Jonathan Coe, I terribili segreti di Maxwell Sim

Jonathan Coe
Jonathan Coe
Non è stato con entusiasmo che ho cominciato a leggere l’ultimo libro di Jonathan Coe, I terribili segreti di Maxwell Sim (Feltrinelli).

Lo sforzo però non è stato inutile, anche se non mi è sembrato un romanzo riuscito.

Del resto, quando si accetta di leggere un libro scelto dal gruppo di lettura che si frequenta (nel mio caso quello di Cologno Monzese) è spesso necessario sforzarsi per superare la diffidenza davanti a letture che interferiscono con i progetti a breve che ogni lettore ha: insomma una qualche fatica bisogna farla per sopportare che arrivi sul comodino un libro che non avremmo scelto e che si piazza, nell’ordine di lettura, davanti a quanto avevamo deciso, in splendida solitudine, di leggere, qui e ora.

Sfilacciato
Il più grave ed evidente difetto di I terribili segreti di Maxwell Sim è la struttura narrativa che fatica a stare insieme, con pezzi di storia che si sfilacciano, sembrano giustapposti. Personaggi che si presentano con pretese di un ruolo importante e poi si rivelano quasi inutili allo sviluppo del protagonista narratore, Maxwell Sim, appunto.

Il finale, poi, rivela tutta la debolezza di questo romanzo: una doppia soluzione/rivelazione piuttosto impacciata, che da sola sembra restituire in modo inverosimile a Max l’ottimismo sulla vita; e un’incursione nei giochi metanarrativi che pare veramente forzata e non mi sembra riveli nessuna trovata geniale né aggiunga nulla alla conoscenza del personaggio e del mondo che gli sta attorno.

Ma allora perché dire che la lettura in fondo non è stata inutile?

Perché Coe ci fa avvicinare al cuore della solitudine infelice di Maxwell Sim. La condizione di chi guardandosi alle spalle trova fallimenti sentimentali, figli con i quali non si riesce a comunicare, incomprensioni che hanno sempre tenuto i genitori lontani anche quando si è vissuto sotto lo stesso tetto; di chi scopre la propria vita segnata da occasioni affettive mancate.

Coe ci mostra tutto questo: la “terribile privacy” (come recita il titolo originale, decisamente azzeccato rispetto al fuorviante “segreti” del titolo italiano) di Maxwell, che ce la racconta in prima persona, a volte sinceramente, altre volte con reticenza; salvo farsi aiutare da diari, memorie, narrazioni affidate ad altri personaggi che permettono al lettore, oltre che a Max, di illuminare passaggi chiave della sua vita.

Max/Coe è spesso brillante nella scrittura e ci sono episodi molto riusciti, alcuni dei quali anche capaci di farci ridere, anche quando rivelano la condizione disperata: in particolare alcuni dialoghi con personaggi che incontra nel suo viaggio verso le Shetland, dove dovrebbe arrivare per smerciare spazzolini da denti ecologici; ma anche prima, in particolare nelle scene in aereoporto e sull’aereo che lo riporta in Europa dall’Australia.

Altri momenti notevoli sono quelli che mostrano Max riempire con le attività più superficiali e ripetitive le sue giornate (per esempio le soste egli autogrill) o quelli che lo mettono alle prese con le comunicazioni sui forum e su Facebook che non fanno altro che accentuare (in modo un po’  goffo) la sua sensazione di solitudine.

E come se Coe, avvicinandosi troppo al cuore del suo tema, avesse perso di vista l’impianto generale: troppo labile e fragile.

I terribili segreti di Maxwell Sim però è un romanzo vivo, forte, che colpisce il cuore e il cervello: come ha detto uno dei componenti del gruppo di lettura, non è un libro che sollecita il sentimentalismo, è un libro che non coccola, un libro che “non è paraculo”.

Forse con più tempo a disposizione e un maggiore aiuto da parte degli editor, I terribili segreti di Maxwell Sim avrebbe potuto lasciare il segno, avrebbe potuto essere una narrazione esemplare della frammentazione della vita e e della solitudine contemporanea. Così invece sembra quasi un’occasione persa. In quel quasi però c’è il perché sia valsa comunqe la pena di leggerlo.

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7 pensieri su “Jonathan Coe, I terribili segreti di Maxwell Sim”

  1. Come tutti, ho divorato il primo libro di Coe che mi è capitato tra le mani, uno dei primi che lui ha scritto, credo, La famiglia Winshaw. L’ho trovato, allora, quasi venti anni fa cerdo, forse un po’ meno, spettacolare per l’intreccio narrativo, per la’ternarsi dei piani temporali, per lo sfasamento generale che provocava in chi leggeva. Poi non sono riuscita a trovare più niente di lui che fosse così bello. L’ultimo che ho letto è stato Prima che la pioggia cada, che ho invece trovato insulso e banale e poco curato, proprio nell’intreccio. Non contenta di questo sono andata anche alla Feltrinelli, dove Coe presentava il libro e ho trovato impresentabile anche lui, forse leggermente brillo di wiskey- dice che se ne era fatto portare una bottiglia prima dell’incontro, ha dichiarato che fa sempre così e in effetti un po’ alticcio sembrava- molto annoiato e poco disposto al dialogo con il pubblico. Sì, è vero: non si può pretendere cordialità sempre e comunque, ma forse un po’ di più sì. Questo per dire che a volte la realtà delude. Saluti, alessandra.

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  2. La famiglia Winshaw è il miglior Coe, anche secondo me. Ottimi anche La banda dei brocchi e La casa del sonno. Gli altri (ho letto tutto di Coe tranne quest’ultimo) non sono all’altezza ma restano comunque letture piacevoli, tranne forse Una donna per caso, il più deludente. Che lui poi sia poco disponibile dal vivo, pazienza. Oggi presentazioni, festival, aperitivi con… vanno tanto di moda e sono diventati un obbligo per gli scrittori, ma non è detto che tutti ci siano portati e che riescano a essere piacevoli e brillanti anche dal vivo, è comunque un altro mestiere…

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  3. Qualche giorno fa, da Feltrinelli, vedo che c’è lo sconto sui libri della Feltrinelli medesima.

    Adocchio “La famiglia Winshaw”, leggo che si tratta di una saga familiare avvincente e capolavoro (nelle quarte di copertine son tutti capolavori, ca va sans dire) etc. etc. e subito mi dico — tutta giuliva e festante — “OK! Aggiudicato”.
    (A mia discolpa posso solo dire che in questo momento sono in mezzo a letture che non si possono proprio definire leggere, e dunque ben venga una “saga familiare” con tutto il suo seguito di “capolavoro” etc.)

    …Poi però apro il libro a caso, e molti paragrafi mi risultano non nuovi.

    Ta-ta-ta (quinta di B.) ——> che succede?!?!

    Succede che (per farla breve): mi sono resa conto che quel libro non solo l’ho letto, ma ce l’ho pure, a casa.

    Ma se l’avevo già letto, perchè non me ricordavo?
    Elementare, Watson: non ha lasciato proprio alcuna traccia, in me.

    E siccome l’autore di un libro che non (mi) lascia tracce non merita di esser da me approfondito lascio serenamente Mr. Coe ai suoi successi e gli auguro di far tanti soldi.

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  4. Giusta la nota sul finale, purtroppo perdere un pochino quel finale blando. Mentre trovo che i vari personaggi “occasionali”, e che sembrano solo apparentemente importanti, riflettano il senso più proprio del libro ed è un’idea che secondo me da forza e senso alla depressione di Max

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