Khaled Al Khamissi, Taxi

Khaled Al Khamissi
Khaled Al Khamissi

Khaled Al Khamissi, Taxi, Il Sirente

In  tempi di “Primavera araba” perché non leggere qualcosa che ci aiuti a sentire più da vicino i problemi che da mesi spingono moltissimi nordafricani dell’area mediterranea e  abitanti del Medio e vicino Oriente  a scendere in piazza e a lottare per conquistare il diritto alla libertà, nella speranza di vivere in paesi di reale democrazia?

È stato bello vedere tanti giovani e tra loro tante donne manifestare in marce e cortei, riempire piazza Tahir, incuranti degli atti di repressione di quei governi che vogliono cancellare. E in Tunisia e in Egitto si è già arrivati ad un cambiamento, in altri si lotta ancora con esiti incerti.

Tahar Ben Jelloun ha già pubblicato presso Bompiani La rivoluzione dei gelsomini, in cui con lucidità e semplicità spiega che cosa è accaduto, cosa sta accadendo e cosa accadrà. “Cadono dei muri di Berlino”-dice l’autore- e niente dopo questi fatti sarà più come prima nel mondo arabo. Questi paesi stanno scoprendo, hanno scoperto e rivendicheranno d’ora in poi, il valore e l’autonomia dell’individuo in quanto cittadino”.

Ma non voglio parlare  di questo libro che non ho ancora letto, ma piuttosto di un libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi “e che ha come sottotitolo “Le strade del Cairo si raccontano”.

E’ stato pubblicato nel 2008 dalla casa editrice abruzzese, Il Sirente, che  ha così inaugurato  la collana Altri Arabi, con l’intento di  favorire, al di là dei soliti pregiudizi, “una conoscenza diretta tra i popoli senza filtri, neanche linguistici”

La lettura di questo libro, che non si può definire romanzo,  né inchiesta giornalistica, ci aiuta a capire quali sono le ragioni che hanno portato alla  recente rivolta in Egitto.

Originale è l’idea di far conoscere una città come il Cairo attraverso l’abitacolo di un taxi, anzi dei tanti taxi presenti. Pare siano 220.000 i tassisti abusivi e 80.000 regolari: è vero che il Cairo è la città più popolosa dell’Egitto con circa 8 milioni di abitanti e oltre 15 milioni dell’area metropolitana e del governatorato omonimo È vero che è anche la più grande città dell’intera Africa e del Vicino Oriente e la dodicesima metropoli in ordine di popolazione al mondo, ma i tassisti sono comunque tanti.

Tanti e molto diversi tra loro: analfabeti e diplomati o laureati,sognatori e falliti, a volte costretti a lavorare giorno e notte con scarsa remunerazione, onesti e ingenui, ma anche capaci di truffare il cliente, a volte disperati, qualcuno  idiota. Ed eccoli muoversi nel caotico traffico della capitale nel caldo, tra la folla e il sottofondo assordante dei clacson nei loro taxi , macchine nere a strisce bianche, spesso carcasse  da rottamare, e chiacchierare con il cliente che è a bordo.

Da queste conversazioni in 220 pagine  vengono fuori 58 brevi racconti, che finiscono per essere un vero documento di vita quotidiana , denuncia ingenua, ma anche ironica e caustica del malessere sociale di un popolo impoverito e  disilluso

In esergo Al Kamissi, egiziano laureato in scienze politiche alla Sorbona, scrive: “regalo questo libro alla vita che abita nelle parole delle persone semplici. Nella speranza che ingoi il vuoto che da anni dimora dentro di noi”.

In ogni capitolo il protagonista è quel tassista di cui conosciamo particolari della sua vita personale, ma anche, ai limiti della censura,  il suo pensiero riguardo alla politica, alla religione, alla società.

Il taxi diviene, dunque,  il luogo del confronto in cui si rispecchia la coscienza collettiva e i tassisti, come si dice nella copertina  del libro , “sono amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto  dei nostri giorni”, quello che ha riempito le piazze  in questo inizio del 2011 e che ha portato alla caduta di Mubarak, che deteneva il potere da 30 anni.

Il quadro è quello di un Egitto sull’orlo della bancarotta, in cui la corruzione è generalizzata, in crisi morale diffusa, in cui ogni giorno si lotta per la sopravvivenza nella indifferenza delle istituzioni. Raccolgo qualche frase qua e là dai 58 racconti, che per la diversità dei punti di vista raffigurano perfettamente il mondo arabo contemporaneo, come sottolinea lo stesso Al Khamissi nell’intoduzione.

Tanti i discorsi seri dei tassisti, che a volte raccontano anche barzellette divertenti, ma amare.

“La corruzione è al massimo” […]  “la giungla è il paradiso rispetto a noi”… qual è la soluzione per sopravvivere?  o vai a rubare o cominci a domandare mazzette o lavori tutto il giorno… la malnutrizione è così diffusa che il 10% dei bambini egiziani del Said soffrono di ritardo mentale.”.

Secondo i dati della Banca Mondiale il 58 % degli egiziani vive  infatti con due dollari al giorno sotto la linea della povertà, mentre il 5% dei 75 milioni  di egiziani sono ricchissimi e indifferenti alle condizioni generali della popolazione.

“Chi non è diventato pezzente con Mubarak non lo diventerà mai” dice uno di loro.

“Il discorso della partecipazione politica è una barzelletta di quelle tristi, ma tristi davvero”…

“Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non fuzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti… alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha il  monopolio, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato di emergenza. E ci hanno fatto diventare un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani?”

“E poi questi americani non si capiscono proprio: aiutano Mubarak, aiutano i Fratelli Musulmani, aiutano i copti espatriati che fanno un casino da pazzi. Poi sborsano i soldi all’Arabia Saudita, che a sua volta sborsa soldi ai fondamentalisti islmici ,che a loro volta finanziano gli attentati contro, diciamo, gli americani”…

Un altro: “Il mondo ormai… sono tutti pesci che si mangiano tra di  loro. Grosso o piccirillo, tutti quanti si magnano l’uno con l’altro”

Un altro ancora: “In Egitto l’essere umano è come la polvere in un bicchiere crepato. Il bicchiere si può rompere in un niente e la polvere vola via. Impossibile raccoglierla e pure inutile: è solo un po’ di polvere. L’uomo in questo paese è così… non vale niente

Come ci ricorda il traduttore, Ernesto Pagano, “è il primo libro scritto per tre quarti in dialetto, quindi di non facile traducibilità. Per questo la parlata colloquiale dei tassisti è stata talvolta colorata da espressioni dialettali meridionali, per lo più napoletane.”

Altri libri che possono integrare questo quadro sconfortante dell’Egitto sono i romanzi di Ala Al Aswani, in particolare Palazzo Yacoubian, ma di questo  ho già parlato in un post precedente.

22 pensieri riguardo “Khaled Al Khamissi, Taxi”

  1. Sottoscrivo pienamente quello che riporta xochitl2 del libro “Taxi”,
    1) perchè ci ho vissuto
    2) perchè di taxi al Cairo, e non solo, ne ho presi tanti
    3) perchè, per la posizione in cui ero, ho potuto stare sia tra la povera gente (la gente normale) e anche tra quel 5 percentuale
    Il libro non mi interessa. L’ho già visto scorrere sotto questi stessi occhi che seguono la tastiera, e fin troppo bene. L’ho visto scorrere anche nel cuore, perchè è difficile stare di fronte agli opposti estremi della bellezza e dell’orrore.
    Del popolo egiziano ho visto anche i lati”buoni” e quelli “cattivi”.

    E visto che sono la famosa “super partes”, aggiungo che sono solidale con gli sforzi di xochitl2 la quale, ammirevolmente, s’industria a creare ottimi dibattiti i quali, per lo più, si risolvono nella media di dieci riscontri (se va bene). Che a parer mio sono un po’ pochi per la qualità degli argomenti che propone.
    Scusate la secchezza, ma in mancanza di moderatori, si è costretti a partire un po’ di punta.

    Aggiungo e prevengo che le considerazioni sopra un libro vanno al di là della sola analisi sulla qualità della scrittura o sugli escamotage dei traduttori, o sulle emozioni che ci regala. Anche perchè qui è un po’ difficile giudicare il livello di scrittura originale (vedi nota). Ogni tanto vale la pena di considerare il libro nella pienezza di tutti i suoi significati. E quindi potrebbe sembrare, ma solo sembrare, che ci si allontani dall’argomento principale.
    Quindi “bello e interessante” siamo tutti d’accordo che non ci interessa, vero?
    Un saluto a tutti.

    nota: il dialetto egiziano, parlato in un altro paese arabo, con la volontà di comunicare, è comprensibile. E questo vale per tutti i dialetti arabi.
    Le radici linguistiche, come succede per qualsiasi altro dialetto, che sia tunisino piuttosto che magrebino, o altro ancora, sono identiche. Faccio un esempio: nel dialetto egiziano la parola acqua suona “maia” (pronunciato con varianti vocali leggermente differenti a seconda della località), nel dialetto marocchino suona “me”, parola che in questo caso si avvicina maggiormente alla radice classica della lingua araba che è poi quella scritta sul Corano. Questo perchè la lingua araba è una lingua consonantica e tutta la struttura vocalica è solo puro suono, e non viene esplicitato nella normale scrittura, come per esempio accade sui giornali quotidiani o sui libri. Esempio: è come se in italiano, per dire “acqua” dicessi “cq”.
    Sul Corano, invece, la struttura che noi chiameremmo vocalica (ma non è esatto chiamarla così,) viene postillata da dei segni sopra e sotto il corpo della parola; questo al fine di una lettura perfettamente aderente al testo. Il che implica che anche un arabo, che nella vita di tutti i giorni solitamente legge in modo intuitivo (cioè legge “cq”), ha bisogno di un’evidenziazione del testo qualora il risultato della comunicazione debba avvicinarsi alla perfezione.
    Tutto questo per dire che, nella volontà di comunicare tra analfabeti e che appartengono a paesi diversi, è sufficiente togliere la parte vocalica sonora per comprendersi (“cq” è uguale per tutti). E questo avviene in modo intuitivo all’interno del discorso. Diverso è il discorso per chi sa leggere e scrivere: è sufficiente usare l’arabo classico, che è l’unica lingua scritta, cioè quella del Corano.
    Mi chiedo come lo scrittore abbia traslitterato il dialetto, ma figurarsi se l’editore ha avuto la compiacenza di un testo a fronte.
    Quanto alla scelta del dialetto napoletano nella traduzione, è dettata probabilmnete dal fatto che il traduttore sia napoletano e che la sua conoscenza del dialetto in questione, per forza di cose, non può che essere eccellente. Ma non è esattamente quella che si chiama un’analogia alla lingua e ai dialetti arabi.

    … mamma mia, quanto sono pesante!!
    …. ma forse è l’argomento. Per chi volesse approfondire indico “GLI UOMINI DIMENTICATI DA DIO” di Albert Cossery che, pur essendo stato pubblicato nel 1940, mi ha sorpreso per la modernità. Io nel 1940 non c’ero ma l’Egitto di strada che ho conosciuto era identico.

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  2. Grazie Antonella B. di questo ricchissimo commento con informazioni e conferme molto utili per me, che in questo periodo privilegio tra le mie letture quelle relative all’Africa e in particolare all’Egitto. Faccio parte di un Gruppo di Interculture che si occupa di emigrazione e di Africa. Quest’anno di Africa mediterranea, dei paesi della primavera araba. Tempo fa avevo chiesto agli utenti del blog, imitando Giulia duepuntozero, consigli di lettura in questo ambito. Tu sei ancora più utile per le tue esperienze di vita e per la conoscenza della cultura e della lingua araba.
    Mi ero già annotata il libro di Albert Cossery, ma ancora non l’ho letto.
    Ho appena finito di leggere Firdaus. Storia di una donna egiziana di Nawal al Sadawi, una psichiatra femminista egiziana.
    Grazie ancora e disponibile per tutti i suggerimenti che vorrai.

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  3. Ciao… fatti spedire il mio indirizzo da Lucilla, per favore, e ti mando un po’ di titoli. Ho anche scritto un commento da due giorni ma ho deciso di non mandarlo in rete.
    Ci sentiamo e nel frattempo l’avviso.
    Buona serata.

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  4. … stavo guardando le date… credevo fossero trascorsi due giorni! è solo uno! mah… forse le macchie solari mi hanno accelerato i tempi
    che strano..

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  5. @Antonella B., Xochitl2 sa quanto siano apprezzati i suoi interventi, anche se i commenti non sono tanti quanti ne hanno altri post. Ma proprio la complessità del suo ragionare rende più difficilli e quindi statisticamente meno probabili dei ‘riscontri’. Ma è nella natura di questo blog la copresenza di temi, registri, profondità, argomenti, autori, lettori diversi.
    Ciò non è mai stato vissuto come un ostacolo all’espressione di punti di vista più complessi e problematici. Basta scorrere quanto scritto in queste pagine in questi sette-otto anni per rendersene conto.

    Non ho capito invece il tuo riferimento alla ‘mancanza di moderatori’. Stai tranquilla, siamo qui. Si interviene solo quando il dibattito sconfina nell’insulto, ed è successo davvero pochissime volte. Per il resto, sono convinto che sia opportuno lasciare esprimere chiunque; del resto, dove avresti voluto un intervento dei ‘moderatori’? a che proposito? Se mi sono perso quache commento con insulti ti prego di segnalarmelo. A me non pare ce ne siano.

    un abbraccio

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  6. @Luiginter
    Luiginter, non me ne volere ma il dibattito sulla democrazia poteva essere condotto meglio se solo tu avessi fatto da cuscinetto ogni tanto.
    L’argomento era spinoso e si è arrivati, invece, quasi all’insulto.
    A mio parere, e non solo mio, sei poco presente e lasci che le cose vengano gestite completamente dai commentatori fra i quali, come è inevitabile, ci sono sempre quelli che non eccellono per autodisciplina.
    Sempre a mio parere, quando si manda un dibattito in upload bisogna mettere in conto che c’è sempre la possibilità che intervengano delle persone non in linea con il pensiero dominante. E che potrebbero crearsi, se non gli insulti, perlomeno delle frizioni. Che tra l’altro, sono invece le occasioni migliori per incontrarsi e misurarsi. Certo non per fare duelli. Ma allora bisogna pilotarle un attimino. “Pilotarle” in senso buono, non intendo “strumentalizzarle”.
    Perchè quando un dialogo è fatto sempre da persone che la pensano proprio uguale, alla fine diventa tutto “bello e interessante” (cioè niente, come dicevo sopra).

    Non si può pensare che uno che entra per la prima volta, o per la seconda, abbia il tempo di vedersi tutto l’archivio di un blog per estrapolare quello che può dire o non dire, o piuttosto come dirlo. O quando dirlo. Le prime entrate sono sempre faticose e andrebbero aiutate dal blogger o da chi ne fa le veci. Se incontro un dibattito intitolato democrazia, si presuppone che si parli di democrazia. Non ti aspetti che ti si alzi un coro contro per dire che sei pesante perchè si vuole fare festa e non si ha la minima intenzione di parlare di democrazia. Ma allora nello header iniziale lo si specifica: “Ragazzi, qui si fa festa. Per la discussione vi rimando a… oppure a..”
    In ogni caso, tutto è bene quando finisce bene. Lucilla e io siamo diventate amiche. Mi spiace solo per Jeeno ma il lato positivo è che abbia parlato di sè e credo non l’avesse mai fatto.

    Quanto ai blogs: io credo che un blog dovrebbe essere un po’ come una casa con ospiti e ospitanti.
    Qui, ogni volta che ci entro mi sembra di entrare in uno squat londinese. Non che abbia niente contro gli squats londinesi ma allora me lo si dice e mi vesto in un’altra maniera e mi porto un sacco a pelo altrimenti la notte muoio di freddo.
    Scusa la franchezza ma, sinceramente, i giri di parole me li riservo per i furfanti perchè ho troppo rispetto per me e per il mio tempo, e per quello del mio prossimo.

    Insomma: io la vedo che la figura del blogger debba servire appunto ad eliminare quei malintesi vicendevoli che invece si sono creati all’interno di quel dibattito di sulla democrazia.
    Tanto che ieri, dopo un meditare di un giorno ho deciso di non mandare in rete il post che avevo preparato perchè è un po’ scioccante e se una new entry come quella in democrazia ha scatenato quello che ha scatenato, figurarsi il post che mi ero preposta di pubblicare qui.

    Non so, vedremo, ne parlerò con xochitl2.

    Ps.: i riscontri statisticamente minori dipendono dall’impostazione del blogger. Prova a pensarci.

    Saluti e un abbraccio anche da parte mia. E grazie per la tanto attesa inter-mediazione.😉

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  7. No dai Antonella, non te ne voglio.🙂
    Voglio solo dirti che – francamente – non mi è parso che ‘il dibattito sulla democrazia’ fosse andato oltre il limite. Se così è invece sembrato a te e ad altri, be’ mi spiace davvero, ma allora è solo un mio pecato di distrazione.
    In secondo luogo, uno dei pochi principi che valgono da sempre qui dentro, è che il dissenso e i punti di vista diversi sono da tutelare. D’altra parte, mi sembrava che tu avessi avuto modo di esprimere tranquillamente il tuo punto di vista. Detto in altro modo, che ti tutelassi da sola, senza difficoltà.  
    Ammetto: e questa è ovviamente un’altra mia colpa, non ho tempo (e neppure voglia) per mediare ogni dibattito che si avvia. È un po’ la sensazione che provo davanti ai talk show politici in tv, anche quelli di alto livello, dopo un po’, mi allontano, preferisco fare altro. Certo, dici tu, peccato che tu qui sia il conduttore del dibattito…
    Quel giorno io volevo solo esprimere un moto di felicità per il sommovimento elettorale nella mia città. E basta. Che poi sia scaturito un dibattito mi sembra un buon segno, ma, lo dico senza spocchia, in quel momento non mi andava di preoccuparmi del dibattito. 
    A me, come a molte altre persone, succede, a volte, di non sentirmi obbligato a intervenire ogni volta che si crea una discussione. Sarà probabilmente un difetto, visto dal mondo quasi perfetto dei veri blogger, ma è così. E poi, davvero, come sai, le ore del giorno son fatte di molto altro, di molto di più di quel che avviene in questo o in qualsiasi altro blog. E a volte, forse, la situazione mi sfugge di mano. Ma, chi mi conosce lo sa, non son stato mai interessato a tenere le situazioni sempre sotto controllo. Insomma, la tua metafora dello squat, non mi sembra poi sbagliata.
    Infine, mi interessa di più la tua preoccupazione sulla qualità dei dibattiti, legata a doppio filo alla qualità degli argomenti proposti: qui avrei molto da dire, molto da raccontarti, sul presente e il passato di questo blog, sugli autori ecc. Vorrei però, per ora, rinnovare a te l’invito, che spesso faccio, a diventare autrice del blog, in modo da contribuire a innalzare il valore degli argomenti proposti. Siamo ormai rimasti in pochi a scrivere. E io passo periodi nei quali quel che leggo e i pensieri che mi suscita, preferisco tenerli per me.
    Insomma, se ti andasse di aiutarci…
    ciao e un sicero grazie per la tua franchezza

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  8. dimenticavo, Antonella B., pubblicalo il commento che hai pronto. Stai tranquilla. Prometto: se serve questa volta intervengo a moderare. Stai tranquilla (2), però: sulla possibilità e libertà di espressione sono volterriano.

    ciao ciao

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  9. @ Luiginter

    Sulla tutela.
    Sono d’accordo e mi va bene il tuo discorso per quanto riguarda un thread del genere “i libri più belli” perchè mi rendo conto che sarebbe una pazzia leggere tutto ogni giorno o perlomeno intervenire, ma sui dibattiti inseriti di volta in volta un’occhiata almeno una volta al giorno gliela devi dare, solo per dire “ciao a tutti” e strizzata d’occhio. Non ci metti molto a salutare e nel frattempo vedi se si è inserito qualcuno di nuovo e fai monitoraggio. Scusa se insisto anche perchè, tra l’altro tu, come blogger, non sei proprio tenuto ad esprimere pareri e considerazioni; anzi! E però devi far vedere che ci sei.
    Se il processo di lettura ti annoia significa che il thread che hai proposto in realtà non interessa a te per primo perchè, diversamente, lo seguiresti. Il fine ultimo di un dibattito è scambiarsi informazioni per imparare qualcosa. Chi non vuole imparare se la cosa si fa interessante? (santo cielo! adesso qui sul gdl non potrò più usare questa parola, l’ho vanificata con quella faccenda di “bello e interessante”) Intendo interessante perchè o ti dà degli spunti personali sulle tue faccende, o ti dà modo di approfondire in modo più sistematico un argomento che avevi sempre rimandato, o per i mille motivi per cui un individuo sente una forma di attrazione, magari inconfessata, verso qualcos’altro.

    Sul tempo e la disponibilità. Sempre poco il primo, da disporre con oculatezza la seconda.
    E lo capisco perfettamente perchè è un problema endemico. Un corso di lettura veloce e intuitiva può servire, al di là del blog, in tutte le sedi della nostra vita.
    Io di tempo praticamente non ne ho. Quando sento che sto per andare in ansia, mi prendo un ulteriore impegno. Di colpo l’ansia mi svanisce perchè le cosiddette famose priorità di colpo vanno in una scaletta diversa.
    L’ultimo colpo di testa, per dirti, è che recentemente mi è venuta anche la splendida idea di diventare una wikipediana. Più spesso che meno spesso per le mie ricerche mi capita di incontrare errori oppure omissioni oppurre i cosiddetti e famosi abbozzi e, poichè sostengo e sono per un’enciclopedia libera e collaborativa, che cosa fai? Lasci perdere? Così il mattino non puoi guardarti in faccia??? Aleee, fai l’account e buttati. Al momento, non so se mi spiego, sono tra i banchi dell’asilo, classe primini.
    Mai visto un blog di wikipediani che discute su wikipedia? Parlano un’altra lingua, diversa da qualsiasi altra lingua. Per il momento sono ancora a quel punto in cui non ho ancora capito che domande fare.
    Nella mia prima scrittura interna ho rovinato la pagina iniziale di un amministratore: a quel punto sono rimasta rigidamente calma (ne ho passate di peggio sulla tastiera) e mi sono presa una pausa. Sono andata a farmi qualcosa di pranzo e intanto pensavo. Quando sono ritornata alla discussione ho provato una seconda alternativa, ho cancellato l’intervento precedente, reimpostato la pagina in origine (quasi tutta, mancava una frase ma quella proprio non era nelle mie possibilità) e poi ho riscritto in un’altra sezione. Risultato: tutto a posto. Comunque queste minuzie sono roba da ministero interno; il loro. La cosa più facile è aggiungere o togliere, e quello lo avevo già sperimentato con esiti positivi; ho fatto un copia e incolla di decine di misteriosi segni e ho inserito il mio testo. Anche qui, risultato perfetto. Di creare una voce nuova mi sa che ci vorrà un po’ di tempo.
    Non appena sono in grado di capire come coordinare le gambe con le braccia, ho la ferma intenzione di propugnare l’inserimento di un software di scrittura per ignoranti come me che devono spendere giorni a capire invece di partire subito a inserire, bannare, notificare, allertare, cancellare, salvare, amministrare, verificare, contribuire insomma. Non ti pare?? Non ti sembra una buona idea?

    Sulla proposta di collaborazione.
    Solo se in forma saltuaria a seconda della mia famosa scaletta. Ho già in mente qualcosa. Devo organizzarla. Come ci si sente? Attraverso l’indirizzo gruppodilettura@gmail.com ?

    Grazie anche a te. Quanto a Voltaire, come si espresse sulle donne? Non ho mai fatto una ricerca in merito. Ho notato invece che spesso, tra i più grandi liberali e i tra molti precursori della tolleranza moderna, non fosse contemplato l’argomento “donna”. Stamattina, per esempio, leggevo qua e là il signor Montesquieu. Riporto testualmente alcune delle sue tante massime da “Riflessioni e pensieri inediti” (Einaudi, 1944):

    “Una donna ha l’obbligo di piacere come se si fosse fatta da sè.”

    “Donne e grandi parlatori: – Più una testa è vuota, e più cerca di vuotarsi.”

    “Con le donne bisogna troncare di colpo: nulla è più insopportabile d’una vecchia avventura stanca.”

    “ Dicevo: “Quando una donna è stata donna a Parigi, non può esserlo altrove”.”

    “Bisogna osservare che, salvo alcuni casi derivati da certe circostanze, le donne non hanno mai preteso l’uguaglianza: giacchè esse hanno già tanti altri vantaggi naturali, che per loro l’uguaglianza di potenza è sempre un dominio.”

    “Avete perduto vostro marito; non mi amerete più.”

    Naturalmente ho scelto le più tendenziose😉 Ciao, vedo in giornata di buttare il commento o, al massimo, domani. Mo’ vado a votare.
    Ciao

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  10. Sono stata lontana da casa per due giorni senza computer, al ritorno trovo che la discussione è continuata, anche se non su Taxi.
    Chiedo ad Antonella: come faccio a chiedere a Lucilla il tuo indirizzo e-mail, non è meglio che me lo invii, autorizzato da te, Luiginter, che è l’unico a conoscere i nostri indirizzi?
    Grazie comunque per la tua disponibilità e buona giornata!

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  11. MAL D’AFRICA, Lettera a Xochitl2.

    Preferisco-di-non leggere i loro autori contemporanei. Le storie che raccontano mi richiamano brutti ricordi, soprattutto se sono storie di donne. Preferisco di ricordare quelli belli.
    “I would prefer not”, diceva Bartleby. Not bad.
    … perfino con Cossery mi cominciano gli strepiti. In ogni caso, ritengo che sia utile la lettura anche di opere anteriori a quelle attuali, e anche di residenti stranieri, per capire l’atmosfera. Ad Alessandria d’Egitto ho trovato l’archeologia di un melting pot che non ha nulla da invidiare a quello statunitense e che sopravvive nascostamente, molto nascostamente. Perfino nei geni delle cose, se si potesse parlare di geni per la materia inerte (e non sto parlando di Antico Egitto).
    E sinceramente, a parlarne, mi viene anche un po’ di nostalgia. E di rabbia, insieme. E di com-passione per l’Egitto contemporaneo.

    Sono molto combattuta sul pubblicare questo commento alla tua richiesta. Penso che alla fine mi risolverò per un INVITO: a chi desidera che la giornata non gli vada a male, che eviti di leggere il resto, da qui in poi.
    *
    Prova a leggere “Vita in Egitto”, di Enrico Pea.
    *
    Internet ha cambiato la coscienza e l’ultima generazione lo ha dimostrato scendendo in piazza. Lo ha dimostrato permettendo di scendere in piazza anche alle donne. E le donne hanno abboccato subito. Erano all’orlo da generazioni. Ho visto mamme, nonne, bisnonne, e nonne delle bisnonne confondersi in quelle facce, in quei giorni, davanti alla televisione. Mentre gli uomini e i ragazzi dimostravano contro Mubarak, in cuor loro le donne e le ragazze sapevano di dimostrare per le loro ave, la maggior parte delle quali torturate dagli stessi nonni dei loro compagni di piazza. Doppio applauso alle donne!!!! perchè l’eventuale sconfitta significa doppio castigo, un doppio laccio.
    E però, quando combatti dalla stessa parte almeno una volta, le cose non tornano più come prima. E loro hanno combattuto. Sì, forse qualcuna sarà tornata, tornerà, alla propria casa a riprendere la stessa vita soggiogata ma il seme, una volta gettato, il vento se lo porta via. E poi germoglia. A volte nel deserto germoglia dopo anni di attesa.
    Lo sanno anche le nostre antiche mamme quando hanno scelto di fare le loro resistenze, perchè ne abbiamo avuta più di una.
    Medito sul fatto che l’Egitto sia stato fino a poco fa uno dei paesi islamici più tolleranti …
    *
    “Per le Mie Donne / Pour Mes Femmes” di Nelson Morpurgo, un nostro futurista cairota, ma devi tenere conto delle “parole in libertà” e leggere tra le righe. E Ungaretti? Fu lui che lo lanciò nelle parole.
    *
    Ovunque un senso di “day after”; gli splendidi palazzi ottocenteschi e liberty ancora abitati, e dalla classe alto borghese, ma in abbandono. Tutto è rotto, e quando è rotto non lo si aggiusta mai. E se un asino muore in mezzo alla via, lo si lascia a imputridire dove è morto: la morte è lì sotto gli occhi di tutti e anche la sua lenta metamorfosi. Si gonfia piano piano, fino a che non scoppia come un palloncino. L’odore della morte, il calore, il traffico, lo smog ti prendono alla gola al Cairo, dovunque clacksons che suonano; la gente in auto, per svoltare butta la mano fuori dal finestrino se deve girare a sinistra; se deve girare a destra allunga il braccio destro all’interno dell’abitacolo. T’abitui presto a non usare la freccia direzionale. Rischi un incidente.

    A Al Fayum, che è una bellissima oasi, una notte ho perso la corsa del tempo ascoltando cantare un muezzin ispirato. Ad Alessandria i muezzin cominciavano a predicare, cinque volte al giorno, di emigrare e sommergere l’Occidente facendo figli. La loro voce sgradevole si alzava molesta, ingrandita dall’immancabile trombone che amplificava le loro pause e i colpi di tosse, come un suono di punta di chiodo strisciata sul vetro.
    Io avevo imparato a riconoscere gli integralisti: hanno una grossa escrescenza sferica, scura, in mezzo alla fronte, qualcuno tre; si forma nel tempo, battendo la fronte con forza sulla terra cinque volte al giorno. Ma soprattutto li riconoscevo dalla forma dei loro pensieri. Rossi di sangue, di vendetta, di lunga paziente attesa, di silenzio mortifero. “Vedrai, figlia di un cane. Vedrai”.
    I copti guardavano dall’alto delle loro lussuose poltrone di velluto.
    Erano ancora i tempi in cui emigravano i primi uomini. E’ di pochi anni fa l’arrivo delle donne, queste donne li hanno ascoltati i loro muezzin: sono arrivate qui per espletare una funzione riproduttiva. Che altro sono le donne?
    Ma un giorno, l’anno scorso, ho visto una famigliola egiziana all’ufficio postale. Composta di un padre, una madre e due bambine delle quali la più grande frequentava la prima media; e compilava per il padre un modulo postale perchè il padre non lo sapeva fare. L’egiziano la guardava con un orgoglio che non avevo mai visto per una figlia femmina: spiegava all’impiegata dietro il bancone che sua figlia studiava e che avrebbe continuato anche dopo la terza media.
    Quel giorno ho capito che l’Occidente ha ancora uno splendido compito, difficile. L’ultima vera crociata, secondo lo spirito di Ghandi, finalmente. Spesso mi chiedo perchè nella lingua italiana non esista una parola che contempli l’ “atto del provocare la pace”. Perchè: se dico pacifismo includo anche quel doppio senso dell’ismo che ne dà una valenza negativa. Posso solo citare quei grandi guerrieri che compresero molto bene l’ “atto del provocare la pace”: che non è un atto di sottomissione a un pugno di ferro, e nemmeno la speranza vana, tanto meno l’accettazione di un destino che si immagina ineluttabile. Per questo cito Gandhi.
    Ma ritorniamo all’ufficio postale dove, invece, la madre della piccola egiziana restava in silenzio, dietro tutta la famiglia, l’unica a vestirsi col vestito tradizionale. Per lei il futuro era già finito molto tempo prima e niente avrebbe potuto scalfire l’immobilità del suo viso, se non fosse che vedere un marito orgoglioso di una femmina per un attimo le strappò una smorfia di ironica pietà. Fu un istante. Io la vidi. Non so se la sentisse pietà per se stessa. Può darsi che la intendesse, invece, ironica pietà per quell’uomo che nel suo spazio-tempo originale, una volta, in Egitto, mai avrebbe osato mostrare in pubblico un orgoglio così ostentato per quella sua creatura di sesso femminile. Ora che ci penso, poteva essere anche il lungo braccio del sapore della vendetta. Una vendetta silenziosa di così tanti volti del passato da non riuscire più a trovare un’espressione fisica diversa dall’immobilità.

    Per questo invito l’Europa alla quale apparteniamo a non derogare sul diritto del mantenimento della nostra cultura. A non derogare sui diritti fondamentali dell’essere umano. Sempre che si consideri la donna, un essere umano. Ancora oggi, d’estate, le famiglie islamiche tornano al paese d’origine quando la figlia è in età di … ogni volta devo fare uno sforzo per ricordare quella parola… la conosco alla nausea, ogni volta mi devo fermare per tornare a ricordarla…. ecco, mi è arrivata. Infibulazione. Ce ne sono di diversi tipi. Ce n’è un tipo che, quando partorisci, ti devono riaprire con i ferri. Altrimenti il poppante non esce.
    L’ho vista migliaia di volte sulle labbra silenziose delle egiziane e delle somale, nello sguardo umido di lacrime secche di cui non conservano un ricordo o lo ricordano così bene che è diventato un intimo tabù, nelle vecchie vacche grasse inacidite vestite di nero più-uomini-che-donne mentre facevo la fila per comprare il pane, e che mi spintonavano coll’immenso culo. Le prime, quelle donne, a riconoscere l’odore della mia integrità di donna. Le prime a prendermi a pietrate se avessero potuto.
    Io mi infilavo nella fila degli uomini, allora, perchè gli uomini lì sono magri, magri… e mi facevano il vuoto intorno, rispettando il mio turno. Eccentricità di un’europea, sembravano volessero dire, evitando di guardarmi. Ma stavano in silenzio. Perchè era gente povera. Lì in certi quartieri di Alessandria la povertà livella anche la supremazia del maschio.

    A una di loro, emigrata in Italia, se potete, fategliela vedere com’è, per favore. E se riuscite a entrare in confidenza, raccontate che cosa si può sentire a usarla. Se il marito tutte le volte – dico tutte – non viene anche lui dentro lo studio della ginecologa a fare il supervisore, spiegatele la differenza tra avercela e non avercela tagliata e ricucita. Perchè dietro quelle labbra, quel sorriso umido, quello spintone di rancido grasso, c’è un trauma così grande che ci vorranno un po’ di generazioni per farlo impallidire.

    E a noi, che siamo donne di un altro mondo, spetta di conservare integralmente l’identità che ci siamo strappate col sangue negli ultimi secoli. Spetta anche di non farci impietosire con i falsi luoghi comuni sull’uso e la mistificazione di un’improprio senso di libertà religiosa. Allah non ha mai detto che le donne devono essere tagliate: sul Corano non è scritto. L’imposizione del burqa è una bazzecola al confronto di quest’altro oltraggio sistematico subìto. E ho affrontato solo uno dei temi più scabrosi.
    Non sono una femminista. Sono solo per il pensiero libero. E per l’atto libero. Sono per la possibilità di essere un Essere Umano.
    E per questo sostengo una politica di severa immigrazione controllata e, in casi di emergenza, a residenza a tempo determinato. Non tanto per motivi terroristici, piuttosto perchè: aprire la frontiera in modo indiscriminato è un suicidio per noi e per loro, perchè non potrebbero essere sostenuti tutti, soprattutto quelli che ne hanno bisogno veramente (nell’attuale Italia meno di meno). Capisco anche le ragioni di un eventuale governo che invece opterebbe volentieri per la seconda ipotesi, cioè aprire a cani e porci “tanto ormai siamo in tempo di globalizzazione, no?”, perchè sarebbe un’acquisizione immediata di nuovi voti, ma certe schifezze del potere proprio non riescono a commuovermi.
    Nel grande disegno politico-islamico, lo si è preparato per trent’anni, quest’odierno flusso migratorio in Europa; è stato pilotato; e ora che molte politiche interne fanno acqua, c’è l’occasione di farlo passare per qualcos’altro, sapendo bene che, dall’altra parte, cioè l’Europa, c’è una democrazia che, per continuare ad essere tale, non può rinunciare ai suoi principi di accoglimento del debole, da qualunque parte provenga e in qualunque modo.
    Sapendo bene che oggi la democrazia europea non è una democrazia che crea riserve per mettersi il cuore in pace (c’è un medicine man dall’altra parte dell’oceano che attende di attraversare il suo “gate”, così lo chiamò quando mi chiese di attraversare il mio), perchè l’ultima che ha creato se l’è creata extra-territorio e se la sta ancora coccolando come una spina nel cuore. Forse non è nella tradizione europea, non saprei, fare riserve (davvero Antonella? e l’Inghilterra, e la Francia? la Spagna? ah, ma stai parlando di oggi, scusa) comunque non le vengono bene. E l’Islam su questa riserva ci marcia sopra, a ragione o no, ancora da prima della seconda guerra. Parlo di Israele.
    L’antica Roma fu assorbita dalla civiltà che aveva vinto, ma gli sconfitti appartenevano a una civiltà, quella greca, di spessore ben diverso. Il grande ruolo degli islamici nel recupero della civiltà mediterranea fu svolto durante il nostro medio evo, quando a Roma ormai si vestivano di stracci e si ricordavano i tempi del fulgore come oggi si ricordano le antiche leggende. La Sicilia lo sa bene. E lo seppero bene i rinascimentali che poterono recuperare gli antichi testi grazie a quel formidabile ponte temporale che avevano costruito gli islamici. Oggi non è conveniente farsi assorbire, invece: dall’altra parte c’è ancora un’idea collettiva che ha portato a una lenta distruzione di tutte le potenzialità di milioni di persone.
    E l’elemosina non si regala, la si scambia; come dicevo a Lucilla quando mi raccontava che a Il Cairo piangeva. Bisogna creare la possibilità di ricambiare, perchè altrimenti non è dignitosa nè per chi la fa, nè per chi la chiede. E non in un’altra vita.
    Infine, dalle mie parti, mi viene in mente che per cacciare via gli austriaci, non sono arrivati nè i congolesi, nè i guatemaltechi, nè gli eschimesi, ma la presa di coscienza di un popolo che non voleva più essere dominato.
    Diversamente, chi ha il potere, non lo molla.
    E si ricostruisce sempre più bastardo. Fino a che le forze democratiche non debbono venirci a patti, per la legge del “meno peggio”. Penso al processo di Norimberga dove i giudici non poterono giudicare liberamente, perchè uno degli alleati stava perpetrando gli stessi delitti per i quali si stavano giudicando gli stessi imputati.
    La comunità ebrea non ebbe mai piena soddisfazione.
    Auspico una Confederazione Islamica Democratica, un po’ come è qui per noi in Europa. Con i difetti e le virtù, sempre più virtù meno difetti.
    La triade monoteista è in guerra (ma come, Antonella, pensavi fosse finita?), e oggi c’è l’occasione di “provocare quell’atto di pace” a cui accennavo prima, cioè di cambiare le modalità della guerra. Cioè terminare la guerra.
    *
    Quello che lessi di autori autoctoni non si trovava in Occidente. Era produzione locale che non ha mai oltrepassato i confini, seppure venisse tradotta spesso in inglese. Quella in arabo era roba da telenovele. Solo ultimamente alcuni scrittori sono approdati all’estero ma non è una letteratura che riscuote il mio entusiasmo. Credo che tu, Xochitl2, sia molto più ferrata di me in letteratura egiziana contemporanea d’esportazione. Come del resto mi sono ben guardata dal leggere libri sulla tipologia di “Mille splendidi soli”. Vedi bene che non c’è da stare allegri.
    Quando il Dalai Lama fu raggiunto da una delle tante monache torturate per anni in una prigione del territorio tibetano occupato (perchè, c’è qualche chilometro che si è salvato, Antonella?) e che era riuscita solo per un miracolo a trovare la salvezza in India dopo un viaggio spaventoso, la monaca tentò di non piangergli davanti. Ma lo fece e fu per la gioia di vedere lui, il simbolo del Tibet che vive. Non stava compiangendo il suo passato. Il Dalai Lama l’accarezzò e la curò col suo terribile sorriso. Poi la spedì immediatamente dai suoi medici dicendole che l’avrebbero rimessa dalle “fatiche” del suo viaggio: era diventata incontinente perchè ripetutamente violentata con un bastone elettrico. Il che significa una raffinatezza particolarmente ben studiata perchè la “normale” violenza sessuale implica un movimento partecipativo del carnefice in virtù del quale egli, a sua volta, diventa vittima della vittima; mentre, con quel tipo di tortura fatto alla monaca, al torturato non gli si concede nemmeno una referenzialità umana, ma subumana, che è peggio di animale. Non gli si concede, cioè, quel rapporto di affetto disperato e complicato che il torturato acquista nei confronti del torturatore. Uno psicologo sa spiegarlo meglio di me.
    Alla monaca questa fortuna non accadde. Ma il credente tibetano non impazzisce perchè gli viene insegnato fin da quando è in fasce ad abbracciare il senso degli estremi con intelligenza emotiva. L’unico terrore della monaca fu quello di non aver rispettato il suo voto di castità.
    Ho parlato del Tibet per dire che: dopo che sai che monaci e monache vengono costretti ad avere rapporti sessuali, dopo che sai che se riesci a sopravvivere alla prigione e a uscirne il giorno prima ti fanno un salasso tale che hai ben poche probabilità di restare vivo senza praticamente vestiti e scarpe e un freddo gelido e niente cibo, dopo che sai che una volta fuori non potrai ritornare in famiglia perchè l’autorità locale si rivale gettando in prigione i genitori o i parenti che ti riprenderanno in casa, dopo, dopo, dopo…. dopo che sai che ci sono interi villaggi dove le donne sono state tutte sottoposte a isterectomia; a che cosa serve continuare a leggere atrocità e l’abominio che nemmeno ti immaginavi? Basta una volta. Almeno, per me, mi basta una volta. Il dolore continua a essere dolore, la blasfemia continua a essere blasfemia, il carnefice è sempre lo stesso carnefice. E ogni libro rimane lo stesso libro. Cambia il colore della pelle o quello degli occhi, cambia la forma ma la sostanza del risultato ha sempre lo stesso orrifico sapore.
    *
    Mi spiego meglio: la loro letteratura contemporanea è una letteratura di denuncia. La letteratura di denuncia serve a svegliare le coscienze. A notificare il delitto, renderlo evidente. Cioè svela, denuda. Ma non è Letteratura.
    Roberto Saviano è un grande scrittore di denuncia, ma non scrive Letteratura.
    La loro letteratura contemporanea è in una fase metabolica ed esplorativa; non ha ancora raggiunto quell’astrazione potente che gli “occhi diversi e diverse e più ricche capacità espressive” – come direbbe un mio amico scrittore -, uno Scrittore ha. O c’è la Parola, o non c’è. Torno a spiegarmi: Anna Maria Ortese – per esempio -, per raccontare la sconcezza della povertà o meglio, ciò che ne deriva, non si è messa a fare letteratura socio-politica: ha raccontato la favola de “Il Monaciello di Napoli”. E’ una novella che va dritta al cuore, non ti accorgi nemmeno di avere capito; alla fine, quando ti rendi conto di che cosa ha raccontato torni a rileggere l’inizio perchè ti viene il dubbio di avere capito più di quello che vuole essere, e poi torni alla fine perchè ”no, aspetta, non può essere vero, ah ma allora la nonna”… La povertà è pesante ma la sua favola è leggera, così leggera che s’insinua nel cuore senza fatica. E solo una volta che è dentro ha la pesantezza di un macigno. Di fare questo lo sa fare solo uno Scrittore: dire col silenzio. Cioè lo Scrittore ri-vela, torna a velare. Perchè anche i cuori più deboli e sensibili abbiano la loro occasione di capire. Lo Scrittore è pietoso.
    Tutti gli altri sono scrittori e giornalisti, o scrittori di reportage e di denuncia. Se superano i confini nazionali in ambito letterario, lo devono al fatto di incontrare un momento politico-storico favorevole. Escludo i naturalizzati di seconda generazione come Hosseini che in realtà è statunitense e ha dovuto misurarsi con un mercato che conosce bene, ma quella non è pura letteratura afghana. E questo non significa che lo ritenga uno Scrittore.
    Ed è per questo motivo che preferisco i moduli espressivi e la letteratura di altre civiltà contemporanee. Perchè a me interessa la Letteratura. Non è una questione di snobismo, piuttosto forse di cuore debole. Credo di essermi spiegata. Forse. Solo il tempo può dirlo … a ripensarci, se faccio uno studio tematico leggo di tutto, anche le opere minori, ma è perchè voglio capire per quali vie è spuntato il capolavoro.

    In ogni caso, visto che ho rimosso molto, vedrò se in futuro mi torna in mente qualcosa. Altrimenti, perdonami, ma restiamo così.
    Grazie di tutto🙂
    *
    Ti lascio una lista di autori egiziani, ma anche greci, italiani e francesi, che hanno scritto poesia e non solo, e spesso lo hanno fatto in più lingue. Che sono tutti degli autoctoni egiziani, o naturalizzati dalla nascita. Provengono da un’antologica pubblicata a Il Cairo nel 1955 e che il fondo italiano nazionale non ha: “Poètes en Egypte, Anthologie présentée par Jean Moscatelli”; Le Caire, Les Editions de l’Atelier). É una miscellanea dei migliori del periodo.
    Per capire il retaggio culturale di Alessandria d’Egitto, basti pensare che è facilissimo incontrare semi analfabeti che parlano quattro o cinque lingue. Inoltre non è ritenuta cosa eccezionale avere più lingue madri.

    Abdel Moneim Khedry – Abou Khater Fouad – Antoun Edouard – Arcache Jeanne – Ascar-Nahas Joseph – Assem Ismet – Axelos Celine – Blum Robert – Caridakis Savas – Cavadia Marie – Chafik Dorya – Chedid Andrée – Cossery Albert – Fares Bishr – Fazil Prince Haidar – Fiechter J. R. – Fleri Louis – Gargour Edouard – Guirguiss Renée – Hanein Joseph – Henein Georges – Jabès Edmond – Khairy Mohamed – Kher Amy – Leprette Fernand – Mansour Joyce – Marotti Victor – Moscatelli Jean – Mosseri Emile – Mostrane Francois – Nizza – Nevyne Colette – Parme Raoul – Pharaone Joseph – Passim Ahmed – Ratib Ibrahim – Saint-Point (Valentine de) – Schemeil Marius – Schenouda Horus – Scouffi Alec – Soriano Raphael – Sinadino Agostino – Tabet Charles I – Taha-Hussein Claude Moenis – Tasso René – Thuile Henri – Trouvère Eloy – Vaucher-Zananiri Nelly – Vincendon Mireille – Wilkinson Raoul – Yeghen Foulad – Yergath Arsene – Zananiri Gaston – Zogheb Comte Michel – Zulfikar Mohamed.

    E poi, ancora, se vuoi capire da che cosa proviene l’oggi:
    Marinetti: Il fascino dell’Egitto
    Pietro Stoppani: Dal Nilo al Giordano
    Aa.Vv.: Egitto antico e moderno; I.S.P.I. Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. E’ un testo degli anni Quaranta.
    Ma sono solo esempi……
    Il nostro fondo nazionale dovrebbe averli tutti: non ho controllato. Con pochi euro è possibile farseli spedire se ne esistono almeno due copie in territorio italiano – credo -, alla biblioteca che fa capo alla propria zona.

    In verità esiste tutta una letteratura che ha avuto una lunga tradizione di viaggi in loco, e non solo italiana; e non solo in Egitto. E la lettura è anche ricerca ed estrapolazione personale.
    ***
    Il turismo uccide. Uccide il turista e l’ospitante.
    Riuscire a entrare fisicamente in Egitto senza i propri orpelli culturali, provoca uno sbandamento dimensionale. All’arrivo senti come il brontolìo di un tuono, basso. Come il lento, prolungato ansimare di un immenso polmone che espiri: spesso mi sono chiesta che cosa fosse.
    Oggi credo fosse il respiro della Terra perchè sono convinta che lì ci sia la sua bocca.
    Se lo senti, allora sei libero dallo spiritello maligno del turista.
    Però ti sei ammalato di “mal d’Africa”, che non è un’invenzione letteraria e nemmeno lo spleen d’avventura in un pomeriggio di pioggia a Milano. É il bisogno di risentire quell’alito materno, quello originale, che non è il respiro dell’Islam.
    In India, invece, alla Mamma batte il cuore. In America… In Australia… a volte mi mancanole parole…

    Fine.
    Antonella Beccari

    Nota: il testo di questo commento è stato spedito a più indirizzi postali elettronici prima di essere mandato qui. Fanno fede data e ora.
    Sarebbe consigliabile, nel caso di una estrapolazione parziale o integrale per altro uso che non sia quello della lettura in questo contesto, riferirne le origini in un link.
    Anche perchè mi riservo il diritto di modificare il testo, parzialmente o integralmente, qualora si dovesse verificare un evento straordinario che sappia invitarmi a superare l’istante che mi ha convinto a scrivere del mal d’Africa.

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  12. Carissima Antonella, avrai pensato male di me, che non intervenivo nemmeno per ringraziarti del tuo lunghissimo scritto, ma fino a due minuti fa non funzionava internet. E, quando hai certe abitudini, ti senti fuori dal mondo! Ora improvvisamente sono riuscita a collegarmi, quindi ti ringrazio e ti dico che tu sei un vulcano… un fiume in piena che riesce e scrivere l’inverosimile in poco tempo. Io non riuscirei mai nemmeno a trovare il tempo per scrivere così a lungo. Nel tuo scritto ci sono informazioni che mi saranno utilissime e riflessioni, divagazioni, per cui… in questo mare magnum faccio fatica ad orientarmi.
    Mi permetto di chiederti di autorizzare Luiginter a fornirmi la tua mail,che mi invierà al mio indirizzo personale. Grazie ancora.

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  13. Pensa che io volevo dirti quanto eri fortunata a essere lontano da casa senza computer, invece!! Bella la vacanza di due giorni??

    Sai dove rivolgersi per ottenere un posto di custode su qualche isola italiana, magari a Vulcano? ho credenziali come bambina sperduta ahahahahahah (Peter Pan, ricordi?)

    Sì lo so, gli spunti e i temi toccati sono troppi e in breve spazio, ma, appunto, questioni di tempo, mi impediscono di approfondire. Ciao

    @ Luig-inter
    ciao Luigi, passi la mia mail, per favore, a Xochitl2? Così, finalmente, avrò modo di sapere perchè xochitl e non nahuatl.
    ciao e a presto

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  14. finalmente ho letto anch’io … perche pur riservandomi di farlo a suo tempo… il tempo e’ poi passato e mentre accadevano i vostri commenti io facevo accadere altre cose da altre parti, (succede spesso cosi’, ma poi la vita torna indietro e ci prende ancora per mano…)

    avrei voglia di intervenire per dire sono d’accordo, quando lo sono
    o per dire come la penso io su molto o su tutto, il mio punto di vista…
    l’Egitto, la lingua araba, il variegato mondo arabo,
    l’Islam e l’Europa, Israele o la politica globale, magari anche la Letteratura….
    le donne amiche mie nel mondo, donne di molti paesi, donne come me.
    o per dire qualcosa magari solo a proposito dei Blog?!

    o infine solo per sorridere su Wiki, io che mi guardo allo specchio con un po’ di “leggero senso di colpa” Antonella, perche’ ho bisogno di fermarmi per fare piu’ cose! o forse mi serve ri-decidere le mie priorita’ (perche’ ne faccio gia’ molte di cose… )
    ma ci arrivero’ anch’io li’ prima o poi… li’ e altrove!!

    comunque grazie per ora.
    E non dico di piu’: e’ stato “bello e interessante” leggervi.
    curiosamente e inaspettatamente bello e interessante vedere come le vite delle persone si intreccino sulle pagine di un Blog, (anche retroattivamente) grazie ad Antonella e a voi Luigi e Xochitl2.
    grazie

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  15. @ Vera vera… vera? Vera!

    Ci sono dimensioni in cui non c’è fretta
    “…un triangolo di prato, il sole, l’erba…”
    Vivo Il Ritorno Delle Gru.

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  16. @Xochitl2 e Antonella B.: fatto mandato a X. la mail di B.

    abbracci
    e perdonate la mia assenza dla blog ma son giorni un po’ complicati che mi tengono lontano

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  17. Be happy, Luigi. Lo avevi già fatto, e parecchio tempo fa😉
    Nessuna omissione da parte tua.
    C’è posta per te, nel frattempo. Vorrei essere smentita, semmai.
    Ciao

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  18. Sono un taxista di Torino. Facevo il fotografo, e adesso ho una serie di scatti fotografici che ho raccolto in una bozza di libro… Cerco sponsor… Cià nè

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