Georges Simenon, Lettera a mia madre

Due anziani in una stanza d’ospedale di Liegi: una donna di  91 anni e un figlio più che settantenne, che non è un uomo qualunque, ma Georges Simenon, il fecondissimo scrittore non solo di gialli,  richiamato al letto della madre morente, per assisterla nell’ultima settimana di vita.

E tre anni e mezzo dopo la morte della madre Simenon ha sentito il bisogno di scrivere e pubblicare sotto forma di lettera un breve testo di circa un centinaio di pagine in cui  svela che solo allora ha avuto la sensazione di scoprire e conoscere chi fosse sua madre.

A 19 anni  ti ho lasciata, sono partito per Parigi, eri ancora un’estranea, per me.

La lettera ( 18 aprile 1974 ) inizia con Cara mamma, in un altro punto usa anche il termine mammina, ma Simenon confessa “mai ti ho chiamata mamma, ti chiamavo madre “e madre continua a chiamarla nel corso della lettera.

Il loro incontro inizia con una domanda sorprendente da parte della madre:” Perché sei venuto Georges?”parole che più tardi pesarono sul  cuore del figlio, proprio per la non frequenza dei loro incontri.

E qui comincia- come si dice nella quarta di copertina- un ultimo duello, silenzioso e immobile tra madre e figlio. E quasi sempre in silenzio in quella camera d’ospedale  davanti alla madre. “Sembra di essere in una chiesa. Una chiesa di cui tu sei il centro,ove la tua immobilità assume dimensioni straordinarie”. Ed ora che è morta scrive una lettera, una delle rare lettere inviate in 50 anni di lontananza.

Guarda ancora intensamente la  madre, ritrova i suoi occhi , pensa, ricorda per “ricostruire una vita di novantun anni, …riempire di parole una bocca stretta, che non dice nulla”. “Ripercorre la vita di lei, prima e dopo il matrimonio, lei ultima di 13 figli, rimasta orfana di padre a 5 anni,. La vita di una donna che “subiva la vita non la viveva“.
Henriette, una donna che “ tutta la vita ha sgambettato come un topino” che le sorelle chiamavano “uccellino per il gatto”, ma che è anche “ una palla di nervitestarda”… con una volontà di ferro”…che forse si burlava della vita”…che aveva l’orgoglio dell’umiltà…fiera di essere povera e di non chiedere nulla a nessuno”.

Madre e figlio hanno qualcosa in comune: la madre “ha sempre voluto appartenere al mondo della piccola gente”;  il figlio invece, diventato  uomo di successo e  ricchissimo,  ha continuato a tenere d’occhio quel mondo da cui  ha evocato gli infiniti personaggi dei suoi più che 400 romanzi.

Ti stupirebbe molto sapere che anch’io, alla mia età, mi sento sempre più vicino a questa gente perché è il mondo a cui appartengo, un mondo di cose vere.

Ed ecco che ora, dopo tanti anni, vecchi tutti e due, ci ritroviamo faccia a faccia in quest’ospedale, con questi personaggi di cera intorno a noi. Esistono tre miliardi di uomini sulla terra. Non so la cifra esatta. Sono allergico alle statistiche, alle cifre in generale.
Quanti uomini sono vissuti, dalla preistoria sino ad oggi? Nessuno lo sa. Si può tuttavia supporre che, come oggi, si siano sempre combattuti tra loro, si siano uccisi, abbiano dovuto lottare contro i loro vicini, contro i grandi cataclismi naturali, contro le epidemie.
E tuttavia non hanno mai smesso di porsi una domanda:  “Che cos’è l’uomo? Chi è il mio vicino? Oggi l’etnografia cerca le tracce degli uomini di un tempo, i nostri antenati: la biologia, nei laboratori di tutto il mondo, si sforza di conoscere l’uomo attuale. Però non conosciamo le persone della porta accanto, quelle che incrociamo tutti i giorni per la strada, al cui fianco lavoriamo. 
Madre, siamo noi due qui a guardarci. Tu mi hai messo al mondo, io sono uscito dal tuo ventre, m’hai dato il primo latte, tuttavia non ti conosco, come tu non conosci me.   In questa stanza d’ospedale, siamo due stranieri che non parlano la stessa lingua,.. e che diffidano   l’uno dell’altro…è per cancellare l’idea falsa che ho potuto farmi di te, per penetrare nella verità del tuo essere, per amarti che riunisco briciole di ricordi, che rifletto.

Questa Lettera alla madre è la prima opera di Simenon pubblicata da Adelphi.

Ho snobbato per tanti anni uno scrittore come Simenon, semplicemente, perché il genere giallo non è il mio preferito, ma ora che ho scoperto il Simenon, al di là di Maigret, mi incuriosisce molto, mi affascinano  la naturalezza della sua scrittura, le atmosfere che sa creare, la varietà dei tipi umani, la nuova Comedie humaine che sa costruire.

E ho trovato interessante andare al di là dei romanzi e cercare di scoprire anche l’uomo Simenon, non particolarmente simpatico per diverse vicende della sua vita privata (v. l’incallito Don Giovanni!), ma forse qualcosa di più ci potrebbero dire alcuni suoi testi autobiografici, come Memorie intime del 1981, scritto dopo aver deciso dal 72 di non scrivere più.  Ma a farlo tornare alla scrittura è stata la morte della figlia venticinquenne suicida, Marie-Jo: era necessario ricordarla e placare i sensi  di colpa. Memorie intime è un’opera voluminosa , sempre pubblicata da Adelphi, che contiene anche numerosi scritti della figlia, aspirante scrittrice.

Qualcuno di voi conosce questa autobiografia e magari anche Pedigrie un romanzo a sfondo autobiografico, in cui è presente la figura della madre?

Concludo ricordando che il figlio John Simenon, attuale curatore della immensa opera del padre, era alla Fiera del libro di Torino a conversare con Luca Crovi e a raccontare con dovizia di particolari e notevole senso dell’humour della vita privata di Georges.

Georges Simenon, Lettera a mia madre, Adelphi,1974/1985, pp.96

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5 pensieri su “Georges Simenon, Lettera a mia madre”

  1. Grazie per questo post, xochitl2.
    Non conoscevo questo “Lettera a mia madre”.
    “Memorie intime” sì, invece. Davvero monumentale, mille pagine e passa, mi pare. Devo dire che è uno di quei libri che non riesco a leggere dall’inizio alla fine. Non per la quantità di pagine, e non perché il testo non sia scorrevole (può forse non essere scorrevole Simenon, del resto?). E’ che è un libro davvero doloroso. Ogni aneddoto, anche il più banale, assume una luce abbagliante, che strodisce.
    Raccontare la propria vita in relazione a quella di una persona che non c’è più, oppure raccontare episodi legati a quella persona che non c’è più, bè, diventa straziante perché rivela tutta la frustrazione dell’eternità mancata. E’ come se Simenon dicesse in ogni pagina: quel mondo non può più esistere, perché non esiste più quella persona. Quel mondo non può più esistere, perché mancando quella persona è mancata una parte di me.
    Lo leggo a piccole dosi. In genere, di notte. E ogni tanto penso che dovrei leggerlo al mattino. Prima di iniziare la giornata. I momenti, le persone vicine: sono sicuro che darei loro un senso diverso.

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  2. Ciao Xochitl2!
    Non ho più, chissà dove è finito, “Pedigree”, ma l’ho letto molto tempo fa.Ricordo l’impressione di esistenze grigie, in un Belgio grigio.Parlo di percezione personale; un libro ben scritto,mi sembra fosse minuzioso nelle descrizioni, e voluminoso. Chissà se ricordo bene, altri lettori del blog ti diranno meglio.
    Se sei alla scoperta del Simenon non poliziesco ti passo una segnalazione: io non l’ho ancora letto ma sembra che “Il treno” sia bello.

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  3. Sono un’appassionata di Simenon dal giorno in cui un commesso(?) della Feltrinelli a Milano mi suggerì Caldamente “Lettera a mia madre”… era il 1991 e non ne ho più perso uno! Lo scrittore è straordinario, quasi un Mozart della letteratura, mi pare, più naturale e semplice di quanto spesso si dica.

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