L’ubicazione del bene. E il bene dell’immaginazione

Edward Hopper - Pennsylvania
Edward Hopper - Pennsylvania

L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco (Einaudi) ha suscitato articoli pieni d’entusiasmo. Mi hanno inglosito fino a farmelo comprare. È una raccolta di racconti (meno di 150 pagine) tutti ambientati a Cortesforza, sobborgo (immaginario ma verosimile) di villette a schiera appena fuori da Milano. È un libro che merita di essere letto. Tuttavia ho qualche riserva.

Cortesforza, “Vicinanze tangenziale Ovest”: ci abita gente che “trova sensato fare venti chilometri per andare al centro commerciale più vicino a compare sei bottiglie d’acqua minerale”. Nei racconti è indagato quel tipo di essere umano. Quello cioè che decide di andarsene dalla città stressante per vivere finalmente in un “contesto più a misura d’uomo”, salvo poi stressarsi sulla tangenziale per andare a lavorare tutte le mattine o per fare la spesa. Perché – a chi vive dalle mie parti è noto – “soli quindici chilometri da Milano” significano quarantacinque minuti di coda in automobile tra statali e tangenziali.

Il libro racconta, rappresenta, indaga, spia questo tipo di sobborghi, il tipo di persone che li abitano, il tipo di vita che quel luogo induce negli abitanti.

Lo stesso autore ha dichiarato: “Il suburbio residenziale è un’ambientazione quasi naturale per la letteratura americana, mentre la letteratura italiana non aveva ancora esplorato i sobborghi in modo ossessivo. Io ho cercato di farlo”.

E io direi che ci è pure riuscito. Altro che Ossessivo! Tutti gli stereotipi dell’uomo in tuta e ciabatte, tagliaerba in azione, monovolume da lavare, gita allo zoo safari con i bambini, taverne, box doppi e altri aspetti della vita “in campagna ma a due passi dalla città” sono compilati uno dopo l’altro. E lì, tra siepi ben curate e piste cilcabili, gli abitanti di Cortesforza mettono in scena i loro drammi silenziosi: fallimenti, frustrazioni, comportamenti indotti da modelli di vita falsi, incomunicabilità…  Per sintetizzare: due palle infinite!

Un momento: L’ubicazione del bene non è un brutto libro, anzi; alcune pagine sono davvero belle. E l’operazione di Giorgio Falco non è disonesta. Solo, è un libro un po’ velleitario. Mi spiego.

Trovo legittimo applicare il fuoco della propria lente d’ingrandimento su un solo aspetto della vita in un sobborgo. Trovo legittimo, cioè, concentrarsi unicamente sull’aspetto prescelto e tralasciarne molti altri. Falco lo ha fatto puntando la luce sull’aspetto in ombra. Anche altri lo hanno fatto, prima di lui, negli Stati Uniti. A parte Yates, ad esempio, lo ha fatto Breece D’J Pancake (guardando la classe proletaria dei monti Appalachi). Lo ha fatto Raymond Carver (guardando la middle class americana). La differenza tra Falco e Carver o Pancake, però, sta nella profondità dello sguardo. Quello del nostro autore si ferma troppo presto, secondo me, resta in superficie, resta insomma un po’ troppo impigliato nel pregiudizio con cui si immagina una vita di plastica. È la consolatoria rappresentazione di una vita che è senza senso perché è calata in un contesto senza senso. Qualcuno potrà cedere alla tentazione di credrere alla bontà di questa teoria, ma sappia che si tratta pur sempre di una teoria (un bel po’ snob, aggiungerei).

Insomma: le vite raccontate da Falco non suonano finte o inverosimili, e va bene, si può scegliere di raccontare il lato oscuro di chi vive a Cortesforza. Ma non si può negare o nascondere che anche chi vive a Cortesforza possa essere un uomo o una donna autentico (o autentica). Possa essere cioè un essere umano capace di sperare, sognare, coltivare cultura e serietà, godere di un amore felice, apprezzare un bel momento. Essere, se non felice, almeno contento! Possibile che in 150 pagine non ce ne sia traccia? Non ci sia un sorriso? Non uno!

Nei sobborghi, credo, vivono anche persone dotate di immaginazione. Herbert Marcuse, mentre viveva in Usa, abitava in un sobbogo molto simile a Cortesforza. In California. Tra case basse tutte uguali e l’auto di fianco al giardinetto. Proprio lui, quello dell’Uomo a una dimensione. Con l’Immaginazione al potere

Qualcuno di voi ha letto il libro di Giorgio Falco?

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8 pensieri riguardo “L’ubicazione del bene. E il bene dell’immaginazione”

  1. Ciao capaldi,
    no, non l’ho letto, ma la tua bellissima recensione mi ha fatto venire voglia di leggerlo!
    Alcune considerazioni veloci (l’ora è tardi e mi sto addormentando…):
    – innanzitutto, bellissimo il quadro di Hopper, ottima scelta per illustrare il libro! Sei andato a vedere la mostra a Palazzo Reale?
    – quando scrivi “Quello cioè che decide di andarsene dalla città stressante per vivere finalmente in un “contesto più a misura d’uomo”, salvo poi stressarsi sulla tangenziale per andare a lavorare tutte le mattine o per fare la spesa” mi hai fatto venire in mente un’amica che se la chiami alle 5,30 ti dice che è già in tangenziale con la testa…
    – Yates, Pancake, Carver: aggiungo anche Joyce Carol Oates (ma va’?!?), ad esempio con *Storie americane*.
    Vado a dormire. Buona notte a tutti
    *giuliaduepuntozero

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  2. Non l’ho letto ma è da un po’ che vorrei farlo.
    Ne avevo sentito parlare a Fahrenheit ( Giorgio Falco è stato ospite della trasmissione per presentare il libro) e poi ne ho letto diverse recensioni (Giuseppe Genna , Paolo Cognetti e altri). Fra tutte , mi aveva interessata molto quello che aveva scritto Loredana Lipperini nel suo blog *Lipperatura* “… Quando i personaggi diventano stereo(tipi) c’è qualcosa che a me non torna. Mi lascio trascinare dalla bravura di Falco, indubbia e degna di assoluta ammirazione, nel delineare un universo privo di speranza e destinato non all’apocalisse sfarzosa e drammatica che si immaginava, ma a consumarsi in sordina, a incenerirsi un po’ alla volta, grazie alla mancanza di etica e di utopia e di dignità degli abitanti di Cortesforza. Eppure vorrei che almeno qualcuno dei suoi uomini e delle sue donne bucasse la pagina. Vorrei sentirlo vivo, e non limitarmi a raccogliere il suo messaggio “.
    Mi pare abbastanza in sintonia con la tua inappuntabile e bella recensione.

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  3. Falco non l’ho letto, non so se il libro scorra, ma condivido la descrizione di questi non-luoghi.
    Gli odierni sobborghi sono senza senso perchè intorno a quelle case non c’è alcun collante, non c’è progetto, sono case fatte in serie da quegli stessi speculatori che prima hanno ucciso le nostre città, e adesso stanno abilmente sfruttando il desiderio di una vita più umana.
    Cortesforza cos’è? Una moltitudine di case uniformi, inflessibilmente allineate a distanze uniformi su strade uniformi.Al posto della campagna, cornice naturale di una vita più umana, un verde addomesticato, risicato, falciato la domenica.
    Nessun centro aggregativo, piazza, teatro, centro artigianale o altro. E se ci sono sono falsi, come quelli delle città dello shopping costruite in serie.
    Silvana ha detto che gli abitanti di Cortesforza si inceneriscono un po’ alla volta grazie alla loro mancanza di utopia. E infatti utopia può derivare da eutopia (buon posto) o da outopia (nessun posto). Forse il problema è proprio lì, e Falco ha voluto mettere in evidenza il lato oscuro dell’abito, non di chi è costretto ad indossarlo. Però, ripeto, non ho letto il libro.

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  4. Ciao giuliaduepuntozero, non sono andato alla mostra di Hopper, ma ci andrò di sicuro. E ciao Silvana, grazie: appena ho un momento recupero la recensione della Lipperini, il brano che hai citato mi trova d’accordo. Tornando a Falco, comunque, pur con i limiti che ho indicato nel mio post, devo dire che il suo libro è senz’altro degno d’interesse. Vale la pena leggerlo, insomma. (Anche se poi, magari, non si guadagna una delle prime file della vostra libreria).

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  5. @Anto
    Anch’io non ho letto il libro di Falco e mi sono posta la stessa domanda, se l’intento dell’autore non fosse proprio quello “di mostrare il lato oscuro dell’abito”, insomma il peccato e non il peccatore…
    Giuseppe Genna, che invita i suoi lettori a leggere Falco, già dissente con i paragoni letterari : no a Carver e sì a Cheever, Volponi e Michelstaedter . Secondo lui, L’UBICAZIONE DEL BENE “… non è una rappresentazione mimetica e nemmeno allegorica del presente post-industriale o della faglia temporale che stiamo vivendo: è infatti un romanzo teologico e la post-industria non è un’ontologia, ma una sociologia. Se preso dal verso della rappresentazione cinica di un tempo umano spettrale, “L’ubicazione del bene” sarebbe un romanzo sociologico: lo sembra, in effetti, e non lo è. Se preso dal versante della meditazione sul Bene, immediatamente il Bene viene inteso come scelta morale, come opzione, come preterizione umana: e ciò anche sembra essere il libro di Giorgio Falco, ma non lo è.
    Cos’è allora? Secondo me, questo: è la rappresentazione della difficoltà metafisica che la Città di Dio sia la Città di Dio in Terra”.

    Chiedo scusa : potrei essere più efficace e meno invasiva con un semplice link ma sono molto imbranata.

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  6. @Silvana
    Io non arriverei a scomodare Dio… Noto soltanto che i tipi umani di Falco sono stereotipati. In sintesi, credo ci sia un pregiudizio all’origine della narrazione. Quel pregiudizio ha degli effetti: primo tra tutti, fa male ai personaggi che nel libro (non) si muovono; non mi (s)muovono.

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  7. Ciao Capaldi
    anch’io ( da agnostica qual sono, poi) non avrei mai scomodato Qualcuno così in alto. Ho solo riportato integralmente le parole di G Genna: la metafora della Città di Dio e degli uomini è un po’ stiracchiata – forse figlia della tensione metafisica che costituisce la cifra essenziale della scrittura di Genna – però mi è servita ad immaginare e ampliare la visione dell’orizzonte uniforme e pietrificato di Cortesforza.

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  8. Ciao Silvana, sì la metafora di Genna è un po’ “stiracchiata”, è la parola giusta. Comunque, se ti capiterà di leggere il libro di Falco, fammi sapere qual è la tua opinione. Mi raccomando!

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