James Joyce, Ulisse: la lettura “liberata” di Gianni Celati

È possibile e sensato leggere Ulisse di James Joyce senza note, guide, apparato critico?

Leopold Bloom da jamesjoyce.ie
Leopold Bloom da jamesjoyce.ie

In questo lento e incerto cammino dentro il grande romanzo, ho provato a inlcudere nel mio tracciato anche un’altra strada: la nuova traduzione di Gianni Celati, pubblicata qualche mese fa da Einaudi.

Allora entriamo nel pub di Barney Kierman e là nel suo angolo, potevi scommetterci, c’era il cittadino che baccagliava da solo, aspettando che venisse giù dal cielo qualcosa nel reparto bevute, insieme a quel bastardo d’un cane rognoso, Garryowen.
– Eccolo là, dico io, nel suo buco di gloria, col suo boccale di birra irlandese e un mucchio di scartoffie, che sta lavorando per la causa.
Qua il can bastardo caccia fuori un ringhio, da farti venire freddo giù per la schiena. Che sarebbe un’opera di carità mica poco se uno si prende la briga di mandarlo all’altro mondo ‘sto canchero d’un cagnaccio. M’han detto per sicuro che a Santry con un morso s’è strippato il fondo delle braghe d’uno sbirro che passava di lì per una convocazione.

– Fermi là e dite cosa volete, fa lui.
– Niente paura, cittadino, gli fa Joe. Amici.
– Gli amici avanti, fa lui.
poi si frega le mani sugli occhi e baccaglia:
– Cosa ne pensate voi della situazione?

Il cittadino incarnava la parte del fuorilegge come Rory l’eroe delle colline. E vigliacca miseria, qui Joe s’è messo a fare uguale. (Ulisse, Episodio 12, traduzione di Gianni Celati, Einaudi)

Per esempio: se si legge l’episodio n.12 (“Ciclopi”; riferimenti all’Odissea che, peraltro, come voleva Joyce, Einaudi non ha inserito) senza averlo già letto in altre edizioni, non viene spontaneo chiedersi, fra l’altro:
Chi è il narratore?
Oppure: il “cittadino” chi è?
Oppure, ancora: come comprendere i fulminei cambi di linguaggio, per esempio quelli che introducono in una sorta di saga eroica irlandese?

Una lancia acuminata di granito giaceva in riposo accanto all’eroe mentre ai suoi piedi un animal selvaggio della tribù canina, dello quale gli stentorei e ruglianti respiri annunciavano il suo essere immerso in un inquieto sonno, opinione confermata dal suo roco ringhiare con spasmodici sobbalzi, li quali il padrone suo di tanto in tanto placava con pacificanti percosse d’un potente randello, arma rozzamente foggiata e ricavata da una pietra paleolitica.

Le difficoltà si superano

La traduzione di Celati – un lavoro durato sette anni – sceglie la partecipazione e concentrazione del lettore sul solo testo, senza elementi esterni, per esaltare soprattutto la “musicalità” e il “disordine delle parole”. In questo senso, forse, estendendo l’idea “programmatica” condensata da Joyce nell’episodio 11 (Le Sirene).

Ma non è che la lettura così “liberata” si perde per strada informazioni che aiutano il lettore ad amare l’intrico di parole e di sensi steso da Joyce?

Mi serve sapere da qualche fonte esterna al testo chi è il “cittadino” o la lettura è più appropriata se non ci si preoccupa di sapere chi sia? O meglio, non basta quel che ricavo dal resto dell’episodio, e dal resto del romanzo?

Celati sostiene, appunto, che la lettura vada “liberata” dall’obbligo di “capire tutto”: il che è, tra l’altro, un obbligo decisamente difficile da assolvere, almeno nella nostra prospettiva di “lettori comuni”, alle prese con la difficoltà della scrittura di Joyce.

Lettore comune che è notoriamente il lettore che aveva in mente Joyce, che certo non scrisse pensando che il lettore del suo Ulisse dovesse essere qualcuno che stava dentro i dipartimenti universitari e che leggesse sezionando riga per riga il romanzo.

Scrive Celati nella sua prefazione (in parte già pubblicata la scorsa estate dal domenicale del Sole 24 Ore e della quale avevamo già scritto):

Difficili capitoli, sempre più stravolti. Ma credo che tutte le difficoltà si superino, a patto di non avere fretta e di accogliere con simpatia il disordine delle parole. Per questo non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale o canterina, che diventa più riconoscibile quando sembra di piombare in un flusso disordinato di parole. L’Ulisse è un libro in cui la musicalità è l’aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi.

E ancora

[…] Ho capito che dovevo coinvolgermi in simili azzardi e accettare il disordine delle parole, come le mescolanze e variabilità delle fantasie. […] è importante sentire una sonorità che diventa più riconoscibile proprio quando ci sembra di piombare fra termini ignoti – gerghi fossilizzati, chiacchiere da pub, stele di varie epoche. […] «È un libro sentito e sostenuto da quella speciale percezione che è la musica, al di là del senso oggettivo delle cose o assertivo delle parole, ma che fa parte di qualsiasi sonorità che si diffonde in qualunque direzione.

Se si accetta questo modo di leggere, la coraggiosa assenza di note aiuta – almeno in questa prova di lettura liberata.
Lo dico da lettore che da più di un anno è alle prese con Ulisse e che avanza lentamente, molto lentamente, sia per l’oggettiva difficoltà del testo, sia per la “tentazione” di farsi trascinare “fuori”: da annotazioni, dalla ricognizione di tutti i riferimenti inseriti da Joyce, a volte anche dai paralleli con l’Odissea, che i critici, i lettori di professione, penso in particolare all’edizione del Meridiano Mondadori, ci hanno meritoriamente offerto.

La tentazione di capire tutto

Ecco, a patto di avere a portata di mano una guida da consultare ogni tanto – quando non ci si raccapezza, o quando proprio non si resiste alla tentazione di provare a capire un po’ di più – le pagine di questa edizione Einaudi sono un ottimo modo per affrontare Joyce, ricavandone la bella sensazione di coraggioso corpo a corpo con il romanzo, senza intermediari lì accanto; intermediari che anche edizioni come quella recentissima di Newton Compton, se pure assai alleggerita di apparato rispetto alla tradizione, comunque offrono.
Tanto più che non avere sempre accanto gli intermediari mi pare anche un modo per onorare l’idea di Joyce di mettere al centro del suo libro un eroe minore, “l’individuo comune” con la sua vita quotidiana piena di meraviglie. Quindi lettore comune + individuo comune: come ci ha ricordato molto bene Declan Kiberd nel suo Ulysses and Us. The Art of everyday living.

Scrive ancora Celati nella prefazione:

Il punto focale della peregrinazione di Mr Bloom è la vita qualsiasi, la vita senza niente di speciale, la vita come un sogno o un lungo chiacchierare con se stessi.

5 pensieri riguardo “James Joyce, Ulisse: la lettura “liberata” di Gianni Celati”

  1. Dicono che sia il miglior finale della letteratura.
    E poi scopro che è difficilissimo da leggerlo.
    Un giorno mi ci avventurerò, ad ogni modo. Sembra così complicato che pare appartenere ad un mondo tutto suo.

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  2. È interessante fare confronti tra la traduzione di Celati e quella di Terrinoni per Newton Compton: si scopre che è molto difficile dire che cosa è meglio, anche quando si confrontano passi molto semplici. Per es., la prima frase della seconda parte. Celati: “Mr Leopold Bloom mangiava di gusto le interiora di animali in genere e di volatili in particolare”. Terrinoni: “Mr Leopold Bloom mangiava con soddisfazione gli organi interni di bestie e volatili da cortile”. Parere del tutto personale: della traduzione Celati mi piace l’inizio: “mangiava di gusto le interiora” mentre nel seguito preferisco Terrinoni anche perché in Celati la conclusione vede un’aggiunta: “in particolare” che per me non suona bene e che comunque non esiste nell’originale, dove la frase è così: “Mr Leopold Bloom ate with relish the inner organs of beasts and fowls.” La cosa che forse avrei preferito sarebbe stata una traduzione a 4 mani: Celati + Terrinoni, una cosa che non c’è e non ci sarà mai. Ma non è così strano se si pensa che la prima traduzione italiana è stata oggetto di interventi e controlli da parte di più persone. Ma i francesi sono andati ancora più in là: anche se possono vantarsi di avere la prima traduzione, quella del 1929, sottoposta al parere dello stesso Joyce, sanno che è invecchiata e nel 2004 ne hanno pubblicata una curata da 8 traduttori: ma ognuno si è dedicato a un capitolo o anche a più di uno: 3 scrittori, un traduttore letterario e quattro specialisti univeristari. Il tutto si giustificherebbe in base ai cambiamenti di stile dei diversi capitoli. Anche in questo caso un obiettivo dichiarato era far emergere di più la musicalità del testo, come si è proposto Celati. La storia delle traduzioni in francese è per certi versi eccezionale ed è raccontata per es. dalla Wikipedia in francese, qui: http://fr.wikipedia.org/wiki/Ulysse_%28roman%29#Traductions_fran.C3.A7aises

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  3. E’ senz’altro vero che l’elemento musicale è fondamentale nell’Ulisse, per cui vi dico subito che sono molto interessata alla traduzione di Celati (l’appunto che avevo mosso al Terrinoni infatti è di essere -per conto mio- ‘poco musicale’).
    La musicalità è l’aspetto decisivo, d’accordo, ma io penso che non sia vero che ‘non è importante capire tutto’, anzi, al contrario, più si capisce meglio si è in grado di cogliere ed apprezzare l’elemento musicale del testo, ciò che vale per Dante è vero anche per l’Ulisse. Quindi il lavoro di capire è ‘a monte’, un po’ di sforzo è necessario per pervenire alla condizione di poter godere l’Ulisse il più possibile, musicalità compresa.
    mi premeva inoltre far presente che i fulminei cambi di linguaggio nel testo si colgono molto bene anche nella vecchia versione di De Angelis il quale pure annette molta importanza alla musicalità.
    d’altro canto non sono completamente d’accordo con Celati su che cosa si debba intendere per ‘lettore comune’. Il lettore comune di oggi non è certo quello di novant’ anni fa (a quell’epoca il ‘lettore comune’ si dava per scontato che avesse come minimo frequentato le scuole giuste -e non intendo con questo che dovesse essere un professorone!).
    anche il fatto che Bloom fosse un ‘uomo comune’ è relativamente vero. già la sua condizione di ‘esule’ lo pone in una condizione un po’ speciale (ebreo, due volte battezzato, massone…), egli è si un essere umano ‘comune’ perchè del tutto imperfetto, ma ‘extra-ordinario’ in quanto compiuto in una sua umanità piena e vitale (che non è da tutti).
    ovviamente nessuna di queste mie osservazioni intende essere polemica, ma anch’io come luiginter una guida alla lettura alla portata di mano me la terrei.

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  4. Ciao @hellsbelle, grazie del tuo intervento così attento e preciso.
    Tengo solo a puntualizzare che il riferimento esplicito al “lettore comune” e a Bloom “uomo comune” è più mio che di Celati.
    Vale a dire: io ripeto e condivido abbastanza la tesi sostenuta da un po’ della critica sull’atteggiamento non necessariamente accademico per affrontare la lettura di Ulisse.

    Mentre su Bloom credo che definirlo “uomo comune” non significhi dimenticarne le caratteristiche straordinarie della sua biografia e personalità, ma piuttosto apprezzarne le qualità così alte – specialmente quelle interiori – in un uomo all’apparenza così dimesso. Insomma ci sarebbe molto da scrivere su questo.

    Grazie ancora

    ciao ciao

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