Kamp, lo sterminio rappresentato con i burattini

Kamp, Hotel Modern
Una scena di Kamp

Kamp è un lavoro complesso, in parte installazione artistica in parte rappresentazione teatrale, realizzato con pupazzi in plastilina e scenari di legno da un gruppo olandese, Hotel Modern.

Date un’occhiata al video

La scena è un campo di annientamento nazista riprodotto in uno spazio grande quanto una stanza, con tutte le attività di lavoro forzato e di morte che in esso avvenivano.
Non ci sono dialoghi, solo rumori e suoni: i treni con il carico di deportati, il lavoro degli schiavi, le porte delle camere a gas che si chiudono, il flusso dello Zyklon B, e, terrificante, la musica e il canto dell’inno delle SS (credo sia questo ma non ne sono certo) all’inizio.

Gli attori/burattinai muovono i personaggi (prigionieri e guardie), simulano i rumori. Un altro riprende alcune scene come se fosse la realizzazione di un cinegiornale (la colonna sonora è l’inno cui accennavo prima).

In un articolo a commento di Kamp, Ian Buruma sul blog della New York Review of Books sottolinea come un lavoro come Kamp sia efficace perché esplicitamente artificiale, perché narra in modo palesemente stilizzato la realtà.

I dettagli evocano la realtà, con effetti d’orrore, senza provare a rappresentarla in modo mimetico, realistico. I burattini sembrano più reali degli attori perché lasciano più spazio all’immaginazione di chi osserva. […] Gli attori non possono reintrepretare quel che accadde in luoghi come Auschwitz, almeno non in modo realistico, perché quel che avvenne non può essere ricreato. Più cerchiamo rappresentazioni realistiche di una violenza così estrema e con più probabilità rischiamo di riprodurre una forma di kitsch.

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11 pensieri riguardo “Kamp, lo sterminio rappresentato con i burattini”

  1. Non lo so.. Questa rappresentazione dell’orrore dei campi di sterminio mi lascia un po’ perplessa.. Capisco l’essenzialità estrema usata per descivere la drammaticità dei fatti, ma c’è qualcosa di fondo che non mi convince. Quei burattini così simili a cartoni animati horror mi fanno pensare ad una rilettura più lieve dell’argomento, anche se sicuramente non è nelle intenzioni degli autori sminuire un fatto storico di tale portata.

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  2. In un certo senso, concordo con Cinderella su questa rappresentazione. In generale, mi pare che sia debole ogni tentativo di rappresentare quegli eventi con stimoli che colplscano con forza i sensi . Mi pare un’ induzione coatta all’ orrore, che non so quanto sia efficace e profonda.
    Penso anche al Museo ebraico di Berlino e a quelle facce da calpestare per ” capire e sentire” meglio.
    Non so, ma certe pagine di scrittura, anche eludendo, trasmettono rappresentazioni
    ” mentali” perenni e radicate.

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  3. Ho letto, visto e meditato.

    No, l’operazione non mi convince affatto. Proprio per niente.
    Il filmino è molto carino e ben fatto.

    L’intenzione è buona ma gli è che non sempre basta l’intenzione per far qualcosa di veramente pregnante.
    Qualcuno avvisi di ciò le persone che hanno ideato e realizzato questo … spettacolo (?!?!) .

    Che poi…. per carità.
    Obiettivi ottimi, intenzioni integerrime…. con quel che vediamo in giro oggidi nella nostra italietta (con la “i” minuscola) magari l’avessimo d queste nostre parti, qualcuno che faccia cose così.

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  4. A me piacerebbe molto vedere una rappresentazione di Kamp; insomma, credo che solo vedendola tutta, e non solo un video di qualche minuto, sia possibile coglierne il senso, i diversi livelli di singificato.

    L’operazione mi sembra interessante, la sperimentazione di linguaggi e registri anomali per una serie di eventi che, non dimentichiamolo, più volte i sopravvissuti hanno definito impossibile da conoscere e raccontare fino in fondo.

    La recensione che ne fa Ian Buruma (ho messo il link nel post) mi sembra sia un’indicazione delle possibili interpretazioni di una forma di rappresentazione che rinuncia al realismo proprio per l’incapacità di quest’ultimo di rappresentare un orrore come quello dei campi nazisti.

    Io credo che queste forme di rappresentazione – che ovviamente di possono anche rifiutare o non apprezzare – siano uno stimolo a migliorare la nostra capacità di raccontare, uno stimolo a sperimentare linguaggi di rappresentazione della storia che siano sorprendenti ma magari più efficaci.
    Il che non significa abbandonare Primo Levi per affidarsi *solo* a lavori come Kamp: significa completare quel che ci ha detto levi con stimoli differenti-

    ciao ciao

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  5. So che nei blog l’insistere non è cosa considerata di buon gusto. Nei blog l’importante sembra sempre essere l’ “avanti il prossimo — post”.

    Io però mi permetto di insistere e sempre a proposito di Kamp.

    Non è questione di non apprezzare l’intenzione di chi ha realizzato Kamp.

    L’operazione è certamente lodevole e noi tutti — sono sicura — siamo pronti a genufletterci.

    Si tratta invece (almeno da parte mia, d’altri non so) di esser rimasta perplessa sul tipo di approccio.

    …Poi certo, per carità… so bene che di fronte a cose di questo tipo c’è sempre qualcuno bravissimo a svicolare in calcio d’angolo e pronto a dire “… ma bisogna viverleeee, queste coseeee… basta mica solo vedere un video su YouTube”.

    Se e quando si si arriva a questo tipo di argomentazioni io sbatto i tacchi, mi metto sull’attenti, mi arrendo, alzo le mani e pure la bandiera bianca.

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  6. mmm,

    se insisiti mi fa solo piacere;
    mi sono solo permesso di dire che forse l’impatto dello spettacolo fosse un po’ più complesso e ricco di quel che si vede nel video; non era un argomento per tagliare corto il dibattito. Non vorrei svicolare; il calcio d’angolo è una forma di difesa che ti fa continuare a giocare; una forma nobile anche se a volte rischiosa. 😉 insomma dopo il calcio d’angolo la partita continua…

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  7. Ciao, calogeromila. Non so come sia il museo ebraico di Torino, anzi non so nemmeno se lì ve ne sia uno. Ho fatto accenno al grande museo di Berlino per una sua caratteristica che a me ha infastidito un po’. In un punto del grande edificio – progettato da Daniel Libeskind, ebreo, figlio di due sopravvissuti ai campi di sterminio- sono depositate formelle di metallo che rappresentano dei volti accennati ( solo linee per segnare la bocca, gli occhi e il naso) e il visitatore viene invitato a calpestare quei volti . Mi sembra una induzione coatta all’ orrore, che – almeno per quel che mi riguarda- pare più un performance che una possibilità profonda di ” immaginare” e ricreare ciò che solo la parola – magari non detta- può avere la forza e l’ intensità di fare. Ciao.

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