso ghettizza, anche perché gli stessi migranti di prima generazione si autoghettizzano.

E’ l‘ISLAMISMO in primo piano con le sue storture, contraddizioni che producono forme di violenza soprattutto sulle donne. Un islamismo con volti diversi, che può degenerare in fanatismo e che come tale è condannato da Nadeem Aslam che si definisce laico, ma di cultura musulmana. Leggi tutto il post

L’uso sapiente delle buone maniere, Alexander McCall Smith

Ho finito il 2008 e iniziato il 2009 con *L’uso sapiente delle buone maniere*, l’ultimo libro di Alexander McCall Smith, ed. Guanda.
Il libro fa parte della collana ambienta a Edimburgo, protagonista la filosofa Isabel Dalhousie. Avevo scritto qualche mese fa dell’episodio precedente della serie, *Il piacere sottile della pioggia*.
Ribadisco che i libri non sono dei classici gialli, come invece la serie dell’ispettrice del Botswana Precious Ramotswe. Però hanno un loro perché, e comunque una parvenza di mistero e di indagine per tutto il corso del libro.
In questo episodio, Isabel, che abbiamo lasciata incinta nel libro precedente, è diventata mamma, ha problemi di lavoro (la vogliono far fuori dalla rivista si cui è responsabile…), ed è divorata dal dilemma se spendere fior fior di quattrini per acquistare il quadro di un pittore scozzese.
Ho letto un po’ di recensioni in giro, alcune molto negative, altre così così. Dipende come si prende il libro: sono d’accordo che come trama lascia un po’ di perplessità, però trovo molto belle le ambientazioni, interessanti e curiose le digressioni filosofiche, simpatici i personaggi. In particolare, poi, in quest’ultimo, bella la parte sull’arte scozzese.
Un’altra critica che ho letto è che i libri di questa serie finiscono sempre bene e a Isabel non va nulla di storto. E’ un problema secondo voi? Per me meglio, a dire il vero, sono una convinta sostenitrice dell’happy end, almeno nei libri che vada tutto come deve andare!
Insomma, si lascia leggere, e con piacere.

*giuliaduepuntozero

Charles Burns: l’adolescenza di Black Hole

Charles Burns - Black Hole

Ho sempre diffidato delle persone che dicono di aver avuto un’adolescenza serena.
Di solito i casi sono due: ne ricordano romanticamente solo i lati positivi, oppure da ragazzini erano tonti.
Io della mia adolescenza ricordo tutto, e ricordo com’erano i miei amici. Può essere un milione di cose, ma è una fase troppo complessa per liquidarla con tinte dai colori pastello tratte dall’album di famiglia.

Che adolescenza triste bisogna aver vissuto per poterla definire serena?

Per questo ho amato Black Hole, un romanzo grafico di Charles Burns.
Che non è ad acquarello, non si difende con il colore, non smorza con il retino, ma usa delle campiture massicce di nero, con un tratto a pennello che sembra una ferita. Quella ferita con la quale si apre il libro, che è la fessura attraverso la quale si guarda con spavento quello che non si comprende. Feriti sono i personaggi che si rintanano nella foresta, sfregiati da una terribile malattia a trasmissione sessuale che rende i loro corpi come grottesche maschere dell’orrore. La ferita di Rob è una seconda bocca spuntata sul collo che racconta la sua verità.

Il clima, i temi e lo stile di vita rimandano agli anni ’70 pur non legandosi a precise coordinate spazio-temporali. A volte la narrazione si fa un po’ discontinua e alcuni passaggi posso lasciare interdetti, ma nell’insieme anche questi punti deboli rafforzano l’emotività della storia.

Charles Burns, che ha completato il fumetto nell’arco di una decina d’anni, non ha mai reagito molto bene alla domanda “ma di cosa parla Black Hole?”.
Black Hole non è una metafora dell’AIDS, come spesso la critica ha cercato di semplificare.
Black Hole parla della malattia dell’adolescenza. Alcuni guariscono, altri no. Quella cosa oscura che accompagna le persone nella fase transitoria tra giovinezza ed età adulta. Quella cosa che può essere bellissima e crudele, passando da un vortice di sensazioni sconosciute.
No, non è una lettura serena.

E voi, siete guariti dalla malattia dell’adolescenza?

Con che libro avete iniziato l’anno?

L’inizio dell’anno mi impone sempre un pensiero al tempo (cronologico) e l’inizio del 2009 mi ha suggerito anche  la lettura di un libro che sul tempo e sulla sua analisi è (in buona parte) costruito: La coscienza di Zeno di Italo Svevo.

Libro che, sempre a proposito di tempo, (come molti altri) è decisamente più adatto a una lettura in età matura, più matura di quella scelta dagli insegnanti per queste pagine. Ricordo che da giovane, troppo giovane, girai alla larga dalla vera lettura di Zeno… Ora vedremo come va.

E voi che con libro avete iniziato l’anno?

L’India di Federico Rampini e di Aravind Adiga

Se qualcuno ha voglia di dare uno sguardo all’India di oggi un po’ al di fuori dei soliti schemi, soprattutto al di là di certa cinematografia bollywoodiana, può leggere un saggio di RAMPINI come L’IMPERO DI CINDIA, o uno ancora più recente come LA SPERANZA INDIANA, se invece vuole una lettura attraverso la narrativa, interessante può essere il romanzo  LA TIGRE BIANCA di ARAVIND ADIGA, opera prima del vincitore del PREMIO PULITZER 2008. Leggi tutto il post