Il discorso tipico dello schiavo

Qualche settimana fa è uscito il libro Adesso Basta (Chiarelettere), di Simone Perotti. Sottotitolo: “Lasciare il lavoro e cambiare vita”. L’autore ha messo sul suo blog questo video. Che in maniera folgorante, con le parole del regista Silvano Agosti, sintetizza lo spirito del suo ragionamento.

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14 pensieri su “Il discorso tipico dello schiavo”

  1. C’è un filo- perversamente oppositivo- che unisce l’universo immaginato da Falco al mondo sognato/auspicato da Agosti e alla nuova vita che s’è inventata Perotti ( proprio oggi ho visto in tv la storia di un quarantenne napoletano dagli occhi gioiosi che ha messo a nuovo una barca a vela , diventata un grande strumento didattico a favore di ragazzi “difficili” , che ha coniugato , anzi trasformanto, il lavoro in piacere o quasi).
    Purtroppo non sempre “basta immaginare un’isola, perché quest’isola incominci realmente ad esistere”.
    Mi piace, però, la sua visione del mondo, la consapevolezza che possediamo molto e siamo soffocati da troppe cose, mi piace il suo decalogo, soprattutto alcune affermazioni… per es. Cercare l’essenziale, Essere sobri, Allenarsi all’ottimismo e alla solitudine , Non mollare e, soprattutto, (saper) Sognare.

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  2. “C’è un filo- perversamente oppositivo- che unisce l’universo immaginato da Falco al mondo sognato/auspicato da Agosti e alla nuova vita che s’è inventata Perotti…”. Silvana, hai centrato il tema in modo essenziale!!! Hai letto il libro di Perotti? Se non lo hai fatto, puoi trovare on line diversi brani sul suo blog. Al centro del libro cìè il downshifting: quelli che cambiano vita, mollano il lavoro e si accontentano di guadagnare meno per vivere meglio. Questo in soldoni. Ma al di là del progetto di Perotti (che condivido solo in parte), mi piacerebbe avviare un dibattito su questo tema: su come, cioè, ognuno può liberarsi dalla propria condizione di “schiavo”. Anche se – come dici giustamente tu – non sempre “basta immaginare un’isola, perché quest’isola incominci realmente ad esistere”. E il punto sta proprio su quel “non sempre”.

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  3. capaldi :“C’è un filo- perversamente oppositivo- che unisce l’universo immaginato da Falco al mondo sognato/auspicato da Agosti e alla nuova vita che s’è inventata Perotti…”. Silvana, hai centrato il tema in modo essenziale!!! Hai letto il libro di Perotti? Se non lo hai fatto, puoi trovare on line diversi brani sul suo blog. Al centro del libro cìè il downshifting: quelli che cambiano vita, mollano il lavoro e si accontentano di guadagnare meno per vivere meglio. Questo in soldoni. Ma al di là del progetto di Perotti (che condivido solo in parte), mi piacerebbe avviare un dibattito su questo tema: su come, cioè, ognuno può liberarsi dalla propria condizione di “schiavo”.
    Silvana e Capaldi, ho letto qualche pagina de”L’ubicazione del bene” e l’invito alla sobrietà, se non alla completa rivoluzione della propria vita, di Perrotti.
    Credo che sia uno spirito del tempo quello che invita non solo gli individui ma intere entità politiche quali sono le nazioni ad accontentarsi, a non sprecare, a “depilarsi” cioè a “svalorizzare” il PIL.Personalmente ho cambiato alcuni aspetti della mia vita orientandola in questo senso lento, già anni fa, e,per ora, sono contenta di averlo fatto. Ma talvolta, nelle esistenze individuali ci sono meccanismi, relazioni, sistemi familiari che “bloccano” un cambiamento: e così il cambiare vita è non solo il risultato di una scelta consapevole, coraggiosa, incline a cogliere l’essenziale, ma anche di un caso fortunato nel quale non c’è alcun merito personale.

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  4. @Marina:
    “Ma talvolta, nelle esistenze individuali ci sono meccanismi, relazioni, sistemi familiari che “bloccano” un cambiamento: e così il cambiare vita è non solo il risultato di una scelta consapevole, coraggiosa, incline a cogliere l’essenziale, ma anche di un caso fortunato nel quale non c’è alcun merito personale”. Non capisco bene che cosa intendi.

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  5. Apprezzo in generale ogni testo che riesca a farci vedere il presente in modo diverso da quello convenzionale. Il testo di Perotti, da quello che ho letto parzialmente, svela qua e là qualche illuminazione preziosa. In un certo senso, libri come questo, o come il pamphlet di Massimo Fini, “Sudditi”, apparso gà da diversi anni, hanno il grande pregio di permetterci di ” vedere” ciò che guardiamo e di anticipare cognizioni che diventeranno diffuse.
    Tuttavia, rispetto all’ invito di Perotti di lasciare il lavoro, scusate, ma mi pare un po’ snob, al limite della sconvenienza, in questi tempi di lavori flessibili, a progetto, a termine…, dove ” guadagnare 2500 euro al mese” sarebbe una pacchia.

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  6. @ Capaldi: in parte ti ha già risposto Renza. Credo in sostanza che non tutti possano permettersi di lasciare un lavoro; per molti questa scelta non significherebbe tornare alla sobrietà, all’essenziale, al “tempo ritrovato”, bensì a precipitare nella pura indigenza, nella povertà.

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  7. @ capaldi
    Non conoscevo il libro di Perotti però, attraverso i link che hai messo, ho navigato e ho letto un po’ di cose sul suo progetto.
    Che quesito complicato che hai buttato sul tappeto!
    Cambiare è difficile perché conduciamo un certo tipo di vita, pensiamo secondo un certo modello, seguiamo una certa fede e non vogliamo che questi modelli vengano scossi perché sono profondamente radicati in noi. Se venissero scossi ci troveremmo in una situazione di insicurezza, brodo di coltura per la paura, il problema forse più grande che deve affrontare l’uomo perché una mente intrappolata dalla paura vive nella confusione e nel conflitto. Questo è il pensiero rigoroso e cristallino di Krishnamurti.
    Il modello di società immaginato da Agosti in “Lettere dalla Kirghisia” ( libretto di pura utopia ma fonte di interessanti riflessioni) può nutrire le sue radici in una Costituzione non scritta, fatta da un solo articolo che recita :” Al centro di ogni iniziativa, l’attenzione dello Stato e dei cittadini va innanzitutto all’essere umano”. Da qui nasce il profondo rispetto per le opere d’arte, preziose ed uniche, che sono le persone, che consente “l’amorosa autogestione” del proprio destino, nella consapevolezza che il bene di tutti è il bene di ognuno e che il bene di ognuno è il bene di tutti. La Kirghisia è, soprattutto, un territorio in cui “il cuore umano può battere senza paure” perché si è cercato e si cerca di eliminare ogni forma di dipendenza…e così chiudo l’ideale cerchio che ho voluto azzardare col pensiero di Krishnamurti.
    @marina forlani : credo di aver capito cosa intendi. In più, a volte, si verificano degli eventi – magari irrisolvibili problemi di salute- che fanno sì che non solo non si possa cambiare vita ma è la vita che cambia te.

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  8. @Marina (e per tutti)
    “non tutti possano permettersi di lasciare un lavoro; per molti questa scelta non significherebbe tornare alla sobrietà, all’essenziale, al “tempo ritrovato”, bensì a precipitare nella pura indigenza, nella povertà”. Ora capisco cosa intendi, Marina. E lo capisco molto bene. Conosco molte persone che su due piedi non potrebbero lasciare il lavoro senza trovarsi nei guai (anche io, tanto per fare un esempio qualsiasi).

    Ma Perotti (il quale, ribadisco, non mi convince fino in fondo) invita a guardare la questione da un altro punto di vista (e questo mi piace). Scrive (metto tra virgolette ma cito a memoria): “fino ad oggi abbiamo pensato che esista solo un modo di lavorare e guadagnare: il nostro. Non è così”. Ecco, in realtà non si tratta di smettere di lavorare, ma di smettere di essere schiavi del lavoro. Si tratta di mettere al centro la vita anziché la carriera. Anche chi non pensa che farà carriera, ambisce per lo meno alla sicurezza. Così upper class e working class, pur con ambizioni diverse, si trovano intrappolate nello stesso meccanismo: servire il mercato per potersi servire del mercato. E’ evidente a questo punto che la parola chiave diventa “mercato”, per poveri e ricchi, manager e operai, per tutti. E per tutti valgono gli stessi compromessi. Che siccome sono consolidati diventano normali.

    “Cambiare è difficile perché conduciamo un certo tipo di vita, pensiamo secondo un certo modello, seguiamo una certa fede e non vogliamo che questi modelli vengano scossi perché sono profondamente radicati in noi” scrive Silvana via Krishnamurti. E sì, cambiare è difficile (a volte è impossibile per cause di forza maggiore).

    Ma che cosa succede se si decide di farlo? Si può decidere di farlo senza pensare di realizzare un’utopia? Posso, in sintesi, lasciare l’azienda, la fabbrica, la città, il consumismo, le rate? Posso smettere di pagare anche le cose che non uso?

    Un esempio? Ho appena speso tutti i soldi che ho risparmiato faticosamente negli ultimi sette anni: mi sono comprato un’auto. L’auto, nel 98 per cento dei casi, mi serve per andare al lavoro. Un risicatissimo 2 per cento mi impedisce di chiamarlo paradosso. Ma la tentazione è forte.

    E ancora: posso smettere di essere complice di un progetto (culturale o economico) che non condivido? Che trovo disonesto (anche se è legale)? Posso pensare di ridurre all’osso le mie esigenze di consumo, posso vivere di lavori occasionali, ma mettere al centro della mia vita non più il mercato bensì una mia passione vera?
    Molti dubbi caricano tutte queste domande.

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  9. ottima questa discussione, in effetti vedendo la vita dei miei ragazzi trentenni e di parecchi loro amici si evidenzia un diverso approccio al lavoro, liberati in assoluto dalla dipendenza e sempre attenti a non far entrare il lavoro nella loro aerea privata, per esempio se il capo telefona a casa non rispondono, non accettano di lavorare oltre l’orario e assolutamente il sabato, rispetto alla mia generazione per certi versi drogata di lavoro si nota nei nostri figli un distacco notevole, chiaro pochi possono rinunciare al lavoro per vivere ma non è più l’elemento predominante della loro esistenza, la carriera viene considerata ben al di sotto nella loro scala di valori rispetto alla famiglia ai figli o anche alla loro libertà, le contraddizioni che dominano ancora il mondo del lavoro sono sottolineate e fortemente contrastate, riducono tranquillamente i loro consumi per avere una qualità migliore della vita in termini di tempo e soprattutto di libertà

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  10. Sì, la discussione è interessante e, come succede in molte tematiche, i nodi si incastrano, i temi si allargano e il tutto assume l’ aspetto di un prisma.
    Il problema del lavoro e del suo possibile abbandono rientra in quello che un tempo si chiamava “ modello di sviluppo”, dove è assai difficile recidere drasticamente i legami con il mercato ( o meglio, lo possono fare pochi fortunati che non “ pensano più secondo un certo modello”). Tuttavia, penso ( e lo ripeto) che i correttivi siano benèfici, perché un conto è vivere nel mercato pensando che non sia il massimo ( e magari ricercare vie di fuga e/ di correttivi) e un altro è lasciarsi vivere al suo interno, considerandolo il migliore dei mondi possibili. Insomma, ben venga la via riformista al cambiamento, grazie a visioni diverse come quella di Perotti e a comportamenti come quelli dei figli di Donella. Naturalmente, il tutto diventa ancora più complesso quando il lavoro sia anche fonte di potere, ma non è il caso di affrontare questo aspetto.
    Più delicato mi pare il tema implicito del rapporto lavoro/ identità. E’ il lavoro qualcosa che è altro da noi? Qualcosa da cui difenderci per non essere condizionati? Rammento che la rottura del legame di identità tra individuo e lavoro ( “io sono ciò che so fare”) è una conseguenza della flessibilità lavorativa, su cui tanto si discute e che non ha certo portato vantaggi a chi lavora. Su questo, il testo di Luciano Gallino, “ Il lavoro non è una merce”, è decisamente illuminante. Più o meno egli dimostra che la flessibilità ( il lavoro frammentato e diversificato) è funzionale ad una organizzazione del lavoro che punta all’ esasperazione dell’ individualismo, abolendo tutti quei legami ( politici, sindacali, sociali) necessari all’ aggregazione collettiva. Anche Richard Sennett, ne “ L’ uomo flessibile”, traccia una efficace analisi degli aspetti negativi derivanti dalla perdita della identità lavorativa. In questo direzione va anche “ L’ uomo artigiano”sempre di Sennett, dove si analizza la ricchezza, anche mentale, del lavoro manuale, ( Per inciso, Sennett è molto interessante anche perché è sostenitore di una sociologia “narrativa”).

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  11. Richard Sennett: segnalo anche ” Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali” ma non ho ancora letto “L’uomo artigiano”.

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  12. Scusate, perché non riportare il discorso alla realtà senza voli pindarici e sfoggio di citazioni da testi puramente teorici.
    “Al centro del libro c’è il downshifting: quelli che cambiano vita, mollano il lavoro e si accontentano di guadagnare meno per vivere meglio.”
    Mi sfugge il nesso logico tra l’abbandonare il lavoro e guadagnare meno: se lo mollo, non guadagno neanche un centesimo, al limite potrò dar fondo agli eventuali risparmi (ottenuti appunto lavorando) ma sempre nell’ottica del breve periodo, e poi? Ho seguito il filmato, dove veniva ripetuto più volte che ci costringono a lavorare sei giorni a settimana: mi pare che la maggior parte delle persone da tempo ne lavori cinque, o comunque per l’equivalente numero di ore. Nutro forti dubbi anche sul fatto che i giovani, come ricordava qualcuno, abbiano un approccio diverso e molto più distaccato nei confronti del lavoro e della carriera: non credo che dipenda dal voler mettere al centro la vita ma dal modello GF, ossia non seve lavorare molto per ottenere risultati.
    In ogni caso, detesto questo snobismo sinistrorso che evoca un mondo alla Shangri La totalmente distaccato dalla realtà: facessero esempi concreti, una buona volta

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  13. @Almayer: Non fanno esempi concreti perché non ci sono esempi concreti se trascuriamo pochissimi fortunati. La verità è che l’occidente e di conseguenza tutto il mondo (che ha come modello l’occidente) vive da almeno 30 anni, una fortissima escalation della competizione che comprende l’aspetto professionale e quello sessuale della vita. L’alternativa allo stare dentro questo sistema è perire. Visioni come quella di Agosti, per quanto condivisibili e auspicabili, sul piano reale sono destinate alla sconfitta. Cosa possono uno, due, cinque o cento uomini contro una direttrice storica planetaria?

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  14. Senza sapere che fosse un fenomeno diffuso anche io qualche anno fa ho fatto “downshifting”, ho lasciato il mio lavoro (impiegata)che mi dava tanto stress e poche soddisfazioni, e con i soldi che avevo risparmiato ho aperto un piccolo resort nelle Filippine http://www.resortfilippine.com) . Mi colpisce Come lo scrittore descriva nel decalogo qui sopra proprio le scelte e gli accorgimenti che ho avuto io, come la sobrietà, il risparmio. Cose da molti considerate “pallose” ma in realtà rivoluzionarie e indispensabili per essere veramente liberi. Bravo!

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