Bloomsday con la voce di James Joyce che legge Ulisse

Un altro Bloomsday da lettore di Ulisse. Da lettore che arranca e procede con lentezza, che frena, che arretra, che non crede sia possibile  vedere la fine del libro, come già detto più volte.

James JoyceMa forse è proprio inevitabile che io non finisca Ulisse (chissà se è una specie di consolazione / giustificazione per la mia incapacità); inevitabile perché, come ci ha suggerito Kundera – citato nel post della scorsa settimana – Ulisse è soprattutto la concretezza del presente, una grande, enorme, infinita scena, un eterno presente la cui storia dura 18 ore ma è interminabile, perché c’è tutto.
“Un attimo del presente” – si diceva – “diventa, in Joyce, un piccolo infinito.” Ma proprio per questo non si può abbandonare, pena perdere tutto, perdersi. Forse. Un destino quindi: averlo sempre sul comodino, avvicinare il senso, quasi afferrarlo ma mai riuscirci davvero. E continuare. Provare, rimandare. Senza lasciarlo.

Per celebrare Bloomsday di quest’anno, raccolgo il suggerimento – lavoro di Open Culture che ci ha proposto una storica registrazione di Joyce del 1924 che legge un piccolo passaggio del suo lavoro. Esattamente dal settimo episodio (Eolo, Il giornale). Si tratta del passaggio nel quale il professor MacHugh recita in modo ironico un discorso di un politico – John F. Taylor –  a proposito della rinascita della lingua irlandese.

Open Culture cita anche Sylvia Beach, amica ed editrice di Joyce, che nelle sue memorie Shakespeare and Company, ricorda che Joyce scelse questo passaggio perché lo riteneva l’unico che potesse essere estratto da Ulisse, l’unico che potesse essere declamato e quindi adatto a un recital. Si disse convinto, aggiunge Beach, che questo sarebbe stato l’unico reading dall’Ulisse.

Questa la registrazione (poco più di 4 minuti), di qualità tecnica un po’ scadente. Ma certo è affascinante sentire la voce di Joyce che legge un pezzo del suo capolavoro:

[youtube:http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ZhW0TrzWGmI%5D

Questo è invece il testo che Joyce legge

–Mr. Chairman, ladies and gentlemen: Great was my admiration in listening to the remarks addressed to the youth of Ireland a moment since by my learned friend. It seemed to me that I had been transported into a country far away from this country, into an age remote from this age, that I stood in ancient Egypt and that I was listening to the speech of a highpriest of that land addressed to the youthful Moses.

His listeners held their cigarettes poised to hear, their smoke ascending in frail stalks that flowered with his speech…Noble words coming. Look out. Could you try your hand at it yourself?

–And it seemed to me that I heard the voice of that Egyptian highpriest raised in a tone of like haughiness and like pride. I heard his words and their meaning was revealed to me.

From the Fathers
It was revealed to me that those things are good which yet are corrupted which neither if they were supremely good nor unless they were good could be corrupted. Ah, curse you! That’s saint Augustine.

–Why will you jews not accept our language, our religion and our culture? You are a tribe of nomad herdsmen; we are a mighty people. You have no cities nor no wealth: our cities are hives of humanity and our galleys, trireme and quadrireme, laden with all manner merchandise furrow the waters of the known globe. You have but emerged from primitive conditions: we have a literature, a priesthood, an agelong history and a polity.

Nile.

Child, man, effigy.

By the Nilebank the babemaries kneel, cradle of bulrushes: a man supple in combat: stonehorned, stonebearded, heart of stone.

–You pray to a local and obscure idol: our temples, majestic and mysterious, are the abodes of Isis and Osiris, of Horus and Ammon Ra. Yours serfdom, awe and humbleness: ours thunder and the seas. Israel is weak and few are her children: Egypt is an host and terrible are her arms. Vagrants and daylabourers are you called: the world trembles at our name.

A dumb belch of hunger cleft his speech. he lifted his voice above it boldly:

–But, ladies and gentlemen, had the youthful Moses listened to and accepted that view of life, had he bowed his head and bowed his will and bowed his spirit before that arrogant admonition he would never have led the chosen people out of their house of bondage nor followed the pillar of the cloud by day. He would never have spoken with the Eteral amid lightnings on Sinai’s mountaintop nor even have come down with the light of inspiration shining in his countenance and bearing in his arms the tables of the law, graven in the language of the outlaw.

[via Open Culture]

Ulisse, diario di lettura

3 pensieri riguardo “Bloomsday con la voce di James Joyce che legge Ulisse”

  1. per me invece il fantasma delle letture incompiute aleggia sui drammi di Shakespeare: ne ho iniziati diversi, alcuni anche più di una volta, ma non mi è mai riuscito di finirne uno!

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  2. Oddìo…fammici pensare…no, non credo! non tutte le cose belle sono facili. credo nell’importanza della conoscenza del testo. credo che la fatica necessaria per potersi fare, diciamo così, un quadro d’insieme venga poi largamente ricompensata quando mi permette di dedicarmi alla mia attività preferita che consiste nel riprendere con tranquillità il volume designato ed aprirlo a caso leggendo qua e là, affidandomici completamente. è proprio allora che sopraggiunge quella bella sensazione di riuscire ad avvicinarmi al senso, ogni volta in modo un po’ più complesso, sempre con la gioia della scoperta.
    grossi saluti!

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