Paolo Rumiz, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna

Sono diversi i motivi per cui si  decide quel giorno di leggere un libro piuttosto che un altro. Nel mio caso, in questo autunno 2010, al di là di autori già selezionati con motivazioni diverse, mi ritrovo a leggere libri legati ad incontri con autori in una rassegna intitolata  “Finalmente domenica,” che si tiene presso la Sala degli specchi del bellissimo teatro della mia città, Reggio Emilia.

L’iniziativa è di ottimo livello e sta riscuotendo un successo notevole per la grande affluenza di pubblico alle ore 11.00 della domenica, per di più in mattinate spesso nevose e nebbiose. In tempi di crisi economica come quella che stiamo vivendo, in cui si va dicendo che la cultura non si mangia, preferisco Elisabetta Rasy, che sostiene che la cultura non è un dessert, ma una vitamina nobile. E in questa logica si muove la mia città, nonostante la restrizione di fondi, magari con il contributo di una banca.

Ed è stato in questo ambito che ho incontrato Elisabetta Rasy, o centellinato  la suggestiva recitazione di un’attrice come Alda Curino che leggeva “Lavinia fuggita” di Anna Banti. Incontri quindi per me anche come pretesto per prendere in mano  libri già letti o ancora da leggere.Un recente incontro è stato  quello con Paolo Rumiz ed è stata una piacevole scoperta la conoscenza diretta di un giornalista intelligente, vulcanico, affascinante soprattutto nel parlarci del suo ultimo libro “La cotogna di Istanbul, pubblicato da Feltrinelli nel  settembre 2010.

L’originalità del romanzo è nella storia, ma soprattutto nel modo in cui  viene raccontata, cioè  in forma di canzone, di “ballata dolente color zafferano”  attraverso l’uso dell’endecasillabo. E’ sorprendente scoprire con quanta facilità il giornalista Rumiz sappia  infilare le parole nella struttura  di un verso definito. La scelta del  verso perché la scrittura  di per sè non soddisfa, perché  è troppo notarile, almeno per chi sente il bisogno di dare alle parole il ritmo dell’oralità.

Rumiz ci tiene a dire che la storia ha a che fare con momenti importanti della sua vita privata, anche se nel romanzo il protagonista è Max, un ingegnere austriaco, che, inviato a Sarajevo nel 1997, incontra Masa bosniaca musulmana ”occhio tartaro e femori lunghi…occhi come grani di uva nera” Ed è “una gran storia di amore e di morte che si giocò tra Vienna e Sarajevo quando ebbe fine al centro dei Balcani quella cosa che noi chiamiamo guerra e invece fu un imbroglio sanguinoso” E Max diceva sospirando” quando il discorso cadeva sul tema della passione che il mondo consuma ma voi che ne sapete dell’amore? Così cominciava per poi raccontare ancora una volta la sua storia che non voleva scrivere, perché ”scrivere è cosa fredda, senza cuore..non va letta da soli questa storia ma raccontata accanto ad un fuoco…  da passare di bocca in bocca, “ Scrivere -dice Rumiz- come se la realtà entrasse nella storia, assumendo spontaneamente questa forma.”

Un amico presenta a Max la misteriosa  Masa dai capelli ramati, , “austera e selvaggia, splendida e inaccessibile, vedova e divorziata”, e nasce una forte attrazione che non ha il tempo di concretizzarsi, c’è infatti una partenza e un incontro dopo tre anni, i tre anni fatidici di cui parla la canzone “La gialla cotogna di Istanbul” che Masa ha cantato a Max. “Masa ora è malata, ma l’amore finalmente si accende. Da lì poi si leva un vento che muove le anime e i sensi, che strappa lacrime e sogni. Di lì comincia unì’avventura che porta Max nei luoghi magici di Masa in un viaggio che è rito, scoperta, resurrezione.”Così è sintetizzato il romanzo nella quarta di copertina, un romanzo che si caratterizza per la sensualità, per la  capacità di ricreare sensazioni visive, tattili, olfattive e che nello stesso tempo si chiude con una rigorosa cronologia degli eventi  storici che sono sfondo al romanzo, come un bisogno di dare veridicità al racconto.

Mentre scriveva Rumiz dice di avere inserito personaggi o fatti in cui si imbatteva in quel momento, ma questo “mettere dentro” lo obbligava a vivere ancora più intensamente. “Non ho buttato via niente della mia vita”.  “Erano dieci anni che avevo sullo stomaco questa storia da raccontare, da dieci anni volevo farlo in quanto momento importante della mia vita, ma volevo prendere le distanze da questo personaggio e non trovavo il ritmo, poi ecco la strada del verso. Max aveva un ritmo simile al passo lungo di pianura, che diventa l’endecasillabo”

Ma chi è il protagonista? Max o Masa o Sarajevo, la città in cui si fondono Occidente e Oriente, la città in cui gli ebrei spagnoli , arrivati al tempo di Isabella di Castiglia, portarono nel “serraglio per carovane” la nostalgia andalusa.

Molto bello il congedo prima della cronologia degli eventi:

 Adesso che ho concluso questa storia prigioniera di sillabe contate, mi son pentito già di averlo fatto perché nient’altro potete aggiungere a questa cosa destinata a crescere come il Danubio che scende al Mar Nero gonfiato dal Tibisco, dalla Morava e dai fiumi gemelli di Slavonia.  Non da me- lo sapete-  è stata scritta, ma da coloro che l’hanno ascoltata: e il solo modo perché non si fermi questa corrente che si è messa in moto è che voi nascondiate il manoscritto in una cantina per recitarlo poi ad alta voce a quelli che ascoltare vi vorranno; soltanto così, vi prego di credermi, voi lo ripescherete dal ricordo proprio come era, libero e  leggero.  Nove mesi ci ho messo a ricostruirlo, il tempo necessario ad una creatura, e dunque tempo che senza zavorre con le sue gambe anche lui se ne vada  questo racconto nato dal cammino, dal battito del cuore e dal respiro.”

In esergo invece queste parole “ Incoraggiate coloro che cercano di tener vigile la vostra mente,  tenete in serbo i loro pensieri, metteteli dentro una cassapanca insieme ad alcune mele cotogne così vostri panni avranno profumo  di intelligenza per un anno intero” e pensate queste parole così evocative sono stralciate da “Le vespe” di Aristofane!

E le cotogne del titolo e della canzone sono frutti biblici: il pomo dorato che non invecchia, che anzi il tempo rende più lucido e che agli ebrei dopo il capodanno  augura un futuro più dolce, simbolo di resurrezione.

Paolo Rumiz, La cotogna di Istanbul, Ballata per tre uomini e una donna, Feltrinelli, 2010 pp.184

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