La fotografia del cadavere di Ahmed Farhan – di Andrea Bruce

Il corpo di Ahmed Farhan, foto di Andrea Bruce, The New York Times
Il corpo di Ahmed Farhan, 15 marzo 2011, Bahrain, foto di Andrea Bruce, The New York Times

La tv è il media del mondo in diretta. La fotografia – insieme, ovviamente, alla parola scritta – è ancora il media del racconto, della narrazione. (Digressione: internet è quasi tutto narrazione dunque; anche Twitter offre il meglio di sé quando narra, non quando scimmiotta la tv delle “dirette”, almeno mi pare così).
Ma la fotografia è anche e soprattutto è il media della riflessione, indotta forse dall‘istante dilatato, infinito, che sta dentro ogni grande fotografia (ma anche in molte piccole fotografie) e che ci invita a ragionare, a considerare l’incertezza, l’ambivalenza, a formulare e ri-formulare le domande, a non accontentarsi mai di una spiegazione superficiale, di una storia troppo lineare, di un racconto pieno di certezze.

Il New York Times ha chiesto quest’anno allo scrittore Colum MacCann, l’autore di Let The Great World Spin (Questo bacio vada al mondo intero, Rizzoli) di commentare la serie di “foto dell’anno” selezionate dalla redazione.

Fra tutte le foto indicate dal Nyt e da tutte le decine di testate in tutto il mondo, ho scelto questa di Andrea Bruce, scattata proprio per il giornale di New York.

Ritrae il cadavere di Ahmed Farhan (30 anni), mentre viene lavato prima della sepoltura. L’uomo venne ucciso il 15 marzo 2011 a Sitra nel Bahrain dalle Forze di sicurezza. Mi è sembrata così intensa e ricca di spunti di riflessione, sulla Primavera araba, sulle rivolte riuscite e quelle represse brutalmente, su quel che l’occidente ha fatto e non ha fatto per favorire, aiutare e capire questo grande movimento di democrazia. Ma come tutte le grandi fotografie è anche uno spunto di riflessione sulla nostra condizione davanti agli altri, sui dilemmi che ci guardano.

Andrea Bruce è anche autrice di questo recente reportage sul ritiro delle truppe americane dall’Iraq.

15 pensieri riguardo “La fotografia del cadavere di Ahmed Farhan – di Andrea Bruce”

  1. la foto è molto struggente. Leggendo questo articolo, da fotografo e da scrittore di fotografie, mi viene in mente di dire che il dibattito sull’opportunismo della pubblicazione, pescivendolo dal diritto di cronaca (che è altra cosa) non sarà mai chiuso, né tantomeno considerato in qualche modo aperto. Rimarrà sempre questa sospensione. Andrew è un bravo fotografo, il suo lavoro molto intenso e ricco di pathos; lui ha fatto ciò che doveva: fotografare. Le scelte sulla pubblicazione spettano ad altri. Nella sequela di foto sul sito dell’onorevole New York Times, ci sono almeno una lunga sequenza di rivoltosi, morti ammazzati, deportati, bimbi affamati, maremoti, terremoti e senzatetto. Purtroppo si cerca sempre la foto ad effetto. Scherzando con i miei colleghi fotografi, nel nostro girovagare tra festival fotografici e mostre, si fa sempre la solita battuta: “vince la foto che è triste. E scura”. Pare, purtroppo, che detta profezia si avveri sempre più spesso; magari nel marasma generale dell crisi globale, sia economica che civile, un segno di leggerezza, o, meglio ancora, di incoraggiamento non avrebbe fatto male.

    Un caro saluto
    AI

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  2. Naturalmente, Alberto, la questione che poni tu è, come ci ricordi, da anni al centro del dibattito sul fotogiornalismo, il fotoreportage, la fotografia di documentazione, la fotografia in generale.

    Non sto a discutere sull’opportunità di scegliere un tema o un altro. Certo ignorare la Primavera araba e il risvolto violento della repressione che in tanti stanno ancora pagando, anche con la vita; oppure ignorare i vari movimenti di “Occupy” o la Londra dei riots di agosto o le decine di convulsioni del pianeta e degli uomini che lo abitano, ignorare tutto ciò, per chi si occupa di raccontare con le parole e le immagini mi sembra davvero difficile.

    Detto questo, è anche vero che fra le foto scelte dal Nyt ci sono immagini che trasmettono sensazioni di serenità, momenti di leggerezza, anche se quasi mai tralasciano il contesto, complesso e problematico.

    Tanto è vero che nell’introdurre la sezione delle foto chiamata “milestones”, Colum McCann scrive:

    A PHOTOGRAPH is sometimes a perfect testament to the notion that we can’t afford to lose our delight. While the news, and its makers, might dwell on what we’ve lost, we occasionally still witness the most remarkable music: marriages, journeys, longings, births and returns. Every now and then, the ground just won’t show its shadows.

    Insomma non credo sia una scelta deliberata per il sensazionalismo, per l’immagine ad effetto a tutti i costi. Mi sembra sia una scelta per le storie e per chi le sa raccontare. E sappiamo che le storie che ci interessano e che attirano di più i reporter di razza più sono quelle che interpretano gli aspetti più oscuri del mondo. Scuri, appunto, come dici tu.

    ciao ciao

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  3. Dimenticavo di precisare che son stato io a scegliere questa foto del cadavere di Ahmed Farhan fra quelle, e sono decine, selezionate dal Nyt. Mi sembrava indicativa di un processo davvero importante per il mondo, come il tentativo di democratizzare le società arabe.

    Quindi non è corretto definirla la foto dell’anno del Nyt. E’ una delle foto dell’anno.

    ancora ciao

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  4. Si certo Luigi avevo capito.

    Per tornare alla discussione sono perfettamente d’accordo nel non ignorare alcune cause, per carità, questa è anzi la ragione del fotogiornalismo mondiale, ma che lo sia a 360 gradi mi par eccessivo nonché, alla fine, può risultare anche noioso. Tanto che, con mio stupore, qualcosa si è mosso in questo senso proprio dall’Italia, dove sia con il premio Fnac che con portfolio Italia hanno dichiarato vincitori due portfolio dal taglio antropologico e di ricerca di costume, nonché anche abbia un aspetto di denuncia del manifestarsi della crisi economica in atto. Stranezza nella stranezza due portfolio pressoché identici!!!

    Ciao

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  5. Allora diciamo che è una questione di “genere”, i ragazzi del Nyt privilegiano sempre il fotoreportage tradizionale, legato alle convulsioni politiche, sociali o anche naturali…

    buon anno a tutti🙂

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  6. forse perché tante volte ci sentiamo in colpa reagiamo davanti ad una immagine triste in modo forte e ci sentiamo dentro la fotografia stessa come stesse trarre la nostra identità. se avesse posto una immaginge allegra non sarebbe rimasta impressa nella nostra mente come questa foto, proprio perché vogliamo sentirci coinvolti per farci perdonare qualcosa che non siamo in grado di controllare direttamente, ma spesso ci viene imposto da decisioni molto più grandi di noi, comuni mortali, noi che non abbiamo il potere di cambiare direttamente certe situazioni che producono tali ingiustizie.
    io spesso quando vedo una foto mi immedesimo immediatamente in essa!!!!!!!

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  7. @ Alberto Ianiro
    Mi trovo assolutamente d’accordo con quanto riferisci nel primo commento, quello iniziale.
    E ancora di più quando dici “… qualcosa si è mosso in questo senso proprio dall’Italia, dove sia con il premio Fnac che con portfolio Italia hanno dichiarato vincitori due portfolio dal taglio antropologico e di ricerca di costume…”.

    New York Times non vuol dire fotogiornalismo mondiale. Quando parlavo di doxa statunitense in altro ambito e mi riferivo alla letteratura, non avevo pensato di includere anche le altre forme d’arte; e vedo con piacere che ancora qualcuno pensa, crede, testimonia quella vera anarchia di lettura (in senso generale, non solo libresco) che prelude alla vera libertà di pensiero.

    Grazie Alberto.

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  8. Grazie anche a te Antonella, voglio aggiungere una cosa in proposito.
    Ho scelto di non fare il fotografo professionista nel senso letterale (ovvero che mi guadagno da vivere con altro, sapete che non esiste un’albo della professione del fotografo) proprio per sentirmi libero e non dover sottomettermi ai voleri delle committenze. Vi invito a leggere l’ultimo post di Sandro Iovine ( http://bit.ly/uoLIOV ), che ricalca un po’ certi stereotipi comportamentali riguardo come certe testate giornalistiche utilizzino, probabilmente con altri fini, i lavori dei fotografi.

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  9. Ringrazio Alberto per il rilancio, ma ci terrei a specificare che il senso del post va oltre la stereotipizzazione comportamentale di una qualsivoglia testata giornalistica. Il riferimento è semmai al concetto di coinvolgimento al potere delle masse, ossia a quel processo tanto caro ai miei docenti universitari che vuole l’utilizzo di un medium, o più di uno contemporanamente, per creare consenso intorno ad un determinato argomento scelto da chi detiene il potere. Il post in particolare si riferisce all’impiego delle immagini che vengono fatte assurgere al ruolo di icona, situazione all’interno della quale l’aspetto estetizzante, mediamente percepito come fondante, finisce per assumere valore strumentale nella finalizzazione dei livelli di lettura successivi al primo. Il ruolo delle testate giornalistiche quindi è a mio avviso solo un piccolo aspetto del problema che coinvolge un discorso ben più ampio, come giustamente sottointende l’ultimo intervento di Alberto.

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  10. Il medesimo concetto di “coinvolgimento al potere delle masse” di cui parla Sandro Iovine all’interno dell’ambito dell’immagine, fotografia, icona, è da applicare in ambito letterario dove si assiste a una totale mancanza di discriminazione sulla qualità della letteratura locale; nel nostro caso europea. Aggiungo anche, e soprattutto: dove si indirizzano le masse verso, e solo, determinati aspetti della vita; come per esempio sta succedendo nel “romanzo” odierno. (Basta scorrere i titoli in classifica, gli argomenti che “tirano”, e il grado di asservimento degli autori).

    In un mio commento fatto a uno degli ultimi posts, dal titolo “I dieci libri più belli del 2011, secondo il New York Times” avevo scritto:
    “… E’ solo la triste constatazione di quello a cui si presta una “fonte autorevole” invece di invertire la rotta. E questo riguarda la doxa statunitense e di lingua inglese, anzi dell’inglese internazionale, entro cui tutti si allineano e soffrono per una traduzione, pena la mancanza della propria “opera” in classifica. O del riconoscimento di un premio.
    Non si scrive più nella propria lingua e, quando lo si fa, si scrive in vista della traduzione, naturalmente in inglese internazionale. Se poi parliamo di romanzo, che non esiste più tranne in rari casi, si scrive in vista della traduzione cinematografica. Anzi, oggi il “romanzo” è una sceneggiatura e niente più.
    Tant’è che un grande romanzo non ha mai dato una grande versione cinematografica.

    Lingua di massa, alla maniera di Orwell che profetizzava che, quando la lingua si semplifica e perde di sfumatura, fa il gioco di una coscienza distopica, anzi, una non-coscienza oppressiva. …”

    A voler mettere i puntini sulle I, rileggendo ora quello che avevo scritto, ribadisco e puntualizzo: di una determinatissima, coscientissima non-coscienza oppressiva.
    Così coscientissima nella determinazione di voler mostrarsi nel suo ruolo di creatrice di consapevolezza che, a parlarne, sembra che invece noi si discuta e si controbatta a un qualcosa di aleatorio, sfuggente, fantastico, privo di vera consistenza; utopico, appunto. Anzi, distopico. Tanto da meritarci un sorriso ironico o un tacito appunto di esseri malauguranti.

    Sui mezzi di cui dispone questa doxa (e qui non si parla più di doxa statunitense o di altra doxa, ma di Doxa – chi vuol intendere, intenda) sembrerebbe evidente a tutti; eppure ancora c’è chi pensa che internet sia un’espressione di libertà quando, al contrario, e in un modo sempre più finemente subdolo, è il mezzo più potente che abbia mai avuto dall’inizio della storia dell’umanità – di cui abbiamo un ricordo – per piegare le masse e, addirittura, per piegarle in un modo di cui ne siano perfino contente.

    A voler essere appropriatamente sconclusionata, giusto per rendere giustizia agli “spettatori”, mi viene in mente che quel famoso 666 di cui si parla da secoli non sia una persona fisica, come si è sempre creduto, ma una scatoletta con rapporti elettrici in grado di diffondersi a ragnatela e raggiungere ovunque e chiunque. Come un virus: internet, e parenti affini.
    E non è che il mezzo. Figuriamoci il mandante.

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