Andrea Bajani, “Ogni promessa”: il dolore come forma di concentrazione

Pechory, near Pskov, Russia, ausfi/flickr
Pechory, near Pskov, Russia, ausfi/flickr

“Un dolore che era quasi una forma di concentrazione”

Questa frase, al centro del romanzo di Andrea Bajani, Ogni promessa (Einaudi), mi sembra che sia una importante chiave per entrare nel libro. Il narratore-protagonista, Pietro, riferisce di sua madre, Giovanna, che, seduta davanti al fiume, parlava di Mario – il padre di Giovanna, nonno di Pietro – appena morto.

Pietro è come il mediatore di tutto il dolore che provano le persone che gli sono vicine. Dolore che, pure in forme diverse, pervade tutto il romanzo, sempre elaborato, sempre partecipato dal narratore, come fosse un po’ anche proprio, anzi partecipato proprio perché anche proprio.
Un dolore a volte non svelato, le cui cause conosciamo solo indirettamente o in parte, oppure le intuiamo, le immaginiamo, ma non ci sono mai spiegate, mai dette per intero.

Intanto Pietro ha un dolore tutto suo, un’abbandono della donna amata, il senso di una colpa per un figlio che non riesce a generare e da questi dolori parte per entrare nei dolori altrui: quello di sua madre e del ricordo del padre che dalla Russia dove fu mandato dalla guerra fascista, tornò minato, incapace di tornare alla vita “normale” e quindi costretto al disagio causato alla famiglia e poi al ricovero in una clinica. Poi il dolore di Sara, la sua donna che lo abbandona ma soffre la perdita, quella di Pietro e quella di un altro, precedente uomo.

E poi il dolore/ricordo di Olmo, una specie di alter ego del nonno Mario; anche Olmo con il macigno dei ricordi della guerra fascista in Russia, ricordi questa volta elaborati, affidati a libri, mappe e alle foto. Una foto in particolare, terribile; terribile perché con essa riaffiorano le verità di una guerra di sterminio condotta anche dagli italiani, quindi anche Mario e Olmo, coinvolti.

L’elaborazione del dolore insieme con Olmo porta Pietro in un viaggio in una Russia anch’essa ferita, dai ricordi, dalle scomposte ricchezze, dalle solitudini, dai silenzi, dalle migrazioni. Con tutti i morti, a milioni, che stanno sotto quella terra, i morti di quella guerra che gli italiani causarono insieme ai tedeschi.

Ol’ga, la giovane donna che guida Pietro nel suo viaggio sul Don, lo porta, prima della partenza, dal nonno, reduce di guerra. Il nonno lo accoglie con gli onori dovuti a un ospite importante, nella sua povera casa ricorda gli italiani, senza rancori ma senza dimenticare la guerra che loro portarono:

Ol’ga gli stava vicino, gli ha messo una mano sull’unica gamba. Lei aveva una faccia divisa, stare dentro il dolore del nonno, infilarsi in quello spazio privato, lasciarlo lí fuori ad aspettare che fosse finito, oppure tradurre per me tutto quel pianto. Così per un po’ hanno parlato in russo, la tenerezza negli occhi e la violenza dentro la bocca, lei che l’ha guardato da sotto come una supplica. Poi Ol’ga mi ha guardato e mi ha detto che lui non ce l’aveva con me, ma erano morti in milioni, per liberarsi di noi.

E’ difficile racchiudere in poche righe il senso di questo romanzo di Bajani (Roma, 1975), duro; duro per il lettore e severo con i personaggi, soprattutto arduo per il suo narratore che, come ha scritto Antonio Tabucchi su la Repubblica, ha molti altri dentro di sé. Con “il protagonista, il vicario che si assume il compito di portare dentro di sé le emozioni, i sentimenti e le memorie altrui”.

Franco Cordelli sul Corriere della Sera, ci aiuta a prestare attenzione allo stile di scrittura di Bajani: in particolare all’impiego abbondante dell’infinito, che vuole rallentare, smorzare l’azione; e a quello dell’imperfetto, che oltre alla continuità indica il prender tempo, il rinviare. Così come l’uso degli elenchi di oggetti, aspetti, movimenti, tutti per interrompere l’azione. E ancora, gli anacoluti, lo stile nominale per un “accesso alla materia che si vuole rendere familiare, quotidiana, o meglio: meno spiacevole, meno dolorosa”.

E in effetti la lettura di questo libro mi pare non possa essere che rallentata, smorzata; con il passaggio da un capitolo all’altro rinviato al domani. Perché il dolore e la sua lenta elaborazione non ci colgano distratti o superficiali.

Non direi però che Ogni promessa sia cupo o pessimista. Pietro che si assume il peso di “tenere altri dentro di sé”, mi sembra invece rappresenti una speranza di possibile convivenza con il dolore, di dialogo con il dolore e con chi se lo porta sulle spalle, compreso il proprio dolore, che quindi diventa meno pesante; diventa più sopportabile e umano, capace di tenerci vicini agli altri.

La foto è di ausfi è su flickr a questo indirizzo: http://www.flickr.com/photos/ausfi/398637545/

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8 pensieri su “Andrea Bajani, “Ogni promessa”: il dolore come forma di concentrazione”

  1. Ciao, luiginter, avevo una mezza idea di fare un post sul romanzo di Bajani. Mi hai preceduto ed è stato meglio così perché è bella la chiave di lettura del romanzo che tu proponi. Alle tue osservazioni, ne aggiungo altre, non alternative ma parallele.
    Il romanzo di Bajani è molto interessante, lo definirei un prisma perché suggerisce molte riflessioni, molte interpretazioni, molti interrogativi. Tuttavia, a me pare che diventi interessante non da subito, poiché concordo con Francesco Maria Cataluccio, che nel Domenicale del 21/11/2010, sostiene : “ Le prime pagine spaventano un po’ il lettore esausto delle storie di amori sfortunati e autoreferenziali che infestano la nostra letteratura”.
    Il romanzo vira ad un certo punto, quando il protagonista, Pietro, per motivi che non vengono resi espliciti ( e in questo non detto sta anche l’ interesse di tutto il suo
    “ viaggio” nel dolore , nel tempo e nello spazio), comincia a farsi carico di un passato che gli appartiene solo di riflesso ( il nonno) o che non gli appartiene affatto ( Olmo).
    E’ una sorta di dovere generazionale a cui Pietro risponde prendendo su di sé il dolore e i ricordi delle generazioni che lo hanno preceduto. Come un novello Enea, egli cerca di portare Olmo “ al di là del fiume” :
    “E stare lì, il suo fiato dentro il mio orecchio , era come essermelo caricato sopra le spalle, provare a portarlo dall’ altra parte del fiume” ( Pag. 236) .
    Riesce, Pietro, a portare su di sé questo fardello? Il dolore forse sì e portandolo egli si libera del proprio, ma i ricordi, no. I ricordi non si trasmettono, si possono solo raccontare e così, di ritorno dalla Russia, “ mi sembrava di andarmene via perdendo tutto, ogni pezzo di cielo perdere qualcosa di quello che mi ero portato a bordo, che non avevo trovato andando fin là, e quello che avevo trovato senza cercarlo, ogni metro d’ aria avere qualche cosa in meno e qualche cosa in più. ( Pag. 250).
    La dialettica del ricordo aprirebbe molti interrogativi interessanti. Il ricordo appartiene a chi l’ ha vissuto e non può andare oltre, non fa parte di quel bagaglio di
    “ passaggio del testimone” che rappresenta il filo tra le generazioni.
    In ogni caso, Bajani, come ha detto luiginter, sa raccontare con una carica emozionale autentica e- nel panorama di scrittori piuttosto “ costruiti”- questo appare decisamente degno di attenzione e di considerazione. Ciao a tutti.

    P.S. La foto è pefetta. Rappresenta con una totale intensità i luoghi della Russia che Bajani ci descrive.

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  2. I’m happy that my photo suited your article! Still, it would have been nice to be asked.

    Renza, thank you for your comment on the photo.

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  3. Ieri sera ho chiuso l’ultima pagina del libro….mi sono svegliata con la curiosità, o meglio la necessità, di conoscere il volto e la voce di Andrea Bajani. Si, perchè mentre leggevo ho dato un viso ed una voce a Pietro, che si sono meravigliosamente materializzate quando finalmente ho visto una sua intervista!
    La ricerca della propria identità attraverso i ricordi è un’esperienza che in questo momento mi tocca molto da vicino. Anche io ho avuto un nonno soldato in Montenegro. Mi raccontava in continuazione, la sua guerra . Il suo dramma si consumava giorno dopo giorno dentro l’alcool. Solo oggi purtroppo mi rendo conto di quanto poco abbia ascoltato i suoi racconti. Mi sono immedesimata completamente nel personaggio di Pietro, ed anche io oggi vado alla ricerca di mio nonno e di un pezzo di passato che ho ascoltato poco e oggi mi fa sentire incompleta. Grazie Pietro, Grazie Andrea!
    Elisa MariA

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  4. Ho letto il libro più o meno nel periodo in cui è stato pubblicata questa “meditazione” perchè i tuoi, Luigi, non sono articoli ma appunto meditazioni. Mi aveva attirato l’idea della ricerca del dolore originario, e/o della sua causa, che aveva segnato la famiglia di Pietro ed anche la sua storia personale: anzi, la necessità che emerge di recuperare questo dolore, di illuminarlo per illuminare il non detto, il non compreso.Per renderlo finalmente meno potente. In alcuni casi di profondo malessere esistenziale, in cui i motivi sembrano non essere individuabili nella storia individuale, se si va a scavare nella storia familiare capita di trovare in essa dei vuoti, cancellazioni di eventi o cose non dette, episodi di cui non si deve parlare, che pesano sulla vita dei discendenti. Per ritrovare la pace è necessario fare un viaggio, magari non reale come quello di Pietro, per andare a ritrovare il tassello che, mancando, rende il dolore non pienamente conoscibile e quindi non comprensibile, e tantomeno risolvibile. Il libro è dolente, però pervaso da una meravigliosa compassione (nel senso di condivisione delle emozioni e dei sentimenti) per gli esseri umani che lo popolano, ognuno col suo fardello di dolore, speranza, paura, amore, come noi tutti. Questo giovane Andrea è un vero scrittore. Finalmente!

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  5. ciao lucilla, mi sembra un gran bel complimento quello che mi fai; anche se non so se davvero quello che scrivo possa ambire al rango di una “meditazione”.

    Il fatto che ti sembrino meditazioni mi fa piacere perché le meditazioni in genere aiutano altri pensieri a svolgersi; quindi, nel nostro piccolo, una specie di esercizio del pensiero. Che non son cose da buttare via…

    un abbraccio

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