Robert Capa e Gerda Taro: La fotografia come narrazione

Gerda Taro e Robert Capa a Parigi nel 1936
Gerda Taro e Robert Capa a Parigi nel 1936. Fred Stein International Center of Photography

Quanto è narrativa una fotografia? Quanto è importante la sequenza di immagini scattate prima e dopo una foto scelta come la foto da pubblicare?

Poche fotografie hanno per me la stessa forza di racconto di The Falling Soldier – in origine Death of a Loyalist Militiaman, Cerro Muriano (Cordoba front) – famosissima, quasi l’emblema della lotta dei repubblicani spagnoli, scattata il 5 settembre 1936 da Robert Capa: è una di quelle immagini che insinuano in chi la osserva il desiderio di ricavarne una storia, una narrazione.

Chi era il miliziano? che razza di berretto aveva addosso? come arrivò su quella collina? in che posizione stava rispetto ai suoi compagni…? Continua…

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E-book e Google NON cambieranno il nostro modo di leggere

Ho usato altre volte questa foto, ma mi sembrava perfetta per questo post...
Leggere al Parco Lambro, Milano. E' vero, ho usato altre volte questa foto, ma non ho resistito, mi sembrava perfetta per questo post... 🙂

La scorsa settimana La Repubblica (Bartezzaghi-Assante, attingendo a piene mani a un articolo di Steven Johnson, “How the e-book will change the way we read and write“, sul Wall Street Journal del 20 aprile) ha deciso di spiegarci che i libri elettronici – ora che è arrivato un aggeggio come il Kindle di Amazon e che i libri si possono leggere sull’Iphone – e la digitalizzazione dei libri da parte di Google trasformeranno il rapporto fra gli umani e la lettura.
Il che apparentemente sembra un ragionamento sensato.

Solo che, se ci pensiamo bene, questo prepotente ingresso dell’elettronica nel mondo dei libri non cambierà la lettura. Continua…

Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway

Santiago è vecchio. E stanco. Ha una piccola barca a remi con una vela e vive di pesca.
Santiago è scalzo come il suo amico Manolo che vive di pesca come lui ai tropici, ma ha la giovinezza che lo sostiene ancora. Santiago è solo, ma non è solo. Manolo è l’unico che si prenda cura di lui e si preoccupi per lui. Tutti i giorni. Santiago gli dice di non preoccuparsi, che ce la farà.
Santiago va a pesca tutti i giorni, con la sua barchetta nell’immensità dell’oceano e ci insegna il rispetto per la natura e la tenacia nei confronti delle avversità della vita.
Grazie Santiago.

(Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, 1952)

I nostri grandi piccoli maestri, i partigiani, la resistenza: buon 25 aprile!

In piazza a Isola cè un cartello che dice in tedesco: Zona di bande
In piazza a Isola c'è un cartello che dice in tedesco: Zona di bande...

In piazza a Isola c’è un cartello che dice in tedesco: Zona di bande; è per noi. In tutti i paesi ci sono avvisi bilingui che precisano quanti chili di sale vale ciascuno di noi. La gente però non lo vuole questo sale, dice che possono metterselo addosso loro, e specifica dove. In cinque minuti, da Isola (svoltare in piazza, passare il ponte, cambiare marcia), i tedeschi potrebbero venire direttamente a trovarci qui dove siamo accampati, cento metri sopra la pianura; i facinorosi di San Vito potrebbero agevolmente renderci visita in qualunque momento.
Le strade sono scomode ma transitabili; non facciamo nemmeno la guardia. Invece provano a prenderci col sale.

La guardia non la facciamo perché non ce n’è bisogno; la fa la gente per noi, i contadini, la popolazione. Siamo così mescolati con loro, qui in mezzo alla vegetazione e alle colture, che non occorre nemmeno scomodare le staffette, le notizie arrivano di bocca in bocca.
Luigi Meneghello, I Piccoli Maestri.

Buon 25 aprile! io festeggio e ricordo, da sempre, ogni anno…


Crash, dal film di Paul Haggis alla tv

Dennis Hopper è Ben Cendars in Crash, la serie tv
Dennis Hopper è Ben Cendars in Crash, la serie tv
Paul Haggis è un vero scrittore pop.
Anche se a volte non si ferma al soggetto e/o alla sceneggiatura ma passa alla regia e come regista – di Crash – ha anche vinto un Oscar, in un film dove forse si era fatto prendere un po’ la mano dagli intrecci: molto meglio mi è parso Nella Valle di Elah.

La tessitura delle storie di Crash si è prolungata in una serie tv prodotta da Glen Mazzara (alcuni episodi a cura dello stesso Haggis), in onda negli Usa su Starz Channel. In Italia la serie è in programma su Cult tv (Sky 131), ieri sera i primi due episodi.

L’impressione che mi ha lasciato è un po’ la stessa del film: storie che attirano, intrecci di destini e scelte; momenti decisivi. Ma a volte la scrittura sembra forzare un po’ il meccanismo. Vedendo due puntate di seguito sembra di intravedere una cadenza ripetitiva degli eventi e dei tempi dedicati ai vari protagonisti. Potremmo dire che la scrittura di un prodotto di finzione così, forse dovrebbe avere il coraggio di dedicarsi un po’ di più ai satelliti narrativi e meno ai nuclei. Vediamo come prosegue.

Sono ancora alla ricerca di qualcosa di televisivo che narrativamente e come scrittura valga i Soprano.

Il racconto come nuova dimensione di cura

L’esigenza di unire l’aspetto umanistico all’approccio scientifico è diventata una delle sfide più affascinanti della medicina moderna.
Le MEDICAL HUMANITIES  rappresentano un movimento sociale, filosofico e scientifico teso al miglioramento non solo dei rapporti umani nell’ambito della cura di una patologia, ma anche allo sviluppo di nuove metodologie di indagine che possano aumentare il potenziale terapeutico delle relazioni.
Uno degli approcci più interessanti per noi è forse quello della NARRATIVE MEDICINE, ossia della medicina basata sulla narrazione. Continua…

Chiedi perdono, Ann-Marie MacDonald

Ormai sono morti tutti.

Questa è una fotografia della città dove vivevano. New Waterford. È una notte illuminata dalla luna. Immagina di guardare dall’alto di un campanile le vivide sfumature di luce e ombra della fotografia. Un centro minerario a ridosso di una scogliera che strapiomba su lembi di spiaggia rocciosa, dove il mare argenteo si frange e si rifrange, blandendo la luna. Pochi alberi, erba rada. Il profilo di una torre di ferro contro la lamina di peltro del cielo, cavi e puntelli inclinati a quarantacinque gradi. Binari che si allungano a pochi passi dalla base di un imponente pendio di carbone luccicante per dirigersi verso un arco dove scompaiono inghiottiti dalla terra. E dagli impianti e dai cumuli di carbone sbucano i tetti appuntiti delle case dei minatori costruite, schiera dopo schiera, dalla compagnia mineraria. Case della compagnia. Città della compagnia.

Dài un’occhiata laggiù, alla via dove abitavano. Water Street. Una strada di polvere compatta e sassi sparsi che, dopo l’abitato, porta al grande cimitero a picco sull’oceano. Il sospiro che senti è solo il mare.

Questa è una fotografia della casa com’era allora. Di legno bianco, con una veranda coperta. È grande rispetto alle case dei minatori. Nel salotto c’è un pianoforte, sul retro la cucina dove è morta la mamma. […]

Cape Breton Church, originally uploaded by capegirl52.

Inizia così il prologo di *Chiedi perdono* di Ann-Marie MacDonald, pubblicato da Adelphi nel 1999, e ripubblicato nel 2002 in edizione economica, che ho trovato in una libreria reminder e per fortuna comprato, sulla scia del ricordo di un altro libro di questa autrice che ho letto mesi fa, *Come vola il corvo*, edito da Mondadori. Dico per fortuna, perché è un libro veramente bellissimo, fra i più belli che ho letto quest’anno. Continua…