Il “mio” Festivaletteratura Mantova 2011- parte nona: il vocabolario europeo

Ed ecco una nuova  puntata del reportage di X. da Mantova 2011

Vocabolario europeo è una delle iniziative interessanti del Festivaletteratura di Mantova, che anche quest’anno ha chiesto agli autori di regalare una parola della propria lingua, di suggerirne al pubblico significato, sfumature, suggestioni da inserire in un ideale vocabolario condiviso.

Il progetto è iniziato nel 2008, prendeva  spunto dal fatto che l’Unesco aveva  dichiarato il 2008 “Anno internazionale delle lingue madre e rientra, come spiega il linguista Giuseppe Antonelli, che registra  e commenta le voci degli autori, in un “discorso generale di difesa della glottodiversità”.

L’Unesco ha stimato in settemila il numero degli idiomi attualmente esistenti, avvertendo che, nel giro di qualche generazione, molti potrebbero andare perduti, e ricordando che già oggi il 97 per cento della popolazione mondiale parla un numero di lingue che rappresenta a malapena il 4 per cento dell’intero patrimonio linguistico del pianeta.

Sintonizzati su questo allarme, gli organizzatori del festival di Mantova hanno immaginato la costruzione di un ideale vocabolario europeo, chiedendo a ognuno degli scrittori che  sarebbero intervenuti al festivaletteratura di prelevare dal loro lessico famigliare una parola alla quale sono specialmente affezionati  e poi di argomentarne la scelta in una serie di incontri con Giuseppe Antonelli, i cui studi più noti si sono concentrati sui rapporti contratti dall’italiano dei nostri giovani narratori con il parlato e, soprattutto, con i gerghi multimediali.

Dieci scrittori  anche questo anno, hanno raccontato il cuore messo a nudo di una singola parola, il suo genoma, la sua identità e le emozioni che essa suscita. Un piccolo vocabolario di parole vaghe o specifiche, per realizzare una sorta di piccolo dizionario europeo, nel quale la letteratura è uno specchio, in cui  si può indagare la realtà oltre la superficie apparente. 

Ridare, dunque, la parola agli scrittori, cercare l’unità nelle differenze. L’iniziativa di Mantova coinvolge anche altri aspetti. «È un modo di reagire alla marginalizzazione della letteratura nella società attuale — precisa  Antonelli — e per combattere quella che io chiamo “smarginalizzazione semantica”, cioè la degenerazione semantica di alcune parole importanti.

Sempre e comunque risulta esaltata quella straordinaria varietà – “quella unità nella diversità”- che rappresenta una fondamentale risorsa culturale per l’Europa, al di là dei suoi confini politici.

Un incontro al giorno, due parole (e due autori) per ogni  incontro.

Le parole di quest’anno sono: state “deus ex machina” (in greco), asteptare/attesa (romeno), bild/immagine (tedesco), estupor/stupore (spagnolo), gedogen/tollerare (nedeerlandese), poème/poesia (francese), serendipity/scoperta inattesa (inglese), tbra/malinconia (bulgaro),  valvilja /benevolenza (svedese), vigilia (italiano).

Scelgo tra queste parole, anche per approfondire la conoscenza di Bjorn Larsson, la parola benevolenza

Benevolenza è una delle parole più generose e solidali della lingua svedese. Nella benevolenza, il desiderare il bene delle altre persone, è insita un’intera etica che dovrebbe essere alla base della convivenza umana; significa assolvere invece di condannare, essere comprensivi invece di emettere sentenze, aiutare invece di osteggiare.

Benevolenza non è però lisciare il pelo agli altri, essere acquiescienti o assistere in silenzio a reati o soprusi.

L’aspetto più positivo della benevolenza è che può essere anche critica e incalzante, a condizione che miri al bene dell’altro, nonostante tutto, e in certi casi addirittura contro la sua stessa volontà.

La benevolenza non consiste nel porgere l’altra guancia o amare il proprio nemico, ma significa desiderare che il proprio nemico possa essere amico.

Purtroppo la benevolenza, esattamente come i suoi parenti più prossimi, “bontà” e ” gentilezza”, è caduta in discredito, finendo per essere associata all’ingenuità e alla stupidità.

“Il brutto della nostra società odierna – ha scritto Albert Cohen – è che non basta più essere gentili”

Un motivo in più per ricordare che la benevolenza richiede coraggio, empatia e coscienza civile e che, purtroppo, in questo mondo è una merce rara.

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