Sandro Ferri, “I ferri dell’editore”: produrre i libri dagli anni ’70 agli e-book

Questo piccolo libro di Sandro Ferri, I ferri dell’editore, ha due meriti.

Il primo riguarda le cose che ci dice, ci spiega e racconta.

Il secondo riguarda la decisione di Ferri (fondatore con la moglie Sandra Ozzola della gloriosa E/O e recentemente della Europa Editions) di distribuirlo come e-book (formato e.pub) al prezzo simbolico di 79 centesimi e senza Drm (il che ovviamente non significa che non ci sia diritto d’autore, semplicemente si è scelto di non introdurre barriere tecnologiche all’uso del “libro”).

Un libro breve, quasi un pamphlet, che intreccia osservazioni, storie, idee e esperienze personali di un “piccolo-grande” editore italiano con l’evoluzione dell’editoria oggi, in un momento cruciale di trasformazione del mercato, della lettura, della produzione culturale.

Ferri non vuole piacere a tutti i costi e non cerca di essere rassicurante.

Per esempio, la rivoluzione degli ebook e la presunta “libertà” del lettore di leggere finalmente quello che vuole, rischia, secondo Ferri, di diventare un incubo.

Di fronte a un’offerta potenzialmente infinita di libri autoprodotti il lettore si perderà, e trionferà la mediocrità. Uno scenario da incubo.

Solo una minoranza di autori riesce a creare un’opera che in qualche modo soddisfi anche solo una minoranza di lettori. L’editore sa che la letteratura non è il terreno della democrazia, se non in un’accezione meritocratica: è giusto che tutti abbiano l’opportunità di creare.

E’ questo il motivo per cui l’utopia dell’e-book che cancella gli ostacoli, il sogno della società senza editori, non potranno avverarsi se non nella forma dell’incubo della moltiplicazione della mediocrità, della confusione, della rinuncia a leggere.

Ma non è detto che debba finire così, ovviamente.

Ferri sostiene infatti che l’ecosistema della produzione di libri e della lettura si difende, con forza e forse con una buona probabilità di vittoria.
Una buona produzione di libri non può fare a meno di una mediazione intelligente: di editori, editor e librai, soprattutto, ma anche di critici onesti e preparati; capaci, tutti, in modo diverso, di senso critico e di scegliere, selezionare fra l’offerta potenzialmente immensa di scritti, e il lettore, al quale dovrebbe essere proposta  una selezione, sempre più accurata e severa, di libri.
Ma anche il lettore “media” fra la produzione e gli altri lettori.

Secondo Ferri, fra le diverse “letture” dei soggetti dell’ecosistema, sono proprie le letture dei librai e del lettore comune le più convincenti, quelle “più capaci di trasformarsi in una spinta decisiva per il successo del libro”.

– Il libraio: non certo il libraio indipendente dice Ferri, che è troppo debole e isolato; ma “le potenti catene librarie che hanno decine di negozi nel paese, ingenti risorse economiche e di marketing, spazi di vendita centrali e accoglienti, centinaia o migliaia di dipendenti che lavorano alla promozione e alla vendita dei libri. Quando uno di questi eserciti appoggia un libro i risultati  i vedono.”
– Il lettore: diventa forza di spinta di un libro quando si unisce ai suoi simili nella catena di lettori nota come ‘passaparola’.

I ferri dell’editore è anche un interessante racconto dell’esperienza diretta di Ferri e di Sandra Ossola con la loro impresa editoriale, specializzata, nei primi anni (durante i quali la sede dell’editore era il loro stesso appartamento), nella scoperta di scrittori e idee dei paesi dell’Europa comunista che a casa loro erano in difficoltà culturale e politica e in occidente venivano ignorati, perché veniva ignorata la vivacità culturale di una parte della società civile, vivacità nascosta dalla cappa di conformismo ufficiale, dalla sonnolenza burocratica e dallo stato di polizia.

Grazie a E/O abbiamo letto Milan Kundera, che ha anche diretto la collana praghese, e poi Bohumil Hrabal, Christa Wolf, Kazimierz Brandys, Christoph Hein, solo per citarne alcuni. Ma anche Thomas Pynchon è stato di fatto portato in Italia da E/O. E poi, come dimenticare Jean Claude Izzo (amato da molti lettori del blog), e moltissimi altri autori conosciuti e letti grazie a E/O (giuliaduepuntozero ci propone spesso autori pubblicati da questo editore).

Nel libro c’è molto altro che merita la lettura (si legge tutto in una sera) anche per i risvolti più interni al lavoro di editore. Per esempio sul ruolo degli editor, o su come vengono trattati i manoscritti di aspiranti scrittori (alla E/O vogliono una sinossi di una paginetta e le prime trenta pagine del romanzo che si propone).

Insomma ve lo consiglio!

[youtube:www.youtube.com/watch?v=rHLrM9ZoB64]

3 pensieri riguardo “Sandro Ferri, “I ferri dell’editore”: produrre i libri dagli anni ’70 agli e-book”

  1. Ciao luiginter,
    grazie della segnalazione, avevo in mente di prenderlo, lo farò sicuramente.
    Ammiro molto Ferri e il lavoro che porta avanti con e/o, decisamente una delle mie case editrici preferite, per l’alta qualità dei libri che pubblica, compresi alcuni che sono i miei autori preferiti, primo fra tutti Izzo.
    Ciao
    *giuliaduepuntozero

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  2. Ebbene sì, è nato un autore!
    L’unico modo che si poteva permettere per diventarlo era quello di scrivere un libro in cui non sarebbe mai stato considerato tale. Un libro che lo avrebbe furbescamente tenuto al riparo da qualsivoglia implicazione o intrusione o infiltrazione o sconfinamento nel mondo degli autori.
    In realtà non aveva bisogno di diventare autore, lo è sempre stato…
    Affetto da una incontenibile bibliobulimia, probabilmente sin dalla nascita, è cresciuto rimandando il momento in cui la sua triadica identità (lettore-autore-editore) doveva disambiguarsi, per fare spazio alla pulsione vera, quella irrefrenabile di scrivere.
    Per anni mimetizzato nei panni del lettore libero e disinteressato, avvertiva i morsi della fame scrittoria ma li sopiva nella compulsione a leggere di tutto. Questa propensione lettovora lasciava comunque intatta una smania di completamento e di interezza che nella lettura non trovava spazio, anzi che la lettura alimentava attivando una competizione sotterranea quanto furiosa. C’era in questo leggere critico e intrusivo un dilaniante bisogno: scrivere, impossessarsi dello strumento, far piazza pulita di uno stato di dipendenza che inebriava ma lasciava l’amaro in bocca: si può essere, leggendo, talmente creativi da superare chi scrive sostituendosi a lui fino a detronizzarlo?, Si può ridurre lo scrittore ad un semplice “presta canovacci”, ad un imbastitore di trame più o meno geniali ma sempre e comunque create ad uso e consumo di chi dovrà dare loro vita , una vita che solo la animazione solitaria, autistica e un po’ delirante del lettore può produrre?
    Mi viene in mente in questo momento, ma non capisco bene dov’è il nesso, quel gioco-lavoro a cui ci sottoponevano da molto piccoli genitori e maestre quando ci presentavano quegli album predisegnati, pieni di figure grigie con qualche tratto nero all’interno che ci toccava colorare aprendo quegli astucci pieni di colori-base e poi di colori pastello con tutte le tonalità.
    E’ questo quello che il nostro ‘nuovo’ autore si era stancato di fare? Tratteggiare con i suoi moti dello spirito le figure che altri avevano abbozzato perché lui desse loro vita e colori?, comporre e definire i profili ad immagini che non aveva creato ma di cui ora doveva precisare i contorni e definire il destino? S’era stancato di continuare ad essere quel bravo bambino,con tanti pastelli in mano ma nessun senso di proprietà del disegno né dell’idea che l’aveva ispirato?
    Questo finiva per lasciargli addosso la lettura, un paradosso: la liberta di dover portare a compimento ciò che altri avevano predisposto.
    C’era tuttavia un passaggio possibile: cavalcare il terzo corno della triade identitaria e privilegiarne il ruolo: nascondere la pulsione scrittoria divenendo il vero scrittore di tutto quello che leggeva, decidendo con quali letture alimentare se stesso ma, soprattutto , cosa nuova ed eccitante, gli altri. E, nello scegliere, esercitare un potere di veto assoluto sul destino di chi scrive; ridando a chi legge un potere che, fuori da questa condizione, non si potrebbe mai acquisire, che è quello della leggibilità di un testo. Esercitare l’arbitrio inebriante di bloccare il destino di una storia, di una costruzione immaginifica, rifacendola ingoiare a chi l’aveva prodotta, ricacciandola nelle circonvoluzioni cerebrali da cui era stata partorita.
    Far diventare quindi il leggere quasi un “co-scrivere” l’opera, avallandone prima che la qualità, l’esistenza stessa. Così di quella lettura-scrittura, prima famelica ma anche divorante nella sua insaziabilità, il nostro cominciava a nutrirsi, e a edificare l’immagine di un “co-scrittore” affabile ed acuto, animato da nobili principi morali e saldi valori culturali, depositario di una alta funzione sociale.
    “Co-scrivere” un’opera per sanare un’antica e irrefrenabile insoddisfazione e trasformare la frustrazione di non potersi sentire autore nella gratificazione di edire.
    Con il suo pamphlet sui ferri dell’editore, il nostro, dopo trent’anni e passa accetta finalmente di affiancare alle opere co-scritte con gli autori e co-lette con i suoi collaboratori, un’opera co-edita, nella quale cioè la sua natura triadica si ricompone: l’editore, già lettore si fa scrittore: posso scrivere liberamente perché nessuno mai mi leggerà come autore; l’argomento di cui mi occuperò mi inchioda ed eternizza la mia attività professionale esaltandola ma mai cercando di sconfinare da essa. Potrò finalmente incontrare quel pubblico che mi conosce benissimo ma a cui non potevo arrivare direttamente. Potrò, ribadendo fino all’ossessione la mia unica, esclusiva ed ineludibile natura di editore, liberare la mia penna e prima ancora la mano che per trent’anni si è sovrapposta a quella dei miei autori, per andare libera in quelle zone segrete dei pensieri di scrittore puro.
    Mimetizzato dentro le problematiche dei ferri del mestiere, fiero della mia mistificazione e della condizione clandestina che mi protegge, posso così nascondere, dietro le compite analisi sul mio lavoro e le sue insidie, il mio impulso segreto a piazzare il mio libro dentro una collana, ma non certo per abiurare al mio destino di editore quanto per appagare quell’antico e inconfessabile desiderio, un desiderio da consumare fino all’estremo invalicabile limite del suo svelamento.

    Elio Nicolosi

    Novembre 2011

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