Colum McCann, Questo bacio vada al mondo intero

Philippe Petit sul filo, al World Trade Center, agosto 1974
Philippe Petit sul filo, al World Trade Center, agosto 1974

Mi domando: perché in Italia gli editori sempre più spesso cambiano i titoli originali dei libri tradotti? E’ il caso del bellissimo romanzo di Colum McCann, Questo bacio vada al mondo intero, pubblicato da Rizzoli nel 2010. Un verso dell’Inno alla gioia di Schiller al posto di un verso del poeta Tennyson, “Let the great world spin” (“Lascia che il mondo giri in vortici infiniti”), che è anche il titolo di un capitolo del libro.

Colum McCann, irlandese, vive da molti anni a New York, ed è questa città, vista da un’angolazione particolare, la protagonista di questo romanzo, che nel 2009 ha vinto il “National book Award”.
In copertina si ricordano le parole di un altro irlandese, Frank McCourt: “Nessuno scrittore ha mai raccontato New York in modo tanto sublime e profondo”.
Lo sguardo sulla città è davvero particolare, se ricordiamo subito che il filo conduttore che lega le diverse storie, è un funambolo che il 7 agosto 1974 attraversa il vuoto tra le Torri gemelle su un cavo d’acciaio: al centodecimo piano, a 400 metri d’altezza.

Il funambolo è Philippe Petit ed è l’unica storia vera del romanzo, perché gli altri personaggi e le loro vicende sono pura invenzione.
Se volete, come ho fatto io, attraverso Google, potete vedere le immagini di questa folle attraversata o altre simili in altre parti del mondo. Anzi ho scoperto che Philippe Petit è così vero che qualche anno fa è stato ospite di Fazio in Che tempo che fa!

Siamo dunque nel 1974 e sullo sfondo c’è Nixon “fatto fuori”, il Watergate, ma soprattutto la guerra in Vietnam, non ancora conclusa, richiamata più volte con il suo contenuto di morte che ha lasciato nelle storie personali di molti americani.
Le due torri gemelle si ergono in tutta la loro imponenza, simbolo di potere e per noi- dopo l’11 settembre- presagio della caduta, come recita il risvolto di copertina.

Quattro sono i libri del romanzo, a loro volta, divisi in capitoli, narrati in prima persona, dai titoli spesso originali. Non sono moltissimi i personaggi le cui storie si intersecano in un puzzle, che si costruisce via via: diverse voci narranti e diversi punti di vista e qualcuno con lo sguardo per aria, ammutolito, stupefatto, stordito, esaltato nel vedere – alle sette e quaranta del mattino – una sagoma umana sospesa nel cielo. New York non è tanto la Manatthan “tutta luci”, ma piuttosto il Bronx, che per certi aspetti ricorda Underworld di Don De Lillo: “Una città con le dita nell’immondizia… una città che mangiava nei piatti sporchi… ai confini del mondo”.

Un Bronx che pullula di prostitute che battono, si drogano e sono battute dai protettori: alcune di loro hanno un ruolo importante nel romanzo come Tillie, già nonna a 38 anni e la cui struggente storia è raccontata nel capitolo intitolato “Nella casa di Biancaneve”.

Tillie, alias Nirvana, alias Puzzle, alias Rosa, alias Sweetcake è una nera, figlia di prostituta e lei stessa dichiara “per battere ci sono proprio nata. Arrivata a New York ho cominciato subito a prostituirmi… mi piaceva l’East Side. Ero la prima negra a battere regolarmente in questa zona..sono una che manda tutto in merda. In questo non mi batte nessuno, cammino nel mondo come se fosse il mio”. Prima di diventare “una donna moderna e prendere la pillola” aveva già messo al mondo Jazzlyn, che finirà anche lei prostituta. “Avevo così tanta energia nelle chiappe da illuminare l’intera New York dopo un blackout”.

Tutto è possibile per una prostituta, anche incontrare qualcuno che “ti tiene per una settimana allo Sherry- Netherlands e vuole solo che legga – nuda-… per lui poesie persiane: lui non ha voluto neppure toccarmi. Me ne sono andata con 800 dollari e una copia delle poesie di Rumi.”

Ogni racconto, il cui contenuto è spesso doloroso, ha un lessico proprio, diversi stili, diversi linguaggi, adeguati al personaggio: Tillie non parla come Claire. In questo mondo di prostitute spiccano due fratelli irlandesi, Corrigan e Cioran, presentati prima bambini nella loro Irlanda, nella loro casa nella baia ventosa e piovosa di Dublino, dove la madre suonava il pianoforte. Li ritroviamo, poi, nel Bronx e Corrigan diviene una figura chiave della narrazione: “un folle di Dio” con qualcosa di francescano, che “vede Dio nei reietti”, che vuole “un Dio riconoscibile nel sudiciume del quotidiano”. E, quando vede il funambolo camminare nell’aria, pensa sia qualcuno che sfida Dio, “un uomo che cammina sulla croce anziché sopportarne il peso”.

Uno dei capitoli che ho trovato più struggente, senza nulla di melodrammatico, in questo romanzo corale è “Miro Mirò delle mie brame”. Siamo in una New York diversa, quella di Park avenue, nell’Upper East Side,e Claire, una donna bianca cinquantenne, nella sua bella e ricca casa attende con trepidazione quattro ospiti: Laura, Janet, Gloria, Marcia.

“Negli ultimi otto mesi è stata ospite in ognuna delle quattro case. Tutte semplici, pulite, ordinate, graziose. Staten Island, il Bronx, due nel Lower East Side. Niente cerimonie. Semplici incontri tra madri. Tutto lì.

“Cinque donne si incontrano e sono molto diverse da Claire che fino all’ultimo ha nascosto di abitare a Park Avenue: quattro bianche e una nera, Gloria, discendente di schiavi. Cinque madri che hanno perso i loro figli in Vietnam e si incontrano per ricordarli, per farli rivivere.
Marcia, nel venire all’appuntamento ha visto in cielo un uomo “…non più grande di un moscerino su una fune tesa in alto. Tra le torri. A milioni di Kilometri d’altezza, il piccolo uomo volante …tra quei due palazzi nuovi laggiù, quel world-vattelapesca.”

Prodigioso quel tizio… non riesce a scrollarsi di dosso il pensiero di questo uomo, angelo o demone, appollaiato lassù. Ma che male c’è nel credere in un angelo o in un demone? Perché Marsia non dovrebbe poterci credere? Perché mai un uomo a mezz’aria non dovrebbe sembrarle suo figlio? …Per quale ragione Marcia non dovrebbe congelare in un’istantanea lassù, l’immagine del figlio ricomparso?

McCann costruisce questo capitolo con un’abilità e sensibilità straordinaria e suscita forti emozioni, intrecciando sentimenti diversi: Claire che a disagio attende le amiche nel suo attico lussuoso, il funambolo visto da Marcia e lo scopo del loro incontro: i figli morti in Vietnam.

Ho fatto riferimento solo a due capitoli, altri sono gli eventi e i personaggi, le cui voci si intrecciano, creando un mosaico, le cui tessere si ricompongono, anche per quanto riguarda il funambolo che, alla fine del romanzo, comparirà per essere giudicato per il suo atto temerario, alla presenza di personaggi incontrati prima.

Riconfermo la mia perplessità iniziale rispetto al titolo cambiato, ma devo riconoscere che le parole dell’ Inno alla gioia riflettono quell’invito alla fratellanza, alla pace e all’armonia come prospettiva possibile, anche in un mondo sudicio, “di sangue e rovine”, che è sottesa alle vicende del romanzo, soprattutto nella parte finale.

New York, in bilico tra potenza e rovina, può diventare “la città dove l’amore può sbocciare tra le macerie”. Importanti le parole di Claire: “la sola cosa per cui vale la pena di intristirsi, era sapere che, a volte, in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggere”

Colum McCann, Questo bacio vada al mondo intero, Rizzoli, 2010, pp

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7 pensieri su “Colum McCann, Questo bacio vada al mondo intero”

  1. Mi fa molto piacere questa tua ricchissima recensione su “Questo bacio vada al mondo intero” Xochitl2!
    L’ho letto a dicembre , era segnalato da Repubblica come uno dei cinque romanzi più belli del 2010 e per pura pigrizia non l’ho segnalato sebbene mi sia piaciuto molto . Un romanzo corale, molto bello, poetico e a tratti commovente. Così come Philippe Petit cerca di mantenere l’equilibrio lungo la sua azzardatissima “passeggiata” anche i protagonisti cercano di fare del loro meglio per stare in equilibrio sul fragile filo della loro vita. Alcuni cadranno, altri dolorosamente, faticosamente, riusciranno a riscattarsi. Anche a me è piaciuto tanto il capitolo “Miro Mirò delle mie brame “ e mi ha lasciata perplessa la scelta del titolo italiano.
    Interessante , per chi vuole approfondire la conoscenza del funambolo pazzo, il documentario diretto nel 2008 da James Marsh “ Man on Wire – Un uomo tra le Torri “ che si basa sul libro scritto da Petit “Toccare le nuvole”.

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  2. Uno dei libri che ho segnalato tra le migliori letture del 2010. Mi aveva davvero stregato, già a partire da quel titolo (che tanti hanno invece denigrato nella sua traduzione) così dolce e promettente. Davvero un romanzo imperdibile secondo me!

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