Contro gli indifferenti

In queste ultime settimane molti giornali hanno dato spazio ad Alberto Moravia, in occasione del ventesimo anniversario della morte. Si sono scomodati autorevoli critici come Pedullà che ha sentenziato che è tempo di riscoprire questo maestro, o come Ferroni per sottolineare che il mondo di Moravia non è il nostro, o al contrario La Porta, che lo riconosce come “autore ancora attuale”.

Si è dunque parlato di Moravia, ma in particolare si è fatto riferimento agli”Indifferenti“, alla sua opera prima, scritta intorno ai venti anni e che taluni ritengono sia la migliore rispetto alle successive.

Al di là della trama è un’interessante fotografia della società borghese, in cui sesso e denaro sono al centro, ritratta in tutta la sua ipocrisia, con il suo perbenismo di facciata, proprio nel momento in cui si affermava il fascismo. L’indifferenza- come dirà più tardi nella “Noia” – è la mancanza di rapporti con le cose e durante tutto il fascismo era nella stessa aria che si respirava” Indifferenza, noia, conformismo, disubbidienza sono parole chiave della narrativa di Moravia e titoli di opere successive.

Negli “Indifferenti” un personaggio, Michele, potrebbe essere la coscienza critica di questa società: è lucido nel giudicare, ma passivo, incapace di qualunque opposizione. L’indagine quindi di Moravia è all’insegna del pessimismo, senza via d’uscita.

Ho fatto questa premessa, consapevole di dire cose scontate di un autore, che tra l’altro non amo in modo particolare, ma il mio obiettivo era ricordare, per mettere in parallelo un testo che vuole contrapporsi a questa società borghese, marchiata dall’indifferenza.

Se il romanzo di Moravia è del 1929, il testo di Gramsci a cui voglio fare riferimento, fu pubblicato nel 1917 in un numero unico dedicato ai giovani: “La città futura“. Una parte di esso è dedicato proprio agli ‘indifferenti’, con l’intento di scuoterli dal loro torpore. Del resto ci aveva già pensato la prima guerra mondiale a scuotere come una ventata quei giovani che si infischiavano di tutto ciò che era solidarietà e disciplina politica.

Prima di trascrivere il testo vorrei ricordare che queste sono le parole con cui si è concluso Festivaletteratura 2010 e le ha ricordate il magistrato-senatore-scrittore Gianrico Carofiglio come conclusione di un evento, al cui centro c’era il messaggio del suo ultimo libro di prossima pubblicazione “La manomissione delle parole“.

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Al di là di ogni retorica, pensate che Gramsci abbia ancora qualcosa da dirci in questa “Italietta vuota da Grande fratello” in cui ci ritroviamo a vivere oggi?

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3 pensieri riguardo “Contro gli indifferenti”

  1. Grazie, xochitl2, per questo bell’ intervento che ci riporta le parole di un Gramsci dimenticato che pare alludere a questo nostro oggi di indifferenti colpevoli.
    Certo che Gramsci avrebbe ancora qualcosa da dire a questa Italia, ma non posso tacere che gli stessi che a lui si sono riferiti hanno poi tranquillamente respinto, anche pubblicamente, parte del suo pensiero. Tanto per citare a caso, l’ ex ministro della Pubblica istruzione, Luigi Berlinguer, non ha perso occasione, né la perde, per
    “ ripudiare” Gramsci e il suo pensiero sullo studio come impegno e fatica. E parlo per testimonianza diretta.
    E’ vero, l’ indifferenza ormai ci sovrasta e purtroppo, a differenza di ciò che Gramsci affermava ( “ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita”), è scomparsa oggi anche “la curiosità intellettuale” capace di prospettare “bellissime soluzioni dei problemi più urgenti.”
    Le cose ci sfuggono e non ci sentiamo nemmeno più curiosi di trovare soluzioni. Ci resta la letteratura- per collegarmi al post di luiginter- a proteggerci. Un rifugio non so quanto ancora efficace. Se per Grossman era una difesa attiva a preservare il rischio di dimenticare ciò che si era, per noi rischia di diventare una protezione che ci fa dimenticare il mondo. Ciao!

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