Sebastiano Vassalli, Giovanni Tesio, Un nulla pieno di storie

Sebastiano VassalliUn nuovo libro di Sebastiano Vassalli [Un nulla pieno di storie. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore nel tempo, Interlinea , Novara 2010, pp 142], ma non è  un romanzo, né una raccolta di racconti, una autobiografia, invece, sotto forma di intervista.  L’intervistatore è Giovanni Tesio, che non solo pone le domande , ma chiude il libro con una lunga riflessione  dal titolo “Sebastiano Vassalli, un narratore di storie tra Omero e il signor B”.
Prossimo a compiere settant’anni, nonostante la sua abituale riservatezza, ha accettato di raccontarsi, entrando anche molto nel privato. Raccontarsi come “bisogno  di fare ordine nei pensieri e nei ricordi

Mi ha stupito, dopo la recente lettura delle opere di Dolores Prato, la cui vita è stata profondamente segnata dal rifiuto di una madre, trovare una situazione analoga anche per Vassalli, che narra la sua dolorosa infanzia e  un vero e proprio abbandono dei genitori. “Nella prima parte della mia vita non c’è stato nulla che assomigliasse ad una vera famiglia. Sono cresciuto tra persone a cui di me non importava nulla… Sono padre e madre di me stesso: come un fungo.” E in esergo riporta un verso di Cecco Angiolieri “Io nacqui come fungo a tuoni e venti” come sintesi di una vita non facile e lo stesso concetto ritorna in chiusura.

Nessuna tenerezza, anzi disprezzo  per genitori che lo hanno rifiutato. Un padre che chiama Merda e due zie sorelle del padre che “ mi tenevano in deposito come avrebbero potuto tenere il gatto o il canarino del vicino di casa…niente carezze, niente giochi, niente di niente”

Vassalli si dice piuttosto “figlio della guerra”, lui che, nato nel 1941, ha tra i suoi primi ricordi, a tre anni, la fucilazione sotto casa a Novara di alcuni uomini sospettati di essere partigiani.   E i suoi primissimi  ricordi sono “urli, botte e frastuono di bombardamenti.” Poi, al tempo del liceo, in cui fu “uno studente mediocre e un lettore formidabile” la scoperta di due cose che sarebbero diventate fondamentali nella sua vita: la letteratura che “gli ha aperto orizzonti infiniti su mondi infiniti” e la natura, quella natura che ha sempre uno spazio importante nei suoi romanzi.

La valle del Ticino, girata in bicicletta per strade polverose, quando ancora erano poche le automobili, “ la terra delle acque ai piedi del monte Rosa”, in tempi in cui il paesaggio non era ancora degradato da una forte industrializzazione. Così compare nel romanzo” La Chimera”, ambientato nel 600, o  all’inizio del 900 nell’ultimo romanzo “Le due chiese”.

Ripercorre poi  i tempi dell’università e, ancor prima della laurea, i tempi in cui dal 1961, subito dopo la riforma della scuola media, era facilissimo trovare posto di insegnante come supplente.    Entriamo ancora nel privato con il ricordo del matrimonio con la sua prima moglie, con cui è vissuto trentadue anni” i primi venti sono stati felici di tranquillità e concordia”, poi la follia che ricorda il rapporto tra Pirandello e la moglie e la malattia fino alla morte  per cancro, avvenuta nel 2000.

Mi hanno molto colpito questi particolari di una vita sofferta, raccontata senza maschere, che ti aiutano a capire qualcosa di più di uno scrittore  di cui hai apprezzato la riservatezza e nel quale hai sempre colto un senso di tristezza e solitudine.

Naturalmente molte sono le pagine in cui seguire il suo percorso letterario dagli anni della neovanguardia, in cui aveva aderito al “ Gruppo 63,” che oggi giudica “ una-non avanguardia, un-non gruppo, un non-tutto e il contrario-di tutto, tenuto insieme dalle idee confuse ma forti  di quegli anni”.

Ho capito meglio quel suo frequente richiamo “ al babbo matto “ Dino Campana, sia come esigenza di un padre, sia  per il comune bisogno di scrivere e “di essere stampato” ” Anch’io come il babbo matto venivo da una situazione familiare assurda e da esperienze di vita piuttosto difficili. Anch’io avevo bisogno di provarmi che esistevo.”

Ed è proprio con “La notte della cometa”, a quarant’anni ,che sente di essere diventato veramente scrittore “ E da allora credo di avere fatto alcune cose buone e anche ottime che però non hanno avuto un successo clamoroso e non possono averlo perché l’umanità è un mare dove i movimenti avvengono in superficie. Più si scende in profondità tutto sembra ( ma non lo è ) immobile”.   Per Vassalli un libro importante è “Amore lontano”in cui racconta le storie di sette poeti per parlare della poesia, per arrivare al principio di tutto, cioè alla parola. “La parola non è soltanto strumento del comunicare e linguaggio: è qualcosa di più. E’ davvero una luce che splende nel buio di un mondo privo di senso e gli dà(quasi) un senso.In “Amore lontano” scrive che”la poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo e quindi anche al di fuori del tempo. Vita che si paga con la vita. Le storie che ho raccontato in questo libro stanno a dimostrarlo.” “E il raccontare storie è il mestiere dello scrittore. Così era al tempo di Omero e così è ancora oggi. E’ un mestiere antico come il mondo, che risponde ad una necessità  degli esseri umani… senza la memoria del passato che è all’origine di ogni racconto, il nostro percorso di civiltà sarebbe fermo da qualche parte nella notte dei tempi.”

Parla degli anni dell’ideologia, della sua iscrizione al partito comunista per due o tre anni e del suo allontanamento. E’ consapevole di essere in un’età postmoderna, in cui “l’umanità ha  smesso di essere un esercito che avanza”. E’ critico rispetto al mito del socialismo, come religione del lavoro, che prometteva il paradiso in terra, il trionfo della giustizia e che invece ha realizzato regimi polizieschi, basati sulla dittatura di pochissime persone.

Ma è critico anche rispetto ad un certo concetto di democrazia come religione del numero. “Uomini e numeri si possono orientare e manipolare in mille modi e anche la democrazia può portare a forme di governo aberranti”.
La democrazia come feticcio, come trionfo della quantità sulla qualità… ridotta nel presente ad un luna park. Parla del carattere degli italiani, che non sono peggiori degli altri esseri umani. “Un carattere nazionale che si è formato in dipendenza di una religione e che ruota intorno a tre parole di segno negativo. L’inappartenenza, l’irresposabilità, la smemoratezza. “L’Italia come paese immobile, che è due paesi in uno: il Paese Legale, che è sotto gli occhi di tutti e il paese sommerso che tutti più o meno fanno finta di non vedere.  Tralascio il discorso sul signor B, l’arcitaliano, che così bene ci rappresenta.

Il titolo del libro è una sintesi efficace dello scrittore e dell’uomo Vassalli.  Un tema che mi ha sempre colpito in  Vassalli è la  frequente riflessione sulla  morte, sulla vanitas, sulla cenere, presente in quasi tutti i suoi libri.

Nell’autobiografia c’è anche un piccolo testamento, qualche raccomandazione per  il dopo. “Essere bruciato… un funerale civile e, senza preti, senza discorsi… mi piacerebbe che facessero due cose. La prima  che si suoni l’Internazionale… mi basta una fisarmonica. La seconda è che qualcuno tra i presenti (non un prete) reciti ad alta voce il padre nostro come è scritto nel vangelo di Matteo ”Padre nostro che sei nei cieli”.
“Anche se non credo nella religione del lavoro e meno ancora nella religione dei preti queste sono le coordinate della mia vita. Io sono vissuto lì, nel punto in cui si intersecano i due sogni che accompagnano da sempre le vicende umane. Il sogno di giustizia rappresentato dall’Internazionale. Il sogno d’amore rappresentato dal dialogo con il padre. (Con un padre). Senza quei due sogni, secondo che ne scrive Gongora,”l’uomo è terra, polvere, fumo”. Con quei due sogni è un nulla che ha sognato. Io sono un nulla che ha sognato molto: un nulla pieno di storie “

Sebastiano Vassalli, Giovanni Tesio, Un nulla pieno di storie. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore nel tempo, Interlinea , Novara 2010, pp 142.

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