Leggere e dimenticare

L’idea di essere un cattivo lettore mi passa per la testa spesso.
Soprattutto per via di quel che ricordo dei libri che leggo. O meglio, di quello che non ricordo, almeno di una parte dei libri letti.

Charles Dickens, "Casa desolata", la pagina dell'autocombustione di Mr Krook (Einaudi)
Charles Dickens, “Casa desolata”, la pagina dell’autocombustione di Mr Krook (Einaudi)

È una questione che ogni tanto ritorna nel flusso dei pensieri su questo blog. Riemerge come domanda o come sollecitazione, in arrivo anche dalle esperienze di altri lettori.

Così mi son trovato gradevolmente in buona compagnia quando qualche giorno fa ho trovato sul New Yorker un articolo di Ian Croucher dedicato a questa piccola stigma, abbastanza diffusa fra noi lettori, che spesso nascondiamo con bluff o menzogne.

L’ultima volta che ne ho parlato mi sono rifugiato (consolazione) nel “fantasma di memoria“, l’espressione usata da Maryanne Wolf – esperta di sviluppo cognitivo – per spiegare come funziona la nostra memoria – debole – quando leggiamo e siamo convinti di dimenticare:

C’è una notevole differenza continua Wolf “fra ricordare nell’immediato i fatti, e la capacità di richiamare una gestalt di conoscenza. Non riusciamo a recuperare elementi specifici, ma, per adattare una frase di William James, è come se avessimo un fantasma di memoria. Le informazioni che prendiamo da un libro sono come conservate in una rete. Abbiamo una straordinaria capacità di memorizzare, di archiviare, molta di più di quella di cui ci rendiamo conto. È informazione che lavora su di noi, dentro di noi, anche quando non ci stiamo pensando.

Insomma, una bella consolazione.

Croucher è meno consolatorio. Si limita a osservare un processo che anche a me capita spesso:
– ricordare le circostanze di lettura più degli eventi e i personaggi del libro. 

Aggiungerei:

– ricordare le sensazioni piacevoli o spiacevoli associandole in maniera imprecisa a singole scene del romanzo o del racconto;

– il tono emotivo generale suscitato dalla lettura è determinato dalla condizione emotiva del periodo nel quale la lettura è avvenuta; quindi è importante almeno quanto la qualità della lettura stessa (interpretazione un po’ pop, in effetti: come succedeva con le canzoni d’estate che lasciavano il segno a seconda di come e dove passavi le vacanze)

– ricordare le parole usate per parlare di quel libro con altri (per esempio in un Gdl ma anche a una macchinetta del caffé o in auto con un famigliare) più delle parole del libro;

le letture fatte a proposito di quel libro si ricordano più (o quanto) la lettura stessa del libro.

Per adesso mi fermo. Tanto ci si ritorna.

Ciao a tutti (voi che ne pensate?)

Leggi anche:

> Leggere e dimenticre (2): Kundera, il romanzo contro il tempo presente perduto
Cosa ricordiamo dei libri che abbiamo letto?
> La lettura è davvero un’esperienza di vita?
Kundera, Il Sipario, ri-leggere. Con attenzione
> Ian Croucher, The Curse of Reading and Forgetting

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22 pensieri riguardo “Leggere e dimenticare”

  1. Anche a me capita di divorare libri su libri e troppo spesso dimenticare gli svariati avvenimenti di ognuno. Quando succede mi sento terribilmente in colpa e spesso mi domando se “sbaglio il metodo di lettura”. Forse i libri non andrebbero divorati, ma non c’è atto più bello di quello di immergersi nelle righe e avere difficoltà a staccarsene. O no?

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  2. Non so, sarà un fattore di lucidità mentale (probabilmente è così) ma ho notato che le pagine lette a letto (!) la sera prima di addormentarmi, finiscono in quell’archivio del mio cervello che non so più dove si trova (l’archivio intendo, il cervello sta lì dentro nella mia testa). Quindi ho perso l’archivio ed il suo custode (il fantasma di memoria) e con essi tutti i ricordi del libri che ho letto.
    Ma le letture del mattino, invece, le ricordo più a lungo, o le dimentico più difficilmente; vuoi che l’archivio abbia anche lui i suoi orari di apertura?
    La stessa cosa, più o meno, mi accade con i sogni; mi sveglio al mattino e una delle prime cose che faccio è cercare di riorganizzare e mettere in ordine ‘cronologico’ le sequenze dei sogni o del sogno che ho fatto. Ok tempo un paio d’ore e non ricordo praticamente più nulla. Perduti per sempre. Devo impegnarmi ad applicare un metodo, ma il mio feticismo nei confronti del libro non permette né appunti a margine, né orecchiette alle pagine, né tracce organiche.
    Per ora mi sdraio sul divano e resto per qualche attimo ad osservare la libreria a piena parete che occupa la stanza principale di casa mia. Mi rende sensazioni positive, mi rasserena. Con lo sguardo scorro i dorsi dei libri e penso che quelli sono i libri di ‘una vita’, che quei libri sono anche dentro di me (da qualche parte, intesi), che oggi sono quello che sono e senza quei libri sarei un altro e nel momento in cui torno a ripetermi ‘…devo trovare e decidere un metodo per mettere in ordine tutti questi libri, che così come sono adesso non trovo mai nulla’, apro il libro che ho in mano e riprendo immediatamente a leggere. (questa settimana ‘Sospetto’ di Percival Everett, Nutrimenti)

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  3. ciao @logiovane, mi piace l’idea del sogno come il libro nella difficoltà del ricordare. Da elaborare anche per la faccenda della memoria inconsapevole di cose che abbiamo letto o visto, così vicina al plagio in buona fede quando di quelle conoscenze facciamo uso, non attribuendole alla fonte della quale peraltro non ricordiamo nemmeno l’esistenza (Criptomnesia, ne avevo fatto cenno tempo fa in relazione a un articolo di Sacks, tradotto anche da Internazionale: https://gruppodilettura.wordpress.com/2013/03/10/lettura-esperienza-vita/).

    Quanto all’aiuto che potresti ricavare dall’annotare i libri: ti invito a superare il tabu feticistico e a scrivere sui margini. Sensazione bellissima che tanti lettori nella storia hanno amato.
    Ovviamente non mi potrai dare retta, dato che questi feticismi non si superano facilmente. 🙂
    Ti abbraccio e ti do il benvenuto sul blog (è la prima volta che commenti vero?)

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  4. Grande Everett, è una mia insana passione!
    Ma per tornare al bel tema di Luigi, è proprio così. Anch’io ricordo spesso sensazioni e circostanze più che il libro stesso. Soprattutto i libri letti in viaggio. E poi ricordo molto bene i libri letti dagli altri, i racconti che mi sono stati fatti.
    Dei libri che ho amato di più mi rimangono delle scene, che ogni tanto mi tornano in mente e all’inizio non so se sono reali o se le ho lette. Poi pian piano le ricolloco. quasi sempre…

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  5. L’ argomento è affascinante e ogni volta invita ad intervenire. Condivido con logiovane e simonetta molte cose, soprattutto la difficoltà a ripercorrere contenuti e la facilità a trattenere sensazioni, impressioni , stati d’ animo. Non so se il paragone con i sogni – che muoiono all’ alba- regga . Forse dovrebbe dire la sua qualche esperto freudiano. Certo è che nella lettura agiscono emozioni e ragione e capisco logiovane nella sua riluttanza ( che condivido) a mettere note e commenti ( anche per evitare lo straniamento successivo, magari di qualche anno, che si chiede
    ” Che diavolo ho mai scritto e perchè?). Simonetta. ricordo di un tuo racconto su di una scena in un libro che credevi ci fosse e invece non c’ era… Non mi sbaglio, vero?

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  6. Un grazie personale per avere esposto con tanta grazia un argomento che per me rappresenta un quasi tabù. Perché trascorrere ore immersi in letture che poi si dimenticano? Quante volte mi sono chiesta dove è il senso di questa cosa; e non ho potuto trovare altro senso se non nel fatto che in quelle ore io sono felice. Esiste davvero la gestalt? Anche io, come @logiovane, nel guardare i miei libri, so che hanno contribuito a fare di me quello che sono oggi. E adesso che ho un e-reader ci ho messo dentro tutti i libri più importanti della mia vita e cammino portando sempre fisicamente con me tutte quelle parole amate e dimenticate eppure imprescindibili.

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  7. In effetti, l’idea della rete è affascinante (e piuttosto consolatoria, data la velocità dell’oblio in cui cade ogni mio libro letto). Non è sempre stato così, questo è certo. Non so dire se dipenda da una stratificazione dei contenuti, da un’attenzione differente o magari sia semplicemente un fatto anagrafico, chissà. Ma almeno sapere che non tutto va perduto, ma anzi, che in un archivio recondito (la parte nascosta e inaccessibile della biblioteca del Nome della Rosa – quella che contiene i dati più preziosi – per esprimere l’immagine che ha suscitato in me) la nostra mente conserva e rielabora, mi sembra una gran bella notizia. 🙂

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  8. Sono arrivata a questo post nel momento esatto in cui ne avevo bisogno! Mi sono appena resa conto di aver completamente dimenticato “Divorzio a Buda”, di Marai, mentre ricordo benissimo “Le braci”, letto diversi anni prima. Come è possibile? Di solito io dimentico i thriller (che leggo molto raramente, generalmente dopo qualche lettura particolarmente pesante), ma ho sempre dato la colpa al fatto che non mi fanno impazzire, li “uso” solo come rilassanti. Visto il piacere che la lettura porta con sé, ho sempre pensato che sarebbe bellissimo potersi portare dietro quelle pagine che più abbiamo amato, quelle pagine che hanno un potere consolatorio, quando rilette!

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  9. La convinzione che mi sono fatto è che quelli che per noi sono “i grandi libri” sono quelli che continuano in qualche modo a “lavorare” nella memoria. Quelli di cui ogni tanto, di fronte a qualcosa che ci accade, a qualcos’altro che leggiamo, all’ascolto di una musica o guardando un film, o ad altri ricordi cui li associamo, ci torna in mente una scena, un’immagine, una frase, delle parole. O delle domande cui non abbiamo ancora trovato una soluzione.
    E’ per questo che tra i libri che considero i più importanti della mia vita ci sono Il Castello e America di Kafka (forse più ancora del Processo, che comunque segue a ruota) e poi Dhalgren di F. Delany , e la Bibbia illustrata da Dorè (quelle immagini si sono impresse nella mia memoria fin da bambino focalizzando tutta la mia attenzione, leggendo ben poco del testo, che mi destava minore interesse).
    E’ per questo che una vera scelta dei libri che ci hanno maggiormente colpito secondo me non può essere fatta che diversi anni dopo la loro lettura. La memoria (che anche per me comincia a traballare) è molto selettiva e premia i migliori.

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  10. Il problema del ricordare a me pare, francamente, un falso problema.
    Ciascuno ricorda quello che è confacente al suo modo di essere, di pensare, di sproloquiare.
    La memoria è selettiva, e lo sappiamo da mo’.
    Cerchiamo di trattenere quello che ci piace, quello che ci sembra più consonante, si tende a dire “pussa via” per quello che non ci piace.
    L’operazione viene fatta sempre. A volte consapevolmente, il più delle volte inconsapevolmente.

    In ogni caso, quello che rimane nel nostro cervellino è quel che fa più comodo a noi.
    Discorso diverso è ovviamente — parlando di libri — se chi deve ricordare deve farlo per dovere professionale ( = perché è un critico letterario, perché scrive su blog altolocati, perché…. perché…. perché….).
    Il poverino, allora, è costretto a **ricordare** (personalmente non lo invidio, ma tant’è).

    Ma anche in questo caso la memoria non è un problema. In questi casi ci si avvale delle protesi =—–> appunti, archivi, ricerche in rete, telefonate all’amico fidato (“per caso ti ricordi dove il Tizio parlò di Caio?” etc. etc.

    Il vero problema secondo me è invece:

    **** Come fare a DIMENTICARE?***

    Memorizzare è facile. Ci sono centinaia di tecniche, per “l’arte di ricordare”.
    Ma per DIMENTICARE? Che caspita si fa, per poter ***dimenticare***?
    Vi sembra facile, dimenticare?

    Umberto Eco ne scrisse una volta in un bellissimo articolo dal titolo, giustappunto “Ars Oblivionalis”.

    Ovviamente non se lo filò mai alcuno.

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  11. IL SENSO DI UNA FINE di Julian Barnes secondo me risponde letterariamente alle domande di Gabrilù. Ed è una bellissima riflessione sulla memoria, che davvero aggiustiamo a nostro vantaggio e sui meccanismi del dimenticare e del fraindere. Ma ne abbiamo già parlato tantissimo nel blog.

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  12. La lettura è quasi sempre un’attività edonistica e assai superficiale, sicché non stupisce che i libri scivolino via dalla memoria. Forse, prima di tuffarsi di nuovo in un libro, bisognerebbe assorbire le “Lezioni di letteratura ” di Nabokov e leggersi il “Corso di lettura creativa” di Franco Mimmi.

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  13. A me pare che vi sia differenza tra dimenticare un libro e le cose della vita. I primi capita di dimenticarli spesso e- mi pare oggi con più frequenza- e, in ogni caso, i libri che non ci sono piaciuti spariscono in fretta. Le seconde, invece, quanto più sono state dolorose tanto più restano lì e non se ne vanno.
    Si dimentica più spesso oggi? Anch’ io ho l’ impressione di theleeshore ( che risento volentieri) di un accentuarsi del fenomeno e , forse per gli autoinganni dell’ età, penso che l’ attenzione vorticosa a cui siamo sottoposti e a cui ci sottoponiamo…) conti qualcosa.
    Mi è piaciuto molto un articolo di Susanna Tamaro, sul Corriere della Sera del 6 giugno, nel quale, la scrittrice, commentando un atroce fatto di cronaca, sottoline l’ assenza della ATTENZIONE PROFONDA nella vita moderna. Lo allego qui perché merita.

    CORRIERE 6.6.13
    IL BIMBO NELL’AUTO, I TEMPI DELLE NOSTRE VITE E L’ATTENZIONE PERDUTA
    DI SUSANNA TAMARO

    La morte del piccolo Luca, il dolore assoluto dei genitori: alla base del dramma c’è la frantumazione dell’attenzione.
    Il terribile fatto che ci ha offerto la cronaca di ieri, con l’ennesima morte accidentale di un bambino dimenticato in macchina, e il dolore assoluto dei genitori del piccolo Luca pesano su di noi come un macigno. La disattenzione che è alla base di questo dramma, che purtroppo potrebbe ancora ripetersi, è un campanello di allarme molto forte che non possiamo più ignorare. L’evoluzione tecnologica degli ultimi trent’anni, infatti, ci ha proiettati con troppa rapidità in un ritmo di vita per il quale il nostro corpo e la nostra mente non erano ancora preparati. In un mondo ciecamente devoto al progresso, ci siamo convinti di essere solo cultura e che proprio questo nostro essere cultura ci permettesse rapidamente di adattare la nostra vita alle nuove esigenze. Il tragico episodio di Piacenza ci parla probabilmente di qualcosa di diverso. Le galline sono in grado di riconoscere solo una ventina di loro simili, quelle che solitamente sono destinate ad incontrare nella loro vita nel pollaio. Quando questo numero viene superato, ogni nuova gallina che arriva viene percepita come nemica e dunque attaccata. Il mondo che ci vuole solo esseri culturali nasconde in realtà una grande fragilità. Noi siamo frutto dell’evoluzione: se la nostra storia fosse una torta, la cultura ne sarebbe una meravigliosa e spessa guarnizione, ma non l’essenza stessa. La base della torta è la natura, e la natura porta con sé delle leggi per ognuna delle specie. Anche l’uomo ha la sua etologia, ed è questa etologia, costituita da migliaia di anni di evoluzione parallela — di natura e cultura — ad essere stata scardinata negli ultimi trent’anni. Scardinata nei suoi comportamenti, nelle tappe della vita, nei ritmi della quotidianità, nel lento fluire del pensiero. È stata la nostra capacità di attenzione e di concentrazione a costruire nei secoli quel che noi chiamiamo cultura. Ci è voluta attenzione e concentrazione per capire i ritmi della terra e dare via all’agricoltura. E ancora attenzione, e concentrazione sono state necessarie per costruire, ad esempio, il Duomo di Orvieto, senza l’aiuto di macchine, computer, colate di cemento. Eppure, se lo si guarda, non c’è dettaglio o ornamento che non sia perfetto L’attenzione è il pilastro portante della nostra vita ma, per esistere nella sua feconda creatività, ha bisogno di radicamento, di profondità, di una direzione univoca verso cui andare. L’irruzione delle tecnologie di comunicazione veloce degli ultimi vent’anni ha completamente frantumato la nostra capacità di attenzione profonda. Siamo attenti, sì, terribilmente attenti, ma solo ai crepitii di superficie, agli squilli, ai cinguettii, ai led luminosi, sempre pronti alla risposta, sempre raggiungibili da tutti e sempre terrorizzati di perdere quell’onda che ci tiene connessi col mondo virtuale che ci circonda. Ma questo nostro essere eternamente connessi ci ha portato inevitabilmente a vivere in uno stato di continuo allarme. Il nostro cervello è fatto per la profondità e la lentezza, allontanarlo da questa condizione non può che metterlo in uno stato di grande instabilità. Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di capire quanto la tecnologia serva a noi e quanto noi, invece, siamo destinati ad essere servi della tecnologia. Senza attenzione profonda, uno scrittore non riesce a scrivere un libro, un poeta una poesia, uno scienziato fare una scoperta. Senza attenzione profonda si disgregano anche i rapporti umani, perché quel che costruisce i rapporti umani è soltanto l’amore, e l’amore non è altro che una forma di attenzione prolungata nel tempo.

    Quanto all’ oblio a cui faceva cenno gabrilu è certo un tema molto importante e, se applicato nella vita politica, molto delicato. Meriterebbe uno spazio congruo quindi mi fermo, ma sarebbe interessante chiedersi se esso sia sempre e assolutamente polo negativo in relazione alla memoria sempre polo positivo.

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  14. io penso che ricordarmi di tutto, custodire nella memoria tutto ciò che ho letto (e vissuto) sarebbe un peso troppo oneroso. forse anche una persecuzione. del resto l’epistemofilia è una condizione che confina con la patologia. che fine farei io come individualità in mezzo a quella prateria di pagine lette e indelebilmente ricordate? meno male che mi è data la possibilità di obliare -senza troppi rimorsi-. dimenticare è un modalità di scelta, accettare di dimenticare è riconoscere i propri umani -e personalissimi, ma questo è il bello- limiti.

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  15. Credo che il fascino e la magia della lettura di un libro sia anche nel fatto che quello che ricordi è quello che ti ha segnato. E che rimarrà in te per sempre. Credo che il compito del libro (sempre che ne abbia uno) non sia farsi ricordare, sia lasciare una traccia. Una memoria. Piccola o grande che sia dipende dal lettore oltre che da chi scrive. Niente sensi di colpa (almeno per quanto mi riguarda) se il più viene rimosso… grande meraviglia per il poco (o tanto) che rimane impresso nella mente e nell’anima.

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  16. Credo che la discriminante non sia tanto la distinzione vita reale-letteratura (per sintetizzare al massimo) o la polarità positivo/negativo (positivo ricordare, negativo dimenticare o viceversa) quanto la distinzione tra “volontarietà/involontarietà”.

    Cerco di spiegarmi meglio. Quello che intendo dire è che sia per la vita reale che per i libri che leggiamo ricordare è più facile che dimenticare, se parliamo di memoria ***volontaria***.
    Per allenare la memoria volontaria esistono tecniche precise, anche se, ovviamente, non onnipotenti. Ma insomma ci si può in qualche modo aiutare.
    Cosa diversa è la memoria ***involontaria***, sulla quale adesso non mi addentro.

    Tutt’altra faccenda ancora è invece il VOLER DIMENTICARE. Facile è dimenticare *involontariamente* (e su questo incidono, come dicevo sopra, meccanismi selettivi più o meno inconsci nei quali sarebbe complicato addentrarsi qui ed ora).

    Ma avete mai provato a dimenticare ***volontariamente***?!?!
    E’ roba difficilissima. Di qualunque cosa si tratti: vita reale, un libro, una musica… qualunque cosa: non basta dire “voglio dimenticare, debbo dimenticare Lì non ci sono tecniche che tengano (come appunto ricordava Eco in “Ars oblivionalis”).

    Infine: sono d’accordissimo con il fatto che essere condannati a ricordar tutto sarebbe una catastrofe.

    Esemplare, a questo proposito, lo splendido racconto “FUNES, O DELLA MEMORIA” di BORGES.
    Lo si può leggere anche qui
    http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/2010/09/funes-o-della-memoria-di-jorge-luis.html

    Spero di non essere risultata più confusa di prima… 😦

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  17. Salve a tutti! Sono capitato qui proprio per caso, cercando sul web l’argomento di questo topic. So che il post è vecchio di un anno, ma spero che qualcuno riesca comunque a risolvere un problema che mi pongo da sempre. Ovviamente riguarda il leggere e il dimenticare. Proprio ultimamente, infatti, ragionavo su qualcosa che di recente mi capita sempre più spesso. In certe occasioni è capitato che, parlando di libri che ho amato, altre persone rilevassero dettagli o interpretazioni a cui, dopo una prima lettura, mi sono reso conto di non aver mai pensato. Oppure, peggio, a cui non ricordo se durante la lettura ho pensato oppure no. Capita anche a te/voi? Ditemi che non sono l’unico esaurito che si fa questi problemi di “orgoglio da lettore”!
    Mi impongo sempre di leggere tutto con la massima attenzione, ma forse mi faccio prendere troppo dalla trama ( o dalla foga di concluderla) e, essendo abituare a leggere tutto una sola volta per passare ad altro, tralascio alcuni particolari o dimentico di averli notati. Sì può dimenticare di aver notato qualcosa e, quando questo qualcosa che ormai si dà per scontato viene tirato fuori da qualcun altro, percepirlo come una novità?
    Fatemi sapere cosa ne pensate e complenti per il sito 🙂
    Riccardo

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