Amara Lakhous, Divorzio all’islamica a Viale Marconi

Amara Lakhous
Amara Lakhous

La copertina simpatica, divertente è già di per sè un invito alla lettura dell’ultimo romanzo dell’algerino Amara Lakhous: Divorzio all’islamica a Viale Marconi, pubblicato da e/o a fine 2010.
Amara Lakhous, Divorzio all’islamica a Viale Marconi, copertina
È sempre Chiara Carrer l’illustratrice, efficace con i suoi caratteri graphic, essenziali: la stessa del fortunato Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio.
È lei che sin dalla copertina ci introduce nel romanzo, facendoci subito conoscere i personaggi, presentati con un duplice nome. In particolare notiamo i due protagonisti: Issa/ Christian e Safia/ Sofia.

Sono loro i narratori in un romanzo organizzato in capitoli: in un capitolo è Issa a raccontare, nel successivo è Sofia a farci conoscere gli eventi della storia e il loro punto di vista.

Siamo in un quartiere popolare di Roma e anche questa è ancora una storia di immigrati che ha il suo centro nel call centre “Little Cairo”, dove il barista Akram, abbigliato come un J. Belushi, sembra più che un barista un piccolo imprenditore: trova casa e lavoro a tutti gli immigrati che passano di lì in quel bar in cui la TV è eternamente ed esclusivamente sintetizzata su Al Jazeera.

E di lì passa spesso anche Issa, nome che in arabo significa Gesù: in realtà il suo vero nome è Christian, non è tunisino, come deve far credere, ma un italiano laureato, che conosce bene l’arabo ed è stato reclutato dai servizi segreti. Siamo nel 2005 e si tratta di scoprire in quella zona di Roma una cellula eversiva che sta per compiere a Roma attentati devastanti come quelli di Madrid. Per questo Issa deve trasformarsi in un infiltrato, una spia che con le sue informazioni possa sventare eventi terribili come quelli preannunciati.

Deve dunque diventare uno degli undici inquilini di un piccolo appartamento sovraffollato di Viale Marconi, dividere una piccola stanza con quattro egiziani e un bengalese. E per essere ancora più credibile accettare di fare il lavapiatti in un ristorante, dove conosce Felice, l’architetto egiziano, aiutante pizzaiolo, marito di Safia, che- come ho già detto- è l’altra voce del romanzo.

Al di là di come si sviluppa la trama, tra intrighi, sospetti, paure, di quello che possiamo considerare una via di mezzo tra un giallo e una commedia nera, tra una spy story e una love story con finale a sorpresa, ciò che rimane sono le riflessioni sul mondo dell’emigrazione in Italia.

Ancor più mette in primo piano le contraddizioni della società italiana, i tanti luoghi comuni e pregiudizi sugli emigranti.

Amara Lakhous ci fa riflettere con la sua divertente e lucida narrazione, con una scrittura leggera, con molta ironia, a volte con sarcasmo, con un umorismo amaro più che dissacrante.
Ho trovato più convincente la voce di Safia, nome che evoca Safia, “la moglie del grande Saad Zaghloul, la madre degli egiziani” impegnata nel sociale, a difesa della scolarizzazione delle bambine. A Roma Safia diventa banalmente Sofia, a ricordo della Loren, la donna italiana per eccellenza.
È attraverso l’egiziana Safia che conosciamo la cultura islamica con le sue tradizioni e contraddizioni, con i suoi tanti haram/divieti.
È Safia, dal marito costretta a portare il velo, a vederlo, invece, come simbolo della sua identità, “come sua seconda pelle”, nel momento in cui a Roma si tenta di farle violenza perchè musulmana. Dopo l’11 settembre “se sei musulmano sei per forza talebano”.

Quando camminavo per le strade di Viale Marconi non ero mai sola. Ero sempre a braccetto con tanti accompagnatori, a fantasmi come jihad, guerra santa, kamikaze, terrorismo, attentati, Iraq, Afganistan, Al Qaeda, Talebani… ero una sorta di Bin Laden travestita da donna.

È attraverso Safia che conosciamo il punto di vista, al di là dello scontato tema del velo, sul ruolo della donna nella società islamica che “non ama le femmine e soprattutto non tollera le loro ambizioni”, per cui deve evitare qualunque competizione con i maschi e vivere come una pecora in un costante e banale conformismo.

Ferma è la condanna della circoncisione femminile accanto a riflessioni sul matrimonio, sulla poligamia, sull’uso della chirurgia estetica e soprattutto sul facile uso del divorzio.

Divertente, assurdo e sorprendente il modo in cui si può arrivare al divorzio. Una storia simile in tutta la sua assurdità l’avevo trovata in uno dei miei romanzi preferiti Mappe per amanti smarriti di Nadaam Aslam: stesse modalità di divorzio anche se in quel caso la comunità musulmana non era egiziana ma pakistana in una città inglese. Basta dire “anti taliq” per ripudiare una donna e la terza volta il ripudio è definitivo. Per tornare insieme bisogna sposare un altro musulmano, consumare il matrimonio per riprendere il precedente marito, che così resta giustamente punito. “Un’autentica capriola religiosa!” commenta Issa.

Apprezzabile la volontà dell’autore di mantenere una certa equidistanza nel valutare il rapporto tra cultura occidentale e islamica, distinguendo anche tra tradizioni discutibili ed altre da rifiutare decisamente, come per esempio le mutilazioni femminili

I fatti sono narrati da un Amara Lakhous, che, in Italia dal 1995, conosce bene l’italiano, ma che – come ha già dimostrato nel precedente romanzo – sa anche utilizzare diversi dialetti italiani. Dà così origine ad un originale pastiche linguistico, che – senza scomodare Gadda – impasta romanesco-dialetto trapanese, linguaggio gergale.

A chi vuole rilassarsi con una lettura non troppo impegnativa, ma con una sua serietà di fondo, consiglio dunque questo romanzo che vi farà sorridere e con un sorriso amaro riflettere.
Amara Lakhous, Divorzio all’islamica a Viale Marconi, e/o, 2010, pp.192, euro 16.00

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