Il Gattopardo e l’unità d’Italia

Oggi, grande giorno di celebrazioni: 11 maggio, sbarco dei Mille a Marsala Mi è venuta voglia di riprendere in mano il Gattopardo e di leggere alcune pagine non sullo sbarco, di cui Tomasi  dice poco, quanto nei capitoli successivi il colloquio tra Don Fabrizio e Don Ciccio Tumeo, andati a caccia “nell’arcaicità odorosa della campagna” nella boscaglia, che si trovava “nell’identico stato di intrico aromatico nel quale l’avevano trovata Fenici, Dori e Ioni, quando sbarcavano in Sicilia, quest’America dell’antichità.”

E voi Don Ciccio come avete votato il giorno ventuno? Il pover’uomo sussultò; preso alla sprovvista… esitava, non sapendo come rispondere. Il principe scambiò per timore quel che era soltanto sorpresa e si irritò. “Insomma di chi avete paura? Qui non ci siamo che noi, il vento e i cani”…” Scusate eccellenza, la vostra è una domanda inutile. sapete che a Donnafugata tutti hanno votato per il sì”. Questo Don Fabrizio lo sapeva; e appunto per ciò la risposta non fece che mutare un enigma piccolino in un enigma storico.  Prima della votazione molte persone erano venute da lui a chiedere consiglio: tutte sinceramente erano state esortate a votare in modo affermativo. Don Fabrizio, infatti, non concepiva neppure come si potesse fare altrimenti: sia di fronte al fatto compiuto, come rispetto alla teatrale banalità dell’atto: così di fronte alla necessità storica, come anche in considerazione dei guai nei quali quelle umili persone sarebbero forse capitate quando il loro atteggiamento negativo fosse stato scoperto. si era accorto, però, che molti non erano stati convinti delle sue parole: era entrato in gioco il machiavellismo astratto dei siciliani, che tanto spesso induceva questa gente generosa per definizione, ad erigere impalcature complesse, fondate su fragilissime basi…. Per una quindicina di persone, insomma aveva avuto l’impressione penosa ma netta che avrebbero votato “no”, una minoranza esigua certamente ma non trascurabile nel piccolo elettorato donnafugasco… Verso le quattro del pomeriggio il Principe si era recato a votare…

Portava la stessa redingote con cui si era recato a ossequiare a a Caserta  quel povero Ferdinando che per fortuna sua era morto a tempo per non essere presente in questa giornata, flagellata da un vento impuro, durante la quale si poneva il suggello alla sua insipienza….Giunto in una saletta del Municipio dove era il luogo di votazione, fu sorpreso vedendo che tutti i membri del seggio si alzassero quando la sua statura riempì intera l’altezza della porta; vennero messi da parte alcuni contadini arrivati prima, e così senza dover aspettare, Don Fabrizio consegnò il proprio patriottico “sì” alle  patriottiche mani di Don Calogero Sedara…. Dopo furono invitati ..nello studio del Sindaco..Dietro la scrivania del Sindaco fiammeggiava un ritratto di Garibaldi e ( di già ) uno di Vittorio Emanuele, fortunatamente collocato a destra; bell’uomo il primo, bruttissimo il secondo: ambedue però affrattellati dal rigoglio del loro pellame che quasi li mascherava…. Venne mostrata a Don Fabrizio una lettera delle autorità di Girgenti che annunziava ai laboriosi cittadini di Donnafugata la concessione di un contributo di duemila lire per la fognatura, opera che sarebbe stata ultimata entro il 1961 come assicurò il Sindaco, inciampando  in uno di quei lapsus dei quali Freud doveva spiegare il meccanismo molti decenni dopo; e la riunione si sciolse…. Dopo il seggio elettorale venne chiuso, gli scrutatori si misero all’opera ed a notte fonda..Don Calogero..alla folla invisibile nelle tenebre annunziò che a Donnafugata il Plebiscito aveva dato questi risultati: Iscritti 515; votanti 512; sì 512; no zero

L’Italia era nata in quell’accigliata sera a Donnafugata; nata proprio lì in quel paese dimenticato, altrettanto nella ignara via di Palermo e nella agitazione di  Napoli: una fata cattiva però, della quale non si conosceva il nome, doveva essere stata presente; ad ogni modo era nata e bisognava sperare che avrebbe potuto vivere in questa forma: ogni altra sarebbe stata peggiore. D’accordo. Eppure questa persistente inquietudine qualcosa significava: egli sentiva che durante quella troppo asciutta enunciazione di cifre, come durante quei troppo enfatici discorsi, qualchecosa, qualcheduno era morto. Dio solo sapeva in quale andito del paese, in quale piega della coscienza popolare.

 Il fresco aveva disperso la sonnolenza di Don Ciccio…ora a galla della propria coscienza emergeva soltanto il dispetto, inutile certo ma non ignobile.   in piedi parlava in dialetto e gesticolava, pietoso burattino che aveva ridicolmente ragione.

“Io, Eccellenza avevo votato “no”. No cento volte. So quello che mi avevate detto : la necessità, l’unità, l’opportunità. Avrete ragione voi: io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantomo, povero e miserabile coi calzoni sfondati…e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio si inghottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco. Per una volta che potevo dire quello che pensavo, quel succhiasangue di Sedara mi annulla, fa come se non fossi mai esistito, come se fossi niente immischiato con nessuno. io che sono Francesco Tumeo…

A qesto punto la calma discese su don Fabrizio che finalmente aveva sciolto l’enigma: adesso sapeva chi era stato ucciso a Donnafugata, in cento altri luoghi nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata: la buona fede: proprio quella creatura che si sarebbe dovuto curare, il cui irrobustimento avrebbe giustificato altri stupidi vandalismi compiuti. Il voto negativo di don Ciccio, cinquanta voti simili a Donnafugata, centomila”no” non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero reso più significativo; e si sarebbe evitata la storpiatura delle anime

Don Ciccio tuonava ancora:..”.fu la regina Isabella…a permettermi di essere quello che sono organista della Madre Chiesa, onorato dalla benevolenza di vostra eccellenza; e negli anni di maggior bisogno, quando mia madre mandava una supplica a corte, le cinque onze di soccorso arrivavano sicure come la morte, perchè là a Napoli ci volevano bene, sapevano che eravamo buona gente e sudditi fedeli….elemosine le chiamano ora, queste generosità di veri Re…le cinque onze c’erano, è un fatto, e con esse ci si aiutava a campare l’inverno. E ora che potevo ripagare il debito, niente” tu non ci sei”. E il mio “no” diventa un “sì”. Ero un fedele suddito, sono diventato “un borbonico schifoso” Ora tutti  savoiardi ! ma i savoiardi me li mangio con il caffè, io . …

Don Fabrizio aveva sempre voluto bene a don Ciccio, ma era un sentimento nato dalla compassione … adesso provava ammirazione per lui e nel fondo della sua altera coscienza una voce chiedeva se per caso don Ciccio non si fosse comportato più signorilmente del Principe di Salina. E i Sedara, tutti quei Sedara da quel minuscolo che violentava l’aritmetica a Donnafugata, a quelli maggiori a Palermo, a Torino, non avevano forse commesso un delitto strozzando queste coscienze? Don Fabrizio non poteva saperlo allora, ma una buona parte della neghittosità, dell’acquiescenza per le quali durante i decenni seguenti si doveva vituperare la gente del Mezzogiorno, ebbe la propria origine nello stupido annullamento della prima espressione di libertà che a questi si fosse mai presentata.

Così scriveva nel 1958 il principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, accusato di essere un reazionario pessimista, fatalista da tanti intellettuali di sinistra.

Non aggiungo commenti personali in attesa di eventuali commenti di chi avrà avuto voglia di leggere questo lungo passo del Gattopardo. Ho fatto molti tagli, sperando di non avere falsato il testo che comunque invito a leggere nella sua interezza.

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6 pensieri riguardo “Il Gattopardo e l’unità d’Italia”

  1. buongiorno Xochitl, bellissimo questo passo, non ho letto Il Gattopardo, una grande lacuna nelle mie letture i classici, troppo ribelle da ragazza troppo impegnata da adulta, adesso verso la terza età li rivaluto e questo brano mi ha fatto venire voglia di leggerlo il Gattopardo, già queste poche righe mi dicono molto del popolo del sud e delle varie violenze che hanno subito nel tempo, farò un pensierino, non riesco a resistere ai vostri stimoli…

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  2. Ciao Donella, intervengo subito, per sollecitarti alla lettura del Gattopardo in cui troverai altri passi importanti su il nostro Risorgimento che avrei voluto trascrivere, come il colloquio di Tancredi e Don Fabrizio da cui è scaturito il termine Gattopardismo o l’ancora più famoso colloquio di il Gattopardo con Chevalley quando viene ad offrigli la carica di senatore del Regno d’Italia.
    Comunque ribadisco che questo romanzo non è affatto un romanzo storico.
    Mi permetto di suggerirti come invito alla lettura un mio post che puoi trovare digitando Gattopardo, in cui sono presenti anche commenti di Teleshore

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  3. Mi sono iscritta da poco a questo “Gruppo di Lettura”. Trovo che sia molto stimolante perchè incentiva alla lettura e al confronto. Ho “Il Gattopardo” dai tempi della scuola ma non l’ho ancora letto perchè associato alle letture forzate dei mesi estivi, quelle che gli insegnanto ci obbligavano a fare durante le vacanze. Ma adesso che ormai quel tempo è ben lontano (sigh!)riprenderò in mano questo romanzo grazie anche allo stimolo offerto da questo brano.
    Ciao a tutti!

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