Italo Calvino, Sono nato in America. Le interviste: il cantiere autobiografico

Un’occasione per non lasciare che Calvino sia reso innocuo per eccesso d’uso

Sono 101 le interviste contenute in questo irrinunciabile libro: Italo Calvino, Sono nato in America. Interviste 1951 – 1985 (Mondadori).

Italo CalvinoUna vera miniera di idee, sguardi, punti di vista, analisi, rappresentazioni, spiegazioni, ricordi, osservazioni. Dentro c’è Calvino scrittore, ovviamente, che parla del proprio lavoro; ma anche Calvino testimone del tempo che abita, sia sul versante culturale che su quello politico. E poi Calvino sulla scrittura e, soprattutto, la lettura.

Quasi settecento pagine che, già sfogliando e leggendo qua e là a caso, appaiono necessarie. Mario Barenghi nell’introduzione definisce questa raccolta,

Il più imponente corpus disponibile di autocommenti calviniani. L’effetto, inevitabilmente, è quello di un nuovo, grande cantiere autobiografico: un’autobiografia in progress, mobile e sfaccettata, costruita per successive espansioni, tra aggiornamenti e riprese, aggiustamenti e conferme, nel rinnovarsi continuo di tempi, rotte, prospettive: un’autopresentazione simile a un prisma rotante che prende forma davanti ai nostri occhi, senza mai consentire una visione completa e stabilizzata.

Gli interlocutori di questi incontri sono i più vari, anche con nomi assai noti, come Carlo Bo, Ferdinando Camon, Daniele Del Giudice, Maria Corti. Quella con quest’ultima, per Autografo uscì in ottobre del 1985, e venne redatta da Calvino rispondendo per iscritto a Maria Corti, a fine luglio del 1985, un mese e mezzo prima di essere colpito dall’ictus che lo avrebbe ucciso, il 19 settembre di quell’anno. (L’intervista a Maria Corti è stata già pubblicata nel volume dei Saggi. 1945 – 1985  – Mondadori, 1995).

E un vero e proprio saggio è questa ultima intervista: sulle letture, lo stile, il metodo di lavoro, la struttura dei testi. Io ho cominciato a leggere questo libro proprio da quest’ultima: in effetti è un libro che può essere letto da più punti di ingresso e di uscita, senza mai sentirsi pronti ad abbandonarlo. Cito un passaggio dal colloquio con Maria Corti:

Ogni testo – dice Calvino – ha una storia a sé, un suo metodo. Ci sono libri che nascono per via d’esclusione: prima si accumula una massa di materiale, dico pagine scritte; poi si fa una cernita, rendendosi conto a poco a poco di cos’è che può entrare in quel disegno, in quel programma, e cosa invece resta estraneo. Il libro Palomar è il risultato di molte fasi di un lavoro di questo tipo, in cui il “levare” ha avuto molta più importanza del “mettere”. (pag. 654)

Calvino parla spesso di come si svolge il suo processo creativo, di come sia faticoso.
Per esempio nell’intervista a Marco d’Eramo per Mondoperaio nel 1979, dice:

Ho molta difficoltà di parola, ma ho altrettanta difficoltà di scrittura. Non scrivo mai di getto. I miei manoscritti sono pieni di cancellature, di rimandi, di inserimenti. Invidio molto chi sa parlare e sa scrivere direttamente. A me il pensiero si presenta sempre molto ingarbugliato, lo devo mettere in ordine, fissando alcuni nuclei. La forma ha le sue imposizioni. (pag. 287)

Come scrive Pietro Citati sul Corriere della Sera del 24 settembre 2012,

la parola che ritorna più spesso in queste interviste è l’amatissimo dubbio: non sa quello che fa, è incerto, cambia, muta, si contraddice, va indietro, avanti, guarda dall’altra parte. Abita sempre nel non so dove; e la pedagogia del dubbio e del non so dove è l’unica che possa insegnare agli uomini del suo tempo.

Nelle interviste, Calvino, si mostra come “un prisma rotante” come, abbiamo visto prima, lo definisce Mario Barenghi.

Lo ricorda anche Citati:

Quando finisce di scrivere un testo, Calvino (e i suoi lettori) non vedono mai un programma ideologico realizzato, ma dei testi mobilissimi, dove si agita la più libera immaginazione intellettuale: una geometria  mentale, che si abbandona alla forza del vagabondaggio e del ricamo. Tutto è contraddizione: quella geniale contraddizione che ispira sia le grandi religioni sia la grande letteratura.

Un grande omaggio dunque ai lettori di Calvino, queste Interviste.
Eppure, sarebbe ovviamente un errore pensare che Calvino possa entrare ancora nella nostra libreria e lì restarci a far mostra di sé come se avessimo già fatti tutti i conti con lo scrittore.

E questo non solo perché ovviamente la sua opera è così ricca e così complessa e molteplice che non può essere ridotta, arginata, chiusa in uno scaffale.

Per questo certo, ma anche per una sorta di resistenza che i lettori devono esercitare affinché non si verifichi davvero la “liquidazione” di questo scrittore evocata – e data ormai per certa – da Massimo Bucciantini nel suo articolo sul domenicale del Sole 24 Ore del 23 settembre 2012.
Bucciantini sostiene che Calvino è stato cancellato in modo sottile,

“consumandolo velocemente e distrattamente, citandolo nelle occasioni più disparate, facendolo diventare uno scrittore per ogni stagione”.
[…]
“Attraverso un’operazione di sminuzzamento dei suoi progetti scrittura e di lettura del mondo, è stato depotenziato, fino al punto che la sua onnipresenza lo ha reso superfluo, e quindi innocuo, senza vita”.
[…]
“Ecco quindi il Calvino ‘leggero’ anticipatore della postmodernità e della virtualità di oggi, Calvino padre dell’immaterialità, anticipatore della rete. Oppure ecco il Calvino che torna d’attualità per le sue immagini, che torna agli onori delle recenti cronache napoletane con la città di Leonia, la città opulenta delle Città invisibili_”
[…]
“Ma facendo così si è perso molto. A cominciare da uno degli elementi che più caratterizza la sua idea di *letteratura come forma di conoscenza*: e cioè che Calvino è stato uno dei pochi scrittori laici, totalmente laici, che la nostra letteratura abbia mai avuto.”

Advertisements

17 pensieri riguardo “Italo Calvino, Sono nato in America. Le interviste: il cantiere autobiografico”

  1. per lungo tempo non ho amato i romanzi. Leggevo saggi più o meno leggeri ed ero un’adolescente. Sono diventata grande con Freud, Kafka, Sartre, ma anche con una libretti intitolati ” l’accoppiamento dei canarini” ” l’organizzazione delle formiche” tutto pur di non leggere romanzi. All’università, per sostenere l’esame di letteratura ho dovuto leggere otto romanzi di Calvino. L’ho amato a tal punto di diventare una divoratrice di romanzi perché ho capito che dietro ogni parola scritta, recitata, studiata, c’è comunque la volontà e la regia di una mente. Per me Calvino rimane lo scrittore per eccellenza del novecento. Grazie

    Mi piace

  2. Anche io ho sul comodino da qualche giorno “Sono nato in America” e mi piace aprirlo la sera e leggere una delle 101 interviste. Volevo condividere con luiginter e con gli altri la breve riflessione che fa sul “romanzo”.
    Due brevi paginette, ma favolose. Sottolinea come lui stesso si si sia riconvertito dall’essere contro all’essere pro i romanzi e poi si spiega rivolgendosi ai lettori che “respingono i romanzi come perdita di tempo” e spiega come invece un romanzo possa dare risposte “globali e nutrienti” e tali da “aprire la via ad altre domande”.
    Ma quali romanzi? Dice: “Mica i romanzi di X,Y,Z (e lì i soliti nomi dell’attualità). Dico i romanzi come discorso che si è elaborato negli ultimi secoli.. per rispondere a esigenze immaginative, conoscitive, meditative, emotive… un discorso di cui sono parte i grandi romanzi dei secoli passati… e i grandi romanzi del nostro secolo… e i romanzi minori senza i quali non si capiscono i maggiori…”.
    E conclude: “Quel che conta è la lettura di quel romanzo unico che tutti i romanzi concorrono a formare, nato dal bisogno di organizzare concetti e segni in uno svolgimento esemplare, e che rimanda sempre a un romanzo futuro, tale da rispondere a una necessità non ancora soddisfatta da nessuno dei romanzi esistenti”.
    Un infinito spazio/tempo letterario. Bellissimo.

    Liked by 1 persona

  3. @tutti @LuigiGavazzi
    Ne avevamo parlato ne “I libri più belli del 2016”, ma non avevo visto che qui, sul blog, è disponibile questo articolo del 2012, proprio su Calvino; ringrazio Luigi per il suggerimento di lettura – mi sono procurata il volume con le interviste – e per la menzione del pezzo di Bucciantini apparso sul S24H:

    http://istitutobrunofranchetti.gov.it/liceo/wp-content/uploads/2011/12/Bucciantini-Calvino-Levi.pdf

    Il passaggio dell’intervista rilasciata a Mondoperaio, ricordata anche da Luigi nell’articolo, è per me stupefacente: che Calvino potesse non essere un grande oratore, ci sta, l’eloquio è cosa diversa dallo scrivere, ma che questo grande autore potesse avere difficoltà di scrittura e che i suoi scritti fossero pieni di cancellature e rifacimenti non l’avrei mai immaginato!

    • “Genericità della parola, esattezza della scrittura” in Italo Calvino, “Sono nato in America… Interviste 1951 – 1985”, Mondadori, 2012, pp. 283/298 (“Italo Calvino”, intervista di Marco d’Eramo, “Mondoperaio”, XXXII, 6, 1979, pp. 133/138).

    Spero di riuscire a leggerle queste interviste, magari una per sera, come ha fatto Blackswan76.

    Ciao,
    Mariangela

    Liked by 1 persona

  4. @Tutti
    Per quanto si tratti di un’intervista, quindi di lingua parlata, parafrasare Calvino mi torna impossibile e anche il riassunto, nel mio caso, sarebbe un mezzo inadeguato a comunicare il suo pensiero: non posso che ricorrere alla citazione letterale pur con tutti i rischi dell’estrapolazione. Qui la parte finale della risposta di Calvino alla domanda cosa voglia dire realizzare se stessi:

    • “Nell’Unico di Stirner, assieme con tutta la problematica contemporanea del corpo e della realizzazione di sé, si trova l’espressione divenuta uno slogan femminista, “Io sono mio”. Questa affermazione è una conquista sacrosanta in quanto rifiuto di sacrificarci ai ruoli che ci sono imposti, ma diventa un’illusione se si crede che un tale possesso di se stessi sia esclusivo. Viviamo nella società, non nel vuoto, e ogni rapporto umano è fatto di condizionamenti. Uno deve sapere, e per quanto possibile scegliere, i limiti nei quali muoversi. Ci sono pareti ingiuste e imposte dall’esterno che devi cercare di abbattere, ma ne troverai sempre altre che dovrai accettare: l’“io”non è una nuvola.”

    “Sul neo-individualismo” in Italo Calvino, “Sono nato in America… Interviste 1951 – 1985”, Mondadori, 2012, pp. 346/351 (“Calvino: io, io, io e gli altri”, intervista con lo scrittore sul neo-individualismo di Lietta Tornabuoni, “La Stampa ”, 12 gennaio 1980, p. 3).

    Ciao,
    Mari

    Mi piace

  5. @tutti @Ilaria Molinari
    Ho letto qualche intervista di Calvino nel volume “Sono nato in America” e volevo mettere qui qualche passaggio che riguarda “Le città invisibili”, il libro che ho finito da poco, in rete ho però scoperto che al proposito tu hai già fatto una sintesi nel lontano 2012:

    http://www.panorama.it/cultura/libri/italo-calvino-citta-invisibili-racconti-2/

    Devo dire che il libro l’avevo iniziato di gran carriera, e mi sono subito resa conto che quella pagina di Calvino richiedeva un maggior impegno in termini di tempo e di attenzione. Non nascondo che per me non è stato un libro facile, sia per la scrittura molto ricercata (in una lettera a Gianni Celati del settembre 1970 Calvino scriveva di essersi spinto in questo lavoro, come non mai, verso il preziosismo e all’alessandrinismo), sia perché le descrizioni di queste città propongono una realtà in continuo divenire, per certi versi inafferrabile e, soprattutto, mutevole a seconda del punto di vista; quello che è vero a inizio pagina viene messo in discussione e rovesciato poche righe dopo ed per il lettore è facile perdere l’orientamento.

    Queste città si modificano, si sdoppiano, si specchiano l’una nell’altra, ed è inutile interrogarsi se i racconti di Marco Polo a Kublai Khan siano resoconti realistici o visioni di un sogno: come scrive lo stesso Calvino, “chi comanda il racconto non è la voce, ma l’orecchio”.

    Grazie alle descrizioni immaginifiche e favolose di Marco Polo, Calvino ci obbliga a riflettere sulla nostre città, sempre più invivibili, non a misura d’uomo, immemori del proprio passato, progettate in modo inadeguato per il presente e impreparate per il futuro. Ma non c’è solo questo, in questo libro ho sentito anche molto dolore; Kublai assiste impotente allo sgretolarsi del suo impero, all’incancrenirsi di un regno che gli pareva tanto perfetto: i consuntivi non finiscono in negativo solo per gli augustei sovrani, quindi non è difficile immedesimarsi, accettare l’interpretazione esistenziale e provare empatia per il Khan, che solo nei racconti di Marco Polo trova conforto.

    Nello spiegare il rapporto tra il narratore Marco Polo e l’ascoltatore Kublai, Calvino gioca più volte la carta dello spiazzamento: in più punti l’imperatore si domanda se i luoghi raccontati non esistano che nelle loro menti oppure, illusoriamente, solamente “all’ombra delle nostre palpebre abbassate”. Efficacissima e densa di significati la risposta di Marco alla sollecitazione di Kublai di parlare finalmente anche di Venezia: sempre di Venezia gli ha raccontato di qualsiasi città del suo grande impero abbia riferito, sempre il luogo natio ritorna, ovunque il viaggiatore si rechi. In un’intervista Calvino spiega che ne “Le città invisibili” San Remo è spesso evocata; specifica che si tratta della San Remo di molti anni prima, quella della sua infanzia, in molti casi ripresa dall’alto.
    (“La letteratura italiana mi va benissimo” in Italo Calvino, “Sono nato in America … Interviste 1951–1985”, Mondadori, 2012, pp. 649/658 (“Italo Calvino”, intervista di Maria Corti, “Autografo”, II, 6, Ottobre 1985, pp. 47/53 poi pubblicata anche in “Saggi”, Mondadori, con il titolo “Eremita a Parigi” (pp. 2020/29).

    Insomma, un libro difficile che però merita impegno e tempo.

    Un saluto a tutti, a Ilaria e agli altri partecipanti del GdL di Cologno Monzese: non posso rivedervi di persona, ma vi penso sempre (raccontateci qualcosa dei vostri incontri!!).

    Mariangela

    Mi piace

  6. @tutti
    “Le città invisibili” è stato oggetto di dibattito anche tra architetti e urbanisti e proprio su questo libro di Calvino è stata anche allestita una mostra:

    • “Le città in/visibili”, Triennale di Milano, 5 Novembre 2002 – 9 marzo 2003

    Quello che ho trovato non è propriamente il relativo catalogo, come dice la presentazione, è un volume che raccoglie quelle ricerche e quelle riflessioni che, appunto, all’idea di onorare questo libro con un’esposizione alla Triennale hanno condotto.

    Vi dico, se qualcuno di voi fosse particolarmente innamorato di questo libro di Calvino o, semplicemente, se volesse leggersi qualche recensione interdisciplinare che tratta di letteratura senza disdegnare gli sconfinamenti e le incursioni ben dentro al campo d’indagine di altre discipline, questo è un volume che secondo me non potete perdervi :

    • “La visione dell’invisibile: saggi e materiali su Le citta invisibili di Italo Calvino”, a cura di Mario Barenghi, Gianni Canova, Bruno Falcetto, Mondadori, 2002.

    Il materiale iconografico devo ancora vederlo con calma, ma le recensioni al libro, sia quelle risalenti ai tempi della pubblicazione che le recenti, sono veramente molto interessanti.
    Tra quelle che ho già letto condivido molto quella di Piovene che, in risposta ai detrattori che hanno definito questo libro freddo, accademico e senza un reale spessore, replica come segue:

    • “Quei simboli sibillini sono pieni di nodi dolenti, di malesseri, di sgomenti; è il fondo da cui sorgono i loro enigmi. Come sempre in Calvino, anche questa è un’avventura intellettuale, ma mi sembra sincera. Avverto nel libro una grande disperazione della mente.”

    (Guido Piovene,“Città invisibili”, in “La visione dell’invisibile”, cit. pp. 114/118, recensione apparsa su “La Stampa”, 14/12/1972 poi in “Idoli e ragione”, Mondadori, 1975, pp. 335/341).

    Bellissimo libro, veramente!

    Saluti,
    Mariangela

    Liked by 1 persona

  7. Per me Le città invisibili è pura poesia e riflessione profonda sulla vita, sul mondo.
    ” Kublai:- Neanch’io sono sicuro d’esser qui, a passeggiare tra le fontane di porfido, (…)
    Polo:- Forse questo giardino esiste solo all’ombra delle nistre palpebre abbassate, e mai abbiamo interrotto, tu di sollevare polvere sui campi di battaglia, io di contrattare sacchi di pepe in lontani mercati, ma ogni volta che socchiudiamo gli occhi in mezzo al frastuono e alla calca ci è concesso di ritirarci qui vestiti di chimoni di seta , a considerare quello che stiamo vedendo e vivendo, a tirare le somme , a contemplare di lontano.”

    Mi piace

  8. @tutti @Editalara
    Edit, speravo tanto che anche tu lasciassi un tuo commento su questo articolo, visto che questo libro lo hai definito un tuo libro dell’anima!

    E pensare che “Le città invisibili” bisogna andarselo a prendere quando si è di luna buona perché non è un libro di facile lettura, lo sostiene anche Guido Almansi in una sua recensione significativamente intitolata “Le città illeggibili”.

    Nella lettura di un romanzo il lettore ha l’aspettativa di poter seguire un continuum narrativo, di poter procedere seguendo il filo di una narrazione verso un traguardo. Almansi spiega che questo processo è un po’ il succo del saggio di Calvino “Avventure di un lettore”: a dorso di mulo o su un tapis rulant, chi legge attende di venire trasportato da un punto A ad un punto B, di progredire verso una visione rivelatrice. In questo senso, continua il recensore, “Le città invisibili” di Calvino sono un testo illeggibile pur essendo uno dei libri più belli dell’autore e uno dei migliori pubblicati negli ultimi anni. Il paradosso si spiega col fatto che in quest’opera di Calvino – che non è né un saggio né un romanzo – l’autore non ci spinge in avanti, ma sembra voler rallentare la lettura e ributtarci indietro: è come ingranare la quarta e avere il freno a mano innestato. Calvino ci costringe a pensare.

    • Guido Almansi, “Le città illeggibili” in “La visione dell’invisibile: saggi e materiali su Le citta invisibili di Italo Calvino”, a cura di Mario Barenghi, Gianni Canova, Bruno Falcetto, Mondadori, 2002, pp.123/129.

    Almansi scrive che Calvino prende in giro il suo lettore, specificando che solo Ludovico Ariosto sa farlo meglio, è spiegabile, quindi, che io abbia faticato sulle prime ad entrare nella logica del testo. Leggere è proprio una consolazione, in tutti i sensi, anche per l’accettazione dei propri limiti.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

    Mi piace

  9. @Mari le tue analisi sono sempre intetessanti e precise, grazie!
    È verissimo che noi lettori ci aspettiamo di venire portati da A a B ed è un limite ma solo per chi non si abbandona al e non si fida del suo scrittore, per me fu un’illuminazione, come venire risucchiata fisicamente nelle sue città ed è stato facilissimo andare ovunque e in nessun luogo, ma sempre pensando, perché davvero Calvino ti costringe a pensare! Per poi venire travolta da quel pezzo meraviglioso alla fine in cui ci parla dell’inferno, l’inferno dei viventi, così drammaticamente ancora e sempre attuale, così forte, mi sconquassa l’anima ogni volta che me la ripeto.
    Forse era il momento giusto, o avevo la disposizione d’animo giusta, o probabilmente è solo la magia grande di Calvino. Unico. 🙂

    Mi piace

  10. @Tutti @Editalara
    Edit, il finale del libro che tu definisci “pezzo meraviglioso” invita il lettore a “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”. Secondo Fabio Gambaro, di cui sto leggendo una recensione, questa chiusa testimonia che Calvino “agli orizzonti chiusi del nichilismo, preferisce una posizione più sfumata in cui convivono scetticismo critico e utopismo temperato”. Senso critico e moderato utopismo è una miscela che a me, probabilmente a torto, ricorda un’altra accoppiata, il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, di gramsciana memoria.

    Sulla capacità del lettore di “vedere l’invisibile” calviniano, come scrivi tu, di abbandonarsi continuando però a pensare, mi è piaciuto un altro passo della stessa recensione:

    “L’invisibile calviniano, infatti, si svela solo a colui che accetta di rimettere in discussione i propri parametri visivi, provando a guardare la realtà con occhi nuovi e adottando punti di vista inediti, magari attraverso il buco di un’immaginaria serratura o nel fondo di una sfera di cristallo.”

    ► Fabio Gambaro, “Illustrare l’invisibile. Le copertine delle ”Città illeggibili”” in “La visione dell’invisibile: saggi e materiali su Le citta invisibili di Italo Calvino”, a cura di Mario Barenghi, Gianni Canova, Bruno Falcetto, Mondadori, 2002, pp.96/103.

    Mi sa che questo libro sta scalzando tanti altri titoli nella mia costruenda classifica dei più belli letti nel 2016.

    Ciao,
    Mariangela

    Liked by 1 persona

  11. Errore, la bibliografia corretta è la seguente:

    ► Fabio Gambaro, “Illustrare l’invisibile. Le copertine delle ”Città invisibili”” in “La visione dell’invisibile: saggi e materiali su Le citta invisibili di Italo Calvino”, a cura di Mario Barenghi, Gianni Canova, Bruno Falcetto, Mondadori, 2002, pp.96/103.

    Scusatemi,
    Mari

    Mi piace

  12. @ Mari, ho riflettuto parecchio su ciò che hai scritto e riportato riguardo “Le città invisibili” e apprezzo la tua precisione nell’approfondire, spesso se ne ho il tempo piace anche a me farlo, cercare comparazioni, rimandi, letture critiche, ( ho una passione per i libri che parlano di libri) ma con alcuni libri no, alcuni sono talmente dentro la carne che riesco appena a condividere un’emozione suscitata, una dichiarazione d’amore, ma poi non posso andare oltre.
    Quando l’ho letto mi si è aperta una voragine nel petto, si è spalancata la mente e Le Città di Calvino in un istante erano le città della mia anima, con i loro abissi di paure e solitudini e i loro picchi di entusiasmo e libertà, “l’Inferno dei viventi” era esattamente il mio inferno personale e quella frase è diventata per me monito, insegnamento, guida, consolazione.
    Capisci , non posso analizzare questo libro come fai tu, sezionandone il testo,comparando,esaminando e indagando con altre letture critiche; è diventato troppo personale,intimo, mi sembrerebbe di venire psicanalizzata e al contempo di ridurre la grandezza e la profondità di un libro che mi ha parlato, anzi che nel mio “mondo letterario” Calvino ha scritto per me.
    Ci tenevo semplicemente a spiegarti perché l’ho definito libro dell’Anima 🙂 e grazie dei tuoi commenti che leggo con grande interesse!

    Mi piace

  13. @Editalara @tutti

    Avevo capito che quello era il “tuo” finale, io ho trascritto ala lettera quello del libro e ho aggiunto il “mio”: Calvino ci sprona a pensare, ma vorrebbe ci tenessimo alla larga dai facili catastrofismi.

    Ciao,
    Mari

    Mi piace

  14. @Mari, sì , è anche come scrivi, tenersi alla larga dai facili catastrofismi , ma a dire il vero mi sembra riduttivo e semplicistico, c’è di più, molto di più, qualcosa che sfugge a chi un proprio Inferno drammatico, duro , annichilente non ce l’ha nella sua vita ( fortunato costui !) .
    non si tratta solo di semplice ottimismo , ha una radice che affonda al centro della terra e porta il suo germoglio fuori da quella stessa dolorosa terra, verso l’aria, e il cielo, e verso le infinite possibilità di vedere, sentire quell’Inferno e avviare una ricerca , la ricerca più ardua di ciò che non è inferno e poi continuare a dargli spazio, e forse un invito a creare una nuova nostra città invisibile, in cui l’Inferno sia superato, senza poter sapere, come Kublai, se sia reale o se esista solo all’ombra delle nostre palpebre abbassate ..

    Mi piace

  15. @tutti
    Vi dicevo che queste recensioni non si accontentano di un campo d’indagine puramente letterario e che spaziano con agilità e chiarezza anche nell’ambito di altre discipline: chi ama il cinema, per esempio, non può a mio parere perdersi il saggio di Gianni Canova incentrato su un parallelismo tra la scrittura di Calvino e il linguaggio del cinema. “Il non visibile è iscritto nella natura stessa del cinematografo, nel suo statuto ontologico”, spiega il recensore, “solo nella misura in cui davanti allo schermo non vedo qualcosa posso vedere quel qualcos’altro che è il cinema, e che sono i film”. Vedendo un film, lo spettatore è indotto ad immaginare ciò che sta oltre lo schermo, allo stesso modo, Kublai (e con lui il lettore) viaggia per le città visitate da Marco, seguendo le sue descrizioni, ma soprattutto lasciandosi trascinare anche da quanto Marco non dice, da quanto lascia solo immaginare.

    Delle tante sperimentazioni cinematografiche ricordate da Gianni Canova, io riporto solo quella di Yervant Gianikian e di Angela Ricci Lucchi. Negli anni ’70 i due registi ritrovano delle vecchie pellicole e si accorgono che la proiezione a velocità rallentata rende percepibili alla vista molti particolari non visibili nella proiezione a velocità normale. Proprio come il cinema, la scrittura di Calvino vuole rendere visibile quello che non si vede, vuole mostrarci i fantasmi della visione.

    ►Gianni Canova, “All’ombra delle nostre palpebre abbassate. Il paradosso del non visibile in Calvino e nel cinema contemporaneo” in “La visione dell’invisibile: saggi e materiali su Le città invisibili di Italo Calvino”, a cura di Mario Barenghi, Gianni Canova, Bruno Falcetto, Mondadori, 2002, pp. 131/139.

    Un altro punto di merito di questo libro è quello di presentare una ricca bibliografia: dall’editoria alla storia del cinema, dalla letteratura all’architettura. Ce n’è proprio per tutti, quello che può mancare, purtroppo, è il tempo del lettore (della lettrice), ma per il resto qui gli spunti per nuovi … viaggi non mancano davvero.

    Saluti,
    Mariangela

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...