Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, al gruppo di lettura di Cologno Monzese

Discussione intensa ieri sera al gruppo di lettura della Biblioteca di Cologno Monzese a proposito del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là (Mondadori).

Provo qui a sintetizzare alcune delle mie impressioni di lettura. Non intendono in alcun modo esprimere quelle degli altri partecipanti alla discussione, anche se, su alcune questioni, ci siamo trovati in sintonia.

Ho letto il libro di Calabresi come un invito a considerare il punto di vista, le sofferenze, le vite sconvolte di chi ha visto i propri cari morire ammazzati dai terroristi. Di chi ha visto le loro personalità, diverse e complesse appiattite nel ruolo di “vittime del terrorismo” e in quel ruolo nell’ombra abbandonate. Di chi si è sentito abbandonato, isolato nel silenzio, ignorato dalle istituzioni.

E ci invita a pensare come qualsiasi riconciliazione sia difficile e parziale e finta se non facciamo emergere il punto di vista di chi ha avuto la vita sconvolta da quei fatti, da quelle azioni.

Anche perché la storia degli assassini ha trovato espressioni ricche e approfondite, analisi. Dibattiti sui ruoli, sul significato delle scelte; ha trovato persino qualche interpretazione romantica (“sbagliarono ma lo fecero per un nobile sentire”: o cose del genere).

Il punto di vista di Calabresi è anche il punto di vista di chi ha dovuto negli anni vedere gli assassini che, “riconciliati” con la società, risalgono nella vita pubblica e si esprimono con una evidenza che ferisce chi del loro passato è stato vittima.

Francamente credo che, come ha ricordato Carol Beebe Tarantelli, gli “ex terroristi” (e chi offre loro voce) non dovrebbero credere che si possa “superare quel che hanno fatto come se nulla fosse successo”. E’ giusta e certo dovuta la riconciliazione sociale; il ritorno alla vita civile di chi ha pagato.

Ma certo la Commissione per la riconciliazione sudafricana (spesso citata come esempio) ha generato un dibattito e ha sottolineato la reponsabilità degli uomini del regime con una forza tale e con modalità che hanno restituito alle vittime dell’apartheid la voce che era stata loro negata.

In Italia, invece, le vittime del terrorismo hanno avuto poca voce, hanno subito l’isolamento. Del terrorismo si sono quasi sempre occupati “gli altri”: la stampa, la politica, gli ex terroristi…

Come ad altri lettori, anche io sono  colpito dalla risolutezza con la quale Mario Calabresi vuole separare la vicenda di Pinelli da quella di suo padre.  In effetti è forse ingiustificata, almeno dal punto di vista della logica e dell’efficacia argomentativa. Perché si può difendere la memoria e la figura di Calabresi pur dubitando delle versioni ufficiali e delle sentenze riguardanti la vicenda di Pinelli (il “malore attivo” ecc).
Però non possiamo dimenticare come quel legame fra le due vicende fosse diventato – e ancora oggi si manifesta a volte così – una specie di narrazione forzata: l’omicidio Calabresi conseguenza necessaria, inevitabile del sequestro in questura e della successiva morte di Pinelli, come se l’uno giustificasse l’altro, o almeno lo spiegasse, fornisse una ragione valida.

Come se il rapporto causa – effetto fosse l’unico modo di interpretare quel che avvenne. Questa narrazione_contiene_ l’idea che Calabresi fosse responsabile della morte di Pinelli. E accettare questa storia, per la famiglia Calabresi è come accettare le ragioni di chi sparò alle spalle a “Papà Gigi”. Io francamente li capisco.

Del resto, il recente incontro fra Licia Pinelli e Gemma Calabresi mi pare sia il migliore esempio di come si potrebbe affrontare la questione: Pinelli e Calabresi furono entrambi vittime di idee, azioni, forze, interessi differenti ma entrambi portatori di sangue e morte.

Le due vedove si sono abbracciate, hanno sciolto il ghiaccio che le teneva lontane, hanno chiaramente mostrato e detto che quella storia che legava in un rapporto di causa e effetto la fine dei due uomini era una storia che non apparteneva a loro era una storia sempre raccontata da altri.

Martedì a mezzanotte ho iniziato a leggere il libro e l’ho lasciato alle tre: ho cercato di ricordare se in qualche corteo percorso negli anni settanta da ragazzino anche io avessi urlato lo slogan contro Calabresi…

In questi anni ho pensato tanto al terrorismo, a cosa sono stati gli anni Settanta, a cosa restava delle grandi speranze di cambiamento.

Però le vittime restavano sfocate, nascoste da altro. Il libro di Calabresi mi ha restituito questa parte della storia… Non è poco.

ciao a tutti
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6 pensieri su “Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, al gruppo di lettura di Cologno Monzese”

  1. Le impressioni di Luiginter corrispondono a quelle che molti hanno provato leggendo il libro (basta dare un’occhiata anche alle molte recensioni favorevoli o anche al punteggio dei lettori di Ibs) e in buona parte anche alle mie. Tuttavia, in una nota che, come le altre scritte dai lettori che hanno partecipato alla riunione, sarà leggibile qui, ho voluto sottolineare alcuni aspetti per cui il libro non mi sembra pienamente convincente. Riconosco (e non mi soffermo oltre) la qualità toccante della testimonianza umana, condivido la giusta rivendicazione del ruolo delle vittime, calpestate e abbandonate politicamente e perfino economicamente, la necessità di una diversa lettura di quegli anni belli e terribili (non potrei eliminare nessuno dei due aggettivi). Il libro si pone però almeno due altri obbiettivi: uno di tipo letterario (una narrazione “epica” condotta con stile fermo, tra lo Stajano di Un eroe borghese e l’alto reportage giornalistico), l’altro di tipo storico-politico. Non mi sembrano pienamente raggiunti. Nel primo caso perché il libro oscilla tra la cronaca e la biografia, e le parti migliori sono proprio quelle che il libro vorrebbe forse mantenere più sullo sfondo, ossia quelle in cui emerge, senza autocensure, il vissuto autobiografico. Nel secondo perché nonostante o proprio per la sua apparente impoliticità, il libro ha un obbiettivo storico-politico: chiudere la stagione dei cosiddetti anni di piombo e delle loro premesse e propaggini con un equilibrismo politicamente corretto e moderato che distribuisce assoluzioni e supplementi di pena senza però motivare né le prime né i secondi. Così questo libro manca, secondo me, il risultato più importante che poteva e doveva avere: quello di favorire la riconciliazione, che richiede prima di tutto, come ci ha insegnato Mandela, un lavoro di ricerca della verità. Si può compiere questo lavoro evitando sistematicamente i punti ancora aperti e caldi delle vicende di quegli anni, senza introdurre dei riferimenti al contesto, senza una parola sul fatto che Pinelli è volato da una finestra di un ufficio il cui responsabile era il commissario Calabresi (magari assente, magari totalmente estraneo, ma bisogna almeno dirlo se non dimostrarlo), senza mai affondare il bisturi sulle connivenze e le complicità dello stato con lo stragismo? Non si rischia di favorire un’operazione totalmente diversa da quella della riconciliazione, ossia un’operazione revisionistica? Com’è quella che, ad esempio, sembra alla base del libro appena pubblicato di Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana: un libro che rispolvera la pista anarchica, sia pure intrecciata a quella fascista, e che, essendo profondamente documentato, andrà profondamente discusso e confutato. Scoprire le ragioni, illuminare i contesti in cui certe vicende si sono svolte, denunciare il colposo segreto di stato che ha sin qui protetto molti assassini, non ha nessun significato giustificazionista, non diminuisce di un grammo la responsabilità e la colpevolezza di quanti hanno commesso atti barbari come l’omicidio di Calabresi.

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  2. Ritornando sulla discussione dell’altra sera al Gdl di Cologno vorrei ritornare su alcuni punti:
    – il libro mi è piaciuto soprattutto perché mi ha spiazzato ( che del resto è l’attitudine che Calabresi riconosce alla propria famiglia).Dopo una vicenda del genere- penso per esempio alla mancanza di pietà dimostrata dai militanti di allora verso la vedova fuori dall’obitorio di Milano-ci si aspetterebbe una famiglia di ultras reazionari. E invece.
    – il bisogno di riconciliazione, è stato detto, non può nascondere le responsabilità politiche, soprattutto di quei settori dello Stato che deviarono dai loro compiti istituzionali. Occorre anche, secondo me, un cambiamento di mentalità, di atteggiamento, di stile politico. Non si può continuare ad asolvere con argomentazioni meccaniche stile “anni 70” la violenza di quegli anni. Di recente, ad esempio, mi è capitato di sentire un tentativo di giustificazione dell’omicidio Ramelli, un ragazzo di 18 anni sprangato sotto casa.Come ha ben detto Stefano del Gdl la violenza è di per sé sopraffazione e copre la rozzezza di analisi e l’assolutà velleità del progetto di cambiamento.
    -La ricostruzione del contesto politico non esclude necessariamente compassione e solidarietà, qualità direi prepolitiche, umane piuttosto. Come insegna la commozione del Presidente della Repubblica nel discorso svolto alla presenza di Gemma Calabresi e Licia Pinelli.

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  3. Il libro di Calabresi è stato letto anche dal nostro gruppo, circa un anno fa. Anche da noi ha suscitato il dualismo di giudizio che Luiginter e Egolector hanno rappresentato. Da una parte : non si può, volendo giustamente dare alle vittime quella voce che non hanno mai avuto, trascurare gli aspetti oscuri e colpevoli delle stragi. Dall’ altra: è giusto e comprensibile un taglio scorciato solo sui drammi chi chi è stato vittima di quegli orribili assassini, perchè fino ad ora le vittime non hanno mai avuto attenzione.
    Credo che queste posizioni siano riconducibili a quella formula per cui una delle due parti ha ragione, ma l’ altra non ha torto.
    Ad ognuno quindi la scelta della ragione e il riconoscimento della mancanza del torto…

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  4. Vi scrivo semplicemente perchè ho letto il libro di Mario Calabresi la scorsa sera. Anche io, sono stata assalita da alcuni dubbi mentre lo leggevo( gli stessi emersi nel vostro dibattito), ma la carica umana che emerge dalle pagine di questo libro, ha avuto la capacità di dissipare le perplessità che avevo in merito.
    Sono nata dopo il ’68, ma dai racconti di chi lo ha vissuto(su ambo i fronti) e da alcune letture, un’idea me la sono fatta, giusta o sbagliata, non so.
    E’ questa idea,però, che mi porta a dire che la violenza, da qualunque ideologia nasca, non è mai giustificabile. Come non è accettabile che ex-terroristi, nelle vesti di illustri intellettuali, si ergano su di un fittizio piedistallo a predicare una morale poco credibile, considerata la provenienza.
    Non si è avuta nessuna pietà per le vittime. Questo è un dato inconfutabile.
    E’ giusto che Mario Calabresi rilegga la storia di suo padre, invitando noi tutti a riflettere e ad avere rispetto per tutti coloro che sono stati coinvolti direttamente o indirettamente in quelle tristissime vicende.

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  5. Ho recentemente finito di registrare un audiobook integrale del libro. Spero di poterlo mettere in rete, se Calabresi vorra’, e di poterlo condividere con voi. L’ho realizzato con alcuni dei piu’ grandi doppiatori italiani e sinceramente credo di aver fatto un lavoro notevole. E’ un autentico film senza immagini, a tratti davvero toccante! Christian Iansante

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