La lettura è davvero un’esperienza di vita?

Per i lettori accaniti è un fatto noto, anche non se ne parla quasi mai, forse per pudore. Mi riferisco al fatto che la lettura sia una esperienza di vita, vera. Non (solo) vicaria, non voyeristica. Esperienza di grande qualità, valida in sè, non tanto e non solo in quanto “intrattenimento”.

luiginter, flickr, pixlr
luiginter, flickr, pixlr

Il lettore non prende nemmeno in considerazione il presunto dualismo fra vivere e leggere (quello del «Leggere? No, preferisco vivere».) È banale, dunque, ma ci tocca ricordarlo a volte: leggere è vivere, e vivere di grande qualità. Ci tocca ricordarlo perché troppo spesso abbiamo davanti persone che se lo dimenticano.

Ce lo ha ricordato qualche settimana fa anche Paolo Di Paolo sul domenicale del Sole 24 Ore (24 febbraio 2013): ci porta come esempio grandi narratori “puri” che negli ultimi loro romanzi inseriscono personaggi che leggono grande letteratura: «è la volontà», nota Di Paolo, «di dimostrare che Orgoglio e pregiudizio, Cime tempestose o Grandi speranze, possono, ancorati al vissuto dei personaggi, diventare a tutti gli effetti “azioni narrative”».[…] «Eugenides, Irving, McEwan ci parlano di una letteratura che produce esperienza, che la determina».

Scrive ancora Di Paolo:

È impossibile non notare – nell’insistenza di questo parlare di romanzi nei romanzi – una implicita riflessione saggistica: l’idea, sempre meno contemplata, che leggere possa essere qualcosa di più che puro e deperibile intrattenimento. […] Parlando di certi romanzi nei loro romanzi, questi scrittori si richiamano a una possibilità, a uno spazio in cui le storie non sono tutte uguali; e se diventano esperienza, se diventano «sangue in noi, sguardo e gesto», lo fanno per via di un rapporto tra la realtà e il linguaggio, tra la realtà e l’intelligenza, l’immaginazione, tra la realtà e la cultura, che non è sostituibile, ma unico, ovvero creativo, insieme etico ed estetico. Memorabile appunto.

Noi comunque ne abbiamo parlato più volte, con sfumature differenti, per esempio a proposito dello status della condivisione della lettura nei Gruppi di lettura. In quali ambiti della realtà si esercitano i giochi linguistici dentro i Gdl?
Si è notato più volte che lo spazio pubblico del Gdl (microcosmo delle tante possibilità che si trova davanti il lettore) diventa uno spazio autonomo nel quale si condivide sia l’esperienza vicaria vissuta dai protagonisti e dalle idee dei romanzi, sia l’esperienza propria dell’atto del leggere. Questo in un intreccio spesso arduo da dipanare e che ha molti degli aspetti del narrare ad alta voce: gli strati del discorso, gli ingressi e le uscite e i passaggi da un dominio all’altro (lettura – vita), le vie di fuga, le porte aperte e chiuse, i giudizi alternati ma anche annodati, frutto delle due esperienze.

Si diceva:

Come dimostra il fatto, per esempio, che giudizi e analisi [nelle discussioni dei Gruppi di lettura]  siano senza sorpresa dedicati, come se si vivesse dentro il romanzo, alla statura morale o anche all’antipatia di un personaggio, trattato come se fosse una persona che si incontra ogni mattina sotto casa; e che queste analisi coesistano con naturalezza nello stesso lettore con analisi, appunto, da lettore, quindi esterne al romanzo.

Del resto, ce lo ha ricordato recentemente anche Oliver Sacks, quando ci ha spiegato che la nostra memoria mischia esperienze dirette, racconti fatti da altri, conoscenze acquisite, letture, e ci porta spesso a dimenticare le “fonti” che hanno prodotto questi ricordi. Ci porta, in molti casi, a non distinguere se quel che ricordiamo è avvenuto o ci è stato raccontato o l’abbiamo letto. E questa incertezza è fonte di creatività.

Il disinteresse per la fonte ci permette di assimilare quello che leggiamo, quello che ci viene raccontato, quello che gli altri hanno detto, pensato, scritto o dipinto, con la stessa intensità e ricchezza di particolari delle nostre esperienze dirette. Ci consente anche di vedere e di sentire con gli occhi e le orecchie degli altri, di entrare nella loro mente, di assimilare l’arte, la scienza, la religione, di un’intera cultura, di entrare in quella mente comune che è la conoscenza generale e dare il nostro contributo. (Oliver Sacks, “Speak memory”, The New York Review of Books)

– Paolo Di Paolo, “Narrare a colpi di citazioni”, Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2013
– Oliver Sacks, “Speak memory“, The New York Review of Books, February 21, 2013 (l’articolo di Sacks è stato tradotto da Internazionale e pubblicato sul n. 989, 1/7 marzo 2013)

12 pensieri riguardo “La lettura è davvero un’esperienza di vita?”

  1. e’ sempre un piacere leggerVi,; la lettura e’la mia ragione di vita.Come si puo stare senza leggere? ( va beh sono un po datata, ma per me e’ sempre stato così)

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  2. C’è chi asseriva che “siamo quello che mangiamo”. Per estensione preciserei “siamo quello che ci nutre”. Da cui anche “Siamo quello che leggiamo” perchè la lettura è nutrimento (dell’anima)

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  3. Beh si, sono d’accordo… la lettura è un’esperienza di vita. Forse su più livelli: si tocca con il linguaggio ciò che un’altra vita ha voluto trasmettere e raccontare. Si assapora l’essenza del vivere di chi scrive.
    E poi quando si legge si fa esattamente ciò che si fa quando si vive: si rischia, si prova allegria, dolore, sofferenza o ilarità. Si immagina, si intuisce, ci si arrabbia, si assapora, ci si annoia. Ci si appassiona, si prova rifuito. Si va di corsa o ci si prende tutto il tempo che si vuole. A volte si inizia e si finisce come la natura (del libro, in questo caso) lo richiede. A volte si interrompe a metà… lasciando molto in sospeso e inespresso.
    Bell’articolo e bello spunto di riflessione luiginter. Grazie

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  4. Ma il tema della assenza di confini tra lettura e realtà esperita ha anche dato vita a un filone letterario che vede un rischio nella possibilità che la lettura possa essere “travasata”, confusa con la realtà e alimentare una sorta di patologia: a cominciare da Cervantes, con Don Chisciotte, per continuare con Flaubert: sia Madame Bovary che Bouvard e Pecuchet. Nel XIX secolo il tema è ricorrente nella narrativa di ogni paese e ha quasi sempre a che fare con protagoniste femminili la cui immaginazione viene nutrita dalle letture di romanzi. Per altri esempi: Tatiana nell’Eugenio Onegin di Puskin; Isabel Archer in Ritratto di signora di James (le viene attribuita una sensibilità “romantica” senza alludere a letture precise, rimane indefinita, nel tipico stile reticente, allusivo, di James). La domanda è: nel caso di Don Chisciotte o di Madame Bovary il problema è legato al livello qualitativo non elevato di quello che leggono (romanzi cavallereschi; romanzi sentimentali) o al loro livello intellettuale? La lettura come patologia, incapacità di distinguere tra lettura e realtà è dovuto a quello che si legge o a come lo si legge o a entrambi?

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  5. Hai ragione Pierfranco; io però ho tralasciato volutamente quella parte della questione perché volevo sottolineare soprattutto la forza dell’esperienza di lettura senza cadute in *patologie*.
    Detto questo, credo che la lettura come patologia sia figlia del modo in cui si legge, la qualità di quel che si legge temo conti poco. Non ho esperienze dirette ma credo che il lettore patologico legge tutto come se non ci fosse separazione.

    ciao ciao

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  6. “patologia” che viene tra l’altro schernita dalla Austen in Northanger Abbey, quindi non è un fenomeno recente🙂
    io comunque resterei sul fatto che l’esperienza di vita (che condivido), ha molto a che fare con la qualità di ciò che si legge, altrimenti si fa solo una grande esperienza di noia purtroppo. a chi di noi non è capitato, trovandosi tra le mani un brutto libro, non essere piuttosto altrove a “fare” qualcos’altro?

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  7. Anche Dante si è posto il problema della lettura che può portare al peccato: nel canto V dell’INFERNO, alludendo al fatto che leggere d’amore può indurre a desideri illegittimi, fa dire a Francesca :
    Quando leggemmo il disìato riso
    esser basciato da cotanto amante,
    questi, che mai da me non fia diviso,
    la bocca mi basciò tutto tremante.
    Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
    quel giorno più non vi leggemmo avante

    Ma possiamo esser certi che senza la storia di Lancillotto Paolo e Francesca non si sarebbero mai avvicinati?
    Non lo sapremo mai!

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