Ernest Hemingway, cinquanta anni fa

Ernest Hemingway descrisse il coraggio come “grace under pressure” e quando, il 2 luglio del 1961 – 50 anni fa esatti – si sparò una fucilata in bocca, in molti si chiesero come avesse potuto un uomo così, affascinato dal coraggio e dalla forza, arrivare al suicidio.

Milano, American Red Cross Hospital, Hemingway in convalescenza dopo la ferita rimediata a Fossalta di Piave l'8 luglio del 1918
Milano, American Red Cross Hospital, Hemingway in convalescenza dopo la ferita rimediata a Fossalta di Piave l'8 luglio del 1918

Le informazioni che abbiamo avuto poi sulla sua vita – la depressione, l’eccesso di alcol, l’insonnia, la difficoltà a scrivere in quei primi mesi degli anni Sessanta – resero meno inspiegabile il gesto (e del resto, chi può pretendere di spiegare il suicidio di un altro?).
Hemingway pubblicò sei romanzi, sei raccolte di racconti (considerati tra i migliori racconti mai scritti in lingua inglese), due libri di memorie.

Npr oggi lo ricorda riportando alcune righe di uno di questi racconti.
“Indian Camp” è uno dei cosiddetti racconti di Nick Adams. Nick è un ragazzino e accompagna suo padre, un medico, in un accampamento indiano nel Michigan. ll padre aiuta una donna a partorire e scopre che il padre del bambino si è nel frattempo tagliato la gola. Sulla via del ritorno, su una barca attraverso il lago, Nick, che ha per la prima volta incontrato la morte, questa notte, chiede al padre:

“Why did he kill himself, Daddy?”

“I don’t know Nick. He couldn’t stand things, I guess.”

“Is dying hard, Daddy?”

“No, I think it is pretty easy, Nick. It all depends.” …

They were seated in the boat. The sun was coming up over the hills. Nick trailed his hand in the water. It felt warm in the sharp chill of the morning. In the early morning on the lake sitting in the stern of the boat with his father rowing, he felt quite sure that he would never die.

Indian Camp fa parte dei cosiddetti primi Quarantanove racconti, è lungo meno di 1500 parole e venne scritto quando Hemingway aveva 23 anni.

Chiudo questo ricordo del grandissimo Ernest Hemingway con un altro racconto dei primi Quarantanove. E’ “A clean well-lighted place”, un racconto perfetto, che ancora mi fa venire le lacrime agli occhi. Un racconto che da ragazzo ho amato immensamente e mi ha davvero aiutato a capire la forza e il valore della lettura.
Anche di “A clean well-lighted place” riporto un dialogo. Il protagonista è un uomo vecchio, seduto a un café, di notte. Due camerieri in attesa di chiudere il locale, osservano il vecchio:

“Last week he tried to commit suicide,” one waiter said.
“Why?”
“He was in despair.”
“What about?”
“Nothing.”
“How do you know it was nothing?”
“He has plenty of money.”

Di Ernest Hemingway avevamo parlarecentemente, in occasione di una mostra fotografica a Venezia, “Il Veneto di Hemingway“, proprio in occasione dei 50 anni dalla morte.

10 pensieri riguardo “Ernest Hemingway, cinquanta anni fa”

  1. Hemingway fu grandissimo e innovativo per lo stile di scrittura.
    Davanti al suo stile di scrittura mi genufletto e sono pronta a camminar ginocchioni sui ceci.

    Su Hemingway scrittore sottoscrivo in toto tutto ciò che di lui ha scritto Kundera in — mi pare, non ho voglia di controllare adesso — “I testamenti traditi”.

    Su Hemingway come uomo, persona, essere umano… beh. Avrei delle riserve.

    In ogni caso, non è una novità che spesso tutti quelli che tengono a mostrarsi “machissimi” e magari corrono tutti vispi ed arzilli davanti ad un toro infuriato non esitano poi a scippare lo scoop giornalistico alla compagna con cui stanno facendo il reportage (cfr. il rapporto tra Hemingway e Martha Gellhorn, che se ne scoprono delle belle) e se la fanno poi sotto se solo si trovano a dover sturare un lavandino.

    Bisogna intendersi, sulla definizione di “coraggio”.

    Hemingway, poi, sembra che avesse una particolare propensione a “crearsi degli incidenti” (non mi ricordo dove ho letto la cosa, forse in qualche pagina della Nanda?) del tipo che se cercava di attaccare un quadro dava una martellata alle dita invece che al chiodo… che com’è come non è in casa gliene succedevano di tutti i colori etc. etc. etc.

    Insomma, parafrasando il nostro Don Abbondio… andiamoci piano, a parlar di coraggio 🙂

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  2. be’ Gabriella, infatti io mi sono limitato a ricordare come H. *definisse il coraggio*, non mi interessava molto decidere se lui fosse coraggioso o no. Interessa la dialettica fra il suo personaggio machista e il disagio interiore che lo ha portato al suicidio.

    Ma soprattutto mi interessa H. scrittore. Il fatto che nei suoi racconti impareggiabili ci fosse dentro l’umanitá al completo, la condizione umana, alla sua essenza. E che lui la ‘vedesse’, questa condizione, nei suoi personaggi.

    un abbraccio

    ciao ciao

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  3. Ma certo. Infatti il mio commento non si riferiva a quello che avevi scritto tu, ma… partiva da lì per … magari…proseguire sul tema.
    E invece, a quanto pare, ancora una volta ho perso un’eccellente occasione per stare zitta
    Quand’è che imparerò dio bono?

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  4. ma no Gabriella, figurati, hai fatto benissimo. È come se tu avessi aperto una nuova strada d’argomenti. Validissima ovviamente. Io volevo solo sottolineare come, in fondo, la vita di H. fosse solo interessante se intrecciata alla complessità del suo scrivere, sicuramente più ricco e meno teatrale della parte ‘pubblicizzata’ della sua vita.
    E poi sai che apprezzo moltissimo il tuo modo di avvicinare gli scrittori. E, inoltre, e soprattutto, solo punti di vista differenti possono approssimare ragionevolmente una figura come H.
    Per questo siano benedetti i tuoi interventi🙂

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  5. Per essere un grande scrittore credo sia molto importante conoscere le ombre che si agitano dentro noi stessi. E.H. indubbiamente conosceva le proprie (e tante) ombre. Probabilmente quelle che, nel riconoscimento di incapacità di dominarle, lo hanno portato anche al suicidio.
    Forse lo stesso motivo (anche se per ombre diverse: ognuno ha le sue) che ha portato allo stesso gesto anche (recentemente) Foster Wallace.

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  6. Io mi sono innamorato da ragazzo dei ‘Quarantanove racconti’. I romanzi mi piacciono meno, li trovo un po’ diluiti, un po’ retorici. Comunque ‘Addio alle armi’ e ‘Fiesta’ son quelli che più ho apprezzato.
    I racconti: ogni tanto prendo il volume e me ne rileggo uno e ancora mi sorprendono. In particolare, quelli più enigmatici come ‘Colline come elefanti bianchi’. D questo racconto, tra l’altro, ci ha dato una bellisima lettura, proprio a proposito dell’enigmaticità, Milan Kundera, in ‘Sipario’ se non ricordo male.

    ciao a tutti

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  7. è tanto tempo che non rileggo Hemingway, ma non c’è dubbio che tutto ciò che significa scrivere e leggere in maniera adulta lo devo proprio a lui. la definizione di coraggio che riporti non la ricordavo, ma è meravigliosa. ed è verissima. come quasi tutto quello che scriveva, anche se erano magari bugie…

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