Follie di Brooklyn, Paul Auster

Park Slope, Brooklyn, NY - foto: giuliaduepuntozero, flickr
Park Slope, Brooklyn, NY – foto: giuliaduepuntozero, flickr

Non mi aveva mai attirata molto Paul Auster; avevo la convinzione che i suoi libri fossero un po’ surreali, un po’ campati in aria, cosa che non fa per me, quindi non avevo mai letto nulla. Poi ho trovato al Libraccio “Follie di Brooklyn”, ed. Einaudi, e ho provato a prenderlo. Per 6 € il rischio era sostenibile.

Complice sicuramente l’ambientazione – Brooklyn, ovviamente, e più nello specifico Park Slope, il quartiere dove abita Paul Auster – dove questa estate ho passato una bellissima giornata, mi sono totalmente ricreduta, il libro mi è piaciuto tantissimo, mi ha fatto ridere, mi ha coinvolta, mi ha fatto pensare.

Protagonista Nathan, un burbero sessantenne, reduce da una grave malattia; divorziato, rapporti pessimi con la ex moglie e molto tesi con la figlia. Decide di tornare a vivere a Brooklyn, sua città di origine, da cui però manca da decenni. E’ appena andato in pensione, e ha qualche difficoltà a tirare sera; così, decide di dedicarsi a un grande progetto, Il libro della follia umana, un’opera in cui riportare

con il linguaggio più semplice e chiaro possibile, il racconto di tutti gli svarioni e i capitomboli, i pasticci e i pastrocchi, le topiche e le goffaggini in cui ero caduto nella mia lunga e movimentata carriera di uomo. Quando non mi fosse venuto in mente nulla su di me avrei raccontato cose capitate alle persone che conoscevo; e se anche quella fonte si fosse inaridita avrei saccheggiato la Storia, descrivendo le follie dei miei simili nei secoli, dalle civiltà scomparse dell’antichità fino ai primi mesi del Duemila.

Il progetto passa però in breve tempo in secondo piano, quando Nathan si imbatte per caso in Tom, il figlio di sua sorella (morta da anni), che aveva perso di vista da tempo. Tom fa ora il commesso in una libreria di Park Slope, dopo aver abbandonato una promettente carriera di studioso. Pian piano Nathan si avvicina sempre di più a Tom; legandosi al bizzarro proprietario della libreria, Harry Brightman, e alle sue intricate vicende; avvicinandosi alla B.P.M., Bellissima e Perfetta Madre, una sconosciuta di cui è perdutamente innamorato Tom; affezionandosi a Lucy, la nipotina di Tom, scomparsa da anni con la madre Aurora, e ricomparsa un giorno alla porta dello zio senza parole e senza passato; fantasticando insieme al nipote sull’Hotel Esistenza, un rifugio, un po’ reale un po’ utopico, dalle delusioni della vita.

Col passare dei giorni, Nathan riconquista la figlia e l’amore, insieme al nipote, alla nipotina, alle persone che insieme hanno incrociato sulla loro strada ricostruiscono una vita, ritrova la speranza per il futuro.

– Potrei anche sbatterle fuori di casa, non ti sembra?
– Credo di sì. E finiresti per rimproverartelo ogni giorno per il resto della tua vita. Non farlo, Joyce. Prova a seguire la corrente. Tieni alta la guardia. Non lasciarti infinocchiare. Vota democratico a tutte le elezioni. Pedala nel parco. Sogna il mio corpo perfetto e dorato. Prendi le tue vitamine. Bevi otto bicchieri di acqua al giorno. Fai il tifo per i Mets. Guarda un sacco di film. Non lavorare troppo. Vieni con me a fare un viaggio a Parigi. Accompagnami all’ospedale quando Rachel avrà il bambino, e prendi in braccio mio nipote. Lavati i denti dopo ogni pasto. Non attraversare con il rosso. Difendi i piccoli. Non farti mettere la testa sotto i piedi. Ricorda quanto sei bella. Ricorda quanto ti amo. Bevi uno scotch con ghiaccio tutti i giorni. Respira a fondo. Tieni gli occhi aperti. Stai lontana dai cibi troppo grassi. Dormi il sonno dei giusti. Ricorda quanto ti amo.

*giuliaduepuntozero

10 pensieri riguardo “Follie di Brooklyn, Paul Auster”

  1. Nell’ultima citazione direi che manca proprio un ” e fuma almeno 10 sigarette al giorno” ma di questi tempi anche P. Auster mi è diventato politicamente corretto.
    Sarà per questo suo equilibrismo tra l’irriverente e il piacioso che non mi è per niente simpatico e, conseguenza poco professionale ma ineluttabile, non lo apprezzo come scrittore… o viceversa?
    La trilogia di New York mi ha complessivamente lascito addosso una patina di malinconica tristezza intrisa di pessimismo e dopo Viaggio nell scriptorium ho abbandonato completamente l’autore.
    L’unica cosa che gli invidio è quella di abitare in Slope Park

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  2. Grazie Walter del consiglio, lo cercherò.
    Altri ambientati a New York(Brooklyn?
    Le mie perplessità erano su Trilogia di New York, e Anna mi sembra di capire che le conferma… Anna, almeno descrive la città?
    Altre opinioni?
    ciao
    *giuliaduepuntozero

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  3. Ciao Giulia,
    per quel che mi ricordo la città di NY è solo lo sfondo piuttosto sfocato dei tre racconti di Auster e inoltre la trilogia è stata scritta alla fine degli anni ’80, periodo in cui NY era veramente difficile da descrivere.
    Nella trilogia Auster si ostina a costringere i protagonisti ad utilizzare le varie vicende che li riguardano come escamotage per tormentati percorsi introspettivi.
    Niente di male fin qui se non fosse che per risultare narrativamente interessante Auster scomoda tutta una serie di archetipi shakespeariani che cerca di sviluppare in maniera “innovativa” attingendo a pieni mani dal Bignami di psicologia e, non sapendo poi come uscirne, lascia i finali aperti…..
    Questo naturalmente è solo il mio parere e tieni presente che io sono una vera rompiscatole

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  4. Di Auster, anni fa, avevo letto Il libro delle illusioni. Poi, di suo, non ho cercato più niente e ne deduco che non mi aveva interessato troppo. Ma, oggi come oggi, è tutta la narrativa americana che mi fa storcere il naso e prima di prendere un romanzo a stelle e strisce ci penso 100 volte. Senza pensarci troppo, ti dico che oggi mi interessano solo Roth e Mccarthy (neppure Delillo mi piace …). Peccato che sia morto DFW che per me era un genio.

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  5. Mi sono scordato anche Richard Powers, di cui ho letto Generosity ma il cui miglior libro si dice essere Il tempo di una canzone, che è un autore intelligente e raffinato che merita di essere seguito.

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  6. Giulia, non c’è niente di male. Non c’era nulla di sprezzante nel mio intervento. Anche io ho vissuto alcuni periodi in cui provavo un grande interesse per la letteratura americana, mentre ora mi sono un po’ distaccato. Ho amato Yeats, Carver, Faulkner, Barth … e anche alcuni contemporanei come Matthew Sharpe, Eugenides, Eggers (l’opera struggente di un formidabile genio) ma adesso, tra le novità, ci penserei 100 volte a prendere un romanzo americano (se invece mi parli di classici, ok, ti dico va bene, ma quando andiamo su titoli sicuri che hanno retto al tempo). ciao

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